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venerdì 23 settembre 2016

Non è la rete ad essere cattiva

Opera di Ian Cheng
È in corso da mesi un attacco alla rete che manifesta picchi assai evidenti in concomitanza con tragici fatti di cronaca nera. Si allestiscono allora, in tutta fretta, trasmissioni ad hoc sull’“Internet assassina”. Si vergano con cura raffinati editoriali sui “social che uccidono” e sulla “morte che corre nei gruppi di WhatsApp”. Si reclamano a gran voce norme più stringenti contro i bulli, i pedofili, gli stalker, i maniaci e i terroristi, e si glorifica la censura. Si rimpiange pubblicamente la vita in campagna (ovviamente disconnessa). Le forze dell’ordine consigliano di controllare ogni sera i telefonini dei figli, subito dopo il bacio della buonanotte. E il tutto per giungere alla prevedibile conclusione che, alla fine, se proprio vogliamo essere onesti, Internet, nel mondo moderno, non è che sia poi così importante. Anzi, si potrebbe anche chiudere: ha portato solo pornografia, odio e una violenza verbale ormai fuori controllo. 
In un simile assalto alla carovana digitale, i primi a essere felici sono i politici, che non vedono l’ora di regolamentare un ambiente che in realtà (ma non lo ammetteranno mai) non è più quel “Far West giuridico” cui si appellavano negli anni Novanta e che, ormai, è iper-regolamentato. Quasi sempre iper-regolamentato male. 

Non è tutto: in questo ambiente sotto attacco, il diritto sembra non bastare più. Il codice penale è troppo poco. Le garanzie del processo e del sistema giudiziario non sono più sufficienti e, chiaramente, sono molto più lente dello scorrere incessante dei dati digitali. Sarebbe allora opportuno rispolverare la gogna, e rispondere con gli stessi mezzi (e gli stessi toni) a chi semina odio. Per poi, però, recitare, a cadenza regolare, un collettivo mea culpa (per il peccato del clickbaiting) e poi, poco dopo, ricominciare tranquillamente come prima. 
I giudici più influenti, che sono anche gli esecutori della pena (come un nuovo Giudice Dredd digitale), sono oggi coloro che hanno più seguaci, più lettori, più follower, più fan. Hanno potere di vita e di morte. Possono far perdere il lavoro in un attimo, esporre al pubblico ludibrio, magari portare al suicidio. Con un tweet o uno status.

L’attacco in corso si basa su una tecnica molto semplice: il confondere i piani e le priorità. Il mettere a fuoco il dito, e non osservare la luna. 
Il problema non è più uno stupro, o un suicidio, o la mancanza di solidarietà femminile, o l’odio “reale” tra ragazze, o la perversione nel provare piacere vedendo una persona soffrire, o il non reagire in presenza di una situazione degradante e umiliante per altri. No: il problema è il video che circola sui social e che riprende quella scena, la rete che amplifica e non dimentica, la testimonianza ormai incontrollabile del fatto. Non è più un problema di comportamento delle persone (luna), ma è colpa della rete e dei social (dito). Se un bullo dodicenne aggredisce e riprende un coetaneo disabile, il problema non è di educazione e di civiltà ma del video che circola su YouTube e, quindi, di urgenza di regolamentazione della rete e delle piattaforme tutte.
Sono due, in sintesi, i motivi per cui questo attacco è portato oggi con una simile veemenza. 
Il primo è per evitare di affrontare i veri problemi. 
Tutti sono ormai consapevoli della capacità della rete di amplificare il danno, di diffondere su larga scala il pensiero dell’uomo, di far “rimbalzare” le parole, anche le peggiori, ai quattro angoli del mondo. Ma non tutti comprendono come non vi sia neppure lontanamente paragone tra i lati positivi della rete (quanto ha cambiato nell’economia dell’umanità degli ultimi decenni, e il bene che ha portato) e i suoi lati negativi. Lati negativi che, sia chiaro, si trascina dietro proprio come se li trascina dietro ogni ambiente sociale. 
Si tratta, quindi, di un bersaglio facile e suggestivo, soprattutto per chi non la conosce a fondo, ma è un bersaglio facile come lo sarebbero oggi molti genitori, o molti direttori di giornali e giornalisti, o molti politici, o molti educatori. Ci si dimentica che tutta la società, tutto il diritto, tutte le relazioni sociali stanno diventando, oggi, digitali. 

Molto più difficile, a mio avviso, è comprendere e ragionare sullo stato della cultura e della civiltà di chi usa Internet, Twitter e i social network, magari partendo da chi ha una posizione “di garanzia”, in base alla quale dovrebbe dare il buon esempio: si pensi ai politici, ai media, ai genitori. Questi sono temi, però, che è meglio evitare. Molto meglio affibbiare responsabilità alla rete e ai social. 
Eppure, se riflettiamo un attimo, i problemi del bullismo (è in aumento anche quello femminile), della mancanza di educazione, di civiltà e di rispetto altrui nei rapporti e nei dialoghi, della diffusione di toni esasperati mantenuti per ottenere più voti, più lettori o più click, della crisi generalizzata di molti valori, dovrebbero essere risolti ben prima di attaccare la rete, anche perché la rete e i social sono lo specchio delle nostre vite e delle nostre civiltà. Non esistono rete e social quali entità indipendenti dalla nostra cultura, dai nostri valori, dalla nostra civiltà. Sono ormai inscindibili. Questo è forse il motivo per cui non amo sentir parlare di “cultura digitale”, di “rispetto online” o di “educazione informatica”. Cultura, rispetto ed educazione sono gli stessi online e offline. 

Il secondo motivo per cui questo attacco alla rete è in corso è un palese tentativo di controllo: una rete così libera, inarrestabile, dinamica e potente dà fastidio a molti. 
La scusa per il controllo è il sostenere che il male portato dalla rete sia superiore al bene, che il livello di criminalità informatica sia ormai al limite, che la rete sia popolata solamente di bulli, pedofili, stalker, maniaci, terroristi e truffatori. E allora si cercano nuovi reati, o si prospettano nuove aggravanti per far sì che, se è coinvolta la rete, la sanzione debba essere ancora più dura. 
Del resto, la crisi delle norme che, da almeno un ventennio, hanno in Italia un approccio liberticida nei confronti del digitale sono, in realtà, l’evidenza più chiara della crisi dei valori della politica. L’incomprensione che una rete libera, aperta, trasparente è più portata a condurre con sé benefici rispetto a una rete criminalizzata e chiusa, continua a condizionare tutte le norme proposte, compreso il tanto discusso disegno di legge sul cyberbullismo, in approvazione proprio in questi giorni, ricco di aspetti liberticidi.

Tutti siamo consapevoli, ormai, di quale sia il grande potere della rete in contesti tragici (meglio: in ogni contesto). L’amplificazione del danno, facendo circolare le informazioni con modalità così rapide e diffuse che l’umanità non ha mai sperimentato prima, e la persistenza del dato, con un oblio tecnicamente inesistente e l’impossibilità di rincorrere e recuperare l’informazione dopo che la stessa abbia iniziato a circolare. 
Queste due caratteristiche, però, non sono solo aspetti negativi: sono aspetti che richiedono una maggiore cautela non appena si entra in questo ambiente. A contrario, l’indicare la rete e i social come la causa di questi avvenimenti, come tecnologie generatrici di odio o di violenza, altro non fa che allontanare l’attenzione dai problemi veri, e dalla possibilità di risolverli realmente. 

La verità è che risolverli, spesso, non conviene. Non importa. Il risolverli non porta audience, né profitti o click. Il risolverli richiederebbe un dialogo pacato, tanta pazienza, una incrollabile fiducia nel diritto e nel sistema giuridico esistente, oltre a tanta cultura, civiltà e rispetto non solo dell’altro, ma anche dell’ambiente digitale e di un ecosistema tra i più delicati esistenti. 
Tutti questi elementi, peraltro, troverebbero nel mondo digitale, per com’è stato costituito, il veicolo migliore per circolare, e il mezzo ideale per portare effetti benefici alla società tutta.


sabato 24 ottobre 2015

Tutto quello che hai scritto pubblicamente su Facebook ora è incluso nei risultati di ricerca

(Foto: Getty Images)


È ora che Facebook faccia un salto avanti, iniziando a dare ai suoi utenti una funzione di ricerca un po’ più utile dell’attuale. Già tempo fa Zuckerberg aveva annunciato la possibilità di ricercare tra i vecchi post, ma adesso il social network fa un passo in avanti: l’indicizzazione di tutti i post (2 miliardi).
Quello che il social network vuole fare è fornire una funzione che consenta di verificare in tempo reale ciò di cui sta parlando la rete, capacità che al momento, tra i social media, Twitter ha fatto meglio di altri (tutti). Un grande archivio di discussioni consultabili da chiunque, tra quelle pubblicate pubblicamente, e fornite all’utente in ordine gerarchico. Si partirà dalle fonte autorevoli, per poi trovare le discussioni dei propri amici, e per ultimi quelli degli sconosciuti.
Il tutto, sempre ritagliando i risultati sull’utente: “Dobbiamo bilanciare due cose: quanto gli autori dei post siano importanti in relazione all’utente che lancia la ricerca e quanto quello che viene postato sia pertinente con la ricerca effettuata”  ha spiegato Rousseau Kazi, Product Manager.
Questa novità, si spera, farà riflettere una volta di più ai poco diplomatici, agli opinionisti e tuttologi che esprimono in continuazione il loro punto di vista.
I commenti pubblici infatti – magari su temi di importanza collettiva – se prima, dopo un po’ di tempo, venivano sepolti insieme ai post stessi nel dimenticatoio Facebook, adesso potrebbero essere ripescati attraverso la nuova ricerca, a mesi o anni di distanza.
La nuova ricerca di Facebook sarà rilasciata costantemente a partire dai prossimi giorni su iOS, Android e la versione desktop di Facebook, a cominciare dagli utenti che hanno impostato l’inglese come lingua principale del sito.


giovedì 5 dicembre 2013

Facebook, Twitter, Gmail e Yahoo: gli hacker rubano 2 milioni di password

Password su Facebook (foto simbolo)  Nuovo maxi-furto da parte dei pirati informatici ai danni degli internauti di tutto il mondo. Danimarca, Usa, Germania e Paesi asiatici i più colpiti. Scorrendo i dati emerge che in molti utilizzano per accedere agli account la semplicissima sequenza "123456".

Dal 21 ottobre scorso ad oggi sono state rubate nel mondo ben due milioni di password da Facebook, Twitter, Gmail, Yahoo, LinkedIn ma anche Adp, una società che gestisce pure sistemi di buste paga online. La scoperta è dei ricercatori degli SpiderLabs di Trustwave. Gli esperti sospettano che i dati siano stati rubati da computer infettati dal "keylogger", un virus in grado di leggere quello che l'utente digita sulla tastiera e inviarlo poi a malintenzionati. Trustwave è finita sulle tracce di questi hacker mentre - riporta l'edizione online di Bbc - investigava su una 'botnet', cioè una rete di pc infetti che di fatto sono controllati in remoto da cyber-criminali. Ad essere colpiti sono gli internauti di tutto il mondo ma in particolare quelli di Danimarca, Usa, Germania, Singapore e Thailandia. Uno dei server su cui sono stati immagazzinate queste credenziali rubate è stato scovato in Olanda. Secondo Trustwave la piattaforma più colpita, al momento, sarebbe Facebook (318mila account compromessi), poi Google (70mila account tra Gmail, Google+ e YouTube), Yahoo! (60mila), Twitter (22mila), LinkedIn e Adp (8mila). Le aziende coinvolte in questo problema di sicurezza sarebbero state informate. E sembra che Facebook, LinkedIn, Twitter e Adp abbiano avvisato gli utenti coinvolti con un messaggio, mentre Yahoo! e Google siano state meno sollecite nel prendere provvedimenti. Oltre un anno fa più di sei milioni di password furono rubate da LinkedIn, mentre poche settimane fa quasi 3 milioni di credenziali sono state sottratte agli utenti di Adobe. Ma l'attacco hacker recente più grave è stato quello sferrato alla Sony poco più di due anni fa: furono sottratti dati da circa 100 milioni di account della rete Playstation, uno dei fiori all'occhiello della multinazionale nipponica. Per quanto riguarda quest'ultimo attacco, tra le informazioni diffuse dai ricercatori di Trustwave ci sono anche statistiche legate alla tipologia di password rubate. E sorprende come ancora una delle chiavi d'accesso più diffuse tra gli internauti sia la banale sequenza "123456". E' stata trovata migliaia di volte nel database delle password rubate, insieme alla stessa parola "password".


Fonte: Unione Sarda

martedì 28 maggio 2013

Twitter, "doppia mandata" contro chi ruba le password Per entrare nel profilo ecco il codice di sicurezza via sms


 Dopo una serie di violazioni dovute agli hacker, Twitter ha introdotto una procedura doppia di log-in per difendere i propri utenti. Sospiro di sollievo per lo scatenato mezzo miliardo di iscritti

Si può lasciare un mezzo miliardo di iscritti in mezzo alla selva affamata degli hacker? Il ruggito della domanda ha trovato una risposta immediata tra i corridoi di Twitter a San Francisco: no, bisogna rafforzare le password dei profili. Come? Con la doppia mandata tipica delle vecchie porte blindate: prima la classica parola col grande valore affettivo (meglio se col numerino alla fine, lo sanno tutti), dopo l'inserimento di un codice inviato dal social network per sms. Dunque, twitter-addicted state tranquilli: i criminali informatici troveranno barricate invalicabili e 140 caratteri non potranno più scatenare ingorghi internazionali. Ma la parte più importante dovrete recitarla voi.
LA PROCEDURA - Vediamo come. La svolta è ufficiale: per proteggere al massimo il proprio account c'è una nuova procedura. Per attivarla è necessario impostare e-mail e numero di telefono. Anche se, spiega Twitter, non tutti gli operatori telefonici potrebbero essere abilitati. Di seguito si va dritti alle impostazioni e si 'spunta' la casella della richiesta di un codice di verifica all’accesso. Dopo l'attivazione partirà l'operazione "doppia mandata": ad ogni accesso l’utente dovrà inserire oltre alla password uncodice a sei cifre che sarà inviato da Twitter tramite sms. Le app dei vari smartphone e tablet continueranno a funzionare, ma in caso di login da un nuovo dispositivo mobile si genera una password temporanea per entrare e autorizzare l’app. Insomma, doppio log-in per distruggere il porto dei pirati. “Ogni giorno un numero crescente di persone si connette a Twitter - ha spiegato Jim O'Leary, membro del team per la sicurezza di prodotto, facendo il punto sui sempiterni sistemi di hackeraggio -. Di solito i relativi log-in sono svolti dagli utenti dei loro account ma in alcuni casi gli account delle persone sono compromessi da schemi phishing o da furti di password avvenuti sul web”.
LA FALLA - Il sistema è collaudato, ma bisogna stare attenti allo storico tallone d'Achille. Quale sarebbe? La semplice vulnerabilità di una password "debole", che potrebbe essere bypassata. Twitter ora invita gli stessi utenti a munirsi di una password !solida! e sottolinea che la misura appena implementata non e’ che un primo passo. Altri ne seguiranno per migliorare ancora il profilo sicurezza. Anche perché la brutta esperienza dell'agenzia di stampa Ap, che "grazie" a un hacker ha twittato la falsa notizia di un attacco alla Casa Bianca, non la vuole emulare proprio nessuno.

lunedì 22 aprile 2013

Posso lasciare che i miei bambini navighino su Facebook o Twitter?

Puoi dire ai tuoi bambini di stare alla larga dai social networks e puoi credere che ti daranno retta, ma l’occasione fa l’uomo ladro e troveranno qualche modo per navigarvi a tua insaputa. Perciò saremo realisti e faremo del nostro meglio per far sì che i loro account Facebook e Twitter siano protetti e privati e che usino il network nel modo più sicuro e responsabile possibile.



È un dato di fatto che Twitter e Facebook (oltre a essere dei social networks molto famosi) sono anche data brokers. Ciò significa che si arricchiscono vendendo qualsiasi cosa e in qualsiasi luogo tutto ciò che l’utente pubblica ad aziende di marketing esterne, agenzie pubblicitarie e altre compagnie che poi usano i dati per creare pubblicità più mirate e istituire campagne di prodotti su misura per te o, come in questo caso, per i tuoi ragazzi. È inoltre importante rendersi conto che tracciano ogni ricerca in rete effettuata mentre sei connesso, ma che è possibile cercare di prevenirlo. Le informazioni potrebbero essere rese anonime o no prima di essere vendute. Ciò dipende da chi vende cosa a chi e per che cosa verranno usate.  Anonimi o oppure no, lo scorso anno abbiamo seguito la storia di un uomo in Europa che chiese a Facebook i dati del suo profilo, e cioè le informazioni che Facebook aveva acquisito attraverso i suoi post, la chat, le ricerche in rete ecc… Quello che il ventenne ricevette in cambio fù un PDF di 1.200 pagine con tutto quello che aveva fatto in rete, ivi incluso cose che aveva ‘cancellato’. Menziono questo fatto perché sono fatti che avvengono realmente, la raccolta di dati è reale e non c’è una forma efficace per rinunciare o evitarne la trasmissione a terzi. Se sei radicalmente e risolutamente contrario alla vendita all’ingrosso dei tuoi dati personali, allora il social network non è forse lo spazio adatto a te – o per i tuoi bambini. Tuttavia, se accetti le condizioni, ci sono diversi modi per far sì che le informazioni che i tuoi bambini pubblicano su Facebook e Twitter non siano visibili agli altri utenti, chiunque essi siano. La prima cosa che dovresti dire ai tuoi bambini (e questo si applica anche a te) è di stare molto attenti quando si accettano le richieste di amicizia (per lo meno su Facebook). Internet è generalmente un luogo malfamato, in particolare per gli adolescenti. Non sarà mai ripetuto abbastanza: ACCETTA UNA RICHIESTA DI AMICIZIA UNICAMENTE DA PERSONE CHE CONOSCI E DI CUI TI FIDI. Io vado persino oltre. Quando ricevo una richiesta di amicizia, controllo sempre il profilo del mittente per essere sicuro che quella persona è la persona che dice di essere. Ci sono già stati casi di aggressori che si spacciano per persone che i tuoi figli conoscono con lo scopo di indurli a farlo entrare nella sua rete di amicizie. Recentemente abbiamo pubblicato un video su Threatpost che racconta nei dettagli alcuni modi in cui è possibile usare certe impostazioni di Facebook per rinforzare la sicurezza del proprio account. Vi consiglio di darci un’occhiata prima di aprire un account ai vostri figli. Twitter invece funziona diversamente. E’ molto più libero rispetto a Facebook. In default, i tuoi bambini non avranno l’opportunità di fare un controllo su chi li segue; chiunque sarà in grado di vedere ciò che pubblicano. Ci sono però alcune funzioni che, se abilitate, possono aiutare a mantenere il loro account Twitter privato, come  “protecting your tweets”. In questo modo chiunque voglia seguire i movimenti dei tuoi bambini in Twitter, avrà bisogno di un permesso, sia tuo che dei tuoi figli. Inoltre puoi disattivare la localizzazione delle tags. La localizzazione delle tags trasmette la localizzazione fisica dalla quale i tweet vengono inviati. Ci sono anche varie opzioni di notificazione delle e-mails che possono aiutare te e i tuoi bambini a tenere traccia di ciò che sta accadendo nei loro accounts.  Inoltre è necessario avvertire i ragazzi che i truffatori informatici dilagano su Facebook e Twitter. Nessun disastro naturale o evento sportivo, nessuna morte di una pop star o qualsiasi altro evento di interesse mondiale avrà luogo senza che i truffatori non ne traggano vantaggio. Forse tua figlia non saprà chi è Elizabeth Taylor e quando è morta, ma sicuramente sarà tra quelle ragazzine che hanno creduto alla balla (con relativa frode) su Justin Bieber: si racconta che l’anno scorso Justin Bieber sia stato accoltellato alla schiena da un fan impazzito dopo il suo show a Los Angeles. Se un giorno Facebook si riempisse di frodi (come già avviene), sembra che Twitter sia stato progettato per seguirlo. Il limite di 140 caratteri fà sì che la URL sia necessariamente più limitata. Il problema è che risulta impossibile sapere dove ti poterà un determinato link e per questo motivo i malware di solito vengono diffusi attraverso siti infetti. Qualche volta è facile individuare una frode, mentre altre volte no, ma come dice sempre GI Joe (un famoso giocattolo stanunitense, simile a Big Jim) “conoscere significa aver vinto metà della battaglia “.  Considerando che il cyberbullismo è passato da termine assurdo ad avere i suoi annunci di servizio pubblico o quantomeno un annuncio creato per i film TV, è ancora più importante proteggere l’account dei i tuoi ragazzi con una buona password. L’ultima cosa che vorrai (come lo vorrebbe un tredicenne) è che qualche altro bambino della scuola sappia la tua password, abbia accesso al tuo account e pubblichi cose vere o non vere, o umilianti su di te. Il modo più facile di evitare questo è usare una password complessa, non ovvia.  Riguardo ai genitori, dovete sapere che è possibile associare l’account dei vostri figli al vostro indirizzo mail o al vostro dispositivo mobile. In questo modo, se disponete di un settaggio dei vostri dispositivi affidabile (si veda il video), potete monitorare se qualcuno cerca di accedere all’account dei vostri ragazzi da un dispositivo non riconosciuto e potete fermare la minaccia prima che diventi un problema.

I rischi di fare ‘Check-In’

È molto accattivante l’idea di fare check-in nei tuoi bar o locali preferiti e ci sono molte applicazioni come Facebook, Foursquare e Yelp che ti permettono di farlo e di comunicare ai tuoi amici dove sei e cosa fai.
pericoli_check-in

Tuttavia se realizziamo che questa funzionalità incorpora un GPS e trasmette informazioni di geolocalizzazone, ci viene da pensare che forse non è una buona idea – o per lo meno che comporta dei rischi da tenere seriamente in considerazione.
Questo è il mio indirizzo. Quando fai check-in, pubblichi foto o qualsiasi altra cosa che incorpora coordinate GPS,  devi definire con esattezza il punto in cui ti trovi. Se lo fai e dai le coordinate di casa tua o quella dei tuoi amici, diffonderai pubblicamente la geolocalizzazione di questi luoghi pubblici, esponendo te stesso e i tuoi cari a eventuali furti.
Non sono in casa. Se ti trovi in un posto, non puoi essere in un latro. È una questione di logica e anche i ladri lo sanno. Perciò se stai facendo check-in in un ristorante, non puoi trovarti in casa. E se stai diffondendo queste informazioni su Twitter, i ladri che conoscono il tuo indirizzo e che hanno intercettato la notizia attraverso i social network, potrebbero decidere di cercare di svaligiarti la casa.
Cose da rubare. Immagina di aver appena comprato una nuova TV, una nuova auto o un nuovo orologio e vuoi che i tuoi amici lo sappiano. Tuttavia, quando pubblichi le foto dei tuoi ultimi acquisti su Twitter o Instagram – piattaforme in cui chiunque può decidere di ‘seguirti’ e vederne i post – un sacco di sconosciuti avranno queste informazioni e se in precedenza hai rivelato il tuo indirizzo, il gioco è fatto. Ladri astuti e con connessione ad internet potrebbero decidere di rubare i tuoi ultimi trofei.
La sicurezza dei tuoi figli. Ultima ma non per questo meno importante, è la questione della protezione dei più piccoli. Pubblicare in rete la geolocalizzazione, specialmente quando a farlo sono i tuoi figli, può comportare un serio pericolo. I criminali di oggi sono sempre più consapevoli delle possibilità offerte dalla rete e se i tuoi ragazzi stanno facendo check-in un un luogo pubblico, come la loro scuola o il cinema – o ancora peggio, in casa – si stanno inconsapevolmente mettendo nei pasticci.

domenica 27 gennaio 2013

l 78% dei ladri inglesi usa i social network per decidere quali case svaligiare quali case svaligiare

Da mesi ormai si parla del collegamento tra i social network e i furti in appartamenti: ci piace condividere la nostra posizione geografica su Facebook, Twitter o Foursquare e spesso non consideriamo il fatto che qualcuno sta seguendo i nostri spostamenti per scoprire quando non siamo a casa. Ora un sondaggio condotto in Inghilterra da Credit Sesame ha confermato questa relazione. I 50 ex ladri che hanno partecipato a questa analisi hanno rivelato di aver fatto grande uso dei social network per cercare dei potenziali bersagli (circa il 78%). L’80%, poi, cerca l’indirizzo su Google Street View ad analizza l’esterno delle abitazioni, identificando così vie di accesso e di fuga.
Se a questo si aggiungono alcuni errori che in molti spesso commettono (nascondere le chiavi in un vaso, lasciare oggetti di valore in bella vista, far accumulare la posta di fronte alla porta e lasciare una finestra aperta), il colpo è servito su un piatto d’argento. Da questo sondaggio emergono altri particolari interessanti: l’80 percento degli ex ladri ha rivelato che il primo tentativo di furto va quasi sempre a vuoto e che anche un semplice ed economico sistema d’allarme è un ottimo deterrente per loro. Meglio non rischiare, insomma. Ogni colpo può durare in media dai 2 ai 10 minuti e il bottino si aggira in media intorno ai 555 euro. L’infografica realizzata da Credit Sesame ci rivela dieci piccoli accorgimenti per migliorare la nostra sicurezza:
1. Modificare le impostazioni della privacy di Facebook e simili, permettendo soltanto agli amici di vedere i contenuti pubblicati.
2. Accetta richieste di amicizia soltanto da persone che conosci.
3. Evita di annunciare i tuoi spostamenti, sia di breve che di lunga durata.
4. Non condividere foto che rivelano il tuo indirizzo o punti di interesse vicini alla tua abitazione
5. Evita di condividere immagini degli oggetti di valore che hai a casa
6. Fai sempre in modo che la tua casa sembri essere occupata
7. Chiudi sempre a chiave la porta
8. Non lasciare mai le chiavi nascoste sotto allo zerbino o in posti simili
9. Fai un inventario degli oggetti di valore che possiedi con fotografie, descrizioni e data di acquisto: potrà servirti per chiedere un rimborso alla tua compagnia assicurativa
10. Assicurati che la tua assicurazione riesca a coprire il valore totale di ciò che possiedi.
Fonte: Crimeblog.it - Autore: Daniele Particelli

giovedì 4 ottobre 2012

Le 3 V che segnano che segnano il futuro dei big data (e anche il nostro)

Nel 2003 avevamo prodotto collettivamente 5 miliardi di gigabyte di dati (o exabyte). L’anno scorso questa cifra è salita a 1,8 trilioni di gigabyte (o zettabyte). Si tratta di dati prodotti dagli acquisti e dalle vendite, dai cellulari, dai nostri spostamenti (es. il telepass), dagli oltre 30 milioni di sensori istallati in città (quelli per la misurazione delle polveri sottili) o incorporati in oggetti (macchine industriali, automobili, contatori elettrici, ecc..), dalle attività svolte online.
Pensate che ogni minuto in rete vengono spedite 204 milioni di email, effettuate 2 milioni di ricerche su Google, caricate l’equivalente di 48 ore di video su YouTube, creati più di 27mila post su Tumblr e WordPress, inviati oltre 100mila tweet e compiute oltre 2.2 milioni di azioni su Facebook (like, condivisioni, commenti, ecc…). Big data è il termine che viene usato ultimamente per far riferimento a base dati che hanno alcune caratteristiche peculiari, le 3 V:
  • Volume: nel senso di ingenti quantitativi di data set non gestibili con i database tradizionali;
  • Velocity: dati che affluiscono e necessitano di essere processati a ritmi sostenuti o in tempo reale. La velocità a volte è un fattore critico per garantire la soddisfazione del cliente;
  • Variety: elementi di diversa natura e non strutturati come testi, audio, video, flussi di click, segnali provenienti da RFID, cellulari, sensori, transazioni commerciali di vario genere.
Una miniera di informazioni a disposizione delle organizzazioni che saranno in grado di acquisirli, gestirli, interpretarli. Le aziende potrebbero utilizzarli per analizzare i rischi e le opportunità di mercato, ma soprattutto per comprendere più a fondo i bisogni dei clienti, addirittura prima che questi li esprimano. Wal-Mart ha acquisito una società specializzata per monitorare i post su Facebook, Twitter, Foursquare e individuare i punti vendita da rifornire adeguatamente dei prodotti più citati.
Anche le pubbliche amministrazioni potrebbero trarre vantaggio dalla comprensione dei dati a loro disposizione. Ad esempio l’agenzia per il lavoro tedesca analizzando i dati storici sull’impiego e sugli investimenti effettuati, è riuscita a segmentare la popolazione dei disoccupati per offrire interventi mirati ed efficienti. Ciò si è tradotto in un risparmio di 10 miliardi di euro all’anno e nella riduzione del tempo impiegato per ottenere un lavoro.
Ma per ottenere questi vantaggi c’è bisogno di tecnologie sofisticate e un cambiamento culturale non indifferente. Infatti tutti questi bit sono inutili senza un investimento in risorse umane competenti che sappiano come trasformarli in informazioni utili. Il lavoro del data scientist è uno di quelli che nei prossimi anni sarà sempre più richiesto. Secondo McKinsey, nei soli Stati Uniti per poter sfruttare efficacemente le potenzialità dei big data occorrerebbero un milione e mezzo di analisti e data manager. Se le grandi organizzazioni imparano ad unire i punti delle nostre esistenze per i propri fini commerciali quali problemi potrebbero sorgere? Chi ci dice che non cedano alla tentazione di mettere in atto analisi predittive arbitrarie e discriminatorie per alcune categorie sociali?
Nella società dei dati dove la conoscenza asimmetrica, tra aziende e individui, può acuire enormemente il divario sociale, la gestione dei big data dovrebbe essere affrontata come una questione che coinvolge i diritti civili di tutti. C’è bisogno di stabilire, per tempo, nuove regole in termini di privacy, controllo e conservazione dei dati, trasparenza delle analisi, sicurezza. Alcune riflessioni e proposte in tal senso le trovate nel mio ultimo ebook che si intitola proprio “La società dei dati“.

martedì 22 maggio 2012

Il virus c’è, ma non è nel Qr code

virus-qr-codeSu Twitter qualche settimana fa è iniziato a girare l’allarme: in giro ci sarebbe un Qr code infetto. In Rete ne hanno parlato TechCrunch, eConsultancy, Mashable, SuperMoneyNews, ma anche quotidiani come Repubblica. Cosa c’è di vero?
Vediamo le premesse: qualche tempo fa Karpersky Lab (produttore di software antivirus) ha riportato l’attacco di un trojan in un’applicazione che sfruttava una falla di Android. Il Trojan inviava SMS ad un numero premium Russo a colpi di alcuni dollari per messaggio. Il link per scaricare la app era “nascosto” in un Qr code. Scrivo “nascosto” perché come uomini non riusciamo a leggere il contenuto del codice se non tramite uno smartphone. Prontamente Google ha rimosso app dallo store. Il trojan poteva funzionare solo in Russia, in Italia ad esempio gli operatori hanno un controllo pressoché totale di queste numerazioni, non permettendo a chiunque di poterle utilizzare per truffe simili. Ma i dubbi sono rimasti. Per questo un po’ di chiarezza è doverosa.

C’è un virus nei Qr code?
I Qr code non possono contenere alcun virus. Un virus è un pezzo di codice nascosto che gira sullo smartphone (ad esempio in una app). Lo sottolineo: il Qr code in sé non può contenere alcun virus e, anche se fosse possibile, sarebbe di dimensioni spropositate tali da impedirne la lettura. In Qr code potrebbe al limite contenere un collegamento esterno, in maniera non tanto diversa da quello che si potrebbe trovare in comune messaggio di posta elettronica o su una pagina web. Nella peggiore delle ipotesi il Qr code una volta letto potrebbe portare a suggerire il download di un’applicazione che potrebbe essere appunto un Malware e pertanto la scelta di scaricare lo stesso ricade sul senso critico dell’utente nel compiere quella determinata azione valutando l’origine del Qr code, in maniera analoga a quanto farebbe leggendo una email o visitando un sito web. Il problema è nello scaricare l’applicazione, non nel Qr code stesso.

Quali sono i rischi possono insorgere dall’uso dei Qr code?
I rischi sono gli stessi che navigare su internet e installare applicazioni senza verificarne la provenienza. Viene sempre chiesta una vostra autorizzazione, siete voi ad avere il controllo. Basta prestare un poco di attenzione a quello che si fa, e nel dubbio documentarsi sulla provenienza dell’applicazione.

Nella percentuale di vulnerabilità, c’è differenza tra mondo Android e mondo iOs?
Il virus non esiste su iPhone: Apple verifica una per una le applicazioni del suo store con un occhio particolare alla sicurezza. Non è quindi possibile scaricare una app contenente un virus che ad esempio invia SMS senza il nostro consenso. In questo senso l’imbattersi in tali problematiche disponendo di un iPhone è quasi impossibile, proprio in virtù del fatto che vi è un controllo “umano” a monte di tutto il processo di rilascio delle app.
Per Android il discorso è differente: Google non controlla tutte le apps prima di pubblicarle sullo store. Ma quando si installa una app l’utente viene sempre avvisato da una serie di “permission warnings” che permettono di capire che tipo di attività vogliamo autorizzare (uso del telefono, SMS, Reboot e via dicendo) scaricando le responsabilità sull’utente finale.

Quindi il virus non è nel Qr code, ma al massimo nella app. Come difendersi?
Possiamo difenderci molto bene semplicemente prestando attenzione a non accettare download e installer dagli sconosciuti: se sto leggendo un qr code che dovrebbe portarmi ad una videoricetta, e mi compare la richiesta di installare un applicazione che chiede il controllo degli SMS o delle chiamate, mi devo insospettire e fermare. Esistono comunque in circolazione antivirus per dispositivi Android per proteggere anche gli utenti più ignari. Detto questo, leggere i Qr code è assolutamente sicuro.

Fonte:  Thebitzloft.com - Autore: Pierluigi Cremonesi

venerdì 3 febbraio 2012

Arrivano i genitori su Facebook? I giovani passano a Twitter


Mamma, papà e nonni arrivano su Facebook? Allora me ne vado su Twitter. Sembra essere proprio questo il modo di ragionare di molti adolescenti americani che secondo un sondaggio dell'organizzazione no-profit Pew Internet & American Life Project, hanno iniziato a migrare in maniera consistente sulla piattaforma di microblogging. In quanti scelgono di spostarsi? Almeno il 16% dei giovani, dai 12 ai 17 anni, dichiara di utilizzare Twitter. Percentuale che potrebbe essere ritoccata verso l'alto in base alle proiezioni più aggiornate. Da due anni a questa parte il trend è in forte crescita. L'esodo avviene in maniera lenta ma costante. Nella fascia di età dai 18 ai 29 anni la popolarità di Twitter è ancora maggiore. Del resto, la creatura di Jack Dorsey, Evan Williams e Biz Stone ha nel giro di poco tempo, superando la cifra di 300 milioni nel 2011, moltiplicato il numero di utenti registrati, i quali pubblicano giornalmente milioni di tweet o cinguettii, in più paesi via sms. In un primo momento, quando Twitter fu lanciato nel 2006, si pensava che le sue caratteristiche non si potessero conciliare con le abitudini mostrate online dai teenager, oltre la metà dei quali già faceva uso di Facebook o di altri social network. Ai suoi esordi, il servizio di scambio messaggi fondato negli Stati Uniti sembrava uno strumento per pochi privilegiati, spazio riservato di un ristretto gruppo di esperti del settore, come sottolinea Alice Marwick, ricercatrice senior di Microsoft Research, specializzata nel monitorare i comportamenti degli adolescenti su Internet. Pian piano però le cose sono cambiate. Il suo sviluppo e allargamento ha significato il modificarsi delle modalità di utilizzo da parte delle varie persone e comunità attratte nel suo circuito. Per tantissimi giovani, che apprezzano una comunicazione ridotta al limite di 140 caratteri, Facebook ha cominciato a perdere appeal perché giudicato troppo dispersivo. Stare su Facebook è come gridare in una folla mentre su Twitter si ricrea un ambiente più raccolto, come se ci si trovasse a chiacchierare in una stanza. Una volta fatto ingresso nel network molti adolescenti spesso usano account protetti o pseudonimi in modo da autorizzare o mettere al corrente esclusivamente i loro amici. Le conversazioni su Twitter possono divenire private mediante i direct message e in generale le sue impostazioni sono più flessibili consentendo anche l'anonimato. Davanti a Facebook alcuni ragazzi confessano di subire una sorta di pressione sociale che li spinge a sentirsi in dovere di stabilire amicizie con chi è nella propria scuola o nella cerchia di propri amici. Twitter è invece meno impegnativo e permette maggiore libertà di manovra. Naturalmente si twitta per una infinità di ragioni. Alcuni vogliono seguire da fun le celebrità favorite per restare al corrente sulla loro attività aspettando che un personaggio famoso, loro beniamino, magari risponda al tweet inviato. Qualche teenager desidera al massimo avere visibilità o semplicemente ottenere e condividere informazioni mantenendo pubblico l'account non diversamente dagli adulti. Altri ancora sono alla ricerca di un luogo dove esprimersi, raccontarsi e sfogarsi in forma privata, nel chiuso del piccolo mondo delle amicizie, al riparo dagli occhi indiscreti e intrusivi dei genitori. Per questi comunque le insidie e le minacce dei predatori che circolano nel cyberspazio restano un fondato motivo di preoccupazione, valido per rivendicare un diritto al controllo. I timori dei più grandi a volte però sono esagerati se si considera il contenuto innocente dei messaggi twittati.

Fonte: La Stampa - Autore: Carlo Lavalle

martedì 29 novembre 2011

ALLARME GIOVANI: PER IL 40% MEGLIO INTERNET DI AMORE E AMICI


 È scattato un amore insuperabile tra internet e i giovani: quasi la metà (40%) dei giovani di 18-30 anni dichiara che è più importante la rete che uscire con una ragazza o con gli amici; nella scala delle priorità viene prima Twitter e poi la fidanzata. Aggiornare la propria pagina su Facebook e tenersi aggiornato sul conto di quella degli amici è più importante di uscire, andare a una festa, conoscere nuove persone. È quanto emerge da un rapporto realizzato dalla Cisco Systems di San Josè in California: il 55% degli intervistati dichiara che non potrebbe vivere senza Internet, uno su tre che il Web è come l'acqua, il cibo, l'aria per respirare. Secondo il rapporto '2011 Cisco Connected World Technology Report', contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, alla fine sono proprio i più cresciuti, i 30enni, giovani lavoratori, e non gli studenti di età inferiore, a risultare maggiormente internet-dipendenti. E a causa dell'invasività della rete, si assottiglia sempre di più, tra i giovani professionisti, perennemente online, il confine tra vita privata e lavoro. Tanti i dati riferiti nel rapporto, che ha coinvolto giovani di 14 paesi, tra cui l'Italia, in due indagini distinte, una su studenti (2800) e l'altra su giovani professionisti (2800). Per il 55% degli studenti di college e ben il 62% dei giovani lavoratori è impossibile vivere senza internet, che è considerato parte integrante delle loro vite. Ben il 64% degli intervistati dichiara che se dovesse scegliere tra l'accesso a internet e l'auto, sicuramente rinuncerebbe a quest'ultima. Inoltre due giovani su 5 dicono che è più importante Internet delle uscite con partner e amici e anche dell'ascolto di musica. E ancora, oltre uno studente su 4 (27%) dice che collegarsi a Facebook è più importante che andare alle feste o uscire. I giovanissimi che studiano ammettono di distrarsi continuamente mentre sono impegnati nei compiti o nella preparazione di esami, non potendo fare a meno di collegarsi, di leggere il 'Tweet' di questo o quell'amico, di fare un salto su Facebook. Secondo la ricerca, i giovani lavoratori, invece, stanno perdendo quasi completamente il senso del confine tra vita privata e lavoro, non e solo perchè leggono in tempo reale ogni messaggio del 'capò, ma anche perchè internet ha fatto da volano per l'instaurarsi di un numero crescente di rapporti d'amicizia tra colleghi, in passato più rari. Infine, tra i lavoratori che usano Twitter, oltre due su tre (68%) seguono l'attività del loro capo o dei loro colleghi sul micro blog; il 42% segue entrambe, mentre solo meno di un terzo (32%) preferisce mantenere privata la propria vita personale.