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martedì 27 settembre 2016

Lotta al cyberbullismo, ma non diventi censura

La nuova legge, approvata alla Camera, non convince. Il "far web" si combatte con educazione e prevenzione, non limitando la libertà d'espressione





Di recente la cronaca ha puntato i propri riflettori sull'argomento del cyberbullismo e sulle aggressioni online alle vittime mediante diffusione di video o immagini relativi alla loro vita intima.

Da un lato, infatti, l'interesse per il cyberbullismo è stato rinnovato dall'approvazione alla Camera, il 20 settembre, del ddl C.3139 (di cui si è avuto modo di parlare sul Dubbio). Dall'altro troviamo il recentissimo caso delle immagini intime carpite dallo smartphone di una nota giornalista Sky, o quello della ragazza morta suicida, Tiziana Cantone, a causa della insopportabile pressione determinata dalla diffusione sul web di un video che la vedeva coinvolta in un rapporto sessuale o, ancora, il caso dei minorenni ripresi durante rapporti sessuali e diffuso dapprima mediante whatsapp. 

Ma i casi sono molto più numerosi rispetto a quelli che salgono ai “disonori” della cronaca. Da un punto di vista statistico sono rari i casi in cui il soggetto ripreso sia inconsapevole o contrario alla ripresa video. Molto più frequenti le ipotesi in cui le riprese audiovisive avvengano nella consapevolezza del soggetto ripreso o, addirittura, sia quest'ultimo l'autore del video o della fotografia. I problemi sorgono, sempre, quando il materiale audiovisivo si diffonde in rete. E quando la situazione fugge di mano è spesso molto difficile tornare indietro.

La diffusione di questi materiali può avvenire per i più svariati motivi: vi è, ad esempio, chi per vendicarsi della fine di una storia d'amore o di un tradimento, mette online dei video “intimi” dell'ex-partner (revenge porn), o chi, dopo aver violato un qualche sistema informatico, reperisce e distribuisce contenuti riservati delle vittime, o casi di diffamazione mediante pubblicazione di testo o audiovisivi privati, o di cyberbullismo veri e propri, o ancora, di sexting (ossia di comunicazioni aventi ad oggetto testi o immagini sessualmente esplicite) che poi sfuggono di mano. Una volta che questi contenuti “delicati” diventino virali gli effetti sono indefiniti e le pubblicazioni incontrollabili.

Ed è a questo punto che, talora impropriamente, si invoca il diritto all'oblio come panacea per sanare ipotesi da far west del web, o se si vuole, da “far web”. 

Bisogna, però, comprendere cosa si intenda per diritto all'oblio ed è necessario capire se e quali possibilità vi siano di rimuovere, effettivamente, dal web quei video sconvenienti che spesso portano ad epiloghi nefasti. Di diritto alla cancellazione di dati personali (una sorta di diritto all'oblio ante litteram) si parla già nella direttiva europea sul trattamento dei dati personali 95/46/CE in cui si prevede che gli Stati membri sono tenuti a garantire la cancellazione dei dati nelle ipotesi di trattamento non conforme alle disposizioni della direttiva stessa. Nel corso degli anni, poi, si forma una giurisprudenza (soprattutto riguardante pubblicazioni da parte di quotidiani online e relative a personaggi pubblici) che ha riconosciuto che, una volta trascorso un apprezzabile lasso di tempo, non è più giustificato che determinate notizie continuino a permanere sul web. La mancanza di giustificazione a questa diffusione online viene meno quando le situazioni oggetto degli articoli sono radicalmente mutate o è venuto meno l’interesse pubblico che, inizialmente, legittimava la pubblicazione. 

In Italia, ad esempio, la questione viene trattata dalla sentenza della Cassazione civile n. 5525 del 2012 la quale precisa che se è vero che da un lato il diritto all'informazione può legittimamente limitare il diritto del singolo alla riservatezza è anche vero che quest'ultimo conserverà un diritto all'oblio, ossia "a che non vengano ulteriormente divulgate notizie che per il trascorrere del tempo risultino ormai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati". La Cassazione, in quest'ipotesi, attribuendo al web l'immagine di un "oceano di memoria" in cui gli internauti "navigano" riconosce nel diritto all’oblio – ricavato dai principi generali del Codice della privacy – la capacità di salvaguardare la proiezione individuale nel tempo di ciascun individuo. Riconosce, cioè, la necessità di tutelare l'individuo dalla divulgazione di informazioni (potenzialmente) lesive della sua immagine in ragione della perdita di attualità delle stesse (per il notevole lasso di tempo trascorso dalla pubblicazione originaria), così che "il relativo trattamento viene a risultare non più giustificato ed anzi suscettibile di ostacolare il soggetto nell’esplicazione e nel godimento della propria personalità".

Nel 2014 la Corte Europea di Giustizia con la nota sentenza del caso Google Spain(causa C-131/12) individuando nel gestore del motore di ricerca un titolare del trattamento dei dati personali estende, di fatto, la possibilità per gli interessati di veder riconosciuto il proprio diritto all'oblio anche nei confronti dei motori di ricerca.

Da ultimo, con l'art. 17 del Regolamento europeo sul trattamento dei dati personali (Regolamento UE 2016/679 che abroga la direttiva 95/46/CE e che sarà direttamente applicabile dal 25 maggio 2018) si disciplina espressamente il diritto all'oblio come “diritto alla cancellazione”.  In particolare si prevede che l'interessato ha il diritto di ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei suoi dati personali, in particolare, se i dati personali non siano più necessari rispetto alle finalità per le quali erano stati raccolti; se l'interessato revoca il consenso su cui si basa il trattamento o; se l'interessato si oppone al trattamento e non sussiste alcun motivo legittimo prevalente; o, ancora, se i dati personali siano trattati illecitamente. Ovviamente non si tratta di un diritto assoluto alla cancellazione posto che questo diritto non si avrà, tra l'altro, quando i dati personali dell'interessato siano necessari per l'esercizio del diritto alla libertà di espressione e di informazione.

Le ipotesi in cui il diritto all'oblio è riconosciuto, quindi, sono molto estese. Ma in molti casi la rimozione dei contenuti non discende e non deriva dal fatto che l'interessato decida di far valere il proprio diritto all'oblio. In ipotesi come, ad esempio, la diffusione di materiale pedopornografico la rimozione da parte dell'autorità giudiziaria avverrà a causa della natura stessa dei contenuti diffusi in rete.
Quando i contenuti siano diffusi attraverso importanti piattaforme, i cui titolari siano identificabili (e si abbia un effettivo interlocutore), allora sarà più semplice ottenerne la rimozione. Ma quando la diffusione dei contenuti in rete avvenga attraverso innumerevoli fonti per le quali sia difficile anche solo identificare il titolare allora la situazione tende a diventare irreversibile. In questi casi, infatti, potremmo parlare di un “danno digitale permanente” per la vittima della diffusione. 

L'errore maggiore che si possa commettere, tuttavia, è quello di ritenere che in tutti i casi di diffusione di contenuti illeciti, che sono stati oggetto dei recenti fatti di cronaca, la responsabilità sia da attribuire al mezzo utilizzato (il web o singoli strumenti di messaggistica istantanea) piuttosto che all'utilizzatore. Si rischia, in sostanza, di ritenere accettabile – ritenendo così scongiurato il pericolo che gli stessi fatti di cronaca si ripetano in futuro – qualsiasi forma di censura o di controllo sui mezzi impiegati per comunicare in rete. Si rischia, in ultima analisi, di suscitare un tam tam mediatico che porterebbe alla introduzione di norme liberticide e censorie senza precedenti accompagnate, paradossalmente, dal consenso dell'opinione pubblica. 

Se pensiamo, ad esempio, al disegno di legge sul cyberbullismo di cui si è accennato sopra, troviamo delle definizioni e delle previsioni normative talmente indeterminate che consentirebbero di ricorrere alla censura oltre ogni più nera previsione. Non a caso il noto giornalista canadese Cory Doctorow parla della "più stupida legge censoria nella storia europea". E non a caso Save the Children Italia ha espresso "forti preoccupazioni sulla proposta di legge approvata alla Camera"

La soluzione a ipotesi come quelle che abbiamo visto non può essere ricercata nella repressione quanto, piuttosto, nella prevenzione. Si potrebbe pensare, ad esempio, alla reintroduzione di un'educazione civica del cittadino digitale.


Fonte: Il dubbio - Autore: Francesco Paolo Micozzi

lunedì 1 febbraio 2010

Calabrò: un filtro su Internet? Decreto restrittivo e inefficace



Il presidente dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni esprime forti perplessità sul decreto Romani.
«Un filtro generalizzato su Internet da una parte è restrittivo, come nessun paese occidentale ha mai accettato di fare, dall’altra è inefficace perchè è un filtro burocratico a priori». È il presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Corrado Calabrò, a ribadire le sue forti perplessità alla regolamentazione prevista dal decreto Romani in materia di web. A suo giudizio, la soluzione indicata dallo schema di decreto che recepisce la nuova direttiva europea sull’audiovisivo, che giovedì avrà il parere delle commissioni parlamentari competanti, «è tanto pesante quanto inefficace». Senza contare che «è fuori dal quadro della direttiva e questo - spiega Calabrò - la rende in contrasto con la normativa europea: come tale può far sorgere questioni con la Commissione europea che indubbiamente farebbe dei rilievi su questo» terreno. «Il problema di internet esiste - ammette - non è un problema che si è inventato Romani, però non è un caso che nessun paese occidentale abbia adottato la soluzione Romani». Secondo il presidente dell’Agcom «un intervento ex post nel caso un sito delinqua è necessario e dovuto, ma un filtro ex ante è non solo una cosa puramente burocratica, poichè non sappiamo se il sito delinquerà o no, ma non tiene neanche conto del fatto che i siti internet sono come la testa dell’Idra, ne chiude uno e se ne apre un altro..». Il problema è di natura globale e infatti «sono in corso colloqui tra Stati Uniti, Giappone e Unione europea per cercare di trovare delle linee di azione concordate», conclude il presidente dell’Autorità.Il Parlamento sta esaminando in questi giorni il decreto Romani. L'Idv all'attacco. «Il provvedimento è sostanzialmente un attacco del Governo nei confronti di Sky e della Rete per ostacolare la concorrenza a Mediaset. Infatti, tra le righe del decreto, si consuma anche l’assalto alla Rete». Scrive così, sul suo blog, Antonio Di Pietro.« Le disposizioni - spiega il leader Idv - stabiliscono che le dirette streaming verranno equiparate alle dirette televisive e quindi sottoposte ad una autorizzazione obbligatoria con tutti i vincoli che ne conseguono. Inoltre si prevede l’oscuramento da parte del Garante che interviene sui provider di tutti quei canali video (compreso YouTube) sui quali verranno riscontrate eventuali violazioni del copyright. Il decreto, che è il recepimento di una direttiva comunitaria, attende solo il parere del Parlamento per essere poi approvato definitivamente dal Consiglio dei ministri. Lo stesso Garante per le comunicazioni ha evidenziato pubblicamente le gravi criticità di questo provvedimento che, a nostro avviso, interviene illegittimamente su numerose materie. Insomma, quando si trattava di adeguarsi ai richiami dell’Unione europea per sfrattare Rete 4 se ne son fregati ora, invece, in tutta fretta, il Governo, approfittando del recepimento di una direttiva comunitaria di contenuti assai limitati, introduce un strumento di censura per le reti internet. Il decreto Romani rischia di diventare il manganello del Governo contro la Rete, oltre che l’ultimo di una lunga serie di colpi bassi a Sky. Silvio Berlusconi prima di disporre di un decreto del genere deve: -scegliere se vuole fare il Presidente del Consiglio o il padrone di Mediaset. È indecente, infatti, che Berlusconi utilizzi le leggi dello Stato per contravvenire alle regole del libero mercato e avvantaggiare le sue aziende. Ecco, il Presidente del Consiglio e i suoi sodali avrebbero potuto parlare del decreto Romani in modo disinteressato. Qualora non dovesse subire rilevanti modifiche a seguito dell’esame parlamentare in commissione, il gruppo dell’Italia dei Valori presenterà una proposta di parere con la quale chiederà al governo di ritirare lo schema di decreto Romani».

mercoledì 16 dicembre 2009

Maroni: «Nessuna censura sul web» Cade l'ipotesi decreto, meglio un DDL






Bernabé: «Internet è il regno della libertà, non della costrizione»
Maroni: «Nessuna censura sul web»

Cade l'ipotesi decreto. «Meglio un ddl»

Il ministro: «Studiamo strumenti che consentano ai magistrati di intervenire in caso di reati in Rete»

MILANO - Nessuna legge speciale, né reati specifici e nemmeno interventi censori sul web: Roberto Maroni precisa la posizione del governo dopo le polemiche scaturite per la comparsa su Facebook di alcuni gruppi di sostegno a Massimo Tartaglia, l'uomo che ha aggredito Berlusconi in piazza Duomo. E annuncia che ne parlerà con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (assieme alle misure contro le turbative alle manifestazioni politiche). «Stiamo pensando a strumenti che permettano alla magistratura di intervenire per decidere se sul web si compie un reato e per rimuovere gli effetti del reato» spiega il ministro dell'Interno. «Oggi - spiega Maroni - la magistratura può trovare il colpevole ma non può intervenire. Quindi stiamo pensando a norme ma non a nuovi reati perché anche sul web la magistratura applichi il codice penale che c'è». Il responsabile del Viminale ribadisce la sua intenzione di «favorire il dialogo e la riflessione in Parlamento» e, dunque, la sua preferenza per un disegno di legge rispetto ad un decreto: «Se il Parlamento garantisce una corsia preferenziale non ho alcuna obiezione al disegno di legge - spiega - che in questo caso potrebbe contenere più misure, mentre un decreto, ogni decreto, deve essere specifico».

CODICE DI AUTODISCIPLINA - Un gruppo di lavoro permanente che riunisca ministeri competenti, gestori di rete e fornitori di servizi, e un codice di autodisciplina come quello adottato in campo pubblicitario. Sono le altre due proposte che Maroni mette in campo per giungere a una soluzione «il più possibile condivisa» delle questioni aperte dai gruppi sul web che si formano per inneggiare a reati, o auspicarli. Parlando con i giornalisti alla Camera, il ministro dell'Interno registra un clima nuovo: «A ottobre abbiamo dovuto attendere più di un mese perchè Facebook rimuovesse i contenuti che avevamo segnalato. In questi giorni invece è avvenuto praticamente subito e autonomamente. È importante». Una dimostrazione di sensibilità che Maroni coglie rilanciando un'occasione di confronto: «Penso a un gruppo di lavoro permanente, con Viminale, Sviluppo economico, ma anche operatori e gestori di servizi magari per giungere ad un codice di autodisciplina, come quello per la pubblicità». In sostanza, per mettere a punto una carta di riferimento «per selezionare già in partenza i contenuti non conformi al codice etico». «Voglio provare anche questa strada - confida - L'intesa è la strada migliore per evitare interventi repressivi: la critica è giusta ma non può arrivare alla commissione di reati».

BERNABE' - Intanto sul tema della possibile stretta sul web interviene anche l'amministratore delegato del gruppo Telecom Italia, Franco Bernabè: Internet «è il regno della libertà - dice - e non della costrizione». Per questo, «costringere la Rete dentro un vincolo di tipo giuridico penso sia una contraddizione in termini, significa non sapere cosa è Internet e cosa è la sua evoluzione». «Abbiamo una classe politica che non capisce cosa è Internet - afferma - e cosa è stata la sua rivoluzione e innovazione negli ultimi anni», ha spiegato Bernabè, nel corso del suo intervento a una iniziativa del progetto Working Capital in Bocconi. «Internet non ha barriere in entrata, comunque credo che sia una notizia (quella di una possibile stretta sul web, ndr) destinata a far strada per pochissimo tempo e sarà presto superata dagli eventi».

lunedì 12 ottobre 2009

IGF Italia, rotta verso Sharm El Sheikh



La rete italiana fa il punto, in vista dell'Internet Governance Forum globale. Un panorama in cui le istanze di cittadini, stato e mercato devono ancora trovare un'armonia. Pisa - Manca una metafora che sappia agevolare l'interpretazione della Rete, manca una vera spinta propulsiva che sappia instradare stato, mercato e società civile verso un più consapevole rapporto con la Rete, in rete. L'Internet Governance Forum Italia organizzato a Pisa presso l'area della Ricerca del CNR, ha proiettato verso il forum globale di Sharm El Sheikh un'Italia che per certi aspetti sembra vagolare in un limbo. Fatto di iniziative che si scontrano con un quadro normativo ereditato dal passato, con l'equilibrio malsicuro fra le istanze che dovrebbero armonizzarsi per sostenere la società civile connessa, con propositi e proposte che devono ancora trovare attuazione.Dalla sessione dedicate alla libertà di espressione online a quella, strettamente connessa, in cui si è dibattuto di identità in Rete, dal confronto sul diritto d'autore alla sessione dedicata alla privacy: convivono i conflitti tra le esigenze e i diritti degli attori della rete e spesso sfociano in sintesi non ottimali, mentre l'integrazione tra Rete e società analogica appare ancora un futuro indistinto. Ad alimentare il clima di instabilità, il contesto di un paese in cui non si possa contare sulla certezza del diritto. L'avvocato Guido Scorza snocciola le iniziative legislative che si sono avvicendate nei mesi scorsi e che rischiano, su piani diversi, di privare il cittadino del diritto di informarsi e informare con la mediazione della rete: l'emendamento D'Alia che si scagliava contro i reati d'opinione, il DDL intercettazioni con le previsioni in materia di rettifica, il DDL Lussana che rischia di riscrivere la storia in rete, il DDL Pecorella Costa che mira a trasformare i netizen in direttori responsabili. Fermenti legislativi che non avrebbero avuto alcun seguito se solo la classe politica potesse incardinare le proprie iniziative in pilastri legislativi solidi e potesse oliare queste articolazioni con la competenza di chi in rete vive quotidianamente. Ma il senatore D'Alia, che raggiunge la platea con una missiva, affonda le radici del proprio intervento alle origini del telegrafo, uno strumento grazie al quale, si spiega nell'intervento, si è iniziato a contare sull'importanza del settore delle comunicazioni a distanza. "Con la soppressione della proposta di cui sono firmatario siamo rimasti fermi in una situazione che ritengo non sia sostenibile a lungo", denuncia il testo composto da D'Alia: non si potranno scongiurare quelli che definisce "utilizzi impropri della rete" e agevolare "il corretto uso delle tecnologie" se non si perseguirà una strategia internazionale nel contrasto alla criminalità mediata dalla rete, se si continuerà a "rinviare il problema", come fatto in occasione del respingimento della sua proposta, e se si rinuncerà ad affidare agli operatori della Rete un più corposo fardello di responsabilità. Ma gli strumenti sarebbero già a portata di mano: a sottolinearlo è Marco Pancini, rappresentante di Google, che ricorda come "un anno su Internet vale sette anni di vita non connessa". Tutto scorre veloce, evolve il mercato, altrettanto fanno le le esigenze e i comportamenti dei cittadini della rete, ma gli strumenti per declinare il quadro legislativo in modo che si concili con l'incedere della vita in rete già sono stati rodati. Cita gli Stati Uniti, Pancini, chiamando in causa il DMCA, che si potrebbe per certi versi considerare l'omologo della direttiva europea sul commercio elettronico: entrambi svincolano gli intermediari dall'impegno di operare controlli preventivi, non costringono a rifugiarsi nell'autocensura coloro che mettono a disposizione le piattaforme. Il controllo preventivo da parte degli operatori non funzionerebbe, checché ne dica il presidente di Univideo Davide Rossi, il quale invita YouTube a consolidare il proprio staff qualcora non riesca ad analizzare le oltre venti ore di materiale video caricato ogni minuto sui server del servizio. Così come gli operatori, anche i fornitori di connettività, investiti da numerose proposte di legge a infondere risorse nel filtraggio, concordano sul fatto che filtrare è inutile, oltre che impossibile. Lo ricorda Paolo Nuti, presidente di AIIP: "è solo un modo per rinviare la soluzione del problema" spiega, "dobbiamo organizzarci per stringere il cerchio a livello internazionale". Concorda Antonio Baldassarre, AD di Seeweb: "quelli che nei testi legislativi vengono definiti appositi strumenti di filtraggio non esistono, esistono strumenti per tentare di mettere sotto il tappeto cose che poi finiscono per uscire da tutte le parti".Anche Antonio Palmieri, deputato PDL impegnato sull'accessibilità e firmatario della proposta di legge Cassinelli cosiddetta salvablog, sostiene che l'attuale quadro normativo sia più che sufficiente per tutelare i cittadini. E ricorda che "Internet non è un luogo a parte, non è Utopia, e nemmeno il luogo dove si realizza il '68": la rete è uno strumento e dovrebbero essere i cittadini in prima persona a mostrare "moderazione", evitando così di alimentare il cortocircuito perverso fra allarmi lanciati dai media e veementi reazioni intimorite da parte del mondo politico. Del fatto che Internet venga visto come un pericolo è convinto anche Marco Pierani, rappresentante di Altroconsumo: il clima di paura nei confronti di una Internet ritratta come incontrollabile serve a giustificare "atteggiamenti legislativi che difendono il passato, posizioni di rendita". "Stiamo perdendo tempo" sentenzia Pierani. La tecnologia non è il male, né lo strumento nel quale si risolvono i conflitti che essa stessa crea: questa l'opinione di Stefano Rodotà. Si tratta di conflitti che si riverberano sui diritti della persona, sulle necessità di garantire sicurezza, sulle esigenze dei mercato e in un equilibrio tra queste istanze dovrebbero trovare soluzione. In questo contesto i partecipanti all'IGF tentano di tracciare una linea di demarcazione tra le sfrangiature tra lo spazio pubblico e dello spazio privato dell'individuo nella sua vita di rete, e di proporre degli strumenti che agevolino la composizione di un bilanciamento. C'è Frieda Brioschi, di Wikimedia Italia, che spiega come Wikipedia, per assicurare la tutela di coloro la cui identità è catturata fra le pagine dell'enciclopedia libera, conti su una combinazione della solidità della community e delle regole trasparenti che la fondano e la connettono con le istituzioni. C'è chi come Pier Luigi Dal Pino, rappresentante di Microsoft Italia, sottolinea la necessità dell'impegno delle aziende affinché diritto alla sicurezza e diritto alla privacy si possano conciliare e siano integrate by design nei servizi offerti. Una soluzione che Rodotà ravvisa in un regime di identità multiple e funzionali: ognuno potrebbe affidare agli operatori della rete solo i dati necessari a garantire lo svolgimento dei compiti di cui questi operatori sono stati investiti. C'è anche chi come Domenico Vulpiani, per anni a capo della PolPost, che cerca questa composizione nella legge: un quadro normativo che avrebbe bisogno di "piccoli aggiustamenti che consentano alla polizia di investigare", e che delimiti con chiarezza le situazioni nelle quali mobilitare le forze dell'ordine. Concorda Stefano Trumpy, rappresentante del governo italiano in ICANN: la questione dell'identificazione non sembra porre particolari problemi per qualora si operi su target precisi, solo su quelli realmente pericolosi. Come discernere? Dovrebbe essere compito della legge, spiega il magistrato Giuseppe Corasaniti, già lo fa ad esempio la Convenzione di Budapest sul cybercrime.La Rete ha altresì assestato uno scossone al quadro del diritto d'autore: il confronto tra le esigenze delle platee e dei diversi attori del mercato, mediato dalle leggi dello stato, non appare agevolmente componibile. Sul palco si affiancano le voci di rappresentanti dell'industria e delle istituzioni. Ettore Bianciardi e Marcello Baraghini di Stampa Alternativa che interpretano quella frangia di editori che denuncia il fatto che il diritto d'autore si circostanzi oggi al "contratto tra autore ed editore", il quale, dopo l'accordo, finisce per "tenere in ostaggio" colui che detiene la paternità dell'opera. I due editori, in netta controtendenza rispetto al resto del mercato, sarebbero per l'abolizione del diritto d'autore e l'evoluzione del mercato editoriale verso logiche fruttuose ma più sostenibili per autori e lettori. C'è chi come l'avvocato Ferdinando Tozzi, parte della Commissione Gambino, ricorda come si fosse tentato di agire per salvare dall'obsolescenza la legge che regola il diritto d'autore e per "disciplinare" la rivoluzione di Internet perseguendo un'"armonia tra la tutela e la circolazione del sapere". Ci sono inoltre proposte, come quella illustrata da Ermanno Pandoli dello studio legale DDA, per avviare un regime sostenuto da una licenza collettiva estesa. Ma la rete, ribadisce in più occasioni Rodotà, non basta: non si sostituisce alla quotidianità analogica, ma innerva il mondo fisico e le abitudini dei cittadini. Impossibile agire come se non esistesse, fondamentale trovare una metafora che ne semplifichi la comprensione a favore di coloro che vivono disconnessi. Juan Carlos De Martin, del centro NEXA del Politecnico di Torino, paragona la rete a una macchina antigravitazionale: capace di amplificare le potenzialità dell'uomo, per fini lodevoli così come per fini deprecabili. Dovrebbe essere la società civile connessa ad imprimere la direzione, e sarà quello che si tenterà di fare a Sharm El Sheikh su scala globale, nel mese di novembre. Tenendo presente, ricorda Rodotà, che la Dichiarazione d'indipendenza del Cyberspazio è stata smentita dai fatti, ma che resta un'ideologia capace di alimentare la partecipazione in Rete.

martedì 7 luglio 2009

Dodici proposte di legge parlano di internet

Giocando con Openparlamento.it, di cui abbiamo ampiamente parlato la settimana scorsa, si scoprono cose interessanti. Ad esempio si scopre che, attualmente, tra Camera e Senato ci sono dodici disegni di legge che si propongono di regolamentare internet direttamente o indirettamente. Ecco nel dettaglio quali sono e cosa si propongono di fare:

Ddl 1611 intercettazioni (Alfano): il famoso ddl sulle intercettazioni di cui si parla tanto, oltre a regolare le intercettazioni telematiche, telefoniche e ambientali, regola la pubblicazione su internet di informazioni riguardo le ordinanze cautelari, i magistrati e vieta la pubblicazione on line, anche parziale o riassuntiva delle intercettazioni


Il decreto sicurezza (Alfano): il decreto, ormai legge, consente al ministro dell’Interno di decretare l’oscuramento di siti web colpevoli di apologia di reato o istigazione alla disobbedienza, dando mandato al Ministero delle comunicazioni di definire i requisiti tecnici dei “dispositivi di filtraggio” che i provider dovranno utilizzare.


Proposta di legge Lussana: conosciuto anche come legge sul diritto all’oblio in internet, il disegno, mira, un po’ utopicamente a regolamentare la cache della memoria dei motori di ricerca, sostenendo che dopo un determinato periodo di tempo non possano più circolare sulla rete immagini o dati che consentano di collegare una persona ad un’indagine giudiziaria o ad un reato, indipendentemente dalla sua colpevolezza.


Proposta di legge Lannuti: una proposta in direzione della trasparenza, che vuole rendere obbligatoria la pubblicazione on line integrale delle sedute dei consigli comunali, provinciali.

Disegno di legge Carlucci: una proposta che tenta un approccio poco chiaro al tema dell’anonimato in rete. Il disegno vorrebbe vietare e punire la pubblicazione di qualunque contenuto anonimo su internet.


Proposta di legge Barbareschi: un provvedimento che mira a “tutelare” le opere di ingegno su internet attraverso la creazione di piattaforme di “interscambio” a norma SIAE.


Disegno di legge Cassinelli: Un disegno di legge che mira a fare chiarezza sulla definizione di “prodotto editoriale”, restringendolo al supporto cartaceo o a siti che generino un profitto superiore ai 50.000 euro, ed eliminando il pericolo di una registrazione obbligatoria per ogni blog, pagina personale o social network.


DDL Leddi Maiola: una casella di posta elettronica certificata personale, simile al codice fiscale, per ogni nuovo nato. Un progetto che costerebbe 7 milioni di euro recuperabili dalle minori spese di comunicazione tra amministrazioni e cittadini


Disegno di legge Goisis: una proposta che mira a favorire l’editoria scolastica on line, obbligando le scuole a prediligere testi scaricabili da internet, rispetto al supporto cartaceo classico, dando incarico al Ministro dell’Istruzione di stipulare apposite convenzioni con gli editori.


Disegno di legge Butti: un progetto di legge volto a tutelare i minori in rete, dichiarando illegale ogni sito che “istighi” alla violenza, ai reati, o al consumo, alla produzione e al commercio di droga o materiale pornografico. La denuncia “libera” attraverso un numero verde dovrebbe far scattare l’oscuramento del sito da parte della polizia postale. La proposta di legge mescola queste indicazioni con generici cenni al fatto che il governo “favorisce la diffusione di internet” e con una proposta di sgravio fiscale del 50 del costo di registrazione per siti web “culturali”


Disegno di legge Beltrandi: Una proposta che vorrebbe regolamentare l’utilizzo delle reti peer to peer per utilizzo personale e per fini non di lucro. La proposta presenta anche una distinzione tra la tecnologia (peer to peer) e l’utilizzo scorretto che di essa si può fare, sancendo il diritto delle persone a mettere i propri archivi a disposizione di altri, per fini non di lucro.


Disegno di legge Lusetti: un disegno di legge antispam che rende illegale l’utilizzo di software “grabber” in grado di raccogliere e-mail dalla rete, e chiede l’istituzione di un comitato antispam.

Fonte: FORUM PA - Autore: Tommaso Del Lungo