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domenica 5 febbraio 2017

Offese e calunnie su Facebook

Il reato di diffamazione su Facebook, realizzato con un post o un commento offensivo, prevede il carcere fino a tre anni.

Post e commenti denigratori su Facebook fanno scattare il carcere: è questa la pena prevista per il reato di diffamazione che – a differenza di quello di ingiuria – non è stato depenalizzato e, anzi, se commesso su Facebook, implica un’aggravante ulteriore per via dell’uso del «mezzo di pubblicità». È proprio l’estrema viralità dello strumento telematico a giustificare una punizione più grave e severa rispetto alla stessa condotta commessa al di fuori di internet.

La versione più grave del reato di diffamazione è prevista per chi pubblica l’offesa sui giornali: la carta stampata ha ancora il primato dell’aggravante più pesante, quella appunto dell’uso della «stampa», cui un normale sito internet, ivi compreso Facebook, non può essere equiparato (salvo abbia requisiti di professionalità, come può essere la versione online di un quotidiano) 
Offese su Facebook: quando è reato?
L’aggravante
Anche la diffusione di un messaggio con offese e calunnie su Facebook integra un’ipotesi di diffamazione “aggravata” poiché questa modalità di comunicazione, suscettibile di arrecare discredito alla reputazione altrui, ha la potenziale capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone; ciò perché attraverso tale piattaforma virtuale, gruppi di soggetti valorizzano il profilo del rapporto interpersonale, allargato a un numero indeterminato di aderenti, al fine di una costante socializzazione. Tuttavia proprio queste peculiari dinamiche di diffusione del messaggio screditante sono tali da far sì che l’ingiuria su Facebook sia tra quelle cui si applica l’aggravante del «mezzo di pubblicità».

Offese indirette

Anche le offese indirette su Facebook, quelle cioè che non contengono l’esplicita indicazione del nome e cognome della vittima, ma la cui identità è facilmente distinguibile, vengono punite allo stesso modo (ad esempio: il riferimento al vincitore di un concorso additato come “raccomandato”). In tali casi, secondo la giurisprudenza, la diffamazione è comunque integrata per via del fatto che la collettività è in grado di risalire al destinatario del post diffamatorio. Tanto più, quindi, il contesto è piccolo (un paesino, un luogo di lavoro, una palestra), tanto più facile è l’individuazione della vittima, tanto più agevolmente scatta il reato.

Offese su Facebook all’azienda

Quanto alle offese e calunnie su Facebook al datore di lavoro, la giurisprudenza ha dato pareri discordanti. È vero che il dipendente deve sempre preservare l’immagine dell’azienda presso cui presta servizio, ma non gli si può neanche impedire il diritto di critica o di satira, ivi compresa, ad esempio, la possibilità di pubblicare un’immagine ironica su Facebook che ritrae il logo dell’azienda su un coperchio di vasellina. A riguardo la Cassazione ha ritenuto, due giorni fa, che il licenziamento inflitto per tale comportamento debba ritenersi una ritorsione. La Corte di Cassazione ricorda come il licenziamento ritorsivo consta di due diversi accertamenti: «il motivo di ritorsione (motivo illecito); la assenza di altre ragioni lecite determinanti (esclusività del motivo)».
Per cui, prima di infliggere il licenziamento al dipendente che ha pubblicato su Facebook un commento, un’immagine o un post con un’offesa all’azienda è necessario verificare l’effettiva lesione dell’immagine dell’azienda stessa. Bisogna accertarsi, ad esempio, quanto ampia sia la cerchia di amici dell’autore dell’apprezzamento, quante persone l’hanno condivisa e divulgata all’interno dell’ambiente lavorativo o tra i clienti, ecc.
Sempre a tal proposito, la Cassazione ha detto che è legittimo criticare aspramente il datore di lavoro, purché i fatti narrati corrispondano a verità e le espressioni utilizzate rimangano nell’ambito della correttezza e della civiltà.
Le pene per le offese e calunnie su Facebook
Cosa rischia chi commette una diffamazione su Facebook? Lo dice chiaramente il codice penale :
  • la pena base è il carcere da 6 mesi a 3 anni o la multa non inferiore a 516 euro;
  • se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto specifico, la pena della reclusione sale fino a 2 anni, oppure scatta la multa fino a 2.065 euro.

Offese su Facebook, denuncia

Come difendersi per offese e calunnie su Facebook?

La prima cosa da fare è procurarsi le prove del reato. Questo passaggio è fondamentale se si tiene conto che, spesso, i post diffamatori sono pubblicati in un momento di impeto e d’ira, ma dopo una più attenta ponderazione dei fatti e delle circostanze vengono cancellati con la paura delle conseguenze legali. La cancellazione però avviene quando il più del danno è oramai compiuto, per cui è comunque possibile agire sia in via penale che in via civile per il risarcimento del danno.
Per procurarsi la prova è consigliabile far leggere il post a qualche conoscente (anche a parenti) che possa, in un futuro giudizio, confermare di aver letto il contenuto o visto l’immagine offensiva. Si tratta della prova testimoniale che, sicuramente, è uno dei veicoli più usati per dimostrare al giudice le proprie ragioni.
In ogni caso è bene stampare la pagina, fotografarla o, meglio ancora, creare una immagine digitale (cosiddetto file screenshot) da conservare e poi mostrare al giudice allegando il file originale e la stampa. Per sapere come fare uno screenshot consulta la nostra guida.
In realtà, tutte le copie realizzate da una normale stampante sono facilmente contestabili perché alterabili (basterebbe un normale programma di fotoritocco). Così, una soluzione è quella di ottenere un’autentica da parte del notaio. In altre parole, si stampa il foglio, lo si porta dal notaio il quale rilascia l’attestazione di copia conforme. Questo conferisce al semplice foglio di carta, benché riproduzione meccanica, una pubblica fede di corrispondenza all’originale presente al video, difficilmente contestabile dal responsabile.
In ogni caso, bisogna ricordare che le dichiarazioni della vittima, anche se da sole, possono essere utilizzate dal giudice come prove per emettere la sentenza di condanna. Nel processo penale, infatti, la parte offesa può testimoniare a proprio favore (non lo può fare, invece, il colpevole).

Entro quanto tempo presentare la querela

Il secondo passo è quello di presentare la querela a una normale stazione dei Carabinieri o depositarla alla procura della Repubblica. Bisogna agire entro 3 mesi dal momento in cui si è venuti a conoscenza del reato.
In entrambi i casi non è necessario un avvocato, trattandosi di dichiarazione di parte. La presenza di un legale, però, servirà ad evitare errori di procedura che spesso si commettono, come ad esempio la mancata indicazione della richiesta di avviso in caso di archiviazione dell’indagine.
Se l’offesa è stata pubblicata da un account fake bisogna presentare la querela contro persona da identificare. L’identificazione avverrà mediante le indagini della Polizia Postale.

giovedì 28 aprile 2011

I tranelli di Facebook


Anche Umberto Eco e Roberto Saviano "vittime" del celebre social network. Come controllare le fonti e la propria riservatezza
Chi non ha un profilo su Facebook? Ormai, in Italia, gli assenti si possono contare sulle dita di una mano. Il suo inventore, Mark Zuckerberg, è stato scelto come uomo dell'anno 2010 dal Time. Oltre mezzo miliardo gli utenti attivi nel mondo. Quasi venti milioni solo in Italia: un italiano su tre. Alcuni personaggi noti vi entrano con una "fan page", altri preferiscono creare un profilo canonico, per avere un'immagine più "alla mano", con il relativo limite di amicizie massime, e poi semmai creano un eventuale "profilo bis". Ma come vi entrerebbero nomi noti della letteratura e del giornalismo? Umberto Eco, per esempio, schivo scrittore e filosofo di fama mondiale che solo a leggerne le qualifiche su Wikipedia ci vuole mezz'ora, cosa farebbe? Alcune "fan page" su di lui già esistono. Mancava, però, un utenza "personale". Questo almeno fino a qualche tempo fa.
Ma vediamo i fatti. Qualche tempo addietro accedevo al mio personale profilo su Facebook. L'avevo creato con una certa riluttanza alcuni anni fa, per poi scoprirne pregi (alcuni) e difetti (vari). In alto a sinistra un piccolo numerino in rosso segnala un paio di richieste di "amicizia" in attesa. Tra queste: Umberto Eco. Un sorriso ironico è stata la prima reazione: "a quando la richiesta da parte di Nelson Mandela?" ho pensato. Beh, come non accettare? Eco lo incontrai di sfuggita una volta, qualche anno fa, ospite di un ospite a una cena universitaria della quale certamente nemmeno si ricorda, tante se ne fanno. Due le possibilità, quindi: o un'improbabile azienda di promozione si stava occupando maldestramente della sua immagine chiedendo casualmente amicizie a giornalisti, professori e persone in genere, o si trattava di un profilo fasullo. La creazione di profili falsi su Facebook è ormai frequentissima. C'è chi lo fa per scoprire i segreti di un conoscente senza essere riconosciuto. Chi si finge un personaggio famoso nella speranza di conoscerne altri. Chi lo fa per pura speculazione. In passato i casi sono stati molti, alcuni finiti anche in tribunale: in Italia e all'estero. Tra le vittime celebri: Angelina Jolie, Monica Bellucci, Michelle Hunziker, ma anche tantissimi cittadini comuni. Tutto ciò senza riflettere sul fatto che teoricamente l'appropriazione di un'identità fasulla è un illecito: nel caso italiano chiaramente definito dall'articolo 494 del codice penale. Al quale se ne possono aggiungere vari altri, se si ledono l'onore o la reputazione del soggetto. Ma torniamo a Umberto Eco. A differenza di altri casi passati, questa volta il profilo era davvero ben strutturato. Scarno. Pulito. Con pochi dati essenziali e corretti: credibili, insomma. Al suo interno anche un link verso un blog personale da poco aperto (umbertoeco.bloog.it), con un paio di messaggi già pubblicati e perfettamente attinenti ai movimenti reali dello scrittore. Molti i messaggi di apprezzamento degli utenti contattati: "onorato", "grazie professore!", e via discorrendo. Chissà poi il tono di quelli privati. Tra i suoi contatti nel profilo, un indirizzo su Gmail (ecoumberto32@gmail.com). Tentando di accedervi fingendo d'aver dimenticato la password, come "domanda di sicurezza" impostata compariva: "il nome del tuo miglior amico d'infanzia". Anche questa una domanda credibile. Specie per un uomo di ottant'anni. Magari nostalgico. Magari certo della riservatezza di un dato così personale. Non solo, tra gli amici di Facebook già un centinaio di persone: giornalisti noti, professori e così via. Ma allora: si trattava del vero Eco oppure no? In fondo personaggi notissimi con un autentico profilo su Facebook ce ne sono a centinaia. Accettata la richiesta, è bastato poco per svelare l'arcano. Qualche verifica, un accorto e gentile contatto all'università di Bologna nella quale Eco è professore emerito, un paio telefonate e nel giro di poche ore sono emersi i fatti. Che dietro a quest'ennesimo scherzo vi fosse la mano di qualche giullare mediatico - come già avvertiva pochi giorni prima Il Fatto Quotidiano - era chiaro. Lo scopo: irridere la creduloneria di personaggi più o meno noti e il loro non controllare le fonti. Se la prassi è quindi abbastanza antica (fingersi un personaggio famoso), questa vicenda mostra una certa evoluzione nei mistificatori: che aumentano in qualità e destrezza. Facendo anche perno sulla fiducia e sul nuovo significato che Facebook ha dato di fatto al termine "amicizia". Gli inventori di Facebook continuano da tempo - con torti e ragioni - a far di tutto acché ciò non accada, ma il senso della parola "amico" su Internet per molte persone è ormai completamente cambiato rispetto a quello originale. Trasformandosi in qualcosa di molto più simile alla stima, alla lontana conoscenza, all'apprezzamento indiretto (torneremo su questo argomento). Quasi tutti noi abbiamo amici che ci hanno contattato perché nostri estimatori o lontani conoscenti o che noi stessi abbiamo contattato per la stessa identica ragione. Ma l'inganno, o la burla, come questa vicenda dimostra, è dietro l'angolo. Ed è bene tenerne conto, se si vuole evitare la figuraccia o di dare accesso a dati che si credevano riservati. La Rete è un'opportunità immensa che le scuole nostrane dovrebbero insegnare di più e meglio: ma ogni opportunità ha un potenziale proporzionale all'uso consapevole che se ne fa. Anche - e forse di più nei social network. Nemmeno il tempo di togliere il mio nuovo amico Umberto Eco dalla lista, che, in alto a sinistra, un piccolo numerino in rosso mi segnalava un paio di richieste in attesa. Tra queste: Roberto Saviano. To be continued?

Fonte: Punto Informatico - Autore: Luca Spinelli