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lunedì 13 novembre 2017

Il vademecum sicurezza dello smartphone

Consigli sicurezza dispositivi mobili

  1. Mantenere il dispositivo mobile con le ultime versioni del software mediante aggiornamento del sistema operativo e gli altri applicativi che si utilizzano perché gli aggiornamenti spesso includono patch contro vulnerabilità e minacce alla sicurezza che potrebbero essere utilizzate e sfruttate contro l’utente.
  2. Attivare l’antivirus per prevenire potenziali problemi e per proteggere i dati del dispositivo.
  3. Impostare una tipologia di blocco dello schermo. Questa misura rappresenta la prima linea di difesa contro l’accesso ai nostri dati personali in caso di tentativo da parte di terzi di accedere al dispositivo, ad esempio in caso di smarrimento o furto. L’impostazione base prevede la scelta di una password alfanumerica o di un PIN.
  4. Attivare il PIN di blocco della SIM. Molto spesso ci si preoccupa di proteggere il proprio smartphone ma ci si dimentica di impostare un blocco a livello di scheda SIM. È consigliabile attivare anche il blocco SIM, per garantire anche la massima protezione della scheda stessa e dei dati che contiene.
  5. Installare applicazioni solo dagli Store ufficiali e proveniente solo da fonti attendibili. Gli store ufficiali quali Google Play Store, Apple App Store e Samsung Galaxy Apps sono la scelta più sicura ed offrono maggior protezione anche se recentemente sono state segnalate app lecite ma portatrici di malware (il caso CCleaner è il più recente n.d.r.). Inoltre, è buona norma disabilitare dal menù Impostazioni, l’installazione da sorgenti sconosciute e verificare attentamente che l’applicazione in installazione sia quella che effettivamente l’utente desidera usare, cercando di evitare nomi o logo simili, spesso creati appositamente per trarre in inganno. (si veda il caso del falso whatsapp d.r.)
  6. Verificare le autorizzazioni concesse alle applicazioni. Quando si installa o si utilizza una nuova applicazione, bisogna verificare le informazioni alle quali l’applicazione vuole accedere, analizzando attentamente i messaggi in cui viene richiesto di autorizzare l’app per l’accesso ai contenuti del dispositivo.
  7. Prestare attenzione quando si forniscono informazioni personali.Il phishing è un tipo di truffa attraverso la quale un malintenzionato cerca di ingannare la vittima convincendola a fornire informazioni personali, codici di accesso, dati della carta di credito o del conto corrente, fingendosi un ente affidabile in una comunicazione digitale. Normalmente il phishing ha l’aspetto di una email che invita l’utente a cliccare un link e ad inserire i propri dati. È fortemente consigliato cancellare tutte le email sospette che si ricevono, specialmente se includono link o allegati. Se si pensa che il messaggio provenga veramente dal mittente indicato, è utile verificare direttamente con il mittente, o con l’azienda per la quale lavora, nel caso in cui l’email provenga da un mittente aziendale.
  8. Abilitare la cifratura dei dati mediante abilitazione delle funzionalità di default per la crittografia; questa misura consente anche di proteggere i propri dati in caso di furto o smarrimento attraverso una password che viene richiesta solo all’accensione.
  9. Abilitare il controllo remoto del proprio dispositivo in caso di smarrimento o furto per poter geolocalizzare oppure bloccare il proprio telefono a distanza.
  10. Ripristinare il dispositivo prima di rivenderlo come usato, ripristinandolo alle condizioni di fabbrica. Il consiglio è di verificare che la cifratura sia attiva prima di eseguire la cancellazione dei dati, cosi che non rimangano informazioni e contenuti personali al suo interno.

venerdì 27 ottobre 2017

Smartphone e bambini: una soluzione G Data per proteggere i figli interconnessi

gdataCon la ripresa delle attività scolastiche riemerge anche la voglia di telefonino dei più piccoli, che – secondo quanto riportato da G DATA in occasione degli incontri con le scuole elementari e medie del nord Italia la scorsa primavera – dispongono di smartphone o tablet abilitati alla navigazione già dall’età di 9 anni. In un’epoca di forte diffusione degli strumenti digitali e di opportunità di accesso a informazioni potenzialmente inadeguate all’età dei fruitori dei dispositivi mobili, ci si chiede sempre più spesso, come bloccare anticipatamente attività rischiose o spiacevoli per i più giovani, o come minimizzare attività di cyberbullismo, cyberstalking e adescamento online, rischi purtroppo sempre più diffusi.
G DATA risponde alle esigenze delle famiglie moderne con una soluzione integrata,  versatile, ideale per regolare l’uso dei dispositivi Android da parte dei più piccoli. Della suite Mobile Internet Security di G DATA abbiamo già parlato in altre occasioni, ma non abbiamo mai menzionato che la stessa presenta, tra le numerose funzionalità, lo specifico menu “Protezione minori”, messo a punto per tutelare le attività di minorenni e bambini. Genitori o eventuali tutori, anche non particolarmente esperti, possono abilitare il “Angolo Bambini” o “Angolo Ragazzi” sul dispositivo in pochi istanti.
G Data

Come funziona la protezione minori di G Data

Il menu Protezione Minori consente di selezionare le app che potranno essere effettivamente usate dal bambino e, per ciascuna, di impostare un tempo effettivo di utilizzo. In aggiunta, è possibile definire luoghi o distanza in chilometri da un’ubicazione predefinita in cui è consentito utilizzare una data app, negli orari prestabiliti. Un’applicazione di cui si autorizza l’uso tra le mura domestiche non necessariamente sarà fruibile a scuola.
Il profilo bambini della suite G DATA Mobile Internet Security per Android integra anche un browser per bambini che può essere sovrapposto al browser predefinito. Genitori o tutori potranno restringere ulteriormente l’accessibilità a siti web creando elenchi di siti autorizzati (whitelist) o da evitare (blacklist).
Ulteriori opzioni, facili da impostare, includono il blocco del Wi-Fi, il blocco delle chiamate (lasciando abilitata la possibilità di chiamare numeri di emergenza), il blocco del volume e la selezione di un limite temporale globale, che influisce sul tempo a disposizione per l’uso dello smartphone o tablet e permette di tenere sotto controllo le abitudini d’uso dei propri figli.
Agli adolescenti la suite lascia maggiori libertà in termini di navigazione, senza rinunciare al controllo dell’orario o della posizione geografica per autorizzare l’impiego dell’una o l’altra applicazione. Dato che i ragazzi essenzialmente scaricano “l’impossibile” sul telefono o tablet, G DATA Mobile Internet Security consente di scandagliare rapidamente il dispositivo alla ricerca di tutti i software installati e delle relative autorizzazioni di accesso alle risorse del terminale. In questo modo è possibile identificare facilmente potenziali applicazioni spia da rimuovere. L’analisi del traffico dati in tempo reale consente infine di tracciare e bloccare un eventuale comportamento anomalo di app con connessione al Web.
Entrambi i profili assicurano un controllo diretto delle attività dei minori e garantiscono ai genitori un buon livello di intervento. Il filtraggio dei contenuti inappropriati e l’abilitazione di determinate applicazioni rappresentano un meccanismo di grande impatto sulle abitudini dei ragazzi e un concreto provvedimento a favore della loro sicurezza.
Riflessione personale : ottima suite (installata sul mio smartphone android da tempo) che, a differenza di altre, consente il distinguo tra un utilizzo dei bambini e quello degli adolescenti. Snella e veloce, consente un'ottima protezione a 360 gradi con un monitoraggio costante dell'attività dei propri figli. Se a casa possiamo infatti controllarli mediante sistemi quali "Routerhino" , quando sono fuori con gli amici, ne perdiamo il controllo. Questo è un sistema di parental control efficace integrato con l'antivirus davvero efficace. Consigliato!

lunedì 27 febbraio 2017

Sicurezza a scuola? Come nelle aziende… o quasi

Gestire la sicurezza di qualche decina di PC in mano a studenti medi e superiori non è una passeggiata. Ecco quali sono le strategie adottate dagli esperti per mantenere il controllo della situazione.

Di “rivoluzione digitale” a scuola sentiamo parlare da anni e, anche se con una certa lentezza, anche in Italia computer e tablet hanno fatto il loro ingresso nei vari istituti scolastici. Un ambiente in cui il tema della sicurezza ha profili particolari. Più ancora dell’integrità dei sistemi e del loro corretto funzionamento, infatti, all’interno degli istituti scolastici conta la protezione dei dati personali degli studenti e la loro tutela in quanto minori.  Ma quali sono le necessità e le strategie per gestire la sicurezza informatica in un ambiente del genere? Giulio Vada, Country Manager per l’Italia di G DATA, non ha dubbi: gli strumenti necessari sono quelli con cui normalmente si proteggono le infrastrutture di una grande azienda.
“G DATA collabora con numerose scuole in Italia e nel mondo” spiega Vada, “e le soluzioni che offriamo sono derivate da quelle che utilizziamo per i nostri clienti corporate”. Lo scenario di chi deve gestire una rete di computer in un istituto scolastico, infatti è più complesso di quanto possa sembrare e l’uso di strumenti pensati per proteggere i dispositivi in un contesto “casalingo” sono insufficienti. Prima di tutto perché ci si trova ad avere a che fare con una situazione insolita: il numero degli utenti è superiore a quello delle postazioni e ogni computer viene utilizzato da un gran numero di persone diverse.
Per rendersene conto è sufficiente considerare i dati riportati in un caso studio pubblicato dalla stessa G DATA, riguardante il Colegio Retamar di Madrid. Nel prestigioso istituto spagnolo sono presenti circa 200 dispositivi, ma a utilizzarli sono ben 2.100 studenti e 150 insegnanti.A complicare le cose ci sono anche altri elementi. “Nella maggior parte dei casi non esiste un equivalente dell’IT Manager, il che significa che molto spesso la gestione dei sistemi è affidata a qualche volenteroso professore”.
In condizioni del genere, affidare la gestione della sicurezza a chi utilizza in prima persona il dispositivo è assolutamente impossibile. “L’unica strategia possibile è quella di centralizzare la gestione” prosegue Vada “in modo che i sistemi di protezione possano essere tenuti sotto controllo nonostante le particolari condizioni di utilizzo”.Insomma: un classico sistema di gestione degli endpoint che permette di avere una visione d’insieme della rete e del parco macchine, con un accento particolare sulla facilità d’uso, che deve essere sufficiente per consentirne l’utilizzo anche da parte di chi non ha conoscenze approfondite della materia.

Protezione dei minori

Gli strumenti necessari per garantire la sicurezza dei terminali, poi, devono avere caratteristiche specifiche. L’attività di controllo sulla navigazione Web, che nelle aziende è una semplice opzione, diventa per esempio indispensabile. E non solo per evitare che i ragazzi possano imbattersi in contenuti inappropriati, ma anche per evitare un utilizzo improprio dei computer e della rete.
“Tra gli studenti ci sono anche i classici “smanettoni” che potrebbero essere tentati di utilizzare i computer per compiere azioni illegali o dannose, come guardare film in streaming o scaricare contenuti protetti dal diritto d’autore” puntualizza Vada. Un discorso a parte è quello che riguarda il collegamento di dispositivi esterni, come gli smartphone o le chiavette USB. “Il software di protezione integra un sistema per impedire il collegamento di unità di memoria USB sconosciute. Considerato il numero di utenti, permettere di collegare qualsiasi chiavetta esporrebbe l’intera rete al concreto rischio di un’infezione da parte di malware”.
Senza contare che il parco macchine presenti in molti istituti scolastici non è precisamente “lo stato dell’arte”. Ci si trova spesso ad avere a che fare con macchine piuttosto datate, magari frutto di donazioni, e con sistemi operativi obsoleti (il solito Windows XP) per i quali il supporto da parte del produttore è cessato da tempo. Una situazione che potrebbe essere mitigata (almeno in parte) attraverso un sistema di patch management centralizzato. I costi, però, risultano spesso troppo elevati per i risicati budget delle scuole.

Oltre le tecnologie

Stando all’esperienza di Giulio Vada, gli accorgimenti tecnici e il tipo di prodotto usato per proteggere le reti all’interno delle scuole sono solo uno degli aspetti da considerare. “Una parte fondamentale del nostro lavoro è quello di collaborare con professori e studenti per migliorare l’alfabetizzazione in tema di sicurezza. Quando troviamo una buona disponibilità anche da parte dei genitori, che hanno un ruolo fondamentale sotto questo aspetto, riusciamo a ottenere ottimi risultati”. Un ragionamento che coinvolge anche la filosofia BYOD (Bring Your Own Device) particolarmente importante in un ambiente come quello degli istituti formativi. Un’esperienza in questo senso è stata fatta in Olanda.
Il caso di studio è quello della ROC Kop van Noord-Holland and Scholen aan Zee, che con 8 istituti e 6000 studenti rappresenta una sfida notevole in termini di sicurezza. Qui G Data ha implementato un sistema completo di protezione che comprende anche il controllo dei dispositivi mobili dei ragazzi, che hanno cominciato a utilizzare i sistemi di protezione anche a casa. Uno scenario ideale, che per diventare una pratica diffusa anche in Italia richiede però uno scatto in avanti per quanto riguarda la formazione di una cultura condivisa della sicurezza. Di strada da fare, insomma, nel nostro paese ce n’è ancora molta.

sabato 14 gennaio 2017

Proteggere i dati significa proteggere le persone e la ricchezza del paese

Dopo il caso Eye Pyramid, il tema del cyberspionaggio diventa oggetto di dibattito pubblico. Secondo il ceo di NTT Data Italia i dati vanno protetti perché “sono il petrolio del paese”

Parliamo del caso del giorno, la vicenda Eye Pyramid, con Walter Ruffinoni, attuale CEO di NTT Data Italia, partner del distretto di Cybersecurity di Cosenza. L’occasione è l’intervista a SkyTG24 dove ha potuto dare il suo punto di vista sui temi della sicurezza e sulle prospettive del nostro paese dove l’azienda ha deciso di investire in talento e innovazione, proprio al Sud.
Ruffinoni, intanto ci dica cosa fate a Cosenza
Siamo partner del Distretto di cybersecurity insieme a Poste e all’università della Calabria per creare soluzioni di protezioni dai cyber attacchi per aziende, istituzioni e privati. In quella sede costruiamo soluzioni basate anche sulle tecnologie ed esperienze giapponesi, come Dymora, visto che la protezione dell’end user è per noi una priorità. DyMoRa è una soluzione permette di avere sul proprio device mobile un’area sicura e non accessibile ai malintenzionati dove scambiare informazioni (es per i CdA) o per tenere in sicurezza i dati sensibili.
Lei ha detto infatti anche in altre interviste che Informazione e dati sono la ricchezza del paese
E lo ripeto: la sicurezza è un asset fondamentale per costruire la digitalizzazione di un paese con l’obiettivo di avere servizi più semplici ma allo stesso tempo sicuri dagli attacchi informatici. Oggi l’Informazione ha un valore sempre più alto e il rapporto stato-cittadino va digitalizzato in maniera sicura. Il dato è la vera moneta di scambio e la vera ricchezza. Per questo i dati fanno sempre più “gola” ai cybercriminali. Oggi il perimetro da controllare si dissolve ed i singoli end user diventano il nuovo perimetro da mettere sotto controllo: con la commistione digital/fisico e l’interconnessione di cose, persone e organizzazioni si apre un nuovo campo di vulnerabilità prima sconosciuto.
È sufficiente quello che fanno le aziende in Italia?
In Italia le aziende hanno messo in campo una serie di soluzioni focalizzate maggiormente sul tema della protezione perimetrale, il controllo degli accessi logici ai sistemi a diverso livello (applicativo, sistemistico e DB) e il tracciamento delle operazioni svolte da utenti e amministratori di sistema. Le principali aziende italiane, sicuramente le più grandi, hanno poi riconosciuto come questo atteggiamento “statico”, focalizzato sulla messa in campo di contromisure puntuali, non potesse rimanere al passo con una dinamica tecnologica che favoriva il rapido diffondersi di nuove vulnerabilità e il nascere di nuove e sempre più sofisticate tecniche d’attacco.

Il caso Eye Pyramid: tecnica, prevenzione e conseguenze

Veniamo al caso Eye Piramid. Cosa è successo dal punto di vista tecnico?Come è potuto accadere?
Il caso Eye Pyramid è un caso di malware infection avvenuto attraverso una email malevola (una email da indirizzo valido di uno studio legale con un allegato altrettanto “valido” – un pdf che però camuffava il virus). Questo malware ha creato una botnet tra i computer infetti. Sono stati poi selezionati i pc delle persone “interessanti”. Inoltre in questo caso sono stati infettati account di domini “ufficiali” di enti specifici (es bancaditalia.it, esteri.it, tesoro.it etc).
In questa rete venivano monitorati account specifici di persone rilevanti in termini istituzionali o di potere e sono stati creati una serie di dossier memorizzati su server negli Stati Uniti. I dossier contenevano di fatto info scambiate principalmente via email dagli interessati e il file dossier veniva poi spedito a una serie di email controllati dagli attaccanti.
Le mail inviate erano rimosse in tempo reale e non lasciavano traccia. Non è ancora chiaro come venivano utilizzati i dati raccolti, probabilmente potevano essere commercializzati sul mercato (deep web).
Cosa avremmo potuto fare per fermarlo?
Tutto è nato da un click su un allegato. Una “cosa banale”. Non si tratta di un malware nuovo, ma già in circolazione dal 2008. Ma si tratta di una malware “poliformo” che ha tra le sue caratteristiche quella di mutare in modo da non essere riconosciuto dai normali antivirus. La mutazione avviene sia comandata dal centro di comando, ma può anche essere programmata internamente al malware e attivarsi automaticamente.
Contro questi malware non basta un buon antivirus?
Non esiste una soluzione automatica che protegge. Molte email che nascondono malware fanno anche leva su aspetti psicologici molto raffinati, puntando su paura, senso del dovere, o sul rispetto delle regole etc.
È per questo che all’aumentare delle difese, gli attacchi non diminuiscono?
La digitalizzazione può aumentare le potenziali vulnerabilità, ma l’errore umano è una della cause principali tramite cui si riesce a inserire un malware.
Cosa si poteva fare per prevenire?
Difficile prevenire. Solo attenzione anche di fronte a mittenti sicuri. Sempre prestare molta attenzione a click a link e all’apertura di allegati anche “innocui” come un pdf, appunto.
In caso di dubbio?
Beh, direi di fare un check online googolando il nome dell’allegato della mail: spesso si trovano segnalazioni di pericolo. Consapevolezza ed educazione sono i due maggiori ambiti su cui lavorare per mitigare il rischio a livello individuale.

Il problema, le soluzioni, l’utente finale

Quali sono allora le soluzioni possibili in questo scenario?
Occorrono maggiori investimenti per aumentare la collaborazione del cittadino nella condivisione delle informazioni di cui è proprietario nel rispetto della privacy, al tempo stesso investimenti nell’educazione per evitare di condividere informazioni che paiono innocue e che in realtà possono essere usate per social engineering.
Occorre anche maggiore trasparenza da parte degli attaccati per scoprire e denunciare nel più breve tempo possibile questi attacchi. In questo caso è stato possibile scoprire l’attacco solo quando casualmente una di queste mail è stata ricevuta dall’Enav che si è insospettito e ha girato tutto al CNAIPIC che ha avviato le indagini.
Prevenire è difficile, ma si può fare qualcosa per capire se un PC è infetto?
Spesso gli attacchi non vengono riconosciuti immediatamente. In media occorrono 200 gg prima di scoprire un attacco. Il singolo individuo difficilmente ha capacità e strumenti per analizzare e scovare il virus. Però può far valutare le situazioni che ritiene sospetti da esperti. Ad es, la polizia postale o società specializzate.E’ comunque sempre buona norma tenere sempre aggiornati i propri sistemi di sicurezza (firewall, antivirus) e cambiare spesso anche le proprie password.
Ma può bastare visto che non solo le persone, ma anche le infrastrutture sono sotto attacco?
Dal sistema energico a quello finanziario per arrivare alla comunicazione, le infrastrutture critiche sono interconnesse e vitali per il funzionamento di un paese. Alcuni studi europei hanno evidenziato come un black out di una sola di queste infrastrutture porterebbe al collasso un paese intero. Senza energia elettrica col passare delle ore tutti i servizi fondamentali per la vita di una nazione smetterebbero di funzionare causando anche dei decessi.

sabato 1 ottobre 2016

I migliori Antivirus per Android 2016

La diffusione degli smartphone e tablet è in continuo aumento ed a farla da padrona sono soprattutto i dispositivi funzionanti con sistema operativo Android.
Ciò è dovuto soprattutto alla notevole quantità di App disponibili per Android, molte delle quali disponibili gratuitamente, ed anche al fatto che si tratta di un sistema operativo open source e quindi a disposizione di tutti.
Il rovescio della medaglia è che questa sua diffusione ha portato anche allo sviluppo e al diffondersi di malware, spyware o trojan soprattutto per il fatto che molte persone utilizzano “canali non sicuri” per scaricare App Android.
Perciò è diventato quasi d’obbligo avere un’App Antivirus Android che serva come protezione contro eventuali minacce presenti sul proprio dispositivo o sulle App che si installano.
 Le offerte sono molte, in questo articolo vediamo la lista comparativa delle App Antivirus Android più diffuse, circa una ventina di Antivirus Android, testati e comparati da AV-TEST – The Independent IT-Security Institute, in modo da avere l’idea su quale sia la migliore App Antivirus per Android che offra una protezione più solida.

Le valutazione delle App Antivirus Android seguono i criteri seguenti:
  • Certificazione
    Per ricevere la certificazione AV-TEST, occorre che l’App raggiunga un punteggio pari ad almeno 8.0 punti come media tra i punteggi ottenuti. La media è calcolata tra il punteggio ottenuto nella sezione “Protezione”, che include i risultati riguardanti il rilevamento di malware (combinati tra quelli on-demand e on-access) e tra il punteggio ottenuto nella sezione “Usabilità”, che include i risultati ottenuti sulle prestazione ed i falsi positivi, un punto extra viene aggiunto in caso siano presenti funzionalità aggiuntive.
  • Punteggio Protezione
    Riguarda il punteggio assegnato in base al rilevamento di malware.
    Il punteggio assegnabile più elevato è di 6.0 punti. Il valore associato ad un rilevamento medio è di 3.5 punti. Il valore più basso è di 0.0 punti.
  • Punteggio Usabilità
    Il punteggio riguardante l’usabilità dell’App Antivirus Android è composto dai punteggi delle prestazioni e quello dei falsi positivi.
    Le prestazioni vengono calcolate partendo da 6.0 e togliendo 2 punti per ogni impatto che arreca l’App Antivirus Android sulle prestazioni del dispositivo. Sono prese in considerazione come motivazioni che arrecano impatto negativo per le prestazioni le seguenti: “impatto sulla durata dela batteria”, “utilizzo di traffico dati elevato” e “rallentamento”.
    Il punteggio per i falsi positivi parte sempre da 6.0 punti togliendo 1 punto per ciascun falso positivo rilevato.
    Il punteggio sull’usabilità è quindi la somma dei punteggi sulle prestazioni e falsi positivi diviso due.
  • Punto extra per Funzionalità Aggiuntive
    Se l’App Antivirus Android offre almeno due funzionalità di sicurezza aggiuntive oltre a quella per la protezione contro i malware, viene attribuito un punto aggiuntivo.
    Le funzionalità aggiuntive possono includere per esempio: Anti-Theft (protezione contro il furto), Safe Browsing (protezione durante la navigazione su internet), Call Blocker(per bloccare alcune chiamate), Message Filtering (filtrare i messaggi), Parental Control (per evitare che il dispositivo venga usato impropriamente dai bambini), Backup (salvataggio dei dati) e Data Encryption (Criptaggio dei dati).
Tutte le App Antivirus Android testate sono state approvate per la certificazione AV-TEST ad eccezione di White Gate Antivirus 1.0.

I migliori Antivirus Android

  1. Dal test si sono posizionati al primo posto a parimerito ben tredici delle App Antivirus Android testate:
    360 Mobile Security 1.0, AhnLab v3 Mobile 2.1, Antiy AVL 2.3, Avast Mobile Security 3.0, Avira Free Android Security 3.5, Bitdefender Mobile Security 2.19,Cheetahmobile Clean Master 5.6, Cheetahmobile CM Security 1.5,Cheetahmobile Kingsoft Mobile Security 3.3, Eset Mobile Security & Antivirus 3.0, G-Data Internet Security 25.3, Intel Security Mobile Security 4.1, Quick Heal Total Security 2.00, che ottengono il punteggio massimo di 6 su 6 sia per quanto riguarda la protezione che per l’usabilità.
  2. In seconda posizione troviamo a parimerito F-Secure Mobile Security 9.2 e Trend Micro Mobile Security 5.0 che hanno ottenuto come punteggio di protezione 6 su 6 e come punteggio di usabilità 5.5 su 6.
  3. In terza posizione c’è Kaspersky Internet Security 11.4 che ottiene 6 per protezione e 5 per usabilità.
  4. AVG Antivirus Free 4.1 e Norton Mobile Security 3.8 ottengono 6 per protezione e 4 per usabilità.
  5. Le App Antivirus Android restanti ottengono un punteggio protezione uguale o inferiore a 6 in protezione.
  6. Non passa il test White Gate Antivirus 1.0 che ha ottenuto il punteggio di protezione 0.
Se intendete approfondire i valori dei vari test potete trovare ulteriori dettagli sulla pagina ufficiale dei test di AV-Test.

domenica 13 dicembre 2015

LA TOP 5 DEI MALWARE IN ITALIA

A novembre 2015 gli internauti italiani flagellati dal trojan Nemucod, l’Italia è il paese che registra la più alta percentuale di infezione a livello mondiale, con un’incidenza dell’11,23%. Terzo posto per Agent.ODR, nuova variante del temibile Criptolocker.
Torna la classifica delle minacce informatiche più diffuse in Italia a cura di ESET Italia. Al primo posto nel mese di novembre 2015 Win32/TrojanDownloader. Nemucod, un trojan che reindirizza il browser a uno specifico URL contenente un software malevolo. Il codice del malware viene di solito inserito all’interno di pagine HTML. L’Italia è il paese che continua a registrare la più alta prevalenza a livello mondiale con una percentuale altissima, ben l’11,23%, che nei primi giorni di dicembre ha raggiunto il picco del il 54%.
Al terzo posto si posiziona JS/TrojanDownloader.Agent.ODR, un trojan downloader che veicola Criptolocker, il temibile ransomware che cripta i documenti dei PC e richiede alle vittime un riscatto per tornare ad avere accesso ai propri file. Questo malware ha registrato nell’ultimo mese in Italia una lenta ma costante ascesa, raggiungendo l’1,69% delle infezioni. La Top 5 dei malware in Italia si basa su Live Grid®, l’esclusiva tecnologia Cloud di ESET, che identifica mensilmente le minacce informatiche globali per numero di rilevazioni.
Win32/TrojanDownloader.Nemucod – rilevato nel 11,23 % delle infezioni sale dal quinto al primo posto in Italia nel mese di novembre 2015. Si tratta di un trojan che reindirizza il browser a uno specifico URL contenente un software malevolo. Il codice del malware viene di solito inserito all’interno di pagine HTML. L’Italia è il paese che continua a registrare la più alta prevalenza a livello mondiale con una percentuale altissima, ben l’11,23%, seguito dall’Australia con il 10,98% delle infezioni. E proprio nei primi giorni di dicembre l’infezione ha raggiunto il picco, sempre in Italia, il 54%
JS/TrojanDownloader.lframe – rilevato nel 2,09% delle infezioni si pone al secondo posto, rappresenta una serie di trojan che reindirizzano il browser a uno specifico URL contenente un software malevolo. Il codice del malware viene di solito inserito all’interno di pagine HTML.
Questo malware ha registrato il picco di infezione in Turchia, con una percentuale 10,46 %, seguita dalla Germania con l’8,93% delle infezioni e dalla Norvegia con l’8,5%.
JS/TrojanDownloader.Agent.ODR– rilevato nel 1,69 % delle infezioni si trova al terzo posto, è un trojan downloader che veicola Criptolocker, il temibile ransomware che cripta i documenti dei PC e richiede alle vittime un riscatto per tornare ad avere accesso ai propri file. Questo malware ha registrato nell’ultimo mese in Italia una lenta ma costante ascesa, raggiungendo l’1,69% delle infezioni.
Win32/Filecoder – rilevato nel 1,57% delle infezioni, rimane stabile al quarto posto della classifica Win32/Filecoder, un trojan che cripta i file dell’utente e richiede alla vittima un riscatto in cambio del software di decodifica. Per infettare i PC in questo caso gli hacker utilizzano diverse tecniche di infiltrazione come download guidati da siti infetti, allegati email, installazione tramite altri trojan o backdoor, o addirittura installazioni mirate. Il picco di infezioni per questo malware si è registrato in Danimarca, con una prevalenza del 3,84%.
JS/FBook – fanalino di coda della classifica di novembre JS/FBook, un trojan utilizzato per l’invio di pubblicità indesiderata; anche in questo caso il codice malevolo viene inserito all’interno di pagine HTML. Questo malware ha interessato in maniera lieve ma diffusa tutte le regioni europee e ha registrato il picco di infezioni in Algeria con il 3,39%

sabato 26 settembre 2015

Acquisti online: semplici consigli per evitare le truffe

Acquisti online: seguendo queste semplici regole potrai concludere degli ottimi affari senza correre nessun rischio


Gli acquisti online sono ormai una vera tendenza, seguita non solo da tutti quelli che detestano andare in giro per negozi ma anche dai fanatici dello shopping. Un fenomeno dilagante che conquista indistintamente uomini e donne e si arricchisce ogni giorno di nuove proposte ed imperdibili offerte. Le lunghe file ai camerini e alle casse, lo sguardo di sufficienza delle commesse quando si è costretti a chiedere una o due taglie in più e le gomitate per accaparrarsi l’ultima maglia in saldo, saranno solo un lontano ricordo e potranno scomparire con un solo click. L’unico requisito per entrate nel fantastico mondo degli acquisti on line è possedere una carta elettronica che, come la più potente delle sostanze allucinogene, sembra incentivare gli italiani all’acquisto, sfidando la crisi e “il braccino corto” di molti amanti del risparmio.

Se fate parte dei 21 milioni di italiani che trascorrono quasi due ore al giorno on line, saltellando da un social network ai siti che propongono le ultime anticipazioni sulla vostra serie televisiva preferita, allora vi sarete di certo imbattuti in qualcuno di questi negozi online, e quasi sicuramente avrete pure fatto un piccolo acquisto. Del resto, per resistere alle offerte e alle promozioni dei vari siti super specializzati occorre avere una volontà di ferro. Ma attenzione, perché in questo infinito mondo degli acquisti on line il rischio di rimanere coinvolti in qualche fregatura è davvero molto elevato ma comunque gestibile. Vediamo allora quali sono le strategie da attuare per ridurre eventuali rischi e pericoli.

1. Installate un buon antivirus nella versione aggiornata sul vostro pc. Anche quelli gratuiti andranno benissimo, ma ricordate che i più affidabili sono quelli che includono un plugin per il browser in modo da verificare l’affidabilità dei link sui motori di ricerca, in chat e sui social network.

2. Controllate che il browser sia aggiornato. In questo modo potrete sfruttare molte funzionalità e ridurre il grado di vulnerabilità del vostro pc, proteggendolo dalle tantissime minacce presenti in rete. I browser più affidabili per gli acquisti on line sono Firefox e Google Chrome.

3. Scegliete siti affidabili e brand noti. Se aver trovato la borsa griffata scontata all’80% vi ha reso le donne più felici al mondo, state ben attente perché è probabile che ci sia qualche fregatura sotto. Date piuttosto la precedenza ai siti di store e brand popolari che offrono maggiori garanzie sui pagamenti, la possibilità di reso o la sostituzione, e spese di spedizione più contenute.

4. Valutate i feedback e i commenti degli altri utenti. Forniscono un’ottima lente per analizzare il grado di affidabilità del sito. I colossi come Amazon e eBay consentono ai clienti di lasciare una valutazione personale sul grado di soddisfazione per il servizio ricevuto e sull’affidabilità del venditore.

5. Controllate i costi delle spese di spedizione e i tempi previsti per la consegna. Una regola da tenere ben a mente soprattutto quando si effettuano degli acquisti su siti stranieri. Non mancano infatti i casi in cui l’ammontare delle spese di spedizione e delle tasse di dogana abbiano superato il costo dell’oggetto acquistato. I tempi di consegna sono anche una variabile da considerare soprattutto quando state acquistando qualcosa che userete o regalerete in una specifica data e occasione.

6. Informatevi sul diritto di recesso. Grazie a questa opzione è possibile restituire l’acquisto sbagliato nel corrispettivo negozio fisico e senza sostenere costi aggiuntivi. Alcuni brand prevedono per questi casi anche le restituzione dell’importo versato, comprese le spese di spedizione a patto che vengano rispettati i tempi e le modalità indicate.

7. Meglio scegliere le carte prepagate. Il pagamento è senza dubbio la fase più delicata dell’intera operazione. Per evitare inutili rischi meglio affidarsi a delle carte prepagate così da tenere ben al sicuro il proprio conto corrente. Versando l’importo necessario per compiere l’acquisto si potranno evitare eventuali casi di clonazione e limitare i danni in caso di truffe. Al momento del pagamento è importantissimo verificare che la pagina abbia un URL che inizi con https e che compaia un lucchetto nella barra degli indirizzi. La presenza di questi due elementi assicura che le informazioni fornite nella fase di pagamento vengano criptate e non cadano in mani sbagliate.


domenica 23 novembre 2014

Sicurezza d’autunno, 10 brividi


Hacker in azione

Abbiamo raccolto 10 tra minacce, vulnerabilità, segnalazioni (con qualche consiglio) cui prestare attenzione, selezionate dal nostro team di esperti in relazione alla loro diffusione negli ultimi giorni. In alcuni casi, si tratta semplicemente di curiosità raccolte nel cyberspazio, in grado di far riflettere su come il problema del crimine informatico non riguardi oramai solo privati  e aziende, ma sia un sistema utilizzato dai governi per mettere in difficoltà i Paesi nemici, oppure ancora, come basti poco per “suggestionare” la società e sfruttare le sue debolezze. Tra l’altro, quando alle vulnerabilità si rimedia con patch non del tutto adeguate, il cybercrime è talmente evoluto da essere in grado di sfruttare ulteriormente queste lacune per sferrare altri attacchi. Pensate poi nell’era di Internet of Things  e delle tecnologie M2M come potrebbero risultare esposti anche gli oggetti che utilizziamo tutti i giorni. Avete già i brividi? Ecco quindi le novità più importanti selezionate per voi.

1. Il virus Ebola riesce a far vittime non solo reali, ma anche nel mondo dei cibernauti. Dovevamo aspettarcelo. Più fonti sul Web segnalano l’ondata di spam (per ora non endemica) con finti suggerimenti per la sicurezza sanitaria che sarebbero  inviati dall’OMS (e ovviamente non lo sono). Le email contengono il trojan DarkComet Rat (questo sì per nulla nuovo). Una volta installato, il vostro computer diventa vulnerabile esponendo i dati in transito per esempio attraverso webcam e microfoni. Il buon senso vi sia sempre di aiuto, l’OMS non invia i consigli sanitari via email!

2. Solo questo martedì, il patch day di Microsoft prevedeva per i suoi sistemi la patch MS114-060, che riguardava il sistema a oggetti OLE. Questa patch non si è rivelata abbastanza robusta tanto che a distanza di poche ore la vulnerabilità è stata sfruttata ancora e sono stati segnalati attacchi contro Taiwan da parte di hacker cinesi. Ancora prima una vulnerabilità simile era già stata sfruttata dalla criminalità informatica russa –  che fa riferimento al Sandworm Team – per attaccare, tra gli altri, anche alcuni organismi della UE.

3. Android con la sua diffusione ha meritato tutta l’attenzione possibile e immaginabile degli hacker. Pochi giorni fa è emersa una vulnerabilità che permette di inserire malware nelle immagini. La vulnerabilità riguarda Android 4.4.2. L’attacco dimostrativo, AngeCryption, ha evidenziato come sia possibile nascondere un APK (Android Package) infetto dietro un’immagine sfruttando la crittografia AES, procedura per cui identificare l’immagine infetta diventa decisamente laborioso. Il consiglio di Google, è sempre il medesimo: utilizzare esclusivamente app da Play store. Non è detto tra l’altro che la patch, quando sarà individuata quella definitiva, sia disponibile anche per tutte le versioni precedenti di Android.

4. Ottobre è stato il mese europeo della sicurezza informatica (ECSM). In Italia se ne sono occupati Clusit, Enisa (Agenzia europea per la sicurezza delle reti e dell’informazione), ma anche il nostro Ministero dello sviluppo economico. Perché questa attenzione? Perché la sicurezza informatica non è un problema solo dei privati cittadini, e delle grandi aziende ma è un problema per tutto il tessuto economico nazionale. Sotto attacco oggi ci sono anche le PMI italiane. Si stima che il costo medio di un singolo attacco a una nostra azienda sia passato dai 50mila agli 80mila euro. Nel 2014 sono aumentati i cyberattacchi contro le istituzioni governativi, i politici e i servizi aziendali. Ma sono aumentati anche gli attacchi contro cloud, social network e servizi in mobilità. Clusit denuncia che il 60% degli attacchi in Rete concerne il cybercrime a differenza del 60% degli attacchi in Rete concerne il cybercrime a differenza del 36% preso in esame nel 2011
  
5. Virtualizzare che passione. Malware, virus, attacchi informatici, con la virtualizzazione generalmente hanno vita più difficile, perché questo? Perché lavorare su un desktop virtualizzato significa spesso avere maggiori possibilità di isolare sia in entrata che in uscita malware e infezioni. Il problema però è spesso dati dai dispositivi mobile. In questo ambito la cultura della virtualizzazione è solo agli inizi, sono pochissime le nostre PMI aziende che dispongono di sistemi di sicurezza ad hoc per i dispositivi mobile. Gli attacchi più pericolosi arrivano, e arriveranno presto ancora di più da questo fronte.

6. Ricorderemo questi giorni perché con l’arrivo dei nuovi smartphone di Apple mezzo mondo ha preso coscienza dei passi in avanti nei sistemi di pagamento mobile. Non li ha inventati Apple i sistemi di pagamento mobile, ma come spesso accade Cupertino, con il suo Apple Pay ha contribuito a rendere popolare le nuove possibilità di pagamento ed è servito ad affinare e a rendere semplice un concetto importante. Le transazioni monetarie effettuate contactless tramite smartphone (qualsiasi OS) saranno sempre più al centro dell’attenzione degli hacker, vedremo cosa succederà, intanto tutti si muovono sull’argomento con i piedi di piombo.

7. Sportelli bancomat svuotati anche senza la scheda. Intanto, per rimanere con i piedi per terra, in questi giorni, ricordiamo che chi con il malware ci sa davvero fare è riuscito a svuotare sportelli bancomat, anche senza la scheda. In questo caso è stato sfruttato un trojan Tyupkin, il trojan è da innestare nel computer che gestisce lo sportello bancomat ed è questa la parte più complessa del piano criminale. Al primo riavvio, l’attaccante ne ha potuto prendere il pieno controllo e praticamente far fare allo sportello quello che voleva, senza che il sistema bancario registrasse alcunché. Ovviamente roba per esperti, che si esercitavano – guarda un po’ – proprio nel week end. Se ne è occupata l’Interpol.

8. Per un Android che certo in termini di sicurezza lascia a desiderare, con le buone trimestrali, anche Apple colleziona però un’attenzione maggiore da parte degli hacker. E’ un dato di fatto che alcune botnet estremamente attive possano contare tra i computer ‘zoombie’ anche MacOs. In america ne hanno individuati 17mila con Mac.BackDoor.iWorm a bordo. Sembra che il sistema di controllo sfrutti Reddit come applicazione dove postare le istruzioni. E per non farsi mancare nulla ecco anche gli attacchi ad iCloud, l’ultimo è di pochissimi giorni fa. Ne parliamo su ITespresso.it.

9. Poodle. Non ci sono bastati Heartbleed e ShellShock, anzi, non li avevamo ancora digeriti ed ecco il nuovo terribile bug. In italiano il nome suona quasi amichevole, perché significa barboncino. Purtroppo si tratta di un brutto affare e il nome è un acronimo: Padding Oracle On Downgraded Legaxy Encryption, il baco riguarda la versione 3 del protocollo SSL, ancora implementato da praticamente tutti i browser, come sistema ‘di scorta’. Poodle consente un attacco di tipo man in the middle, per cui si riescono a decifrare i cookie e magari ottenere informazioni sensibili dell’utente. L’attaccante deve essere nella stessa rete dell’attaccato perché tutto sia più semplice. WiFi pubblico? Ve la siete cercata.

10. Brividi di sicurezza? Fate bene! Il primo passo per non rimanere vittime è la consapevolezza. Quindi come primo punto usare il buonsenso, password complesse, e non fare mai clic in modo affrettato. Con questi consigli già sareste a metà dell’opera. Poi, certo, la protezione di un buon antivirus, e ancora meglio,iniziate a informarvi sull’autenticazione a due fattori che, almeno per gli ambiti più delicati nel financial e sulle comunicazioni personali è già disponibile e può tutelare buona parte delle vostre operazioni. Quando navigate però occhi sempre ben aperti. E non credete mai a chi vi dice con un banner che il vostro computer è infetto. Lasciatelo stabilire al vostro antivirus.

martedì 30 aprile 2013

Cos'è una Botnet?

rete botnetLe botnet hanno fatto la loro apparizione in pubblico agli inizi del 2000, quando un teenager canadese ha lanciato una serie di attacchi denial-of-service contro diversi siti importanti. Nel giro di alcuni anni, l’adolescente, sotto lo pseudonimo di Mafiaboy, ha attaccato Yahoo, ETtrade, Dell, eBay e Amazon, tra molti altri, sovraccaricando i server fino a farti esplodere. Sebbene Mafiaboy, il cui vero nome è Michael Calce, non usasse una botnet per lanciare questi attacchi, gli esperti di sicurezza IT si stavano già rendendo conto che gli attacchi DDoS e le botnet (una grande rete di computer infettata da un malware specifico) avrebbero ben presto iniziato ad essere una grande minaccia per la stabilità e l’integrità di Internet. E gli esperti IT difficilmente si sbagliano. 

Definizione di Botnet
Con il termine botnet si intende una rete di computer infetta e controllata da un hacker in modalità remota. Le botnet generalmente sono create da un hacker o da un piccolo gruppo di hacker attraverso un malware. I PC individuali che sono parte di una botnet vengono spesso chiamati “bots” o “zombie” e non c’è un minimo in base al quale possiamo iniziare a considerare una rete di PC una “botnet”. In linea generale, una botnet di piccole dimensioni è composta da una centinaia o migliaia di computer infetti, mentre una botnet di grandi dimensioni può forse raggiungere vari milioni di PC. Esempi di botnet conosciute, emerse di recente, includono Conficker, Zeus, Waledac, Mariposa e Kelihos. In genere, ci si riferisce ad una botnet come se fosse una singola entità; tuttavia, i creatori di malware come Zeus vendono i loro oggetti a qualsiasi persona disposta a pagarli. Per questo motivo esistono dozzine di botnet separate che usano lo stesso malware e operano allo stesso tempo.

Metodi di Infezione
Ci sono due metodi principali attraverso i quali un hacker infetta i PC per farli entrare nella botnet: drive-by download e e-mail. Gli attacchi drive-by download si compongono di vari passaggi; il primo step, vede l’hacker impegnato nella ricerca di una pagina web popolare con una vulnerabilità che si possa sfruttare. In seguito, l’hacker carica il codice malware nella pagina in questione  e sfrutta la vulnerabilità attraverso il browser usando, per esempio, Google Chrome o Internet Explorer. Il codice ridirezione il browser dell’utente ad un altro sito controllato dall’hacker dove l’utente, senza accorgersene, scaricherà il codice bot e lo installerà sul suo computer. Il secondo caso (posta elettronica) è molto più semplice. L’hacker invia una grande quantità di spam con allegati contenenti file word o PDF con codici infetti o con link che portano a un sito che ospita il codice dannoso. Una volta che il codice è stato installato sul computer della vittima, il PC è parte della botnet. L’hacker può gestire i comandi in forma remota, caricare dati e scaricare nuovi componenti; in pratica ha il controllo assoluto del computer.

Come vengono usate
Il modo più comune di utilizzare la botnet è attraverso attacchi DDoS. Questi attacchi utilizzano la potenza del computer e la larghezza della banda di centinaia o migliaia di PC per direzionare una grande quantità di traffico a un sito specifico con l’intenzione di sovraccaricarlo. Ci sono diversi tipi di attacchi DDoS, ma l’obiettivo è sempre lo stesso: far collassare il sito. In genere, gli hacker sono soliti utilizzare questa tecnica per mettere in ginocchio le pagine web del nemico.  Nonostante ciò, ben presto, hanno iniziato ad utilizzare questo metodo per attaccare portali come Yahoo e MSN, negozi e banche online, nonché siti del governo. Tra questi criminali si annoverano gruppi hacker, come  Anonymous e LulzSec. Inoltre, i cyber-criminali usano gli attacchi DDoS per colpire siti di banche online con lo scopo di nascondere attacchi ben più gravi diretti alle stesse banche. Le botnet vengono anche utilizzate in molte altre operazioni. Gli spammer utilizzano le botnet per l’invio massivo di spam o per frodi di carta di credito su larga scala.

Come difendersi
Ci sono diversi modi per proteggersi dagli attacchi DDoS che utilizzano reti botnet, ma quasi tutti operano a livello di server o ISP. Per gli utenti, la migliore difesa dalle botnet è tenere i propri computer, dispositivi e software sempre aggiornati e con gli ultimi patch in commercio, nonché prestare molta attenzione prima di cliccare su di un link sospetto. Gli hacker approffitano dell’ingenuità degli utenti che molto spesso cliccano su siti e aprono allegati pericolosi senza rendersi conto di quello che fanno. Se gli utenti acquistassero più consapevolezza e abilità, sarebbe molto più difficile per gli hacker stabilire e usare botnet.