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domenica 5 marzo 2017

Pmi, ecco i 15 comandamenti anti-cracker: risparmio del 41%

Il Research Center of cyber intelligence firmato Sapienza e Cini individua i passaggi essenziali per ridurre al minimo il rischio di attacchi informatici. Così micro, piccole e medie imprese possono abbattere i costi dei danni. Baldoni: "Cybersecurity vantaggio competitivo per il Paese"

L'investimento in un pacchetto ad hoc di difese informatiche da parte di micro, piccole e medie imprese italiane è considerevolmente inferiore rispetto ai costi derivanti da danni generati da eventuali attacchi. Sono 15 i controlli minimi di sicurezza individuati dal report del Research center of cyber intelligence and information security: per implementarli, una micro impresa si troverebbe ad affrontare indicativamente un costo iniziale di 2.700 euro e costi annui per 7.800 euro, mentre una media impresa spenderà circa 4.650 euro di costi iniziali e 19.800 euro di costi annui. Cifre sensibilmente più basse rispetto al danno medio stimato a cui le aziende andrebbero incontro su un periodo di 5 anni: 175mila euro sia per le micro sia per le medie imprese. Nello specifico, i costi sulla media dei 5 anni sarebbero del 75% più bassi per le micro imprese, e del 41% per le medie rispetto al danno stimato.
E’ quanto emerge dal “2016 Italian Cybersecurity Report - controlli essenziali di cybersecurity”, realizzato dal Research center of cyber intelligence and information security dell’Università Sapienza di Roma e dal Laboratorio nazionale Cini (Consorzio interuniversitario nazionale per l’informatica) di Cyber Security e curato da Roberto Baldoni, direttore del Cis Sapienza, Luca Montanari e Leonardo Querzoni del Cis Sapienza.
L’idea dei 15 controlli essenziali di sicurezza, selezionati attraverso un processo di consultazione pubblica al quale hanno partecipato oltre 200 esperti di settore, nasce dalla considerazione che è difficile per le Pmi italiane, spina dorsale del sistema produttivo del paese, adeguarsi alle norme del Framework nazionale per la cybersecurity, spesso per la mancanza di personale e di competenze specifiche, proprio mentre crescono in maniera esponenziale i rischi a cui queste società si espongono se rimangono indifese.
Di seguito uno per uno i 15 controlli essenziali proposti dal report:
Primo punto: serve verificare che in azienda esiste e sia mantenuto aggiornato un inventario dei sistemi, dispositivi, software, servizi e applicazioni informatiche in uso all’interno del perimetro aziendale.
Secondo punto: necessità di assicurarsi che i servizi web (social network, cloud computing, posta elettronica, spazio web, ecc) offerti da terze parti a cui si è registrati sono quelli strettamente necessari.
Terzo punto: serve individuare informazioni, dati e sistemi critici per l’azienda affinché siano adeguatamente protetti.
Quarto punto: nominare un referente che sia responsabile per il coordinamento delle attività di gestione e di protezione delle informazioni e dei sistemi informatici.
Quinto punto: occorre l'identificazione e il rispetto delle leggi e/o dei regolamenti con rilevanza in tema di cybersecurity che risultino applicabili per l’azienda.
Sesto punto: la verifica che tutti i dispositivi che lo consentono siano dotati di software di protezione (antivirus, antimalware, ecc...) regolarmente aggiornati.
Settimo punto: le password: devono essere diverse per ogni account, della complessità adeguata, valutando anche l’utilizzo dei sistemi di autenticazione più sicuri offerti dal provider del servizio, come l’autenticazione a due fattori).
Ottavo punto: serve accertare che il personale autorizzato all’accesso, remoto o locale, ai servizi informatici disponga di utenze personali non condivise con altri, che l’accesso sia opportunamente protetto e che i vecchi account non più utilizzati siano disattivati.
Nono punto: ogni utente potrà accedere solo alle informazioni e ai sistemi di cui necessita e/o di sua competenza.
Punto dieci: il personale dovrà essere adeguatamente sensibilizzato e formato sui rischi di cybersecurity e sulle pratiche da adottare per l’impiego sicuro degli strumenti aziendali, con i vertici aziendali che dovranno predisporre per tutto il personale aziendale la formazione necessaria a fornire almeno le nozioni basilari di sicurezza.
Punto undici: prevede di verificare che la configurazione iniziale di tutti i sistemi e dispositivi sia svolta da personale esperto, responsabile per la configurazione sicura degli stessi, e che le credenziali di accesso di default siano sempre sostituite.
Punto dodici: sarà necessario che siano eseguiti periodicamente backup delle informazioni e dei dati critici per l’azienda, e che i backup sono conservati in modo sicuro e verificati periodicamente.
Punto tredici: verificare che le reti e i sistemi siano protetti da accessi non autorizzati.
Punto quattordici: servono strumenti specifici che in caso di incidente vengano informati i responsabili della sicurezza e i sistemi siano messi in sicurezza da personale esperto.
Punto quindici: tutti i software in uso (inclusi i firmware) devono essere aggiornati all’ultima versione consigliata dal produttore.

giovedì 12 gennaio 2017

Gli attacchi informatici più dannosi del 2016, mese per mese

Da Verizon a Yahoo!, da Ashley Madison ad Adult Friend Finder, dalla NSA all’FBI fino ai DNCLeaks: storia di un anno vissuto pericolosamente

Richard Stennion, autore di There Will Be Cyberwar, ha detto che “il 2016 sarà ricordato come l’anno più importante per l’evoluzione dei nation state attacks,” e che lo spionaggio cibernetico è da tempo uno degli strumenti più importanti per hacker e servizi segreti, invitando tutti a migliorare il proprio livello di sicurezza informatica per il nuovo anno.
Difficile dargli torto visto che l’anno è cominciato con il furto dei dati di 20 mila impiegati dell’FBI e finito con gli strascichi delle interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane.f

2016, un databreach dopo l’altro

Tuttavia bisogna ricordare che durante tutto il 2016 massicci databreach aziendali hanno colpito le maggiori compagnie mondiali, mettendo a rischio la privacy di moltissimi utenti: dal miliardo di account rubati a Yahoo! ai furti di dati personali e numeri di carte di credito ai danni di Ashley Madison, Adult Friend Finder, LinkedIn, Dropbox, Twitter eccetera.
A commettere questi furti sono stati non precisati “hacker” un termine passepartout per indicare negli esperti di reti e computer gli autori delle intrusioni. Noi preferiamo chiamarli cracker, malevolent hacker o criminali informatici e la parola hacker nel nostro elenco si riferisce esattamente a questi ladri informatici. La galassia hacker infatti è assai più complessa e ricca di professionisti che dedicano la loro vita a migliorare le difese informatiche di stati e aziende: li chiamano anche white hat hacker, blu hat hacker, ethical hacker.

FEBBRAIO

U.S. Department of Justice Febbraio 9, 2016: Per protestare contro l’appoggio statunitense alle politiche israeliane contro il popolo palestinese hacker non identificati nel febbraio del 2016 si sono introdotti nel database Dipartimento di Giustizia Usa. Secondo quanto riportato dalla CNN gli hacker hanno in seguito diffuso online i dati relativi a 10.000 impiegati del Dipartmento per la sicurezza nazionale e successivamente quelli di 20 mila impiegati dell’FBI. Le informazioni riguardavano nomi, ruoli, numeri telefonici e indirizzi email.

MARZO

Snapchat Il 3 marzo del 2016 con un attacco di phishing vengono sottratte le informazioni personali di 700 impiegati di Snapchat facendogli credere che il direttore dell’azienda di messaggistica istantanea, Evan Spiegel, voleva da loro informazioni come nomi, numeri della sicurezza sociale, e buste paga.
Verizon Enterprise Solutions Il 25 marzo 2016 si scopre che i dati di un milione e mezzo di clienti Verizon sono stati sottratti da hacker ancora anonimi. I dati messi in vendita in alcuni forum underground sono stati rintracciati dal giornalista di cybersecurity Brian Krebs. Verizon ha confermato il databreach e l’intenzione di avvertire ogni cliente interessato.

MAGGIO

5 Maggio 2016: Una società di cybersecurity di Milwaukee, la Hold Security, rivela l’avvenuta diffusione di 270 millioni account email completi di username e password nell’underground criminale russo. Hold, che li ha individuati, ne ha contati 57 millioni di Mail.ru, provider russo, 40 milioni di Yahoo!, 33 di Hotmail, e 24 da Gmail.
I dati sarebbero stati diffusi a titolo gratuito e senza controparte economica. Secondo gli esperti centinaia di migliaia di account erano relativi a provider cinesi e tedeschi e le combinazioni username/password trovate erano appartenenti a impiegati di banca e del commercio al dettaglio.
LinkedIn. Il 17 maggio del 2016 è stato scoperto un furto massiccio di dati personali risalente al 2012 ai danni della piattaforma per servizi professionali Linkedin. Anche stavolta la segnalazione è venuta da Krebs onn security. Si tratterebbe di 117 milioni di dati relativi a email e password degli utenti contenuti nello stesso database.

GIUGNO

DNCLeaks Lo scalpore suscitato dal ripetuto furto delle email di alcune figure prominenti del Comitato Nazionale Democratico ha creato una nuova voce per i vocabolari di informatica: DNCLeaks. Insieme ad altri furti di dati, la diffusione di tali email avrebbe compromesso la vittoria di Hillary Clinton nelle presidenziali americane.
I guai per Hillary e i democratici cominciano a metà giugno quando l’azienda di cybersecurity Crowdstrike rende nota la violazione del database del Comitato nazionale democratico e un gigantesco furto di dati, attribuito a due gruppi hacker russi. Oggetto del furto sono 19.250 email con 8mila allegati del Comitato elettorale democratico successivamente pubblicate da WikiLeaks.

LUGLIO

Ashley Madison Il 19 luglio TheHackerNews riporta la notizia che il sito di incontri erotici Ashley Madison è stato oggetto di un attacco che ha esposto al pubblico i dati personali di 37 milioni di utenti, incluse carte di credito e numeri telefonici. La società proprietaria del brand è stata multata di $1.6 di dollari per non aver protetto adeguatamente la privacy dei propri clienti.

AGOSTO

NSA hack Si viene a sapere che gli Shadow Brokers sono venuti in possesso di strumenti per lo spionaggio cibernetico usati dalla National Security Agency: in particolare cyberweapons e trojan. Il gruppo hacker li ha poi messi in vendita sul web.

SETTEMBRE

Yahoo! La società acquisita da Microsoft e specializzata in servizi di corrispondenza digitale Yahoo! rivela di essere stata vittima di un vasto data breach. Il furto riguarderebbe 500 milioni di account rubati nel 2014. La notizia compromette la vendita della società a Verizon che ritenendosi danneggiata chiede uno sconto sul suo acquisto.
Dropbox Settembre 2, 2016: Dropbox, servizio per l’immagazzinamento di file rivela un databreach imponente ai danni dei suoi clienti. Risalente al 2012, gli account sono stati usati fino al 2016 mettendo a rischio 68 milioni di utenti.

OTTOBRE

Dyn Servers. La botnet Mirai  il 21 ottobre con un attacco DDoS (Distributed Denial of Service) mette offline  mezza East Coast degli Stati Uniti rendendo impossibile usare i servizi di Twitter, Amazon, Netflix, New York Times, per diverse ore, con un attacco ai DNS server della società DYN con effetti che si sono sentiti anche in Europa. Mirai lo ha fatto reclutando una botnet di circa 100.000 telecamere connesse a Internet basate su schede della cinese XiongMai Technologies, tutte con lo stessa username e password.

NOVEMBRE

AdultFriendFinder Il 13 Novembre 2016 AdultFriendFinder, sito per incontri sessuali tra adulti viene preso di mira dagli hacker per la seconda volta in due anni. Vengono rubate le credenziali di 412 milioni di utenti, pubblicate e messe in vendita in anonimi marketplaces del dark web compresi di status utente, email e cronologia di navigazione. AdultFriendFinder non ha mai voluto confermare la rivelazione di LeakedSource.
San Francisco Municipal Transportation Agency Il 25 Novembre 2016 un attacco al sistema informatico dell’autorità per il trasporto pubblico di San Francisco, Muni, blocca per due giorni i sistemi di pagamento della metropolitana facendo viaggiare gratis i pendolari. Ma gli hacker rivendicano di essere entrati in possesso di 30GB di dati degli impiegati e degli abbonati chiedendo un riscatto di 100 Bitcoins, circa $73,000 dollari.

DICEMBRE

Yahoo! Il 14 dicembre del 2016 Yahoo! annuncia che imprecisati hacker al soldo di uno stato non identificato hanno rubato nomi, indirizzi email, numeri di telefono, date di nascita e domande e risposte di sicurezza criptati o in chiaro da più di 1 miliardo di account. L’attacco risalirebbe al 2013 ma non avrebbe compromesso dati finanziari.

sabato 4 febbraio 2012

Cracca la pagella, finisce in galera

Un giovane studente americano replica i fasti del film Wargames ma, invece di scatenare una guerra termouna schermata dal celebre filmnucleare globale, si limita a penetrare i sistemi della propria scuola. Beccato, rischia fino a 40 anni dietro le sbarre.

Omar Khan ha 18 anni, vive nella città californiana di Coto de Caza ed è un esperto di manomissione di sistemi informatici. La sua principale passione, per inciso, è quella di andare a rovistare nei computer della scuola che frequenta per cambiare i voti suoi e quelli degli altri studenti. Pratica immortalata nel cinema statunitense già decadi fa e che ha finito, piuttosto prevedibilmente, per mettere Khan nei guai e farlo andare in prigione. Se infatti si fosse limitato a cambiare le votazioni da "C", "D" e "F" a tutte "A", come in un primo tempo aveva fatto, Khan avrebbe potuto farla franca. Invece lo studente si è sbizzarrito, eccitato forse dal successo delle sue incursioni, modificando i voti degli altri studenti, installando malware per assicurarsi un successivo accesso senza problemi e chiedendo alla scuola una trascrizione ufficiale dei falsi risultati nei test per l'iscrizione a una buona università.Proprio quest'ultima richiesta ha fatto scattare l'allarme all'istituto, e le forze dell'ordine sono in seguito intervenute per portare "al fresco" il giovane hacker. Khan è ora accusato di 69 diversi reati, inclusa la modifica di pubblici registri, furto di informazioni riservate, accesso non autorizzato, furto di identità, furto con scasso e persino cospirazione. Sommati tutti assieme, i crimini informatici di Khan pesano per una possibile pena detentiva di 38 anni in gattabuia. Il giovane è in attesa della sentenza in carcere, non avendo i suoi genitori pagato la cauzione fissata dal giudice a 50mila dollari. Tanvir Singh, amico di Khan e presunto complice di alcune delle infrazioni, rischia invece una pena molto meno severa: sino a 3 anni di galera. Forse negli anni ottanta, ai tempi del già citato fenomeno Wargames pene così pesanti non erano nel novero delle possibilità, ma la moderna sensibilità giuridica alle possibilità del mezzo informatico ha cambiato le carte le regole del gioco. Gioco che ha smesso di avere valenze ludiche da tempo, per trasformarsi in materia dibattimentale nelle corti americane ma anche italiane e non solo.

Fonte: Punto Informatico - Autore: Alfonso Maruccia


domenica 31 luglio 2011

Sicurezza siti web italiani: 23mila bucati in 3 anni con perdite di 24 milioni di euro


Configurazioni dei sistemi di difesa per la protezione dei dati non adeguate e scarso o discontinuo monitoraggio di reti, sistemi e applicazioni facilitano gli attacchi.

Nel triennio 2008-2010 sono stati bucati da attacchi informatici 22.956 siti web di aziende e istituzioni italiane. Attacchi che hanno prodotto danni per 24 milioni di euro. A fornire tali cifre è Maglan Group, società specializzata in autiding & consultino nel settore dell’Information Defense in ambito civile e militare. Circa l’80% delle intrusioni via web, informa un comunicato stampa ufficiale di Maglan Group, si è verificato nel 2010. Una tendenza in linea con l’andamento registrato negli altri paesi europei. Circa il 60% dei sistemi operativi bucati sono di origine Linux e i restanti Microsoft, nonostante la messa in sicurezza degli stessi possa garantire in genere un buon livello di protezione, prosegue la nota. Le aziende e le istituzioni italiane colpite da intrusioni informatiche hanno subito danni consistenti quantificabili in una risorsa umana/giorno per un costo totale medio di 750 euro/giorno. Sebbene i cracker abbiano perfezionato le loro tecniche di attacco, il livello raggiunto dai criminali informatici non può spiegare, in sé, numeri di tale portata. Bisogna, infatti, considerare altri elementi, illustrati da Paolo Lezzi, amministratore delegato di Maglan Europe. Ovvero configurazioni non sufficientemente sofisticate dei sistemi di difesa per la protezione dei dati. E scarso o discontinuo monitoraggio di reti, sistemi e applicazioni. Da gennaio a giugno 2011, i tecnici dei laboratori Maglan hanno registrato circa 15.000 tentativi di penetrazione di siti web italiani. Le previsioni per fine anno stimano che le perdite attribuibili a danni originati da intrusioni raggiungeranno un totale di 9,5 milioni di euro.

Fonte: WebMasterpoint - Autore: Andrea Galassi

venerdì 8 aprile 2011

Inps, Agenzie delle entrate, Pra e Cdc. Il database era in Malesia


Con l'operazione Stop intrusion la Polizia postale individua un cittadino italiano residente in Romania che aveva carpito le credenziali di accesso alle varie banche dati. Il tutto parte con una mail al ministero degli Esteri Solo una settimana fa il sito dell'Enel è andato giù per una mezz'oretta. L'attacco era stato annunciato dalla Polizia postale che, monitorando i forum dove i cybercriminali raccontano le loro operazioni, aveva allertato la società. Il tempo di predisporre un filtro, inibire l'accesso dall'estero (l'azione partiva dalla Francia), ma comunque il sito per un breve periodo di tempo è stato irraggiungibile. Una delle tante azioni, delle quali spesso non si sa nulla, che colpiscono le aziende italiane e che secondo Marco Valerio Cervellini, responsabile relazioni esterne della polizia postale, hanno spesso come oggetto gli istituti di credito. “Le banche italiane sono state massacrate”, spiega senza mezzi termini anche se poi, aggiunge, non tutti denunciano perché le conseguenze sul fronte dell'immagine sarebbe troppo forti. Eppure fra estorsioni (bucano il database dell'azienda e avvisano che c'è bisogno di una consulenza, una sorta di pizzo virtuale) e attività della criminalità organizzata “entrata a piedi uniti in questo business”, dietro le quinte la battaglia è aspra. Molto di più di quello che possiamo immaginare. L'operazione Stop intrusion ne è un esempio.Un cittadino italiano di 57 anni, dotato di eccellenti competenze informatiche e residente in Romania, è riuscito infatti a impossessarsi delle credenziali di accesso a una serie di banche dati fondamentali per la vita del paese come l'Inps, Agenzia delle entrate, camere di commercio, Pubblico registro automobilistico e Agenzia del territorio. Il tutto è partito nel settembre dello scorso anno (l'indagine si è conclusa nel giro di tre mesi) quando al ministero degli Affari Esteri sono arrivate 79 mail per 3.127 dipendenti. Allegato c'era un file pdf (quante volte si dice di non parire gli allegati sospetti), che sfruttando una vulnerabilità ha installato un malware che registrava tutto ciò che gli operatori digitavano alla loro tastiera. Il mail server di partenza era in Canada e il worm identificato era la variante di un malware commissionato a un cracker da una organizzazione internazionale. I dati finivano tutti in Malesia, ma la mente della faccenda stava in Romania e da lì rivendeva il tutto ad agenzie investigative e società (italiane) che utilizzavano questi dati sensibili per fini commerciali. “Un database – commenta Cervellini – persino più aggiornato di quello del ministero degli Interni”. Il responsabile dell'azione criminale aveva anche messo in vendita una chiavetta Usb con dentro il malware che gli serviva per recuperare altre informazioni personali su qualsiasi soggetto. I dati dell'home banking, per esempio. Che la Romania fosse la base di azione del criminale italiano non è casuale. Di solito proprio da quel paese arrivano i cracker più pericolosi, tanto che persino gli americani hanno tentato di contattarli e coinvolgerli per farne degli hacker “buoni” (come d'altronde indicava l'origine del termine). Ma i criminali hanno lasciato perdere. Si guadagna molto di più così. Un esempio seguito anche dai colleghi italiani che si infilano nelle maglia larghe della legislazione, si avvantaggiano dei tempi più lunghi necessari per scoprire questo tipo di reati e puntano sul furto di dati. Molto profittevole. Se molte aziende italiane ancora non comprendono i vantaggi della tecnologia, loro invece ci sono già arrivati.


venerdì 4 marzo 2011

UK, carcere per baby cybercriminali


Avevano creato il più grande snodo per cracker sparsi in tutto il mondo, Ghostmarket.net. Quattro giovani britannici sono stati condannati fino a cinque anni di carcere
I giudici l'hanno definito "Crimebook" ovvero una sorta di Facebook per criminali creato da quattro teenager inglesi ora condannati a fino a cinque anni di carcere.

Si chiama Ghostmarket.net il sito per cybercriminali considerato uno dei forum più operativi in tutto il mondo nel succhiare denaro dalle carte di credito all'insaputa dei possessori. Le forze di polizia hanno stimato che la somma sottratta si aggiri intorno ai 16,2 milioni di sterline, quasi 20 milioni di euro. Si pensa che il sito, che contava circa 8mila membri sparsi in tutto il mondo, sia ricollegabile a centinaia di migliaia di sterline rubate da 65mila conti bancari. Nicholas Webber, proprietario e fondatore del sito, è stato arrestato nell'ottobre del 2009 insieme all'aministratore Ryan Thomas, dopo aver cercato di pagare un conto di un hotel usando i dati di una carta di credito sottratti illecitamente. I due avevano rispettivamente 18 e 17 anni. Ora, il tribunale ha condannato Webber a cinque anni di carcere e Thomas a quattro anni di reclusione. Dopo essere entrati in possesso del laptop di Webber, gli agenti hanno scoperto la presenza di 100mila dettagli di carte di credito e una traccia che riconduceva a Ghostmarket. I due cybercriminali non sono comparsi in giudizio dopo aver ottenuto la libertà provvisoria dietro cauzione, preferendo la fuga a Maiorca. Ma la loro corsa è finita all'aeroporto di Gatwick lo scorso 31 gennaio, arrestati dalle forze dell'ordine. La corte penale di Southwark ha spiegato come Webber, figlio di un ex politico di Guernsey, abbia utilizzato un conto bancario offshore del Costa Rica per depositare il bottino delle frodi. Dopo il primo arresto, il giovane avrebbe minacciato su un forum gli agenti di polizia specializzati in cybercrime e avrebbe sfruttato le sue abilità di cracker per tracciare gli indirizzi dei poliziotti. Il giudice John Price ha affermato che i crimini di cui si è macchiato Ghostmarket sono stati realizzati su larga scala: "È stata un'avventura criminale che ha offerto consigli sofisticati su come manomettere un computer, causando malfunzionamenti e il prelievo di informazioni personali, il tutto condotto su larghissima scala", ha spiegato Price. Il padre di Nicholas Webber ha dichiarato di non aver mai immaginato il coinvolgimento del figlio in attività criminali del genere: "È sempre stato brillante con i computer ma niente mi ha mai fatto pensare a ciò che è accaduto", ha confessato Mr Webber. Oltre a Nicholas Webber e Ryan Thomas, per il medesimo capo d'accusa sono stati condannati anche Gary Kelly e Shakira Ricardo, entrambi di 21 anni.
Fonte: Punto Informatico - Autore: Cristina Sciannambio

venerdì 25 febbraio 2011

USA, famiglie cracker

Il capo della polizia di Mahwah organizza dei seminari per spiegare ai genitori come installare il software per appropriarsi delle password dei figli. La Rete esporrebbe i più piccoli a tanti, troppi pericoli.

Molti genitori diventano su Facebook amici dei loro figli con la speranza di trovare un nuovo modo di comunicare con loro tenendo in maniera segreta sotto controllo la loro vita online, altri non riescono facilmente a stringere amicizia con i propri bambini per via di una sorta di barriera che quasi sempre sono i figli a voler mettere. Arriva dal New Jersey la nuova proposta pensata per tutti quei genitori che vorrebbero guardare di nascosto i post dei propri figli, le foto pubblicate, i link condivisi e quant'altro. Secondo James Batelli, capo della polizia di Mahwah, cittadina del New Jersey, i genitori che non sono amici dei propri figli non dovrebbero avere alcuna esitazione nel trovare rimedio nel cracking per ottenere le password dei propri bambini, senza minimamente sentirsi in colpa. Il capo della polizia, anch'egli coinvolto da vicino nella vicenda in quanto padre di una ragazza adolescente, ritiene che ogni genitore dovrebbe possedere gli strumenti per tenere sotto controllo la vita in Rete dei più piccoli. Tale consulenza sarà offerta a coloro che vorranno, attraverso dei seminari nei quali si mostrerà come installare sul computer domestico il software che consentirà agli adulti di monitorare e registrare ogni azione eseguita.I bambini si mettono spesso in situazioni pericolose e ciò accade ogni giorno - ha spiegato Batelli - specialmente su Facebook dove corrono il rischio di entrare in contatto con adescatori". "Basta leggere il giornale ogni giorno - ha continuato il capo della polizia - per vedere storie che parlano di rapimenti, atti persecutori, violenza sessuale a seguito di una interazione avvenuta in Rete e molto spesso sui social network"."Utilizzando tale software i genitori possono ottenere le password dei loro figli, dando loro accesso a tutta la gamma delle attività online dei bambini" ha spiegato Batelli. Il direttore del gruppo a tutela della privacy Identity Theft 911, Edi Goodman, anch'egli padre di due bambini piccoli, ha espresso sentimenti contrastanti su questa genitorialità high tech. "E 'un terreno scivoloso - ha spiegato - per spiare i vostri figli". "Spero di poter mettere a conoscenza i miei figli di tali pericoli che si verificano online perché non posso stare con loro tutto il tempo". Nonostante Goodman abbia dichiarato a SecurityNewsDaily di non essere del tutto contrario all'idea di spionaggio proposta dal capo della polizia, pensa che tale meccanismo debba essere applicato caso per caso. Sulla questione è intervenuto anche lo psicologo Jeffrey Kassinove, dichiarando che tale metodo si insinua in una situazione di sfiducia di base nel rapporto genitore figlio. "Si sta insegnando al bambino che mentire è una cosa giusta". "Ci sono altri modi - ha concluso - per scoprire cosa fanno i bambini sui social network". In realtà, secondo altri, ad esempio Facebook ha un proprio strumento per i genitori che sono preoccupati per quello che sta succedendo ai propri figli, che è rappresentato dal Centro di Sicurezza, con risorse a disposizione genitori, ragazzi, educatori e forze dell'ordine. I pareri sulla questione sono, dunque, abbastanza diversificati. Alcuni ritengono che il metodo proposto dal capo della polizia sia legittimo, altri ritengono invece che i bambini siano già molto abili nell'utilizzare le tecnologie informatiche e che presto potrebbero accorgersi di essere spiati dai propri genitori. Per tali ragioni il tecnocontrollo potrebbe non rappresentare la soluzione più idonea.
Fonte: Punto Informatico - Autore: Raffaella Gargiuolo

venerdì 28 gennaio 2011

Cloud Cracking: nuove minacce per la sicurezza


Che bello il cloud computing! E' tutto più facile, è tutto più immediato, è tutto più sicuro! Davvero? Non ne siamo così convinti e vi spieghiamo perché. Le architetture cloud offrono certamente vantaggi innegabili per l'infrastruttura IT, dei quali abbiamo già ampiamente discusso in precedenza, ma non sono tutte rose e fiori. C'è un pericolo che si profila all'orizzonte guardando bene tra le nuvole, e deriva proprio dalla caratteristica principale del cloud: l'alta parallelizzazione offerta velocemente e senza troppi limiti a chiunque, dovunque ed in qualsiasi momento. Prendiamo l'ambito della sicurezza. Qual'è il fattore più potente che ad oggi impedisce che le password dei nostri conti bancari, dei nostri account di servizi, o di qualunque altro genere di protezione attiva vengano crackate? Pensateci bene, non è un qualche algoritmo matematico né una fantomatica tecnologia informatica. E' un qualcosa di molto più semplice e del quale siamo ben consci nella nostra quotidianità: è il tempo! Il tempo necessario a crackare una password di media complessità impedisce che ogni giorno vengano messi a repentaglio i nostri dati sensibili. Il tempo richiesto da un attacco di tipo brute-force, di forza bruta, col quale si tentano tutte le possibili combinazioni di password fino a trovare quella giusta, è commisurato alla lunghezza della stessa e, con una chiave di 8 caratteri ad esempio, crittata con un algoritmo di buona qualità, un normale PC potrebbe impiegare settimane, mesi o anche anni per trovare il risultato utile. Questo perché l'attività di brute-forcing è essenzialmente basata sulla potenza computazionale di un sistema, tanto maggiore essa sarà, quanto minore il tempo per provare tutte le innumerevoli possibilità. Come qualsiasi altra attività computazionale però, questa non è detto che debba essere svolta per intero da una singola macchina, potrebbe infatti essere divisa in "pacchetti" e distribuita ad un gran numero di sistemi, ognuno impegnato così ad elaborare una parte del tutto per poi ricostruire insieme il risultato definitivo. Detto in altri termini, l'elaborazione può sfruttare il calcolo parallelo senza necessità alcuna di essere eseguita in serie. Che ruolo svolge quindi il cloud computing in tutto ciò? Come può essere d'aiuto nello scovare password fino ad ora ritenute a prova di bomba? E' molto più semplice di quanto si possa credere. e abbiamo compreso come la parallelizzazione possa essere di grande aiuto al malintenzionato di turno che voglia scovare una qualunque password di un sistema protetto, il passo successivo, quello del cloud computing, dovrebbe essere abbastanza ovvio. Con il cloud si può sfruttare la potenza di un gran numero di macchine, virtuali e non, senza doverne per forza disporne fisicamente, affittando risorse solo quando servono e per un compito ben preciso, pagando cioé per l'effettivo lavoro da svolgere e nulla più, senza altri costi connessi più o meno celati.

Fonte: Digitalnewschannel - Autore: Federico Piccirilli
Continua su: Digitalnewschannel

venerdì 22 ottobre 2010

Mi hanno svaligiato la casa su Facebook...


Donna gioca mesi a "Pet society" Dopo il furto arrivano i magistrati
Uno choc. È tornata a casa e l'ha trovata vuota. Il divano di marca, l'idromassaggio e le conchiglie, l'acquario, il tavolo da biliardo, la parete attrezzata, gli specchi. Non c'era più nulla. Niente quadri sui muri, tappeti e tende acquistate con gusto e ricercatezza. Hanno portato via anche il cordless di ultima generazione. Due anni di sacrifici volati per colpa di un hacker. Sì, perché il «colpo» subìto da Paola Letizia, 44 anni, una palermitana che lavora al Pubblico registro automobilistico, è stato virtuale come virtuale era la sua casa costruita in uno dei giochi di Facebook più noti: «Pet society». Paola non si è rassegnata, si è rivolta agli avvocati Mauro Torti e Ivano Natoli e ha presentato una denuncia: la Procura di Palermo ha aperto un'indagine e adesso la polizia postale dà la caccia al pirata che si è introdotto nell'account di posta elettronica della donna e le ha «svaligiato» la casa virtuale. Un'abitazione che esiste solo sul social network, ma che la protagonista di questa vicenda da terzo millennio considera un'autentica proprietà. Sette stanze arredate in stile moderno con un gatto, anch'esso virtuale, che lei aveva chiamato Blue Cat, e che è rimasto solo. Già, il ladro-hacker, nell'appartametno vuoto, ha lasciato solo lui. Il pm Marco Verzera aveva chiesto l'archiviazione del caso, ma i legali si sono opposti e il gip Fernando Sestito ha imposto la prosecuzione delle indagini per «introduzione abusiva e aggravata» nella corrispondenza elettronica e nelle attività ad essa collegate: un reato punito con l'articolo 615 e che prevede una pena da uno a cinque anni. All'impiegata hanno rubato la password e violato l'account di posta elettronica, passaggio obbligato per andare alla sua casetta di Pet Society. Un vero e proprio furto perché l'hacker ha lavorato per ore - come i topi d'appartamento - rubando oggetti comprati con la carta di credito. Costo complessivo: circa cento euro.«Per arredare la casa bisogna frequentare negozi virtuali - spiega Paola Letizia - di arredamento, abbigliamento, per articoli da regalo. È un gioco, ma poi ti prende, perché all'inizio è una casa spoglia, nuda e tu, frequentandola e facendola visitare dagli amici, acquisisci il diritto di arricchirla, di aumentare le stanze, di farle più grandi e più belle, di fare e di scambiare regali con gli amici». Un modo per socializzare, sia pure davanti a uno schermo e a una tastiera, perché ci si scambia le visite, si fanno commenti, complimenti, critiche. «Ora mi viene da ridere - dice ancora la protagonista - ma quando ho visto che tutto quello che avevo nelle mie stanze era stato portato via, ci sono rimasta malissimo. Perché per più di un mese non sono riuscita a usare la mail, né facebook e nemmeno ho potuto giocare con Pet Society. E poi perché mi sono sentita come se qualcuno avesse violato la mia vita privata, le mie abitudini, le ore trascorse in una realtà virtuale che sentivo profondamente mia». Gli avvocati Torti e Natoli intendono andare fino in fondo. Hanno evitato l'archiviazione e sottoporranno la loro assistita a una perizia psicologica: «Dimostreremo - dice Mauro Torti - che ha affrontato una vera e propria sofferenza. Per quanto paradossale è anche questa la società di oggi».

giovedì 21 ottobre 2010

Hackerato il sito americano di Kaspersky



E' quasi un paradosso la vicenda che, domenica scorsa, ha visto protagonista il sito di Kaspersky, la nota azienda specializzata nella distribuzione di software antivirus. Il sito americano è stato violato da alcuni hacker che lo hanno utilizzato per distribuire una versione contraffatta e potenzialmente dannosa del pacchetto. Lo ha reso noto la società con un comunicato ufficiale, confermando l’attacco e ammettendo l’impossibilità di risalire ai suoi responsabili, almeno per il momento. La falla, già corretta al fine di ripristinare il normale funzionamento del sito, è stata individuata in un’applicazione di terze parti utilizzata per la gestione del portale. Ai malcapitati utenti, intenzionati a scaricare una versione originale del software Kaspersky, è stata mostrata una finestra pop-up contenente una fittizia scansione del sistema in cerca di malware e un link per il download e l’installazione del falso applicativo. Secondo gli esperti che hanno analizzato l’attacco, il problema si è protratto per un periodo pari a circa tre ore e mezza. Al fine di garantire la piena sicurezza durante la navigazione, una volta scoperto e sistemato il malfunzionamento, il team ha dichiarato di aver analizzato a fondo ogni singola pagina del proprio sito. Questa non è la prima volta che Kaspersky ha dovuto controllare il sito web dopo un incidente. Nel febbraio 2009 un hacker è riuscito a entrare nel sito dell'azienda dopo aver scoperto un difetto di programmazione web. Questo difetto potrebbe aver dato il potenziale accesso ad hacker agli indirizzi emali dei clienti e ai codici di attivazione del prodotto tramite una tecnica di attacco comune, chiamato SQL injection. Nell'attacco di Domenica non sono state compromesse le informazioni di nessuno, ha dichiarato Kaspersky. "Tuttavia, Kaspersky Lab prende seriamente ogni tentativo di compromettere la sua sicurezza. I nostri ricercatori stanno lavorando per individuare le possibili conseguenze degli attacchi per gli utenti coinvolti, e sono a disposizione per fornire aiuto per rimuovere il software falso antivirus", ha detto la società.

Fonte: Future Web

mercoledì 29 settembre 2010

Furto di identità su Internet


False mail a nome di Vittorio Guidi, curatore del museo di Forte dei Marmi

FORTE. Oltre duemila utenti di internet si sono visti recapitare nella propria casella email un grido disperato: «Sono a Londra, mi hanno rubato tutto, ho bisogno di soldi per tornare indietro». Firmato: Vittorio Guidi, personaggio notissimo a forte, figilio dello scultore Ugo e curatore del museo a lui dedicato. Peccato che quella mail fosse falsa: un'esca lanciata per prendere all'amo qualche buon cuore che effettuasse un "money transfer" verso un destinatario sconosciuto. «Ho già sporto querela alla polizia postale» racconta Vittorio Guidi - quello vero. «Purtroppo - continua - da qualche giorno sto ricevendo telefonate da decine di persone per chiedere cos'è successo. E a tutti devo spiegarlo». Appunto, cosa è successo? Molto probabilmente Guidi è rimasto vittima di un hacker che è riuscito a "rubare" i contatti email che aveva nella rubrica del suo account su hotmail.com. E, insieme alla rubrica, ha rubato anche la "firma" da apporre in calce alla lettera. Quello che lo sconosciuto hacker non è riuscito a rubare è la padronanza dell'italiano. Il testo della mail, infatti, è molto maccheronico. Un esempio? «Gradirei quasiasi cosa tu possa fare per aiutare me, prometto che a rimborsare i soldi inditero non appena torno a casa in modo sicuro». Segno che il testo è stato ottenuto con uno dei tanti traduttori automatici disponibili. Con un minimo di infarinatura informatica (e il sito giusto) è possibile anche risalire al luogo di partenza della mail. Ogni messaggio, infatti, porta con sè un numero che identifica il mittente. E su Internet è possibile risalire da questo numero alla zona di provenienza: nel caso del falso messaggio di Guidi la corsa si ferma a Vientiane, capitale del Vietnam. E l'autore aveva fatto le cose per bene. Se qualcuno avesse risposto al messaggio "incriminato", la sua mail sarebbe finito a un indirizzo che si discosta da quello vero di Guidi per una sola lettera in meno. «La cosa peggiore - prosegue Vittorio Guidi - è che hanno utilizzato l'indirizzo che adopero per lavoro. Ho chiesto al mio fornitore di posta elettronica di bloccare l'account e di reinizializzarlo con un'altra password, ma purtroppo finora non ho avuto una risposta».

giovedì 12 agosto 2010

Hacker al telefono: il pericolo è social


Il tempo delle agognate ferie arriva anche per gli hacker (parliamo di quelli cattivi) non perché non ci siano ovunque server e PC da crivellare a colpi di vulnerabilità, ma perché le cose si fanno più facili quando c’è qualcuno che inconsapevolmente li aiuta dall’interno. Non stiamo parlando di impiegati in malafede, ma delle nuove frontiere del social engineering, quella disciplina dell’hacking che prevede di attaccare il lato umano del sistema. Un recente contest ha messo alla prova l’abilità di diversi partecipanti a cui è stato chiesto di ottenere quante più informazioni possibili sugli eventuali bersagli. A squillare sono stati i telefoni di grandi aziende del mondo ICT (tra cui Google Microsoft, Apple e Cisco) e non (come Coca Cola, Pepsi e BP). Regole del contest: niente password o altre informazioni confidenziali, ma versioni del sistema operativo o di altri applicativi “a rischio”, come Adobe Reader o Microsoft Office. La nuova frontiera del social engineering è infatti la preparazione al “colpo” vero e proprio. Occorre arrivare preparati: sapere quale software e quale versione ci si troverà davanti rende più veloce l’individuazione di falle e bachi da sfruttare. Senza contare che a fare domande “quasi innocue” il più delle volte si passa inosservati. Su 50 telefonate, in solo tre casi l’interlocutore ha mangiato la foglia e ha riattaccato e in tutti e tre i casi dall’altra parte del filo c’era una voce femminile. Verrebbe quasi da dire che la sicurezza è donna.

lunedì 9 agosto 2010

Cyber-attacco all'Occidente? 100 milioni di dollari


Un esperto ha valutato tempi e costi necessari a prendere il controllo degli States. Bastano mille hacker e ventiquattro mesi.

Per entrare nelle infrastrutture statunitensi per assumerne il controllo o almeno renderle inoperative basterebbero 100 milioni di dollari e due anni di lavoro. E' questo quanto dichiarato dall'esperto Charlie Miller qualche giorno fa. La cifra servirebbe per formare un migliaio di esperti di vario livello, che via via prenderebbero il controllo dei vari sistemi per poi sferrare un attacco letale.Se 100 milioni di dollari sono fuori dal budget, con cifre minori si può portare un'offensiva ad un solo sistema ed inoltre sperare nell'effetto domino. Si tratta di ipotesi approssimative, ma già il fatto che sia valutabile da un singolo e quasi per gioco, non con anni di lavoro, fa pensare. Inoltre a Miller ha subito fatto eco Mark Harding, presidente della Nsc, affermando di sapere per certo che alcuni individui potrebbero fermare l'intera Rete.E Charlie non l'ha detto, ma se per gli Usa il totale fa 100, a cifre ben inferiori sarebbe possibile mettere in ginocchio Stati meno articolati, tra i quali anche l'Italia. Difficilmente le fasi di reclutamento e formazione potrebbero sfuggire alle intelligence internazionali, ma sulla carta il progetto è, secondo Miller, più che realizzabile. L'esperto ha descritto la sua idea durante un incontro della Nato tenutosi recentemente in Estonia ma anche in diversi altri incontri dedicati. Miller è noto da tempo per il suo expertise nella sicurezza. Attualmente lavora per la Independent Security Evaluators, ma precedentemente aveva passato cinque anni all'Nsa, National Security Agency statunitense. Dollari nordcoreaniNello svolgere la sua valutazione, Miller ha immaginato che la Corea del Nord gli chiedesse la consulenza per valutare un cyberattacco globale agli Stati Uniti, comprendente rete elettrica, banche, telecomunicazioni ed altri sistemi principali. La scelta è caduta su questo Stato in quanto essendo privo di Internet è virtualmente immune dalle conseguenze del suo collasso. Certamente il suo leader, Kim Jong Il, avrebbe gradito l'idea: nel 2007 fece parlare di sé in rete anche per essersi dichiarato esperto di Internet.

giovedì 22 luglio 2010

Il buon senso contro gli attacchi sui social network


Si stanno sfruttando le reti sociali e il Web 2.0 per perpetrare attacchi di phishing. Ma c’è rimedio: la saggezza.

Per i malicious hacker i social network rappresentano un bel vettore di attacco, garantendo una vasta esposizione, oltre alla rapida e prolifica diffusione di informazioni tra le parti che condividono fiducia reciproca. Questo rende semplice la diffusione di malware, link malevoli e di attacchi di phishing multipli da parte dei criminali informatici. Il malware distribuito attraverso i siti di social network ha una possibilità molto più elevata di raggiungere l'obiettivo rispetto allo stesso inviato via email: con una media di 130 connessioni per utente su Facebook, o 126 follower per utente di Twitter, non c'è dubbio che i siti di social network offrono ai criminali informatici un vasto campione di potenziali vittime e una buona probabilità di colpire il bersaglio. Secondo Paolo Ardemagni, Regional Director Sud Europa di Check Point, per mitigare il rischio è possibile implementare alcune misure di base che possono fornire una buona prima linea di difesa. Lo stesso buon senso e le misure di protezione normalmente utilizzate su Internet dovrebbero essere applicate ai siti di social network: gli utenti dovrebbero comprendere prima di tutto che è necessaria la stessa attenzione all'interno dei gruppi sociali virtuali, così come per la posta elettronica e per qualsiasi altra interazione su Internet. Dovrebbero adottare modalità sicure per proteggere l'identità, iniziando a utilizzare password diverse e sufficientemente forti per i vari account personali, e scegliere le corrette impostazioni di privacy. Allo stesso modo, i dipendenti aziendali dovrebbero evitare la sovraesposizione delle informazioni personali o di quelle aziendali, e adottare un comportamento responsabile e sicuro online, proprio come farebbero nel mondo non virtuale. A livello aziendale le organizzazioni possono contare sugli stessi strumenti che utilizzano per proteggere le loro reti, iniziando con un'architettura di sicurezza robusta che comprenda un buon firewall e un Ips potente per rilevare minacce differenti e proteggere contro ogni tipo di attacco informatico. Tutto ciò dovrebbe essere integrato con una soluzione endpoint completa che fornisca supporto contro worm a rapida diffusione, Trojan, spyware e altri codici malevoli che possono minacciare la continuità di business, richiedere una risoluzione dei problemi costosa in termini di tempo, compromettere la produttività dell'utente, e aggiungere una serie di altri rischi dovuti all'alterazione o al furto di dati. Questo tipo di protezione, abbinata a un'adeguata policy di conformità e all'aggiornamento delle applicazioni e delle patch, aiuta a prevenire gli exploit di phishing.

mercoledì 21 luglio 2010

Truffe on line con carte di credito clonate



Acquistavano interi pacchetti di dati per clonare carte di credito, bancomat, postamat. Non solo. Scippando a ignari cittadini la loro identità, vendevano su eBay materiale informatico e tecnologico che non arrivava mai a destinazione. I carabinieri del nucleo investigativo di via In Selci erano sulle tracce della banda dalla fine del 2008. Un’organizzazione criminale specializzata in truffe on line, contraffazione di carte di credito, furti di identità finalizzati a rifilare “pacchi” in rete. Diciannove persone arrestate, fra le quali hacker esperti, tra Roma, Pisa, Cosenza e Siracusa. L’operazione “Match Point” viene avviata all’indomani di una serie di segnalazioni e denunce da parte di compratori iscritti al popolare sito di aste in linea che lamentavano non solo la mancata ricezione della merce aggiudicata e pagata, ma anche la cessazione improvvisa di ogni contatto con il venditore. Insomma, una volta incassato il denaro l'attività del "seller" s'interrompeva. Base della gang, composta soprattutto da elementi calabresi, la capitale. Da qui l'organizzazione si diramava nel resto del Paese, creando una serie di basi distaccate in cui operare. L'indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Nello Rossi e dal sostituto procuratore Stefano Fava, ha permesso di individuare la banda che agiva grazie a saldi legami con organizzazioni russe e ucraine specializzate nel furto di codici delle carte di credito. Come? Qui entrano in gioco i "pirati" informatici, che s'introducevano nei server di importanti società finanziarie per scaricare password e pin dei loro clienti. Successivamente i dati sensibili venivano venduti agli italiani attraverso la rete, utilizzando chat e sistemi di messaggistica criptati. Dai 20 ai 100 dollari il prezzo di ogni codice rubato, a seconda del limite massimo giornaliero della carta di credito. Per non destare sospetti gli ordini dei "pacchetti" si aggiravano fra i 30mila e i 50mila euro ognuno. I versamenti all'estero, attraverso sistemi di money trasfer, venivano effettuati da prestanome. Una volta ricevuti i dati bastava clonare le carte e distribuirle ad altri componenti della banda incaricati di fare acquisti in negozi di lusso e in centri commerciali. Fra le truffe on line quelle relative ad appartamenti in prestigiose località estive da affittare per le vacanze. Gli pseudonimi usati dagli arrestati erano ormai tristemente noti sul web, oggetto di discussione su forum specifici e sui siti dove si mettevano in guardia gli utenti. Nonostante ciò i criminali, cambiando in continuazione identità, continuavano a "lavorare" incassando cifre da capogiro. Sommando a quella di ieri la prima tranche dell'operazione, terminata il 18 maggio e che ha portato all'arresto di 23 persone in 11 regioni italiane e al sequestro dei laboratori clandestini utilizzati per la contraffazione, il gip Massimo Battistini ha firmato un totale di 42 misure cautelari in carcere.

lunedì 14 giugno 2010

Nel mondo viene attaccato un sito ogni secondo


Certamente non c’è da stare allegri. Ogni qual volta viene tenuta una conferenza sulla questione sicurezza informatica, i dati tirati fuori sono sempre allarmanti e gli scenari futuri apocalittici. Non ha fatto eccezione il Security Summit, organizzato a Roma dall’Associazione italiana per la sicurezza informatica (CLUSIT): ogni secondo nel mondo un nuovo attacco informatico va a segno, con un volume giornaliero di 50.000 file infetti in giro per la Rete. Ma a preoccupare sono più le prospettive per il futuro, si prevede infatti una maggiore specializzazione degli attacchi verso infrastrutture critiche, dalle centrali elettriche alle strutture ferroviarie, fino (addirittura) ai satelliti in orbita attorno alla Terra.
I danni potrebbero arrivare, in dieci anni, alla soglia 250 miliardi di euro: una cifra spaventosamente alta. E come ha chiarito il prof. Angelo Jannone, docente di criminologia dell’università di Roma La Sapienza, l’Italia non risulta affatto estranea a questo processo:
Attenzione alle infrastrutture critiche informatizzate e interconnesse. Per il prossimo decennio è prevista una probabilità di attacchi ad esse del 20%. Proteggerle è un dovere. Ad ogni modo, che la situazione sia critica non ce ne accorgiamo solo ora; l’impressione, però, è che in queste conferenze, dove ricordiamo partecipano soprattutto aziende attive nel settore della sicurezza, si tenda eccessivamente al pessimismo e alle notizie ad effetto.

mercoledì 9 giugno 2010

Il 50% delle aziende ha subito violazioni nei propri sistemi informatici


Un nuovo rapporto della Deloitte lancia l’allarme: i sistemi di sicurezza di ben il 50% delle aziende attive su Internet sono stati violati almeno una volta, e almeno il 26% ha ricevuto attacchi ripetuti dall’esterno. Dati sconcertanti, che si sommano alla progressiva professionalizzazione dei “cracker”, non più semplici hacker alla ricerca di “frontiere” da superare, e ai sempre maggiori investimenti da parte delle aziende nel settore della sicurezza. Investimenti che, evidentemente, sono ben lontani dall’essere sufficienti. Come ha notato correttamente Jacques Buith, la situazione è ormai arrivata ad un livello da richiedere sforzi anche da parte della politica e dei governi. Ad ogni modo, chi scrive trova certi allarmismi (Buith parla di anche di “terrorismo”) forse un po’ troppo eccessivi e “di situazione”.

mercoledì 10 marzo 2010

Vodafone, distribuiti HTC Magic infettati dalla botnet Mariposa


Diversi HTC Magic venduti da Vodafone in Spagna potrebbero essere infettati da un virus legato alla botnet spagnola Mariposa, sgominata proprio nei giorni scorsi dalle autorità spagnole in collaborazione con enti e aziende del settore della sicurezza informatica.

La notizia, che farà probabilmente scalpore, arriva direttamente dal blog di Panda Antivirus, il noto produttore dell’omonima soluzione per la protezione del computer. Stando a quanto raccontato nel post, uno dei dipendenti di Panda, dopo aver acquistato nelle scorse ore un Vodafone HTC Magic con sistema operativo Android e averlo collegato al PC, si è visto segnalare dal suo antivirus la presenza di due file, autorun.inf e autorun.exe, indicati come dannosi. Ad una più attenta osservazione è stato quindi scoperto che l’HTC Magic era stato infettato da un virus che, attivandosi nel momento in cui l’apparecchio viene connesso ad un PC, apre su questo una backdoor facendolo diventare parte della botnet Mariposa e rubando dati e credenziali che saranno poi spediti agli autori del malware. Particolare da sottolineare poi, che questo virus sembrerebbe non fare riferimento ai tre cracker responsabili di Mariposa conosciuti come “DDP Team”, quanto ad un non meglio precisato nickname “tnls”, facendo ipotizzare come vi possano essere ancora altri personaggi dietro la botnet spagnola. Infine le sorprese non finiscono qui, tanto che gli esperti di Panda hanno rilevato sullo smartphone la presenza del virus Confiker e di un software in grado di rubare le password d’accesso a Lineage. Saranno da chiarire nelle prossime ore le modalità con cui questi software sono riusciti a finire in un nuovo HTC Magic distribuito da Vodafone e soprattutto sarà necessario capire se si tratta di un caso isolato o se, come alcuni ipotizzano già, di un’intera partita di apparecchi infettati finiti in commercio.

venerdì 26 febbraio 2010

Questo sei tu?”… e via col phishing su Twitter


Un tentativo di phishing ai danni degli utenti di Twitter è stato registrato in questi giorni. L’attacco si presenta tramite un messaggio semplice quanto ingannevole avente per testo la domanda “Questo sei tu?” e un link sottostante sul quale si viene incentivati a cliccare. Il messaggio rischia di essere assai ingannevole per gli incauti utenti, i quali, presi dalla curiosità di una richiesta che appare diretta e confidenziale, rischiano di attivare il link e di aprire una pagina di login di Twitter, ovviamente contraffatta, su cui si viene invitati ad inserire i propri dati d’accesso. A quel punto, con le credenziali dell’account in mano, per gli ideatori dell’attacco vi sarà il via libera per utilizzare l’account per spedire analoghi messaggi ingannevoli ai contatti amici, aspetto che aumenta la pericolosità del tentativo di phishing in quanto il rischio è quello di ricevere il messaggio con la curiosa richiesta da account amici, cosa che potrebbe portare a fidarsi maggiormente e cadere nella trappola preparata dai cracker. Il pericolo per la sicurezza dei propri dati aumenta soprattutto in ragione del fatto che molti utenti sono soliti usare le stesse credenziali d’accesso per più siti, un comportamento errato che rischia di fornire ai cybercriminali non solo le chiavi d’accesso a Twitter ma anche ad altri siti, magari contenenti dati delicati. L’attacco, comunque, non riguarda soltanto Twitter, dato che email con analoghi messaggi e sfruttanti, almeno apparentemente, lo stesso meccanismo sono stati spedite nei giorni scorsi a diversi utenti. Il consiglio degli esperti, banale ma purtroppo spesso non ascoltato, è ovviamente quello di non fidarsi di simili messaggi dal contenuti così generico, anche se vengono da contatti conosciuti.

lunedì 4 gennaio 2010

Van Morrison preda degli hacker


La leggenda del rock Van Morrison ha smentito la notizia secondo cui, all'eta' di 64 anni, era diventato di nuovo papa'. La notizia, pubblicata nei giorni scorsi e con grande evidenza dai media britannici, viene definita 'completamente e assolutamente infondata'. In una nota, Morrison si e' detto vittima di un attacco di hacker al suo sito web, con un messaggio che annunciava falsamente la nascita del suo nuovo figlio, George Ivan Morrison III.