Pagine

Visualizzazioni totali

Google Scholar
Visualizzazione post con etichetta Pedopornografia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pedopornografia. Mostra tutti i post

martedì 3 gennaio 2017

Polizia Postale, 510 siti oscurati per terrorismo nel 2016

La Polizia Postale ha reso noto il bilancio 2016 dell'attività informatica. Sono stati monitorati più di 400mila siti eversivi e terroristici. La Polizia Postale e delle Comunicazioni ha confermato che nel 2016 sono stati oscurati 510 indirizzi web eversivi, o comunque di riferimento per il terrorismo nazionale e internazionale.Il monitoraggio ha riguardato 412.447 siti web e numerosi profili Twitter e Facebook. Due le persone arrestate e altre otto denunciate per attività eversive tramite strumenti informatici e comunicazione telematica. Il C.N.A.I.P.I.C., centro nazionale anticrimine per la protezione delle infrastrutture critiche, ha contrastato almeno 831 attacchi informatici degni di nota indirizzati a siti istituzionali e strutture. Ancora più grande l'impegno per la gestione di 5262 alert diramati per le vulnerabilità riscontrate su sistemi informatici o minacce.  A livello internazionale le richieste di cooperazione, in seno alla rete 24-7 "High Tech Crime" del G7, sono state 82. Le attività investigative sono state invece 65 e hanno portato alla denuncia di 25 persone. Il Bilancio 2016 dell'attività svolta dalla Polizia Postale si chiude positivamente anche se le sfide su più macro-aree di competenza diventano sempre più complesse. Si parla di contrasto alla pedopornografia online (576 casi, 51 arresti e 449 denunciati),  hate speech (96 siti su 1120 monitorati), protezione infrastrutture, cybercrime finanziario, eversione, terrorismo, etc.

Fonte: La Repubblica

giovedì 5 maggio 2016

Attività formativa scuole 2016-2017


Educazione e Cultura digitale












Per l'anno scolastico 2016-2017 è mia intenzione attivare una serie di contatti con scuole, associazioni e aziende per pianificare un'attività formativa sul territorio nazionale mirata ad incrementare il  livello di conoscenza e preparazione dei bambini/ragazzi circa l'approccio a Internet, Social Network, sistemi di comunicazione e condivisione con una particolare attenzione alle seguenti tematiche:

- Rischi e pericoli di Internet
- Prevenzione pedopornografia e grooming
- Tutela Privacy
- Social Network e Comunicazione online: guida all'uso
- Protezione dei dispositivi 
- Affidabilità dei contenuti
- Personal e Brand Reputation
- Cyberbullismo e adescamento online: indicazioni per prevenirlo
- Dipendenza da internet e videogiochi: modalità di intervento

L'obiettivo PRIMARIO è, oltreché formare i bambini della scuola primaria e della scuola media inferiore, sensibilizzare e informare i GENITORI fornendo un feedback su come si comportano i loro figli in Rete e con gli attuali strumenti di comunicazione e socializzazione.

Dirigenti scolastici, insegnanti e genitori che fossero interessati ad un progetto mirato in tal senso possono contattarmi all'indirizzo email: mauro.ozenda@gmail.com o tramite il mio sito web www.maurozenda.net.

Mauro Ozenda

______________________________________________________________________


giovedì 7 aprile 2016

Selfie del minore a sfondo sessuale: nel caso di autoscatto la cessione non costituisce reato

La cessione di materiale pedopornografico è punibile solo qualora il materiale sia stato formato attraverso l'utilizzo strumentale del minorenne ad opera di terzi. E' quanto emerge dalla sentenza della Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione del 21 marzo 2016, n. 11675.

Il caso vedeva una minorenne effettuare degli autoscatti a contenuto pornografico (c.d. sexting) per poi cedere detto materiale, autonomamente, a terzi i quali, ad insaputa della ragazzina, provvedevano ad inviare, a loro volta, tali scatti ad altre persone. I giudici del merito ritenevano la condotta della minorenne non punibile in quanto le immagini erano state effettuate direttamente dalla minorenne stessa, senza alcun intervento da parte di terze persone.

L'art. 600-ter, comma 4, c.p., infatti, sanziona la cessione del materiale pedopornografico solo qualora il materiale in questione sia stato realizzato mediante l'utilizzo del minore da parte di terzi.  Secondo gli ermellini, la norma in commento non sanzione una qualsiasi cessione di materiale pedopornografico, ma solo quello realizzato da un soggetto differente dal minore raffigurato, in quanto la normativa effettua una netta distinzione tra soggetto utilizzatore del materiale e il minore oggetto delle immagini.

La ratio che sta alla base della punibilità della cessione delle immagini pedopornografiche è da rinvenire nel fatto che il soggetto sia diverso rispetto al minore; tale diversità, come ovvio, non può sussistere quando, come nella specie, il materiale sia stato realizzato dallo stesso minore, autonomamente e consapevolmente.

Fonte: Altalex

lunedì 9 dicembre 2013

Adescata su Facebook a 10 anni e ripresa nuda

Richieste sempre più hard sotto la minaccia di diffondere le immagini in rete Ma la bambina chiede aiuto e la Polpost rintraccia e denuncia un 55enne
    PESCARA. A dieci anni aveva già il suo profilo Facebook, ma in rete l’ha adescata un padre di famiglia di 55 anni che utilizzando un nome femminile l’ha convinta a spogliarsi nella sua cameretta e a tenere atteggiamenti sessuali davanti a una web-cam, fino a chiederle, sempre davanti a quella web-cam, di compiere atti autolesionistici ancora a sfondo sessuale. Troppo per la ragazzina finita nella rete dell’orco il quale però, di fronte al suo rifiuto, l’ha ricattata dicendole che avrebbe pubblicato e condiviso su Facebook tutti i filmati registrati fino ad allora. Ma invece di ottenere la resa della bambina, ne ha provocato la reazione terrorizzata che l’ha fatta correre in lacrime dai genitori a cui ha raccontato tutto. È iniziata così, a ottobre, la vicenda che ha portato all’individuazione e alla denuncia per adescamento, violenza sessuale (aggravata dalla minore età della presunta vittima), detenzione e produzione di materiale pedopornografico, di un 55enne residente in Sicilia. Un piccolo imprenditore sposato e con due figli, rintracciato dagli specialisti della polizia postale del comparto Abruzzo a cui i due genitori si sono subito rivolti dopo le rivelazioni shock della figlia. Indagini complesse, coordinate dalla Procura distrettuale Antimafia dell’Aquila e dirette dalla dirigente della Polpost Elisabetta Narciso che hanno portato i poliziotti pescaresi a interpellare direttamente la sede centrale di Facebook a Palo Alto, in California, da cui in brevissimo tempo hanno ottenuto i dati e i collegamenti utilizzati dal 55enne per attivare quel profilo. Da qui sono risaliti alla sua utenza telefonica che, dopo ulteriori accertamenti, ha portato gli investigatori a localizzare con esattezza il presunto adescatore della bambina pescarese. A quel punto, grazie alla celerità della Procura distrettuale antimafia, è arrivata subito la delega a perquisire l’abitazione del presunto adescatore che sul computer custodito in camera da letto aveva effettivamente le immagini registrate della ragazzina nuda. Quanto basta per far scattare nei suoi confronti la denuncia per reati che prevedono pene dai 6 ai 12 anni di reclusione (violenza sessuale, adescamento, produzione e detenzione di materiale pedopornografico) ma per cui l’arresto è previsto solo in flagranza di reato o di fronte a un’ingente quantità di materiale pedopornografico sequestrato. Ma intanto il procedimento è stato avviato: il computer dell’uomo è stato sequestrato e adesso sono in corso tutta una serie di accertamenti incrociati per verificare se, come ipotizzano gli investigatori, ci siano altre vittime. Un fenomeno, questo dell’adescamento a scopo sessuale in rete, che solo quest’anno ha fatto pervenire alla Polpost almeno una quindicina di segnalazioni, con cinque denunce andate in porto. Un fenomeno più diffuso di quello che si pensi, anche quando, come nel caso della bambina di dieci anni, i genitori sanno del profilo Facebook (magari sono loro stessi ad averlo attivato), ma si basano solo sul rapporto di fiducia con il proprio figlio. E invece spesso può non bastare perché quando un bambino di 10- 12 anni ha libero accesso al computer, spesso sistemato proprio in cameretta, i brutti incontri (virtuali) sono dietro l’angolo. «C’è una sottostima del fenomeno», spiega la dirigente Narciso, «in cui è fondamentale la vigilanza da parte dei genitori, soprattutto in questa particolare fascia di età dove la consapevolezza di essere ancora piccoli va di pari passo con la voglia di emanciparsi». Ed è qui che si insinuano gli adescatori, come dimostrano le chat su cui si imbattono e indagano i poliziotti della Polpost: prima delle richieste a sfondo sessuale gli scambi verbali tra i due interlocutori sono piuttosto brevi. Il ragazzino agganciato su Facebook o su altre piattaforme virtuali è quasi lusingato dall’interesse dell’adescatore, bravo a portare la vittima prescelta sulla chat privata e, qui, a farla sentire importante, creando un rapporto di complicità che lo scherma da ripensamenti e ingerenze esterne. Salvo poi cambiare improvvisamente registro, e usare il ricatto della pubblicazione in rete di quelle immagini vietate: un autogol, nel caso della bambina pescarese, che terrorizzata dal rischio che quei filmati diventassero di dominio pubblico è corsa a chiedere aiuto. Ma quanti, sottolineano gli investigatori, si tengono il segreto?

lunedì 23 settembre 2013

Ragazzina nuda su internet Processo a undici minorenni

A_A_WEB 

La giovane si era scattata la foto e l’aveva inviata a due suoi amici

SULMONA Undici minorenni rinviati a giudizio per detenzione e diffusione di immagini pedopornografiche. Sette ragazze e quattro ragazzi. Tutti tra i 14 e i 17 anni. Questa è stata la decisione presa dalla Procura dei Minori dell’Aquila che, il 30 agosto scorso, ha concluso le indagini preliminari circa la diffusione di una foto che ritraeva una ragazzina di 14 anni nuda, in bagno. Un’immagine sconvolgente che era stata divulgata dopo che la quattordicenne si era scattata da sola delle foto per poi inviarle a quello che sembra essere il suo ex ragazzo. Poi, però, la foto è finita su Facebook e inviata via Whatsapp. Una sorta di gioco pornografico, durato circa un anno e che ha coinvolto decine di ragazzini della Conca Peligna. Un’immagine che ha suscitato un vero e proprio «scandalo», visto lo scambio continuo tra i telefonini dei minorenni della foto che ritraeva la giovane nuda. Nella vicenda, è coinvolto anche un 25enne che, al momento, non risulta indagato. La storia ha avuto inizio nel gennaio scorso. La ragazza, oggi quindicenne, si era scattata delle foto da sola e, subito dopo, le aveva inviate tramite cellulare a due sole persone, considerate da lei degli amici. Un 17enne ed un 25enne. Ma quella foto, aveva scatenato, in uno dei due, almeno da quello che si vocifera, una voglia sfrenata di avere un rapporto sessuale con lei. Una vicenda che aveva lusingato la minore che si era sentita «voluta» a tutti i costi da alcuni ragazzi più grandi di lei. Forse, la ragazza, aveva pensato che quell’immagine sarebbe rimasta segreta ma ha dovuto scoprire che invece così non è stato. La foto, infatti, ha fatto il giro dei cellulari dei compagni di scuola, che in pochi minuti l’avevano condivisa tramite messaggini e su Facebook, addirittura, era stato aperto un profilo con uno pseudonimo, quello di Giorgina, da parte di una sua amica, allora sedicenne che, pubblicò la foto di lei nuda con una maschera sul volto. La ragazzina, durante l’interrogatorio davanti ai carabinieri di Sulmona qualche settimana dopo l’accaduto, si è giustificata dicendo «non pensavo che una foto inviata a due persone, che ritenevo amici, potesse scatenare tutto questo disastro». Un gioco, forse così lo avevano inteso i tanti amici di scuola che ha portato, 11 ragazzini, ad essere sotto inchiesta da parte della magistratura. I minori, quasi tutti di Sulmona, con due ragazze di Pratola Peligna e Bugnara e un giovane di Pettorano Sul Gizio sono stati accusati di divulgazione di materiale pedopornografico. Alcuni ragazzini, iscritti nel registro degli indagati avrebbero detto «Non sapevamo assolutamente che quello che stavamo facendo tramite Whatsapp fosse un reato, altrimenti non ci saremmo mai permessi. Volevamo giocare, nulla di più. Invece abbiamo scatenato delle reazioni che mai ci saremmo aspettati». Al momento i giovani, hanno due settimane di tempo per giustificare il loro gesto, attraverso le memorie difensive presentate dai rispettivi legali, così come previsto dal codice di Procedura Penale.

Fonte: Il Tempo - Autore: Barbara delle Monache

giovedì 11 aprile 2013

Lo strano caso dell’indagato. WiFi condiviso, il titolare accusato di pedopornografia


Post image for Lo strano caso dell’indagato.  WiFi condiviso, il titolare accusato di pedopornografiaEra già successo a Buffalo, negli USA e questa volta è toccato a noi. Il consigliere regionale pugliese Aurelio Gianfreda è indagato con l’accusa di pedopornografia. Infatti dal collegamento a Internet WiFi a lui intestato sono stati scaricati alcuni file “civetta” messi in rete dalla polizia postale.  Ma la connessione ai siti incriminati è stata effettuata dal suo studio  professionale, nel quale lavorano diverse persone, anche se l’utenza è intestata a Gianfreda. Ciò significa che a connettersi potrebbe essere stato chiunque fosse presente nei locali, però fintanto che non si sarà “scoperto il colpevole” ne risponde inevitabilmente Gianfreda stesso. Ovviamente in uno studio professionale non si pensa alla rintracciabilità di chi si connette, e certamente la polizia e la procura troveranno presto il vero colpevole, ma se si “allarga” il caso a chi possiede un locale aperto al pubblico e vuole aprire completamente la propria rete Wi-Fi, ecco che allora questo caso può insegnarci qualcosa. Meglio non farlo.

lunedì 14 gennaio 2013

Reati su Facebook: diffamazione, molestie e furto di identità. Come difendersi

bye_bye_facebookQuanti illeciti vengono quotidianamente commessi su Internet senza essere percepiti, dai rispettivi autori, come veri e propri crimini! E quante sono le vittime di tali condotte che non reagiscono solo perché non conoscono le tutele a loro disposizione, così restando completamente impotenti in questo mare di tecnologia!  “La Legge per Tutti” ha deciso di aprire una finestra ai suoi lettori, intervistando l’avvocato Elena Bassoli, di Genova, esperto in diritto dell’Internet, di recente curatrice di un ottimo volume edito dalla Maggioli Ed.: “Come difendersi dalla violazione dei dati su internet”.

La legge per tutti: Cara Elena, grazie per la tua disponibilità a questa intervista.  Avvocato, Presidente dell’ANGIF, docente universitario di diritto dell’informatica: chi meglio di te ci può aiutare a districarci nel mondo degli illeciti commessi tramite internet. Entriamo dunque nel vivo del problema.
 Facebook ha aperto una porta nelle nostre case. Chiunque può vedere quello che facciamo, dove andiamo, chi sono i nostri familiari. Si moltiplicano le possibilità di illeciti, di ricatti, di stalking, di molestie e persecuzioni. Al di là dei filtri della privacy che consente il social network, come si può tutelare l’utente del social network che, tuttavia, voglia essere presente e vivere la piattaforma telematica in piena libertà? Facciamo due casi ricorrenti: il furto di identità e i post diffamatori.

Elena Bassoli: Furto di identità e post diffamatori sono, in effetti, tra le grandi piaghe dei social network, strumenti potenti, invasivi, economici e rapidissimi per creare più di un danno agli altri utenti. Il furto d’identità, ad esempio è più diffuso di quanto si possa immaginare. Qui il problema principale consiste nella errata custodia delle credenziali di autenticazione, quando si tratta di profili già esistenti, o molto più facilmente nella creazione ex novo di “fake”, vale a dire profili falsi, il che integra quanto meno gli estremi del reato di “sostituzione di persona” ex art. 494 c.p. Nel primo caso, che è il meno frequente perché presuppone tecniche di social engineering o accessi abusivi a sistemi informatici e telematici (615-ter c.p.) al fine di carpire login e password al malcapitato, il rimedio consiste, come per tutti gli strumenti a nostra disposizione, nel custodire gelosamente le nostre password e nel non rivelarle a nessuno. Se mia figlia confida la sua password alla compagna di banco e tra un mese l’amica del cuore si trasforma nella più acerrima nemica, è inutile poi che mia figlia si lamenti che qualcuno le è entrato nel profilo. Il caso più frequente è però quello della creazione ex novo di profili falsi che “impersonano” persone reali per gettare discredito sulla loro immagine e subito dopo aver raggiunto lo scopo vengono cancellati. È evidente che io non possa impedire a chicchessia di creare un profilo. Facebook non prevede alcun tipo di filtro in tal senso. Infatti esistono decine di profili corrispondenti a “Mario Rossi”.
Una volta poi che il profilo venga cancellato risulta del tutto inutile la richiesta agli uffici di Menlo Park di qualche informazione al fine di identificare l’impostore. La risposta è sempre la stessa: “una volta cancellato il profilo da noi non lascia traccia. Ci dispiace ma non possiamo esservi utili”.
Certo, esistono tecniche alternative e piuttosto costose, di cui mi sono servita in casi molto delicati, che permettono di risalire alla vera identità dell’impostore e portare la prova in dibattimento, ma non sono per tutti.  Per quanto riguarda i post diffamatori, siano essi diretta conseguenza o meno della creazione di “fake”, il problema resta anzitutto quello della individuazione del soggetto diffamante, il che può anche essere semplice quando costui sia così improvvido da lascarsi trasportare dall’impeto del momento e scriva direttamente alla sua cerchia di conoscenza sulla propria pagina Facebook. Ebbene, in questo caso mi sembra opportuno riportare la sentenza, proprio di questi giorni, che ha suscitato scalpore negli addetti ai lavori per l’innovatività della decisione. Il caso: una ex dipendente licenziata dal suo datore di lavoro, che carica di astio lo offende, ingiuria e diffama dalla propria bacheca Facebook. Il giudice di Livorno ha ravvisato in tale condotta gli estremi del reato di diffamazione a mezzo stampa, così di fatto equiparando la propria bacheca privata (per quanto privata possa dirsi ogni pubblicazione sui social network) alla pubblicazione su un quotidiano o su un sito editoriale. Al di là delle critiche sotto il profilo giuridico a tale impostazione (per anni la giurisprudenza è stata costante nel ritenere correttamente i blog o i social network non equiparabili alla stampa), è pur certo che tale condanna è destinata a far discutere ancora in futuro, avendo aperto la via a pesanti sanzioni di cui gli utenti dei social network non sono affatto consapevoli.

 LLPT: Cosa deve fare l’utente che veda il suo profilo clonato? A quale autorità deve rivolgersi? Può fare tutto senza l’avvocato? Nel tempo che intercorre tra la denuncia e la punizione del colpevole, ci sono mezzi d’urgenza per far cessare l’attività illecita?

E.B.: L’utente col profilo clonato deve anzitutto conservare le evidenze digitali che possano provare la condotta illecita a suo discapito. Deve cioè precostituirsi le prove. Contrariamente a quanto comunemente si crede, non è però sufficiente “catturare la schermata” della pagina incriminata, né tantomeno fare la stampa su cartaceo. Queste prove sono facilmente confutabili in giudizio da controparte che potrebbe difendersi asserendo che sono state manipolate, falsificate, create ad hoc per “incastrarlo”. Per precostituirsi la prova occorre infatti farlo secondo le Best Practices internazionali di Digital Forensics, sancite all’interno della Convenzione di Budapest del 2001 e recepite nel nostro ordinamento dalla L. 48/2008, dove si parla di strumenti e tecniche che garantiscano la inalterabilità e l’originalità della prova. Sono tecniche come dicevo prima, di nicchia che in Italia solo pochissimi esperti sono in grado di mettere in atto e piuttosto costose, che tuttavia possono garantire ottimi margini di riuscita, proprio perché garantiscono la genuinità della prova e “inchiodano” il colpevole. Naturalmente per fare questo la vittima deve conservare ogni traccia e non cancellare nulla. Se è vero che la cattura della schermata non può essere considerata una valida prova in giudizio, tuttavia salvare sul proprio disco fisso le pagine incriminate o le e-mail generate automaticamente dal sistema di Facebook, può certamente essere di aiuto agli esperti nel ricostruire la prova, quella si, producibile in giudizio.
La prima autorità alla quale rivolgersi è senz’altro la Polizia Postale e delle Comunicazioni, che consiglierà per il meglio. Se l’illecito vuole poi essere portato in giudizio ai fini della condanna del colpevole o anche solo per il risarcimento del danno in sede civile, la presenza dell’avvocato diventa indispensabile, ma non di un qualsiasi avvocato, bensì di quelli, e fortunatamente in Italia ce ne sono diversi, che sappia come muoversi nel mondo digitale, magari con un’esperienza ventennale, che abbia cioè avuto modo di seguire l’evolversi della materia e sia al corrente delle ultime novità legislative e giurisprudenziali. Naturalmente occorrerà anche che lo Studio legale sia affiancato da un eccellente staff tecnico in grado di effettuare quelle operazioni di acquisizione della prova digitale di cui si è detto prima. Nel frattempo se il profilo diffamatorio è ancora attivo occorre segnalare l’illecito a Facebook che provvederà a “congelarlo”. Solo dopo si può pensare a un ricorso cautelare d’urgenza per ottenere l’inibitoria del comportamento illecito.


LLPT: Mettiamo che domani una persona che mi voglia danneggiare decida di commentare una mia foto in modo diffamatorio o scrivere qualche post su Facebook al solo scopo di denigrarmi. Che strumenti di tutela ho? Cosa posso fare nell’immediato per tutelarmi? È necessario anche in questo caso sporgere querela?

E.B.: La prima cosa è conoscere bene gli strumenti che Facebook stesso mette a disposizione, e quindi bloccare la persona, eliminare il post o il tag dalla foto, e segnalare il tutto a Facebook. Poi, come detto prima, rivolgersi alla Polizia Postale che ormai è ferratissima in materia, affrontando centinaia di casi al giorno. Naturalmente il modo migliore per evitare in radice che accadano cose di questo genere è stare bene attenti a selezionare le amicizie e sfruttare le opzioni che Facebook mette a disposizione. Io personalmente adotto la tecnica di suddividere prudentemente i miei contatti in Amici stretti, Amici, Conoscenti, e Contatti con restrizioni. Inoltre sto bene attenta a tenere chiusa la mia bacheca dai commenti esterni e a sottoporre alla mia autorizzazione la pubblicazione di elementi postati da terzi.

LLLP: Sappiamo che la polizia postale riesce a individuare gli indirizzi IP degli autori di illeciti su Internet, e quindi anche eventuali soggetti che abbiano commesso condotte illecite a mezzo Facebook. Ma ci si può rivolgere alla polizia postale autonomamente o bisogna prima aver sporto querela alla procura della repubblica? Quanto tempo impiega la polizia postale a individuare il responsabile? Dopo che sia stato individuato il responsabile, cosa si deve fare per far cessare la molestia?

E.B.: Ci si può rivolgere alla Polizia Postale autonomamente, che può raccogliere direttamente la querela, o presentarla alla Procura della Repubblica. I tempi di individuazione del responsabile da parte della Polpost variano in relazione alla tipologia di illecito commesso e in relazione alle sue modalità di esecuzione. Ad esempio, un profilo cancellato richiede senz’altro più tempo di un profilo attivo. Un illecito riguardante la pedopornografia sarà considerato più rilevante di una diffamazione. Possono passare settimane o mesi prima che le indagini volte ad individuare il responsabile portino ad esiti soddisfacenti. Ma ciò non deve indurre a disinteressarsi della propria reputazione in Internet. Una volta individuato il responsabile, infatti, sarà possibile agire sia in sede civile, sia penale, al fine di far cessare la molestia e ottenere la condanno e il risarcimento del danno.
In ogni caso, comunque, per rimuovere le pagine dal social network, sarebbe necessario agire tramite rogatoria internazionale che deve essere richiesta dalla magistratura: il server su cui gira Facebook è a Menlo Park, e dunque l’Italia non può intervenire direttamente. Si può invece chiedere alla società americana, grazie agli accordi di collaborazione, la chiusura della pagina in tempi rapidi. Ma se ciò non è accompagnato dalla richiesta di sequestro preventivo, si perdono tutti i dati relativi alla pagina stessa e dunque risulterebbe impossibile poi risalire all’utente che l’ha realizzata.


Grazie Elena per i tuoi suggerimenti. I nostri lettori te ne saranno certamente grati.Quanti illeciti vengono quotidianamente commessi su Internet senza essere percepiti, dai rispettivi autori, come veri e propri crimini! E quante sono le vittime di tali condotte che non reagiscono solo perché non conoscono le tutele a loro disposizione, così restando completamente impotenti in questo mare di tecnologia! “La Legge per Tutti” ha deciso di aprire una finestra ai suoi lettori, intervistando l’avvocato Elena Bassoli, di Genova, esperto in diritto dell’Internet, di recente curatrice di un ottimo volume edito dalla Maggioli Ed.: “Come difendersi dalla violazione dei dati su internet”.

La legge per tutti: Cara Elena, grazie per la tua disponibilità a questa intervista.
Avvocato, Presidente dell’ANGIF, docente universitario di diritto dell’informatica: chi meglio di te ci può aiutare a districarci nel mondo degli illeciti commessi tramite internet. Entriamo dunque nel vivo del problema.

 Facebook ha aperto una porta nelle nostre case. Chiunque può vedere quello che facciamo, dove andiamo, chi sono i nostri familiari. Si moltiplicano le possibilità di illeciti, di ricatti, di stalking, di molestie e persecuzioni. Al di là dei filtri della privacy che consente il social network, come si può tutelare l’utente del social network che, tuttavia, voglia essere presente e vivere la piattaforma telematica in piena libertà?
Facciamo due casi ricorrenti: il furto di identità e i post diffamatori.

Elena Bassoli: Furto di identità e post diffamatori sono, in effetti, tra le grandi piaghe dei social network, strumenti potenti, invasivi, economici e rapidissimi per creare più di un danno agli altri utenti.
Il furto d’identità, ad esempio è più diffuso di quanto si possa immaginare.
Qui il problema principale consiste nella errata custodia delle credenziali di autenticazione, quando si tratta di profili già esistenti, o molto più facilmente nella creazione ex novo di “fake”, vale a dire profili falsi, il che integra quanto meno gli estremi del reato di “sostituzione di persona” ex art. 494 c.p. Nel primo caso, che è il meno frequente perché presuppone tecniche di social engineering o accessi abusivi a sistemi informatici e telematici (615-ter c.p.) al fine di carpire login e password al malcapitato, il rimedio consiste, come per tutti gli strumenti a nostra disposizione, nel custodire gelosamente le nostre password e nel non rivelarle a nessuno. Se mia figlia confida la sua password alla compagna di banco e tra un mese l’amica del cuore si trasforma nella più acerrima nemica, è inutile poi che mia figlia si lamenti che qualcuno le è entrato nel profilo.
Il caso più frequente è però quello della creazione ex novo di profili falsi che “impersonano” persone reali per gettare discredito sulla loro immagine e subito dopo aver raggiunto lo scopo vengono cancellati. È evidente che io non possa impedire a chicchessia di creare un profilo. Facebook non prevede alcun tipo di filtro in tal senso. Infatti esistono decine di profili corrispondenti a “Mario Rossi”.
Una volta poi che il profilo venga cancellato risulta del tutto inutile la richiesta agli uffici di Menlo Park di qualche informazione al fine di identificare l’impostore. La risposta è sempre la stessa: “una volta cancellato il profilo da noi non lascia traccia. Ci dispiace ma non possiamo esservi utili”.
Certo, esistono tecniche alternative e piuttosto costose, di cui mi sono servita in casi molto delicati, che permettono di risalire alla vera identità dell’impostore e portare la prova in dibattimento, ma non sono per tutti.
 Per quanto riguarda i post diffamatori, siano essi diretta conseguenza o meno della creazione di “fake”, il problema resta anzitutto quello della individuazione del soggetto diffamante, il che può anche essere semplice quando costui sia così improvvido da lascarsi trasportare dall’impeto del momento e scriva direttamente alla sua cerchia di conoscenza sulla propria pagina Facebook. Ebbene, in questo caso mi sembra opportuno riportare la sentenza, proprio di questi giorni, che ha suscitato scalpore negli addetti ai lavori per l’innovatività della decisione. Il caso: una ex dipendente licenziata dal suo datore di lavoro, che carica di astio lo offende, ingiuria e diffama dalla propria bacheca Facebook. Il giudice di Livorno ha ravvisato in tale condotta gli estremi del reato di diffamazione a mezzo stampa, così di fatto equiparando la propria bacheca privata (per quanto privata possa dirsi ogni pubblicazione sui social network) alla pubblicazione su un quotidiano o su un sito editoriale. Al di là delle critiche sotto il profilo giuridico a tale impostazione (per anni la giurisprudenza è stata costante nel ritenere correttamente i blog o i social network non equiparabili alla stampa), è pur certo che tale condanna è destinata a far discutere ancora in futuro, avendo aperto la via a pesanti sanzioni di cui gli utenti dei social network non sono affatto consapevoli.


LLPT: Cosa deve fare l’utente che veda il suo profilo clonato? A quale autorità deve rivolgersi? Può fare tutto senza l’avvocato? Nel tempo che intercorre tra la denuncia e la punizione del colpevole, ci sono mezzi d’urgenza per far cessare l’attività illecita?

E.B.: L’utente col profilo clonato deve anzitutto conservare le evidenze digitali che possano provare la condotta illecita a suo discapito. Deve cioè precostituirsi le prove. Contrariamente a quanto comunemente si crede, non è però sufficiente “catturare la schermata” della pagina incriminata, né tantomeno fare la stampa su cartaceo. Queste prove sono facilmente confutabili in giudizio da controparte che potrebbe difendersi asserendo che sono state manipolate, falsificate, create ad hoc per “incastrarlo”. Per precostituirsi la prova occorre infatti farlo secondo le Best Practices internazionali di Digital Forensics, sancite all’interno della Convenzione di Budapest del 2001 e recepite nel nostro ordinamento dalla L. 48/2008, dove si parla di strumenti e tecniche che garantiscano la inalterabilità e l’originalità della prova. Sono tecniche come dicevo prima, di nicchia che in Italia solo pochissimi esperti sono in grado di mettere in atto e piuttosto costose, che tuttavia possono garantire ottimi margini di riuscita, proprio perché garantiscono la genuinità della prova e “inchiodano” il colpevole. Naturalmente per fare questo la vittima deve conservare ogni traccia e non cancellare nulla. Se è vero che la cattura della schermata non può essere considerata una valida prova in giudizio, tuttavia salvare sul proprio disco fisso le pagine incriminate o le e-mail generate automaticamente dal sistema di Facebook, può certamente essere di aiuto agli esperti nel ricostruire la prova, quella si, producibile in giudizio.
La prima autorità alla quale rivolgersi è senz’altro la Polizia Postale e delle Comunicazioni, che consiglierà per il meglio. Se l’illecito vuole poi essere portato in giudizio ai fini della condanna del colpevole o anche solo per il risarcimento del danno in sede civile, la presenza dell’avvocato diventa indispensabile, ma non di un qualsiasi avvocato, bensì di quelli, e fortunatamente in Italia ce ne sono diversi, che sappia come muoversi nel mondo digitale, magari con un’esperienza ventennale, che abbia cioè avuto modo di seguire l’evolversi della materia e sia al corrente delle ultime novità legislative e giurisprudenziali. Naturalmente occorrerà anche che lo Studio legale sia affiancato da un eccellente staff tecnico in grado di effettuare quelle operazioni di acquisizione della prova digitale di cui si è detto prima. Nel frattempo se il profilo diffamatorio è ancora attivo occorre segnalare l’illecito a Facebook che provvederà a “congelarlo”. Solo dopo si può pensare a un ricorso cautelare d’urgenza per ottenere l’inibitoria del comportamento illecito.

LLPT: Mettiamo che domani una persona che mi voglia danneggiare decida di commentare una mia foto in modo diffamatorio o scrivere qualche post su Facebook al solo scopo di denigrarmi. Che strumenti di tutela ho? Cosa posso fare nell’immediato per tutelarmi? È necessario anche in questo caso sporgere querela?

E.B.: La prima cosa è conoscere bene gli strumenti che Facebook stesso mette a disposizione, e quindi bloccare la persona, eliminare il post o il tag dalla foto, e segnalare il tutto a Facebook. Poi, come detto prima, rivolgersi alla Polizia Postale che ormai è ferratissima in materia, affrontando centinaia di casi al giorno. Naturalmente il modo migliore per evitare in radice che accadano cose di questo genere è stare bene attenti a selezionare le amicizie e sfruttare le opzioni che Facebook mette a disposizione. Io personalmente adotto la tecnica di suddividere prudentemente i miei contatti in Amici stretti, Amici, Conoscenti, e Contatti con restrizioni. Inoltre sto bene attenta a tenere chiusa la mia bacheca dai commenti esterni e a sottoporre alla mia autorizzazione la pubblicazione di elementi postati da terzi.

LLLP: Sappiamo che la polizia postale riesce a individuare gli indirizzi IP degli autori di illeciti su Internet, e quindi anche eventuali soggetti che abbiano commesso condotte illecite a mezzo Facebook. Ma ci si può rivolgere alla polizia postale autonomamente o bisogna prima aver sporto querela alla procura della repubblica? Quanto tempo impiega la polizia postale a individuare il responsabile? Dopo che sia stato individuato il responsabile, cosa si deve fare per far cessare la molestia?

E.B.: Ci si può rivolgere alla Polizia Postale autonomamente, che può raccogliere direttamente la querela, o presentarla alla Procura della Repubblica. I tempi di individuazione del responsabile da parte della Polpost variano in relazione alla tipologia di illecito commesso e in relazione alle sue modalità di esecuzione. Ad esempio, un profilo cancellato richiede senz’altro più tempo di un profilo attivo. Un illecito riguardante la pedopornografia sarà considerato più rilevante di una diffamazione. Possono passare settimane o mesi prima che le indagini volte ad individuare il responsabile portino ad esiti soddisfacenti. Ma ciò non deve indurre a disinteressarsi della propria reputazione in Internet. Una volta individuato il responsabile, infatti, sarà possibile agire sia in sede civile, sia penale, al fine di far cessare la molestia e ottenere la condanno e il risarcimento del danno.
In ogni caso, comunque, per rimuovere le pagine dal social network, sarebbe necessario agire tramite rogatoria internazionale che deve essere richiesta dalla magistratura: il server su cui gira Facebook è a Menlo Park, e dunque l’Italia non può intervenire direttamente. Si può invece chiedere alla società americana, grazie agli accordi di collaborazione, la chiusura della pagina in tempi rapidi. Ma se ciò non è accompagnato dalla richiesta di sequestro preventivo, si perdono tutti i dati relativi alla pagina stessa e dunque risulterebbe impossibile poi risalire all’utente che l’ha realizzata.

 Grazie Elena per i tuoi suggerimenti. I nostri lettori te ne saranno certamente grati.

Fonte: La legge per tutti - Autore: Avv. Elena Bassoli

martedì 30 ottobre 2012

Il pedoporno è parassita

Secondo una ricerca di IWF, i contenuti online più o meno sessualmente espliciti sono spesso preda di siti terzi. E' necessario, dicono i responsabili dello studio, che gli adolescenti siano consapevoli rispetto all'uso della Rete. 
 I minori che trasferiscono in Rete contenuti personali sessualmente espliciti potrebbero perdere il controllo della gestione di tale materiale: lo dice uno studio dell'Internet Watch Foundation (IWF), secondo cui l'88 per cento di foto e video generati dagli stessi giovanissimi netizen vengono prelevati dalla collocazione originaria per essere pubblicati su altri siti.I risultati della ricerca supporteranno l'azione di difesa e  prevenzione condotta dallo UK Safer Internet Centre - organismo co-fondato dalla Commissione Europea in partnership con Childnet International, South West Grid for Learning e Internet Watch Foundation - al fine di educare bambini e giovani all'uso coretto e sicuro di Internet. Lo studio in questione è stato avviato per appurare quanti autoscatti o fotografie dai contenuti pruriginosi realizzate con il consenso dei soggetti coinvolti fossero online, scoprendo che gran parte del materiale intercettato è stato preda di utenti adulti che lo hanno spostato su altri domini. Questi siti "parassiti", avvertono i responsabili del monitoraggio, sono spesso creati con l'unico scopo di offrire immagini e video sessualmente espliciti i cui protagonisti sono minori. Quanto ai numeri, dei 12.224 contenuti tra immagini (7.147) e clip (5.077) analizzate su 68 diversi siti Web, 10.776 comparivano anche su siti "parassiti". Solamente in 14 circostanze i ricercatori non sono stati in grado di determinare se si trattasse di un sito parassita. I dati sono stati raccolti nel mese di settembre 2012.
"Questa ricerca fornisce indicazioni preoccupanti sul numero di foto e video presenti su Internet in cui sono coinvolti minori in pose e atti sessualmente espliciti", ha commentato Susie Hargreaves, CEO di IWF. "Lo studio ha inoltre sottolineato - spiega Hargreaves - la rilevanza della questione relativa al controllo dello stesso materiale, poiché non basta semplicemente rimuoverlo dai siti parassiti una volta che è stato scovato". Il capo di IWF, dunque, pone l'accento sulla consapevolezza circa l'uso della Rete che i giovani utenti dimostrano di non avere: deve essere chiaro che una volta caricati online, i contenuti potrebbero non essere mai più cancellati completamente. Per questo motivo, le organizzazioni impegnate nella tutela dell'infanzia, avvisano sulla pericolosità di pratiche controverse come il sexting, che molto spesso prevede lo scambio di immagini e filmati dai contenuti compromettenti. Sulla questione, è intervenuto anche Will Gardner, direttore dello UK Safer Internet Centre presso Childnet, secondo il quale il ruolo dell'educazione e del dialogo con gli adolescenti è centrale nel costruire una consapevolezza solida sulle possibili conseguenze che potrebbero sopraggiungere con la condivisione di contenuti che ci si potrebbe pentire di aver catturato.
Fonte: Punto Informatico - Autore: Cristina Sciannamblo

martedì 25 settembre 2012

Acquisti Alimentazione Ambiente Casa Diritti New media Salute Servizi Soldi Viaggi Internet e minori, CESE: più tutela vs contenuti dannosi

L’Europa non deve privilegiare il commercio elettronico a discapito della tutela dei minori dai nuovi pericoli del web. Sebbene Internet non sia stato concepito pensando ai minori, il 75 % di essi oramai lo utilizza e comincia fin dalla più tenera età. La Commissione UE deve fare di più per proteggerli dalla pubblicità pericolosa e dai contenuti dannosi. E’ quanto chiede il Comitato economico e sociale europeo che, nella sessione plenaria del 18-19 settembre, ha adottato due pareri in materia di pubblicità diretta a giovani e bambini, Internet e media sociali, sollecitando l’introduzione di norme specifiche di tutela.
“Sono sempre più numerosi i bambini, a volte in tenera età, che guardano la televisione o navigano su Internet da soli, senza essere controllati da nessuno. Il 38 % dei minori tra i 9 e i 12 anni già dispone di un profilo online e la percentuale arriva al 78 % negli adolescenti di età compresa tra i 13 e i 16 anni. Si tratta di un nuovo fenomeno da tenere sotto controllo” ha spiegato Jorge Pegado Liz, relatore del parere del CESE sulla pubblicità diretta ai giovani e ai bambini.
Per essere più convincente la pubblicità ha iniziato ad usare strategie di marketing di prodotto più sofisticate e la sua influenza non riguarda più soltanto la TV: la pubblicità viene ormai diffusa sempre più da Internet e dalle reti sociali, rendendo necessarie misure trasversali più restrittive. Le norme attuali non bastano, anzi sono state abbandonato anche le limitazioni relative all’inserimento degli spot pubblicitari.
Secondo il CESE, la comunicazione dell’UE sulla Strategia europea per un Internet migliore per i ragazzi è stata un’occasione persa per quanto riguarda la creazione di un quadro coerente per la protezione dei minori, in quanto non contiene norme chiare sulla pubblicità né alcun riferimento alla pubblicità di prodotti alimentari che, secondo il CESE, dovrebbe invece formare oggetto di una regolamentazione specifica.
Il Comitato sostiene l’obiettivo dell’UE di creare un mercato digitale unico competitivo, ma mette in guardia contro le misure che privilegiano il commercio elettronico rispetto alla protezione dei minori. L’autoregolamentazione degli operatori del settore non è una misura sufficiente per garantire la protezione dei minori online. “La comunicazione sembra essere più attenta alla crescita del business che alla protezione dei minori – avverte Antonio Longo (Italia, gruppo Attività diverse), relatore del parere sulla Strategia europea e direttore di Help Consumatori – Sulle questioni più importanti, come la tutela dei dati personali o la pedopornografia devono essere varate norme rigorose che, in caso di violazione, prevedano anche la chiusura immediata dei siti e la revoca delle autorizzazioni”.

lunedì 2 aprile 2012

Adesca minori via internet, pedofilo in manette a Teramo


Avrebbe adescato via internet decine di bambine tra gli 11 e i 14 anni in varie citta' d'Italia. Agenti della sezione della Polizia Postale di Teramo e del Compartimento di Pescara hanno arrestato un teramano di 33 anni.

La tecnica usata dall'uomo era quella del "grooming" spiegano dalla polizia postale, coordinata da Pasquale Sorgona'. L'uomo le costringeva a riprendersi in foto e video ose' tramite webcam. I dettagli verranno illustrati nel corso di una conferenza stampa che si terra' alle 10.30 negli uffici del Compartimento. Le ragazzine venivano adescate tramite Messenger, una diffusissima chat on line, e una volta stretto un rapporto di confidenza l'uomo, fingendosi 15enne, si faceva inviare foto e filmati ose', minacciando le sue giovanissime vittime. Nel giro di due anni, tra il 2009 e il 2010, ha "raccolto" circa 800 foto di una cinquantina di ragazzine tra gli 11 e i 17 anni che vivono in varie parti d'Italia. Ieri la polizia postale lo ha arrestato e rinchiuso nel carcere di "Castrogno", a Teramo, con le accuse di produzione di materiale pedopornografico, detenzione di materiale pedopornografico ed estorsione. A disporre l'arresto e' stato il gip del Tribunale dell'Aquila Marco Billi su richiesta del sostituto procuratore David Mancini.

LE INDAGINI

Le indagini della Polizia postale hanno preso il via, spiega Pasquale Sorgona', dirigente della Polizia postale, dalla denuncia presentata dalla mamma di una bambina che vive in Piemonte, rimasta vittima del 33enne. A seguito di questa denuncia, l'anno scorso, e' stato sequestrato all'uomo il primo computer che e' stato consegnato alla Polizia postale per effettuare gli accertamenti del caso e si e' capito che "non si trattava di un caso sporadico ma sistematico". L'uomo, che aveva diversi profili, cioe' era presente con diverse identita' su Messenger, stringeva amicizia con le sue vittime on line, creando un rapporto di fiducia e confidenza, per poi cominciare a chiedere alle sue amiche virtuali non solo foto nude ma anche di mastrubarsi davanti alla webcam. Lui, dal canto suo, diceva di avere la telecamera rotta, per non farsi vedere, e inviava foto di alcuni giovanissimi come se fossero le sue. Per convincere le piccole amiche le ricattava, dicendo di essere un hacker e di essere pronto ad "entrare" nei computer delle giovanissime per carpire le foto e inviare virus. Questa tecnica, detta di 'grooming', arriva in genere fino ad una richiesta di incontro ma il 33enne non avrebbe mai visto le sue vittime di persona. Fino ad oggi la Polizia postale ne ha identificate 35, che sono state sentite alla presenza di genitori e psicologi e all'epoca dei fatti avevano tra gli 11 e i 17 anni. Solo alcune hanno sporto denuncia, mentre altre hanno negato tutto. Le giovani vivono in varie regioni: Veneto, Piemonte, Lombardia, Toscana, Emilia, Campania e Sicilia e in Abruzzo l'area interessata e' quella dell'Aquila, dove e' stato registrato un caso. Le indagini non sono terminate: complessivamente i computer sequestrati sono tre, oltre a un hard disk, ancora da esaminare. La polizia postale invita a segnalare eventuali altri casi, se qualche ragazzina e' stata contattata da uno di questi nickname: Valeriux2010, Severe_winter, Lasabbiabrucia, Readyforsummer, Fruttoesotico. Al momento dell'arresto il 33enne, che viveva solo, ha infilato in un tritacarte un foglio con i suoi profili virtuali e le password, ma e' servito a poco.

POLPOST, C'E' SCARSA SENSIBILITA'

Per la Polizia postale c'e' "scarsa sensibilita'" al problema della pedopornografia on line e lo dimostra il fatto che "i bambini vengono spesso lasciati soli davanti al computer come se fosse solo una consolle per videogiochi" senza tenere conto degli effetti che l'utilizzo di internet puo' avere sulla vita reale. A dirlo e' stato questa mattina Pasquale Sorgona', dirigente della Polizia postale, commentando l'operazione che ha portato all'arresto di un 33enne della provincia di Teramo che adescava minorenni tramite Messenger e si faceva inviare foto e filmati ose' dietro minaccia. "Noi teniamo degli incontri nelle scuole per informare e sensibilizzare i giovani - ha aggiunto Sorgona' - ma forse sarebbe piu' opportuno sensibilizzare gli adulti, su questi temi". Il caso del 33enne arrestato - ha aggiunto Gianluca De Donato vice dirigente della polpost - dimostra che "l'orco entra in casa, attraverso internet, sotto mentite spoglie. I genitori delle vittime non immaginavano neanche lontanamente che potesse essere accaduto qualcosa del genere alle proprie figlie quindi e' bene prestare attenzione e controllare" cosa accade quando i bambini sono davanti al computer.

Fonte: abruzzo24ore.tv

mercoledì 6 luglio 2011

32enne cuneese arrestato dopo aver adescato su internet un 13enne milanese


L'uomo si è finto una ragazza e, ottenute con l'inganno alcune foto che ritraevano il giovane nudo, lo ha minacciato per convincerlo a consumare atti sessuali

Il fatto di cronaca con un minorenne come vittima si è svolto tra Cuneo e Milano. In Granda infatti risiede Carlo Mauro, 32 anni, con precedenti, che dovrà ora rispondere di violenza sessuale aggravata dalla minore età del giovane. L'uomo, già condannato per detenzione di materiale pedopornografico, aveva contattato il ragazzo lo scorso dicembre su un social network spacciandosi per una ragazza. Con il tempo era riuscito a ottenere dal minore alcune immagini, in cui si mostrava nudo, che sono state usate poi come arma di ricatto. Nel frattempo il cuneese aveva rivelato la sua identità e iniziato a chiedere con insistenza un incontro.Inserisci link I due si sono visti per quattro volte nell'arco di quattro mesi, nella zona vicina alla stazione della metropolitana milanese di Romolo, durante i quali il tredicenne era stato spinto ad atti sessuali espliciti, senza però mai arrivare a un rapporto completo. Sempre più psicologicamente provato dagli abusi, il ragazzino ha iniziato a manifestare un comportamento anomalo che ha insospettito i genitori che hanno scoperto sul suo cellulare un sms del pedofilo. Il giovane ha così rivelato ai genitori le violenze e il ricatto a cui era sottoposto, e con loro si è rivolto al commissariato per sporgere denuncia. Venerdì scorso gli agenti si sono presentati nell'abitazione del 32enne e, dopo aver sventato un suo tentativo di fuga dal tetto della mansarda, lo hanno arrestato. In casa gli agenti hanno sequestrato un gran numero di video e foto pedopornografiche tra cui quelle di altri ragazzini che l'uomo potrebbe aver approcciato nella rete. Proprio per questo le indagini sono ancora in corso e potrebbero portare ad identificare eventuali altre vittime.

Fonte: Targatocn.it

venerdì 1 luglio 2011

PhotoDna contro i pedofili Microsoft marchia le immagini


L'azienda sperimenta un'impronta "digitale" per le foto pedopornografiche, che consente di identificarle online in tempo reale e risalire a scatti collegati, con un vero e proprio archivio genetico dei file criminali

Quando la società si guarda nel grande specchio digitale della Rete, si vede esattamente com'é nella realtà, con le sue infinite diversità e frammentazioni. Ma oltre a rappresentarle digitalmente, la Rete mette le persone in condizione di comunicare con modalità che rendono la vita piú facile. E tra i beneficiari della rivoluzione digitale ci sono anche i cybercriminali e i pedofili. Ma la tecnologia PhotoDna, presentata da Microsoft negli incontri sul Trustworthy computing dedicati alla sicurezza informatica é già un'arma efficace per contrastare il fenomeno dell'abuso di minori online.
Miliardi di immagini. "Ogni volta che un'immagine pedoporno viene scaricata e vista da qualcuno, il bambino abusato subisce una violenza", dice il National center for missing and exploited children, l'associazione che riunisce i minori vittime di abusi. E un crimine commesso negli anni Novanta, con immagini che vengono diffuse ancora oggi, si puó reiterare potenzialmente all'infinito. PhotoDna é una sofisticatissima tecnologia di riconoscimento di immagini sviluppata proprio con l'obiettivo di individuare foto pedoporno, analizzarle e comporre un vero e proprio codice genetico, che marchia per sempre l'immagine.

Dna digitale contro la pedofilia. Il sistema, ideato dalla Digital Crime Unit di Microsoft, costruisce quindi un archivio dati delle foto, con la collaborazione dei social network. Il risultato é che una volta indivduata, quella particolare immagine é marchiata per sempre, e sarà impossibile condividerla in Rete. PhotoDna é un sistema intelligente, in grado di analizzare le immagini fino a riconoscere lo stesso file anche se in diverso formato o risoluzione, e comparandolo con l'archivio, puó aiutare a identificare immagini simili, con ad esempio la stessa vittima coinvolta, anche in un altro momento. Questo perché le immagini vengono costantemente alterate dai pedofili, per renderne piú semplice la condivisione e piú difficile l'individuazione.

Una Rete complessa. Oltre ai forum e ai social network esistono peró altri modi per diffondere le immagini, ad esempio gruppi di discussione privati e catene di email. L'unico modo per investigare a fondo sul fenomeno comporterebbe la rinuncia a un alto livello di privacy per gli utenti. L'Unità anticrimine di Microsoft funziona al momento negli Stati Uniti, dove con la collaborazione di Google, Aol e Facebook e le segnalazioni dei volontari, l'azienda costruisce una rete di protezione e un archivio di Dna fotografici. A Redmond pensano di espandere il programma di protezione a livello globale, uno scenario in cui peró entrano in gioco le legislazioni degli Stati sovrani e le politiche sia governative che di gestione dei dati da parte degli internet provider.

Fonte: Repubblica.it - Autore: Tiziano Toniutti

mercoledì 25 maggio 2011

Dead or Alive fermato per pedopornografia


Severa la legge svedese sulla pedopornografia. Severa al punto che nel Paese non verrà distribuito il gioco Dead or Alive: Dimensions, il titolo "picchiaduro" per la nuova console Nintendo 3Ds. Una censura confermata dall'azienda stessa di Kyoto e che potrebbe estendersi anche alla Norvegia e alla Danimarca. Per le stesse ragioni, come racconta Eurogamer Svezia che cita Neogaf: tre dei personaggi giocabili nello storico titolo di Team Ninja, le lottatrici Kasumi, Koroke e Ayane violano la legge svedese perché hanno meno di 18 anni e vengono mostrate in pose pornografiche. Non è tanto il gameplay a creare problemi, quanto la modalità Figure Mode, nella quale i personaggi possono essere "fotografati" da ogni angolazione. Le tre ragazze, sono in effetti la tipica rappresentazione dell'immaginario erotico giapponese, lolite candide (ma anche letali, in questo caso). Il loro creatore è il fondatore stesso della softwarehouse giapponese, Tomonobu Itagaki: idolatrato in patria, quando sbarca in Occidente viene spesso "rimproverato" per aver puntato sulla sensualità di ragazze che - pur essendo meri avatar digitali - sono dichiaratamente minorenni. La risposta è secca: "In Giappone il fatto che abbiano 17 anni non crea problemi. Negli Stati Uniti basta dire che di anni ne hanno 20 e siamo a posto". In Svezia, invece, evidentemente no.
Fonte: Corriere.it - Autore: Federico Cella

mercoledì 27 aprile 2011

Pedopornografia, irruzione senza fili


Gli agenti statunitensi hanno seminato il panico tra le mura domestiche di un cittadino di Buffalo. Accusato di aver scaricato immagini illegali a mezzo WiFi. L'uomo è stato scagionato: non aveva protetto la propria rete
"Sei ripugnante, ammettilo. Un pedofilo!". Così un agente della U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE) ad un misterioso cittadino di Buffalo (New York), recentemente accusato di aver scaricato migliaia di immagini e filmati a sfondo pedopornografico. "Vi state sbagliando. Io non ho fatto niente", ha risposto l'uomo in preda al terrore. E infatti l'uomo si è rivelato del tutto innocente, dopo che gli agenti gli avevano perquisito laptop e dispositivo cellulare. Troppo esiguo il tempo per cancellare i file, dal momento che i federali avevano deciso di fare irruzione all'alba nell'abitazione dell'uomo. Grida, minacce. Alle 23:30 della sera prima il misterioso netizen Doldrum aveva iniziato a scaricare migliaia di immagini pedopornografiche, facendo scattare gli agenti che stavano già seguendo da tempo i suoi spostamenti online. Senza ordinanze specifiche, un provider locale aveva consegnato agli agenti l'indirizzo fisico dell'abbonato in questione. Con un piccolo dettaglio che è probabilmente sfuggito agli agguerriti agenti dell'ICE: il possessore di una connessione WiFi potrebbe non corrispondere al reale colpevole. Specie se il cittadino di Buffalo non si è mai preoccupato - e non si preoccupa più del 30 per cento della popolazione statunitense - di proteggere la propria rete. Tutto è bene quel che finisce bene. L'uomo è stato alla fine scagionato, mentre il venticinquenne John Lucchetti è finito nelle mani degli agenti a stelle e strisce. Doldrum sarebbe stato identificato anche grazie alla State University of New York di Buffalo, le cui infrastrutture di rete erano state sfruttate dallo stesso Lucchetti per lo scaricamento illecito di immagini.
Piccola curiosità: il misterioso uomo ha rinunciato a qualsiasi azione legale nei confronti degli agenti, preferendo invece la pubblicazione della vicenda sui quotidiani locali. ICE dovrebbe svolgere con più attenzione il proprio lavoro, soprattutto informarsi meglio sulle connessioni WiFi prima di fare irruzione in casa degli innocenti.
Fonte: Punto Informatico - Autore: Mauro Vecchio

giovedì 7 aprile 2011

Pedofilia: piu' 12mila al mese sul web


Sono 18.185 da inizio 2011 i nuovi siti pedofili e piu' di 12.000 al mese i consumatori di pedopornografia.


Emerge dal report di marzo dell'Osservatorio di Telefono Arcobaleno.L'attivita' dell'associazione ha consentito di individuare la costante crescita: +15% rispetto allo stesso periodo del 2010. La quasi totalita' della pedofilia online si concentra in Europa (51%) e Nord America (47%). Nel primo trimestre i consumatori italiani di pedofilia sono il 6% l'Italia e' al quarto posto in classifica.


martedì 29 marzo 2011

Pornografia minorile: il lato oscuro di Internet


Oramai nella nostra società la mancanza di un’informazione viene sopperita da Internet, che, grazie alla sua infinita mole d’utenza è continuamente aggiornato su ogni tipo d’informazione si cerchi. a comunità del Web non si fa’ mancare niente, chi sa qualcosa di particolare la pubblica, con lo scopo di divulgare tali notizie al mondo intero. A primo impatto ciò sembra qualcosa di grandioso, visto che milioni di dati di varie informazioni vengono inseriti ogni minuto, una realtà strepitosa, ricca di infinite potenzialità, sempre che questi strumenti siano correttamente utilizzati. Capita infatti che sul Web vengano postati numerosi contenuti illegali, quali film, giochi, programmi e musica per dirne alcuni, senza calcolare che l’uso che viene fatto di Internet è tristemente legato alla pornografia. Un recente sondaggio afferma che il 29% della popolazione italiana abusa della pornografia online, creando quasi una dipendenza e annullando in molti casi il desiderio sessuale verso le vere donne alimentando di conseguenza l’industria di farmaci sessuali. Probabilmente vi starete chiedendo dove sia la notizia, dato che queste informazioni sono già note a tutti, sarete curiosi di leggere la parte inerente al titolo dell’articolo, capire come la pornografia minorile si diffonda in maniera sempre più estesa e magari cosa spinge le persone a farne così largo usa. Innanzitutto và detto che non forniremo nomi di siti, ne pubblicheremo video dimostrativi o immagini per motivi che ovviamente potete benissimo immaginare. La nostra analisi di questo fenomeno comincia dalle richieste dei video divisi infatti per età dei protagonisti. Con grande gioia abbiamo notato che più l’età si faceva bassa più i video scarseggiavano, infatti se li cercassimo riguardanti ragazze sedicenni avremmo un maggior risultato rispetto a quelli dedicati alle undicenni. Un’altra importante categoria è quella della volontarietà del video. Questa appare come la categoria di più difficile interpretazione dato che tali video possono anche essere espressioni di terribili realtà. I video sono divisi tra “scherzosi” e “seri”. I video della prima categoria sono quelli nati in momenti goliardici, altamente privati e che violano il senso di riservatezza. In questi video solitamente i protagonisti sono molto disinibiti dato che ignorano una pubblicazione online e che quel video rimarrà in una stretta cerchia di intimi. La seconda categoria, sulla quale ci soffermeremo, è tristemente la più grave, dato che comprendono filmati che variano dal video di sesso tra minori, per incontrare i “classici” video con bambini, fino ad arrivare addirittura a video di violenze su ragazze. Non c’è bisogno che vi spieghiamo il perché questi video sono considerati “seri”, purtroppo non è difficile da capire, inoltre constatiamo che le infinite depravazioni dalla mente umana sembrano variare sempre più. Se da un lato è stato scientificamente provato che “la spinta sessuale verso un bambino è associata a gravi problemi psichici”, non siamo riusciti a trovare definizioni per le violenze sessuali, cioè, dei referti medici che associno l’eccitazione sessuale nel vedere una ragazza violentata ad un problema psichico, quindi, agli occhi della scienza (almeno per ora) ciò appare come una fantasia sessuale che, non potendo essere realizzata viene sfogata mediante questi video. Premettendo che non ho avuto il coraggio di vedere i video riguardanti i bambini, dei i quali mi sono solo appurato che fossero reali, sono rimasto impressionato da due filmati in particolare, il primo era svolto in una spiaggia nudista, nella quale un uomo riprendeva di nascosto una bambina di dodici anni che si trovava lì con la famiglia. La cosa inquietante di tale video era la freddezza di chi riprendeva, si notava una mano ferma e occhi solo per quella bambina, come se non stesse riprendendo per avere delle belle ragazze sul nastro ma per avere solo quella. Il secondo video era di una ragazza giapponese di tredici anni che mentre tornava da scuola veniva prelevata da due uomini in maschera su un furgoncino, portata in un prato isolato e violentata da entrambi gli uomini tra le sue urla disperate. Il video si concludeva con l’abbandono della ragazza nuda che piangeva disperata nel prato mentre i due uomini andavano via compiaciuti. Oltre a queste categorizzazioni esistono anche dei sistemi di voto per decretare il “video del mese” e cosa ancora più grave in alcuni siti esiste la possibilità di scrivere recensioni sui video senza tralasciare foto e racconti erotici che in questi siti fanno solo da contorno ad una community sempre più malata e insaziabile. Ovviamente tali siti sono difficili da raggiungere ed è difficile entrarci, creando quasi una sorta di esclusività solo per pochi, ma, per fortuna dei pedofili più sprovvisti, la rete mette a disposizione altri mezzi per soddisfare i propri bisogni, come per esempio i programmi di file-sharing, stracolmi di materiali ma soprattutto, cosa ancor più grave, accessibili a tutti. Non sappiamo fino a che punto si arriverà, ma oggigiorno è normale vedere la gente dibattere su argomenti abbastanza futili, tralasciando quei minori ai quali viene rovinata per sempre la vita per soddisfare il bisogno di un essere umano, e dei quali però, solo in pochi hanno il coraggio di parlare.

sabato 12 marzo 2011

Pedoporno online: 71% vittime under 14


Il 71% delle vittime della pedopornografia on line sono pre-adolescenti, il 4% sono bambini e il 25% adolescenti: e' quanto emerge da un'indagine di Inhope, network internazionale di hotline cofinanziato dalla Commissione Europea, che rappresenta i servizi di segnalazione di 39 paesi che combattono la diffusione di materiale pedopornografico on line.

Fonte: Ansa

venerdì 11 marzo 2011

Facebook: foto di bambini, non pubblicare immagini di minori


Secondo uno studio Americano il 92% dei bambini sotto i due anni è presente su internet già dai primi mesi di vita. Infatti sempre più genitori inseriscono le foto dei loro figli sulla rete, perché giustamente sono orgogliosi , e vogliono mostrare al mondo intero quanto belli siano i loro pargoli; anche questo è un modo per manifestare amore nei loro confronti.

Come genitore comprendo questa necessità,io stessa vado molto fiera dei miei piccoli e vorrei che tutti potessero vederli con i miei occhi. Dopotutto la foto di un bimbo, solitamente , fa tenerezza, strappa un sorriso…ci emoziona. Ma non tutti sono uguali,per questo non scordiamoci che come nella vita reale anche nel web esiste il male. Prendiamo ad esempio Facebook, il social network più in voga, non solo è zeppo di fotografie di piccolissimi, ma ho potuto notare che vi sono tanti bambini iscritti. Ora,ho i miei dubbi che questi bambini così piccoli abbiano potuto effettuare da soli la registrazione al social network! Capisco ancora una volta che le motivazioni possono essere tante,ad esempio un parente lontano: Facebook è un modo veloce per far conoscere un nipotino ai nonni,agli zii,tramite foto e pensieri. Giustissimo! Però allora cerchiamo di proteggerli da occhi indiscreti,e impostiamo le dovute misure per la protezione della privacy. Personalmente non credo che con una foto si possano correre dei seri pericoli fisici,ma perché dare la possibilità a chicchessia di appropriarsi dell’immagine del nostro bambino mentre fa il bagnetto nudo o in costume, gioca e sorride. Perchè rischiare che delle nostre immagini di famiglia qualcuno possa farne un uso improprio? Per noi sono sicuramente immagini innocenti ma esse rappresentano del prezioso materiale per chi innocente non è. Facebook, come Internet, è frequentato da tutti, anche da malintenzionati e, quando si tratta di bambini, i nostri timori riguardano principalmente la pedopornografia. A tale proposito Andrea Rossi, capo del Compartimento della Polizia delle Telecomunicazioni di Roma, all’ADNKRONOS afferma: “I genitori usino molta cautela nel pubblicare su Facebook le foto dei figli. Soprattutto se l’immagine è accessibile a tutti può essere utilizzata da chiunque, senza alcun controllo. L’uso di immagini di figli minori da parte di un genitore su Facebook è perfettamente lecito ma sconsigliabile: chi realizza pedopornografia ritiene più che appetibili immagini di questo tipo, in qualche modo ‘introduttive’ a quelle più ‘gravi “ . Massimo Di Giannantonio, docente di psichiatria all’università Gabriele D’Annunzio di Chieti, appoggia quanto affermato da Rossi e spiega all’ADNKRONOS : “I genitori che pubblicano le foto dei propri figli piccoli su Facebook sono sempre di più. Lo fanno perché spinti dalla voglia di mostrare il loro ‘frutto’ migliore. Il problema è che molti però sottovalutano i rischi. Sul web non mancano infatti i ‘malati distruttivi’ pronti ad approfittare della nostra buona fede“.“Se proprio si vuole pubblicare sul web un’immagine del proprio figlio, è bene usare alcune precauzioni. Ad esempio – conclude - non inserire mai nome, numero di telefono e il nome della scuola che frequenta il bambino“. Facebook è un luogo pubblico,visibile a tutti e frequentato da milioni di persone. Provate ad immaginare un locale,uno qualsiasi,un bar,una caffetteria,pub. “Esporreste la foto del vostro bambino nudo, in uno di questi luoghi pubblici? Questa è la domanda che pone Vittorio Paolo Fasciani – Specialista Informatico per Aquilone Blu- nel suo articolo, e che mi ha particolarmente colpito. E aggiunge anche come la rete internazionale dei pedofili scambino le foto dei bambini come fossero figurine: da quella di minor valore a quella di maggior valore. Da rabbrividire se ci pensate…

Fonte: Vitadamamma.com

martedì 1 febbraio 2011

Due mamme in divisa sfidano gli occhi in rete


Poliziotte in prima linea contro i criminali e i pervertiti che abusano dei bambini on-line IMMAGINATE di trovarvi in una stanza davanti a un grande schermo dove vengono proiettati immagini e filmati di scene di sesso fra adulti e bambini. Bimbette con gli occhi sgranati, corpicini di pochi anni in balia di uomini senza volto che sfogano le loro perversioni per condividerle in rete con gli altri pedofili, ma anche solo con l’insospettabile e nutrito popolo dei perversi in doppiopetto (sono un’enormità). E’ umanamente possibile resistere a questa vista? Non lo è.

E IMMAGINATE che lì, di fianco a voi, siedano le due poliziotte che hanno permesso la cattura di quegli uomini e, soprattutto, che sono riuscite a identificare la bimba con gli occhi sgranati e poi sono state capaci di risalire a un giro internazionale di depravati, mettendo così in salvo le loro future vittime, dai 2 ai 14 anni. E’ possibile guardarle in faccia senza commuoversi? Non lo è.

BENE, queste due donne esistono, sono madri di famiglia ma soprattutto sono poliziotte che onorano non solo un distintivo, ma che hanno sposato una causa: quella di combattere la pedopornografia in rete. E, dopo aver visto quelle immagini agghiaccianti, si può comprendere bene non solo quale capacità investigativa, ma soprattutto quanta forza d’animo queste agenti debbano avere e quale prezzo psicologico paghino per svolgere il loro compito: prima di incastrare il criminale, devono ‘frequentarlo’ in rete, devono intrattenere relazioni con lui, devono addirittura far finta di assecondarlo, di acquistare il materiale, mentre lui continua i suoi terribili abusi sui bambini e i suoi orrendi mercati. Poi, una volta intessuta la tela della cattura, il premio è grande quanto la sofferenza che hanno soffocato.

LA TASK FORCE contro i crimini dei pedofili su internet fa capo al Centro nazionale (Cncpo) della Polizia postale e delle comunicazioni, istituito con la legge 38 del 2006, e svolge territorialmente la propria attività nel compartimento regionale dell’Emilia Romagna, che ha sede nella nostra città: qui appunto operano l’ispettore capo Patrizia Corda e il sovrintendente Marilena Campioni, le due agenti che, con la loro squadra (un gruppo di otto investigatori qualificati e particolarmente motivati), svolgono operazioni sotto copertura e che in questi ultimi cinque anni hanno sgominato giri internazionali di pedofilia on-line, riuscendo così a mettere in salvo molti minori, soprattutto dell’Est, ma non solo.

QUESTE due agenti lavorano sempre in coppia, individuando sul web siti sospetti, ma entrano anche nelle varie chat con nickname simulati per farsi adescare dai criminali. Tessono la loro rete e arrivano a individuare la postazione dalla quale il pedofilo trasmette: solo a quel punto, quando sono certe di trovare il colpevole in flagranza di reato (basta che abbia il pc acceso con il file fuori legge), intervengono e lo consegnano alla giustizia.

DA quel momento partono indagini che permettono di risalire a complici o fiancheggiatori, a mercanti senza scrupoli ma, soprattutto, ai minori abusati. Bambini condannati a destini oscuri perché, anche se non moriranno, dentro sono stati ripetutamente uccisi. Una di queste due agenti ripete: «Ogni volta che qualcuno vede le immagini di pedofilia sul web, anche solo per curiosità, deve sapere che abusa nuovamente di quei bambini. Ogni clic è una nuova violenza».

PERCHÉ? Perché la domanda alimenta l’offerta: le immagini pedopornografiche non vengono prodotte infatti solo per il giro dei pedofili, ma anche per chi nutre, nella protezione di quattro mura, le proprie perversioni sessuali. E’ opportuno sapere che la legge non lo consente: è reato scaricare le immagini (non lo è invece se capita di vederle in streaming). Più gente le vede, più bambini condanna. Si chiama legge della domanda e dell’offerta.

GLI AGENTI della Polizia postale e delle comunicazioni del compartimento regionale, guidati dal dirigente Geo Ceccaroli, hanno compiti delicatissimi che li portano a collaborare con intelligence di tutto il mondo. Ogni indagine che parte dalla rete non ha mai confini nazionali. Fra i loro compiti, la lotta alla pedopornografia in rete è primaria, a partire dal monitorare costantemente il web per controllare gli spazi virtuali dove si adescano i bambini e i ragazzi, per arrivare poi ad oscurare i siti pedopornografici che vengono inseriti in una ‘lista nera’. Ovviamente occorre la collaborazione dei provider e della polizia di tutti i Paesi, nonché degli istituti di credito, perché il materiale incriminato viene pagato spesso con transazioni bancarie.

DUNQUE, il lavoro di intelligence è particolarmente sofisticato e delicato e le due agenti del nostro dipartimento, spesso affiancate anche dal sovrintendente Enzo Grillini, esperto in indagini criminali, seguono corsi dell’F.B.I.. e si tengono in costante aggiornamento. Internet è un mare infinito dove navigano anche cattivi travestiti da buoni. Gente che un tempo offriva caramelle e oggi ricariche dei cellulari. E i nostri ‘angeli del web’ hanno il difficilissimo compito di smascherarli.

Fonte: Il Resto del Carlino - Autore: Gaia Giorgetti