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lunedì 15 maggio 2017

Mitigare gli effetti di WannaCry (WCry, WannaCriptOr)

Risultati immagini per wannacryLa campagna ransomware WannaCry, che sta affliggendo oltre 100 paesi in tutto il mondo, sta provocando danni molto elevati, sia sotto il profilo strettamente economico, che in termini di informazioni che non sarà più possibile recuperare.

In questo documento sono riportate una serie di azioni che possono essere assunte per mitigare l’impatto della campagna, soprattutto cercando di evitare l’estensione della compromissione a sistemi che non sono già compromessi. È abbastanza evidente che laddove i dati siano stati già cifrati l’unica strategia possibile è il ripristino da una copia di backup non toccata dal malware. Nell’ultima sezione sono contenute alcune considerazioni su quanto fare per il ripristino in questi casi.

Protezione dalla compromissione
L’unica vera protezione dalla compromissione è l’eliminazione della vulnerabilità attraverso l’istallazione della patch sviluppata e pubblicata da Microsoft con il Microsoft Security Bulletin MS17-010-Critical:


Nel Blog della società sono reperibili ulteriori informazioni utili:
Protezione contro l’azione del malware si può ottenere attraverso l’antivirus, che deve essere aggiornato ad una versione successiva rispetto a quella pubblicata da ciascun produttore dopo il 12 maggio.

È fondamentale tenere presente che se l’antivirus ha il vantaggio di poter “ripulire” una macchina compromessa, cosa che la sola istallazione della patch non può fare, d’altra parte la vulnerabilità non eliminata potrebbe essere sfruttata da una nuova versione del malware che sfugge al controllo dell’antivirus. Perciò è tassativa l’istallazione della patch.

Ulteriori misure atte a ridurre la probabilità di compromissione, e quindi l’estensione di questa, sono:
  1. Blocco del protocollo SMB sulla frontiera;
  2. Disattivazione del protocollo SMB ove non specificamente richiesto;
  3. Blocco sulla frontiera del traffico diretto verso indirizzi ed URL indicati nelle raccolte disponibili sui siti specializzati, quali, ad esempio AlienVault e US-CERT
Riavvio delle macchine spente
Le macchine che erano spente al momento della diffusione, per altro molto rapida, del malware e non sono state accese sono sicuramente indenni; vale perciò la pena di usare qualche accorgimento per evitare che la compromissione presente in altri sistemi possa estendersi anche ad esse.

Contemporaneamente l’accensione di una macchina compromessa può provocare la compromissione di tutti i sistemi presenti sulla stessa rete. Ne segue che è opportuno procedere all’accensione dei sistemi con particolare cautela.

La procedura che segue consente di ridurre sensibilmente i rischi legati alla riaccensione di un sistema spento senza richiedere particolari conoscenze tecniche, per cui può essere eseguita, almeno nel caso di reti wired, anche da utenti non particolarmente esperti:
  1. Prima di accendere la macchina scollegarla dalla rete locale, disconnettendo il cavo di rete (nel caso di connessioni Wi-Fi occorre disabilitarne l’interfaccia prima che avvenga il caricamento del sistema operativo, tale operazione può non essere alla portata dell’utente).
  2. Accendere la macchina scollegata e verificare che l’avvio (bootstrap) avvenga regolarmente. Se si verificano eventi anomali, quali ad esempio ritardi molto prolungati, comparsa di messaggi insoliti, etc., non procedere oltre nel riavvio e chiedere il supporto esperto.
  3. Se l’avvio è avvenuto regolarmente, aprire una sessione ed effettuare sull’hard disk della macchina una ricerca per file il cui nome abbia l’estensione .wncry. La ricerca deve terminare senza individuare alcun file, se invece ne viene individuato qualcuno non procedere oltre nel riavvio e chiedere il supporto esperto.
  4. Se è stato superato il passo precedente, prima di collegare il sistema alla rete chiudere tutte le applicazioni, in particolare quelle di posta elettronica, che dovessero essere state avviate automaticamente all’apertura della sessione.
  5. Ricollegare il sistema alla rete locale e forzare l’aggiornamento dell’antivirus. Attendere che tale operazione sia completata prima di aprire qualsiasi applicazione, in particolare non accedere in nessun modo a sistemi di posta elettronica. Dopo il suo termine il sistema può essere utilizzato normalmente.

Particolare attenzione deve essere posta nella gestione dei messaggi di posta elettronica, che potrebbero essere utilizzati come vettore primario di infezione laddove sulla frontiera fosse bloccato il protocollo SMB, come consigliato al punto (1) dell’elenco contenuto nella sezione precedente. In generale debbono essere scrupolosamente osservate le seguenti regole:
  • Non aprire mail inattese o comunque di provenienza incerta, evitando nel modo più assoluto di aprire allegati di cui non si conosce la natura e l’origine.
  • Non cliccare per nessuna ragione su link contenuti all’interno di mail di cui non sia assolutamente certa la provenienza, verificando direttamente con il mittente (e.g. telefonicamente) l’effettivo invio da parte sua del messaggio.
La sicurezza non è mai assoluta
Le indicazioni contenute nel presente documento sono essenzialmente regole di buon senso che riducono il rischio di compromissione da parte di WannaCry, ma non possono annullarlo, anche perché gli attaccanti individuano continuamente nuove strategie per aggirare le misure di contrasto messe a protezione dei sistemi.

Per altro l’accento è stato posto sulla semplicità di attuazione, piuttosto che sulla completezza della copertura dei casi che possono verificarsi.

giovedì 28 febbraio 2013

Kaspersky Lab identifica “MiniDuke”, un nuovo programma nocivo progettato per spiare gli Enti Governativi e le Istituzioni di tutto il mondo

Ieri il team di esperti di Kaspersky Lab ha pubblicato un nuovo report che analizza una serie di incidenti che hanno coinvolto l’utilizzo di recenti exploit scoperti nei documenti PDF di Adobe Reader (CVE-2013-6040) e un nuovo programma nocivo personalizzato conosciuto con il nome di MiniDuke. La backdoor MiniDuke è stata utilizzata per attacchi multipli contro enti governativi e istituzioni in tutto il mondo durante la scorsa settimana. Gli esperti di Kaspersky Lab, in collaborazione con CrySys Lab, hanno analizzato gli attacchi nel dettaglio e pubblicato i risultati. Secondo l’analisi di Kaspersky Lab, un numero di obiettivi di alto profilo era già stato compromesso da attacchi compiuti da MiniDuke, compresi enti governativi in Ucraina, Belgio, Portogallo, Romania, Repubblica Ceca e Irlanda. Inoltre, sono stati attaccati un istituto di ricerca, due think tank e un fornitore di assistenza sanitaria negli Stati Uniti, così come un’importante fondazione di ricerca in Ungheria.
“Questo è un attacco informatico davvero insolito”, ha dichiarato Eugene Kaspersky, Fondatore e CEO di Kaspersky Lab. “Non vedevo questo tipo di programmazione nociva dalla fine degli anni 90/inizi del 2000. Mi stupisco di come gli autori di questo tipo di malware, rimasti nell’ombra per più di un decennio, siano improvvisamente riapparsi e si siano uniti al gruppo di cyber criminali. Questo gruppo di autori "old school" di malware sono stati estremamente efficaci in passato nel creare virus molto complessi e ora stanno combinando queste abilità con i nuovi exploit sandbox-evading avanzati per colpire enti o istituti di ricerca in diversi paesi".“La backdoor personalizzata di MiniDuke è stata scritta in Assembler e in un formato molto piccolo, essendo solo di 20Kb”, ha aggiunto Kaspersky. “Questa tipologia di malware compatto e molto sofisticato è spesso scritto in Assembler ed era molto comune ai tempi del VX group 29, ma oggi è molto raro. La combinazione di scrittori di malware esperti appartenenti alla vecchia scuola che utilizzano exploit scoperti di recente e l’utilizzo dell’ingegneria sociale per compromettere gli obiettivi di alto profilo, è estremamente pericolosa".
Primi risultati della ricerca di Kaspersky Lab:
  • Gli autori di MiniDuke in questo momento sono ancora attivi e hanno creato il malware il 20 febbraio 2013. Per colpire le vittime, i criminali hanno utilizzato tecniche efficaci di ingegneria sociale, come l’invio di PDF nocivi agli obiettivi scelti. I contenuti presenti nei file PDF erano di una certa rilevanza come le informazioni riguardanti il seminario sui diritti umani (ASEM), dettagli sulla politica estera in Ucraina e piani di adesione alla NATO. Questi file PDF nocivi contenevano exploit che attaccavano le versioni 9, 10 e 11 di Adobe Reader, oltrepassando il sandbox. Un toolkit è stato utilizzato per creare questi exploit e sembra che sia proprio questo stesso toolkit ad essere stato impiegato nel recente attacco riportato da FireEye. Tuttavia, gli exploit impiegati negli attacchi MiniDuke avevano obiettivi diversi e ognuno il proprio malware personalizzato.
  • Una volta che il sistema viene colpito dagli exploit, un piccolo downloader di soli 20Kb viene rilasciato nel disco della vittima. Questo downloader è unico per ogni sistema e contiene una backdoor personalizzata scritta in Assembler. Quando viene caricato all'avvio del sistema, il downloader utilizza una serie di calcoli matematici per determinare l’impronta digitale per accedere al computer e utilizza a sua volta questa per crittografare le proprie comunicazioni. E' inoltre programmato per evitare le analisi attraverso un set di strumenti hardcoded presenti in alcuni ambienti come VMware. Se viene trovato uno di questi indicatori, esso verrà eseguito vuoto nell’ambiente, invece di spostarsi in un’altra operazione e scoprire ulteriori funzionalità da decifrare; questo consente agli autori del malware di sapere esattamente cosa stanno facendo i professionisti della sicurezza IT per analizzare e identificare il malware.
  • Se il sistema di destinazione soddisfa i requisiti prestabiliti, il malware utilizza Twitter (all'insaputa dell'utente) e inizia a cercare i tweet specifici di account già in uso. Questi account sono stati creati dagli operatori dei server di comando e controllo di MiniDuke e i tweet mantengono tag specifici di categorie crittografate per gli URL della backdoor. Questi URL consentono di accedere al C2, che fornisce i comandi e trasferisce in maniera crittografata ulteriori backdoor sui sistemi tramite i file GIF.
  • Sulla base dell'analisi, sembra che i creatori di MiniDuke forniscano un sistema dinamico di backup che può passare anche sotto i radar. Se Twitter non funziona o gli account sono colpiti dal malware, si può utilizzare Google Search per trovare le stringhe crittografate del prossimo C2. Questo modello è flessibile e permette agli operatori di cambiare continuamente le loro backdoor e recuperare ulteriori comandi o codici nocivi in base alle esigenze.
  • Una volta che il sistema infetto localizza il C2, riceve le backdoor criptate che si confondono tra i file GIF sotto forma di immagini che appaiono sul computer della vittima. Una volta che vengono installati sulla macchina, è possibile scaricare una backdoor più grande che svolge una serie di azioni, come ad esempio copia di file, rimozione di file, creazione di una directory, interruzione del processo ed esecuzione del nuovo malware.
  • La backdoor del malware si connette ai due server, uno a Panama e uno in Turchia, per ricevere istruzioni da parte dei cyber criminali.
Per leggere il report completo di Kaspersky Lab e i consigli per la protezione contro gli attacchi MiniDuke, visitare Securelist.
Per leggere il report di CrySys Lab, cliccare qui.
Il sistema Kaspersky Lab individua e neutralizza il malware MiniDuke, classificato come
HEUR:Backdoor.Win32.MiniDuke.gen e Backdoor.Win32.Miniduke. Kaspersky Lab individua gli exploit utilizzati nei documenti PDF e classificati come Exploit.JS.Pdfka.giy.

Fonte: Kaspersky Lab

lunedì 28 marzo 2011

Corea del Sud: guerra ai PC zombi


Il paese si dice pronto a un'azione di repressione senza precedenti nei confronti di chi - utenti privati o aziende - si fa "zombificare" il PC dal software malevolo dei cyber-criminali. Lo spionaggio di stato è incluso.
La Corea del Sud è al primo posto nel mondo per densità di infezioni da botnet - 14,6 PC zombi per ogni 1.000 computer, calcola Microsoft - e per affrontare con efficacia il problema il governo di Seul si dice pronto a un'azione legislativo-poliziesca senza precedenti. Quest'azione radicale prende il nome di "Legge di Prevenzione dei PC Zombi", e mira a istituzionalizzare l'obbligatorietà dell'uso di software di sicurezza autorizzato o prodotto dal governo stesso - che non si fa mancare una sorta di "backdoor" per spiare tutti gli utenti del paese a proprio totale piacimento. Dovesse entrare realmente in vigore la legge anti-zombi, nella informatizzatissima Corea del Sud ogni utente di PC verrebbe costretto a installare il software di sicurezza governativo, il governo avrebbe il potere di mettere al bando i sistemi zombificati, i produttori di soluzioni antivirali dovrebbero omaggiare principalmente i voleri e le esigenze del governo più che le necessità dell'utenza e del libero mercato. Ma la cosa che fa più discutere della legge è la concessione agli agenti governativi della capacità di "esaminare i dettagli del business, i registri, i documenti e altro" di chiunque - azienda o privato - fosse solo sospettato di non utilizzare il software di sicurezza ufficiale. Il governo vorrebbe insomma istituzionalizzare un software di sicurezza con backdoor "ufficiale" integrata, garantendosi il diritto di spiare indiscriminatamente i cittadini senza la necessità di chiedere autorizzazione all'autorità giudiziaria del paese.

Fonte: Punto Informatico - Autore: Alfonso Maruccia

martedì 16 febbraio 2010

Le 15 tipologie di attacco più diffuse



Ecco come si evolveranno le incursioni dei "Pirati Informatici" nel corso di questo 2010.
Secondo il più recente dei Data Breach investigations Report realizzato dagli esperti di sicurezza di Verizon Business questo è l'elenco dei più diffusi attacchi/reati informatici portati alle aziende nel 2009:

1. Keylogging e spyware: Malware: progettato specificatamente per raccogliere,monitorare e registrare di nascosto le azioni di un utente di sistema.
2.Backdoor: o comando/controllo. Strumenti progettati per funzionare in modo nascosto che forniscono accesso remoto o garantiscono il controllo (o entrambe le cose) a sistemi infettati.
3. SQL injection: Tecnica d'attacco utilizzata per sfruttare il modo in cui le pagine web comunicano con i database backend.
4. Abuso di accesso a sistema/privilegi. Abuso di accesso a sistema/privilegi. Abuso deliberato e dannoso di risorse, accesso o privilegi concessi dall'organizzazione ad un singolo.
5. Accesso non autorizzato tramite credenziali di default. Casi in cui un intruso accede al sistema o a una periferica protetta tramite password e username standard preconfigurati (noti a molti).
6. Violazione di utilizzo accettabile e altre policy. Mancato rispetto accidentale o voluto della policy di utilizzo accettabile.
7. Accesso non autorizzato tramite liste di controllo degli accessi (ACL - Access control list) deboli o mal configurate. Gli intrusi possono avere accesso a risorse ed eseguire azioni non volute dalla vittima.
8. Packet Sniffer: Software utilizzato per controllare e catturare i dati che attraversano la rete.
9. Accesso non autorizzato tramite credenziali rubate. Casi in cui un intruso accede ad un sistema protetto o ad una periferica utilizzando credenziali valide ma rubate.
10. Pretexting o Social Engeneering. Tecnica di social engeneering in cui l'intruso inventa uno scenario per ingannare la vittima al fine di farle fare una determinata azione.
11. Bypass dell'autenticazione. Sistema di aggirare la normale procedura di autenticazione neccessaria per accedere ad un sistema.
12. Furto fisico di risorse: Rubare fisicamente un bene.
13. Attacco tramite i programmi "brute-force". Processo automatizzato di ripetizione di combinazioni di username/password possibili fino a trovarne una corretta.
14. RAM scraper: Forma piuttosto nuova di malware progettato per catturare dati da una memoria volatile (RAM) all'interno di un sistema.

martedì 26 gennaio 2010

L’attacco a Gmail dalla Cina è colpa di una backdoor?


L’attacco a Gmail sferrato dalla Cina è stato involontariamente reso possibile da una backdoor “governativa” all’interno del servizio email di Google. A sostenere questa ipotesi è Bruce Schneier, uno dei massimi esperti di sicurezza e crittografia.
La tesi sostenuta da Schneier riguarda l’attuale legislazione statunitense che impone ai fornitori di servizi di comunicazione (non solo telefonia, ma anche servizi come Gmail) di rendere possibile alle forze dell’ordine l’accesso ai dati degli utenti. Il problema sorge, però, quando la porta sul retro viene utilizzata da chi alle forze dell’ordine non appartiene, o addirittura dalle forze dell’ordine stesse senza le dovute autorizzazioni. Quest’ultimo caso si è verificato negli stessi Stati Uniti, dove alcuni impiegati dell’NSA hanno usato queste backdoor per raccogliere dati senza autorizzazione su alcune migliaia di cittadini, tra cui anche l’ex presidente Clinton.
Un altro esempio riguarda la Grecia, dove le backdoor nelle comunicazioni hanno dato accesso alle telefonate tra gli stessi membri del governo, compromettendo più di cento telefoni. Il misfatto è accaduto a cavallo tra il 2004 e il 2005, e i colpevoli non sono mai stati identificati.
È quindi già capitato più volte che le backdoor governative si siano rivelate una pericolosa falla nella sicurezza. Il fatto poi che altri governi occidentali, anche qui in Europa, stiano spingendo per adottare questa stessa politica di accesso ai dati degli utenti, fa temere per il peggio.
Almeno è questa l’opinione di Schneier, secondo cui la privacy dei cittadini non dovrebbe essere in nessun modo messa a repentaglio, neanche a fini investigativi. Molti governi la pensano però diversamente, e sono pronti a trascurare i rischi per i cittadini pur di perseguire un bene superiore.

giovedì 7 gennaio 2010

Minacce informatiche: il report di dicembre di TG Soft


È stato registrato un incremento del numero di virus e malware in circolazione nelle ultime settimane. Il trend viene evidenziato dai dati sulla sicurezza diffusi, tramite un comunicato, da TG Soft e relativi all’andamento delle minacce informatiche segnalate lo scorso mese di dicembre. Entrando nel dettaglio, si nota come l’aumento di virus e malware in circolazione è pari al 18% rispetto al mese precedente, segnalando una crescita costante pur rimanendo sostanzialmente stabile l’incidenza dell’infettività. Scendendo ancora di più nei particolari, le altre minacce a mettersi maggiormente in evidenza sono quelle relative alla famiglia degli adware, che si posizionano in quinta posizione scavalcando le backdoor, ora in sesta posizione, mentre a segnalarsi per il maggior incremento, arrivando al 9,6% delle infezioni complessive, sono le vulnerabilità BHO (Browser Help Object). Rimangono saldi e sempre al primo posto, invece, i trojan. Nella particolare graduatoria delle singole minacce va registrata invece la “riconquista” della vetta da parte del Trojan.Win32.Rootkit.ED, che scavalca il Trojan.Win32.Conficker.AR, al primo posto nel mese di novembre, a sua volta una posizione sopra il Trojan.Win32.Agent.BEL, in classifica da luglio 2008. Continuano a rappresentare il pericolo principale, per quanto riguarda le minacce trasmesse via posta elettronica, i worm, che detengono da soli ben il 97% del totale della quota dei pericoli diffusi tramite ed email sotto forma di allegati. Infine, va segnalata una “new entry” che potrebbe creare parecchi problemi più avanti. Parliamo di FraudTool.SecurityCenter.B, una minaccia di recente segnalazione e potenzialmente in grado di infettare un numero sensibile di macchine, anche grazie alla capacità di sfruttare tecniche di “social engineering” per la sua diffusione.

lunedì 14 settembre 2009

Malware 2.0: l'evoluzione della specie


L'evoluzione del malware è un tema che sta sollevando, negli ultimi tempi, enormi dibattiti. Lo scenario a livello gloAggiungi immaginebale è mutato drasticamente rispetto agli inizi del millennio, e le previsioni future non sono semplici. In questo articolo analizzeremo i cambiamenti filosofici e strutturali dei software nocivi, vedendo quanto e come sono cambiati in termini di scopo e tecnologie adottate; verrà spiegato come funzionano i malware moderni, anche per mezzo di un esempio pratico: la recente analisi del bot Bootkit presentata da Kaspersky Lab. Prima però è bene fare un po' di chiarezza nell'uso della terminologia.
I termini virus e worm indicano malware pensato per replicarsi lungo la rete, nel primo caso infettando un eseguibile già presente nel sistema e nel secondo caso in modo del tutto indipendente e spesso trasparente, ad esempio mediante un exploit di una vulnerabilità nota. È evidente che i virus per propagarsi dipendono dalla diffusione dell'eseguibile infetto, mentre i worm sono in questo del tutto autonomi, e anche per questa ragione sicuramente più efficienti e diffusi oggigiorno.
I termini trojan, rootkit e backdoor definiscono invece malware in grado, rispettivamente, di insediarsi nel sistema camuffandosi in un'applicazione legittima, di nascondere la propria presenza e quella di altri processi o file dannosi nel sistema e di garantire una via d'accesso alla macchina che aggiri le regolari procedure di autenticazione e autorizzazione.
Infine, ricordiamo che una botnet è una rete di computer infettati da un malware (bot) comandabile da remoto, solitamente per mezzo di un cosiddetto server di command and control (C&C), il cui scopo è sia consentire l'ulteriore propagazione del malware sia recapitare i comandi ai singoli bot - solitamente indicazioni per ingenti operazioni di spamming o denial of service.

Un mondo che cambia
Negli ultimi anni invece le cose sono mutate radicalmente: Internet è divenuta un terreno sempre più a diretto contatto con gli interessi di piccole e grandi aziende, sempre più ricco di informazioni sensibili. In parole povere, è nata e cresciuta una vera e propria scena del cybercrimine, finalizzato ai puri e semplici ritorni economici: commercio di exploit, di account, di botnet, tutto può essere venduto o affittato a cifre nel complesso considerevoli. Questo ha portato all'evoluzione del vecchio malware nel cosiddetto Malware 2.0.
In questo nuovo modello di malware, che ha avuto i primi timidi vagiti nel 2006 e si è sempre più perfezionato, abbiamo un'infezione e una propagazione che tendono alla trasparenza: meno polvere si solleva, più sarà semplice insediarsi e rimanere insediati. Lo scopo non è più un danno diretto, evidente e fondamentalmente incontrollato, quanto una silente compromissione dei sistemi vittima: i worm sono solo il primo passo per l'installazione di una backdoor che consenta il controllo remoto di un bot. Il codice nocivo dev'essere difficile da riconoscere ed analizzare, e il controllo delle stesse botnet dev'essere il meno tracciabile possibile. I vettori d'infezione si spostano, anch'essi, da ambienti plateali (i classici allegati nelle email) a luoghi più insospettabili (ad esempio, iframe infetti in siti Web fidati). Alle complessità tecniche sono inoltre affiancati meccanismi di social engineering per spingere sempre più utenti a compiere le azioni necessarie per essere infettati o per inserire dati confidenziali in form malevole.

Parlando di antivirus...
Un importante argomento è il funzionamento dei software utilizzati per contrastare le infezioni, in particolare gli antivirus. Per il riconoscimento di un file potenzialmente dannoso esistono due grandi categorie di possibilità: sfruttare una conoscenza a priori oppure analizzare dinamicamente il comportamento di un applicativo.
Fino a pochi anni fa, con lo scenario descritto in precedenza e caratterizzato da worm statici e ben noti, oltretutto sviluppati in modo non eccessivamente sofisticato e attento, il primo approccio non dava grossi problemi. In sostanza il classico antivirus lavora su un archivio di firme (una sorta di "impronte digitali", una per ogni malware noto), e confrontando i programmi eseguiti con ciascuna firma è in grado di rilevare una corrispondenza: se un programma si rivela essere - o contenere - un malware noto, l'esecuzione viene interrotta e con essa l'infezione della macchina.
A patto di aggiornare spesso il database di firme, il rischio di contrarre un'infezione era relativamente basso. Ovviamente rimane il problema della finestra temporale seguente il rilascio del malware ma antecedente l'aggiornamento dell'antivirus: in questo caso si possono utilizzare ad esempio tecniche euristiche, che analizzano il contenuto del file e calcolano la probabilità che si tratti di un file nocivo.
L'analisi comportamentale, invece, monitora in tempo reale le azioni svolte da un applicativo per stimare le probabilità che si tratti di un malware: se il software esegue azioni potenzialmente dannose, viene identificato come rischio per il sistema. Il grosso vantaggio di questo approccio è che esso non dipende da informazioni già collezionate, ma agisce dinamicamente: questo consente di rilevare e bloccare software pericolosi anche se non corrispondono a una entry nel database di firme e anche se il loro contenuto e la loro struttura non è analizzabile staticamente.
Nell'attuale panorama del malware, l'efficacia degli antivirus basati su conoscenza a priori (firme e euristiche) è di molto ridimensionata rispetto al passato, come vedremo fra poco, mentre l'analisi comportamentale sembra essere l'unica possibilità per il futuro. Il rovescio della medaglia di questa tecnologia è l'enorme difficoltà implementativa, che costringe a formulare modelli sufficientemente accurati da raggiungere il giusto compromesso tra la sicurezza e il proliferare di falsi positivi (che rappresentano un fastidio per l'utente e un deterrente a prendere sul serio gli alert).

Malware 2.0: i dettagli
Abbiamo visto il trend evolutivo del malware negli ultimi anni e capito come funzionano i principali metodi di rilevamento adottabili contro di esso, è ora il momento di analizzare più in dettaglio le caratteristiche del Malware 2.0 e alcune delle tecniche utilizzate per ottenerle.

Passare inosservati
Partiamo proprio dagli antivirus: lo scopo è quello di passare inosservati ai loro controlli, riuscendo quindi ad infettare anche le vittime che dispongano di programmi antivirus correttamente aggiornati. L'aggiornamento delle firme è innanzitutto uno dei punti deboli degli strumenti di difesa classici: il database di firme dev'essere costantemente modificato per aggiungere i nuovi malware e le relative varianti; questo non era un problema quando si parlava di numeri relativamente bassi, ma negli ultimi tempi il ritmo con cui compaiono nuove minacce è ben più preoccupante e difficile da seguire. Inoltre i virus-writer hanno affinato diverse tecniche per eludere del tutto i controlli: è possibile per un malware riconoscere e arrestare i processi relativi ai più conosciuti antivirus, impedirne l'aggiornamento, oppure cancellare la propria firma dall'archivio, ad esempio facendo in modo di entrare in esecuzione al riavvio della macchina, prima dell'antivirus stesso, con un hook nel registro di sistema.

Il packing
Più interessante ancora è il caso delle tecniche di autodifesa del malware, come ad esempio il packing. Lo scopo di un packer è, in questo caso, rendere un file eseguibile difficile da analizzare; gli analisti di malware fanno uso di tecniche di reverse engineering per riconoscere e classificare i file nocivi, e rallentare, rendendole difficoltose, queste analisi consente di avere una più ampia finestra temporale in cui il malware è in circolazione senza poter essere riconosciuto adeguatamente. Si è anche parlato delle tecniche di controllo degli antivirus basata sulla conoscenza a priori (le firme degli antivirus si basano, ovviamente, sul codice analizzato) o sull'analisi statica del codice dei file (metodi euristici): un packer è in grado di comprimere e cifrare il codice del malware, in modo tale che esso riesca ad infettare la macchina eludendo i controlli antivirus. In questo caso la distribuzione del malware comprende una parte cifrata e un modulo per la decrittazione della stessa: le funzionalità non cambiano, ma una normale scansione viene elusa perché il corpo (payload) dell'eseguibile è crittato, solitamente con una chiave diversa ad ogni infezione, il che impedisce di accedere al codice vero e proprio riconoscendolo come nocivo. Tra i packer più utilizzati segnaliamo ad esempio UPX e Themida; è importante sottolineare come questo tipo di strumenti non sia pensato esplicitamente per nascondere software nocivo, ma possa essere usato anche in modo perfettamente lecito, per comprimere eseguibili in modo trasparente o per tentare di proteggerli dal cracking. Nel mondo del malware, si stima che l'80% dei malware moderni sfruttino tecniche di packing.

L'unpacking
Riassumendo brevemente, il packing consente di rendere più difficoltosa l'analisi dei malware analyst e permette di passare inosservato ai controlli antivirus, perchè occulta il codice dell'eseguibile senza modificarne le funzionalità. Ci sono, ovviamente, delle contromisure nei confronti di entrambi i problemi: esistono tool di unpacking, pensati proprio per analizzare anche i file compressi con i più famosi packer: possono essere usati software per il reverse engineering con funzionalità di unpacking, come CFF Explorer, oppure tool per il debugging, come OllyDbg. Tuttavia questa soluzione dipende dall'insieme limitato di packer previsti dallo strumento utilizzato, e bisogna considerare che i malware più evoluti contengono controlli in grado di rilevare attività di emulazione e debugging, e agiscono di conseguenza limitando le proprie funzionalità nocive quando riconoscono di essere preda di un'analisi. Per questo la ricerca punta verso nuove soluzioni, in grado di superare queste problematiche.Per quanto riguarda gli antivirus, esistono suite che consentono di riconoscere file compressi con i packer più noti, ma la cosa va a scapito delle performance e ovviamente non è garantita la stessa percentuale di successo offerta da una coppia composta da un malware non cifrato e la sua firma già presente nel database dell'antivirus.

Il polimorfismo
Concettualmente simili al packing, vi sono le tecniche di polimorfismo: lo scopo è ancora quello di offuscare il codice del malware per sfuggire ai controlli basati sulle firme. Ad ogni infezione, il malware cambierà parte del proprio codice, riuscendo così ad eludere i controlli pur eseguendo sempre le medesime funzionalità. Il metamorfismo è un approccio ancora più complesso e radicale: in questo caso è l'intero software ad essere riscritto ad ogni nuova infezione, e non viene mai realmente decifrato in memoria, come accade invece nel caso del polimorfismo. Gli antivirus possono utilizzare tecniche euristiche per riconoscere codice nocivo in grado di mutare così spesso il proprio payload.

Infezione e propagazione
Passiamo ora ad analizzare le tecniche di infezione e propagazione dei malware moderni. I worm di mass mailing, che si propagano via email, stanno rapidamente lasciando spazio ai mondi del file sharing e del Web. Se nel primo caso i metodi di infezione sono facilmente immaginabili (condividere file nocivi, camuffandoli da qualcosa di interessante per gli utenti dei programmi di file sharing), il secondo caso è senz'altro più sofisticato. Il vettore d'attacco è una pagina Web, che può essere costruita e pubblicata ad hoc oppure ottenuta attaccando un sito Web potenzialmente molto visitato; al primo approccio viene affiancata una campagna di spam atta a linkare la pagina Web nociva, in modo tale che l'ignaro utente ci arrivi cliccando un collegamento su un'email forgiata appositamente per ingannarlo - facendogli credere ad esempio che andrà ad acquistare prodotti farmaceutici incredibilmente performanti.
Il secondo approccio prevede invece di "iniettare" codice all'interno di una pagina già esistente, sfruttando le tecniche di Cross-Site Scripting o SQL Injection o, più raramente, violando il server che ospita l'applicazione Web. Successivamente, quando l'utente visiterà la pagina - che ricordiamo appartenere a un sito fidato, ma compromesso - si ritroverà con un malware che tenterà di fare breccia nel suo sistema attraverso lo sfruttamento di vulnerabilità note nei più diffusi software utilizzati durante la navigazione Web (browser, lettori di file pdf, Flash player, ...) o nello stesso sistema operativo. Quindi, ad esempio, mentre la vittima sta semplicemente leggendo una notizia, nella stessa pagina Web è presente un iframe o uno script che lancia sulla sua macchina, in automatico e quindi senza bisogno di interazione o conferme (drive-by download), del codice che, se trova un applicativo vulnerabile, infetterà la macchina stessa in modo del tutto trasparente.
Per questo motivo, mantenere aggiornati i software e il sistema operativo, installando prontamente le ultime patch, è oggi tanto importante quanto l'aggiornamento dell'antivirus lo era a inizio millennio. Senza una vulnerabilità non patchata su cui appoggiarsi, una propagazione via drive-by download è resa molto più difficile.

Le funzionalità
Dopo aver visto alcune delle tecniche usate dai malware più sofisticati per eludere le difese e riuscire a propagarsi, infettando quante più macchine possibile, possiamo chiederci: qual è, ad oggi, lo scopo del codice maligno? Quali sono, cioè, le funzionalità di questi malware?
Gli ambiti in cui lavorano sono essenzialmente due: il furto di credenziali e la costituzione di botnet. Insediare su una macchina un malware in grado di monitorare le attività dell'utente dà la possibilità di ricevere a intervalli regolari i dati rubati, quali account bancari, account email o altro; tali dati vengono depositati in delle cosiddette dropzone, server adibiti a contenere le informazioni sottratte. Le dropzone possono essere molteplici e dinamiche, ovviamente allo scopo di essere il meno tracciabili possibile. Il furto di credenziali può avvenire in vari modi: attraverso l'installazione di keylogger o screen grabber, ossia software in grado di registrare i dati digitati dall'utente o di prendere un'instantanea dello schermo (tecnica utile nel caso i siti bancari utilizzino tecniche anti-keylogger, come le tastiere virtuali); oppure modificando i resolver sulla macchina vittima, e indirizzandola quindi verso siti forgiati appositamente per apparire identici al reale sito Web della banca, ma facenti capo a tutt'altra organizzazione; ancora, mediante il phishing più semplice, attraverso campagne di spam che spingano l'utente ad inserire le proprie credenziali in siti anche in questo caso forgiati sulle sembianze dell'originale ma con un URL diverso, facente quindi capo a un diverso server, ovviamente nocivo. I dati così recuperati possono poi essere rivenduti sul mercato nero (fino a 1000 dollari per un account bancario).
L'installazione di trojan, rootkit e backdoor per la costituzione di un bot consente di ottenere un computer zombie, ossia facente parte di una rete di computer tutti sotto il controllo di agenti esterni all'insaputa dei legittimi proprietari; il bot può scaricare dal C&C server (che, come per le dropzone, è spesso indirizzato in modo da cambiare spesso e risultare difficile da rintracciare) sia degli aggiornamenti, ossia ulteriore codice nocivo, sia dei comandi specifici, in modo tale che il botmaster abbia a disposizione una enorme rete al suo completo servizio. I bot potranno quindi cercare di propagarsi infettando altre macchine, rubare credenziali o essere usati per attacchi DDoS o, più spesso, per campagne di spam... Finalizzate ovviamente all'invio di mail di phishing per il furto di account e l'installazione di altro malware, chiudendo il cerchio. Le botnet possono ovviamente essere utilizzate anche da persone diverse rispetto a chi le ha costituite: possono cioè essere affittate, a tariffa mensile (migliaia di dollari al mese).

Un esempio reale di malware 2.0
Analizziamo ora, per concludere, un caso reale esaminato nei primi mesi del 2009 nei laboratori di Kaspersky Lab: il cosiddetto Bootkit, ritenuto uno dei malware più evoluti al tempo attuale.
La propagazione avviene con l'iniezione di codice su pagine Web esterne; in questo caso non si tratta di script o iframe (metodi più efficienti ma anche più tracciabili), ma di una sostituzione del parametro href dei link. Per l'infezione è richiesto quindi di cliccare su uno dei link modificati: in questo modo inizia una procedura che registra alcune informazioni sull'utente (referrer, indirizzo IP, nomi e versioni dei plugin installati sul browser) e le utilizza per creare un ID unico e per scaricare un exploit personalizzato; ad esempio, se viene rilevato un plug-in per i pdf non aggiornato, viene predisposto un exploit per sfruttarne la vulnerabilità. L'exploit viene eseguito, senza ovviamente che l'utente possa accorgersene, e scarica un trojan dropper sulla macchina della vittima, dopodiché reindirizza l'utente sulla reale pagina che voleva visitare: un procedimento del tutto trasparente che avviene nel tempo di un click su un link e dell'attesa di apertura della pagina richiesta. A questo punto, il trojan dropper entra in esecuzione e rilascia l'installer del bootkit sulla macchina, contrassegnandolo con l'ID personalizzato dell'utente. L'installer viene avviato e installa su disco il payload del malware, dopodichè viene lanciato un reboot: al riavvio, il bootkit entra in esecuzione con un hook, nasconde la propria presenza e inizia a funzionare come bot. Il C&C server della botnet risulta variabile: il suo nome di dominio può cambiare anche più volte in un solo giorno, rendendolo difficile da tracciare. Il bot contiene un algoritmo per la generazione di nomi di dominio, in modo tale da poter tentare la connessione diverse volte verso nuovi C&C server se l'indirizzo attuale venisse rifiutato.
Una volta stabilita una connessione con un corretto C&C server, il bot può scaricare moduli aggiuntivi e iniziare a inviare informazioni sull'utente infetto. In particolare, il modulo aggiuntivo scaricato (una DLL) viene caricato unicamente in memoria e non viene mai tenuto su disco, rendendolo non rilevabile dalle scansioni antivirus su filesystem; ovviamente al riavvio della macchina sarà cancellato dalla memoria centrale, ma prontamente riscaricato dalla Rete e ricaricato in memoria. Questo modulo si occupa di collezionare dati, come password presenti nel sistema e traffico di rete diretto verso i siti di banking, e inviarlo prontamente al server dell'attaccante, ma contiene anche più o meno tutte le funzionalità viste in precedenza nell'articolo: keylogging, redirect verso siti di phishing, e così via.
Abbiamo quindi visto un esempio reale e pratico del funzionamento di un sofisticato malware moderno, in grado di infettare le vittime in modo silenzioso e personalizzato, e capace di nascondere la propria presenza sul sistema vittima, pur continuando a comunicare con un sistema centralizzato ma in costante movimento, cui invia dati confidenziali di ogni tipo appartenenti all'utente vittima, che rimane all'oscuro di tutto.

Come difendersi?
È evidente che i tempi delle semplici scansioni basate su firme sono finiti, e che per difendersi dalle minacce informatiche quest'oggi sia necessario qualche strumento in più. Posto che il buon senso e una conoscenza di base sono sempre fondamentali, almeno per distinguere una form fasulla da una genuina, tecnicamente parlando, alla luce di quanto visto in questo articolo, cosa si può fare?
Installare sempre patch e aggiornamenti, una procedura magari tediosa ma che, come abbiamo visto, assicura robustezza contro i drive-by download, una delle minacce più serie visto che la procedura di infezione è automatizzata anzichè passare per la conferma dell'utente; utilizzare un firewall che filtri le connessioni in ingresso e quelle in uscita, per rilevare e bloccare eventuali tentativi di connessione da parte di bot insediatisi sulla macchina; ricorrere a suite di sicurezza sempre aggiornate e il più possibile complete, che integrino cioè non solo la verifica basata su firme, ma anche controlli proattivi basati su euristiche, ricerca delle vulnerabilità, unpacking, anti-rootkit, blacklist di siti malevoli e così via; alcuni esempi sono le soluzioni "Internet Security" di Kaspersky, Norton, AVG, Panda, F-Secure, McAfee, Avira, Nod32 e altri ancora. Nel caso voleste sperimentare l'analisi comportamentale, da affiancare ai tradizionali antivirus, potreste provare prodotti come NovaShield o ThreatFire. Per i più smaliziati, l'uso di ambienti sandbox, come macchine virtuali, per l'esecuzione delle attività più a rischio può essere un'utile aggiunta ai propri layer di sicurezza.