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martedì 15 febbraio 2011

BBC, l'online in estinzione sarà un torrent


La BBC decide di cancellare 172 siti web per contenere i costi. Un utente anonimo li condivide a mezzo p2p
L'austerity di questi tempi colpisce anche uno dei più grandi network mediatici mondiali come BBC che, per contenere le spese, ha deciso di tagliare sul comparto online cancellando 172 siti web entro l'anno. Una grave perdita di memoria storica legata a Internet secondo alcuni, al punto che un anonimo utente BitTorrent avrebbe deciso di recuperare i siti in via di estinzione e metterli a disposizione della comunità. Costo dell'operazione? 4 dollari, spesi per lo spazio su un server destinato a raccogliere il materiale. "Lo scopo di questo progetto è mostrare come 172 siti web pubblici destinati all'eliminazione possano essere copiati, archiviati, distribuiti e ripubblicati online al prezzo di un caffè Starbucks (circa 3,99 dollari)", scrive l'intraprendente netizen.Tuttavia, oltre alla volontà di salvaguardare il patrimonio della Rete, l'autore dell'iniziativa non nasconde l'intento politico del suo gesto: "Debolezza della BBC significa debolezza della stampa libera e, dunque, debolezza della democrazia britannica e della società nel suo insieme". Un esercizio di recupero che, secondo l'utente, mette alla berlina la politica del contenimento dei costi intrapresa dal management del network. I contenuti saranno messi a disposizione per il downloading e la condivisione a mezzo torrent. La conservazione dei siti della BBC non rappresenta il primo tentativo di salvataggio di materiale online. Textfiles.com ha infatti completato la raccolta dell'intero patrimonio di Geocities di 900 gigabyte, per condividerlo e raccontare ai nativi digitale gli albori del Web.

Fonte: Punto Informatico - Autore: Cristina Sciannamblo

venerdì 28 gennaio 2011

Arriva la "lista nera" delle ricerche: così Google sfida la pirateria online


Il colosso del Web a difesa del copyright: meno facile trovare parole come "BitTorrent" o "RapidShare". Il Web in rivolta: «E' un tentativo di censura»
Sulla pornografia e sulla pirateria online, Google ha scelto la via della resistenza passiva. Non si può ancora parlare di censura, ma sicuramente di disincentivo: il motore di ricerca ha iniziato giovedì a trattare diversamente alcuni termini che ruotano intorno al mondo del porno e del download illegale, nonché qualche parolina che le mamme americane non vorrebbero mai sentire pronunciare dai propri figli. Se si prova a digitare, per esempio, “torrent” o “megaupload” (nomi legati alla pratica del p2p e dello scaricamento abusivo di file), Google non fornisce il servizio di completamento automatico della query (che di solito decifra e anticipa le vostre richieste), non propone una lista di suggerimenti sul tema, né restituisce risultati immediati senza obbligare a premere il tasto “invia”. In pratica, dovrete fare la “fatica” di digitare per intero il vocabolo nella casella di ricerca, confermare la richiesta e attendere le risposte del motore di ricerca, come avveniva non molto tempo fa per qualunque parola. Gli accaniti frequentatori del download illegale potrebbero dunque sorridere di fronte a una simile forma di resistenza passiva. Google ha scelto di non impedire (e come potrebbe?) l'accesso alle sue funzioni di ricerca per questo tipo di terminologia, ma ha deciso di non fare nulla per aiutarle. Ddi sorrisi, però, soprattutto in casa dei diretti interessati alla “censura”, se ne vedono pochi. Già a dicembre, la società di Larry Page e Sergey Brin aveva annunciato che avrebbe applicato queste nuove linee guida. "Anche se è difficile sapere con certezza quando i termini di ricerca sono usati per trovare contenuti illeciti, faremo del nostro meglio per impedire alla funzione di completamento automatico di visualizzare i termini più frequentemente utilizzati a tale scopo" aveva spiegato Kent Walker, consigliere generale di Google. L'impatto di questa scelta sulla pirateria sarà uguale a zero, ma forse il motore di ricerca è in cerca di buoni rapporti con le major discografiche e cinematografiche, e adotta la nuova politica come gesto di distensione nei confronti dei più accessi difensori del copyright. Il gigante di Mountain View, d'altra parte, ha già attivato servizi a pagamento di noleggio video e film e si prepara ad aprirne di uguali nel campo della musica. Il tentativo di censura, però, ha già suscitato mugugni da parte degli utenti più tecnologici che mostrano qualche perplessità anche sulla selezione dei termini fin qui operata. Nella lista nera sono finiti, al momento, RapidShare, BitTorrent, Megaupload e non, curiosamente, eMule, un altro notissimo software che sfrutta le reti peer to peer su cui viaggiano, anche, film, immagini e canzoni protetti da copyright. E proprio a questo proposito, utenti e sviluppatori di BitTorrent si lamentano: il programma, in sé, non è considerato illegale e l'uso illecito del software è esclusiva responsabilità dei singoli utenti. "Quello che Google sembra non capire è che il nostro prodotto è usato per diversi scopi che offrono un valore significativo per il settore della tecnologia, per le aziende, per gli artisti e per i consumatori in generale" ha scritto Simon Morris, uno dei responsabili di BitTorrent, sul sito TorrentFreak. Nella lista dei cattivi, inoltre, manca Pirate Bay, noto sito (condannato dalla giustizia svedese in due gradi di giudizio) che funge da centro di smistamento proprio per il programma BitTorrent e permette di trovare ogni tipo di file, compresi quelli illegali. Le reazioni dimostrano che, al di là degli effetti pratici praticamente nulli, la scelta strategica fatta a Mountain View ha il suo peso. Nel nuovo assetto “antipirateria” assunto da Google compaiono anche altre novità. Il motore di ricerca ha garantito che ogni richiesta di rimozione di contenuti per ragioni di copyright troverà risposta entro 24 ore, e la stessa procedura per effettuare la richiesta sarà semplificata. Iniziative forse più sostanziali per la tutela del diritto d'autore, ma certamente di minore effetto rispetto alle prove tecniche di censura sul motore di ricerca.

Fonte: La Stampa - Autore: Claudio Leonardi

martedì 23 novembre 2010

Un gruppo di esperti contro cyber delinquenti



Come cambiano le attività e le competenze della Polizia postale e delle comunicazioni con l’evolversi nelle moderne tecnologie informatiche?

“L’evoluzione tecnologica e, soprattutto, l’utilizzo sempre più massiccio di Internet ha causato un aumento smisurato del nostro lavoro. Il principale sforzo operativo della Polizia postale e delle comunicazioni è il continuo adeguamento delle strategie di contrasto alle nuove frontiere tecnologiche della delinquenza. Siamo una sezione “speciale” della Polizia di Stato, all’avanguardia nell’azione di prevenzione e contrasto della criminalità informatica”.

Com’è organizzata la Polizia postale e delle comunicazioni a livello territoriale?

“Sull’intero territorio nazionale sono presenti 20 compartimenti, con competenza regionale, e 80 sezioni, con competenza provinciale. I compartimenti hanno un’organizzazione simile al Servizio centrale della Polizia postale e delle comunicazioni, con un profilo più operativo e maggiormente legato agli ambiti territoriali di competenza. In passato dirigevo la sezione provinciale di Catania. Attualmente dirigo il compartimento della Sicilia orientale, con competenze che si estendono dunque su un territorio più vasto”.
Il vostro personale possiede dunque delle competenze prettamente informatiche?
“La maggior parte dei nostri uomini possiede delle competenze informatiche specialistiche. Il settore dell’informatica è talmente vasto, e comprende così tanti ambiti di pertinenza, da rendere indispensabile una specializzazione del personale. Il nostro personale è altamente competente anche in ambito giudiziario”.
Avete un rapporto privilegiato con Poste Italiane?
“Lavoriamo in costante sinergia con Poste Italiane, per le quali rappresentiamo il punto di riferimento per la tutela dei dati e delle attività digitali. Lavoriamo anche per altre grosse aziende operanti in ambito nazionale (Alitalia, Eni, Enac, etc.) che erogano servizi pubblici mediante reti telematiche: vengono monitorate e protette da frodi e attacchi informatici attraverso un’equipe di investigatori specializzati. La Polizia postale e delle comunicazioni controlla inoltre che le aziende rispettino gli adempimenti previsti in materia di privacy e interviene nella redazione del D.p.s (Documento programmatico sulla sicurezza). Quest’ultimo è in grado di attestare l’adeguamento alla normativa sulla tutela dei dati personali, è una sorta di manuale per la pianificazione della sicurezza dei dati in azienda”.
Che differenza c’è tra frode e truffa informatica?
“La frode è un’alterazione del sistema informatico: un esempio è quello dei dialer, programmi istallati sul pc a insaputa dell’utente che cambiamo i parametri di connessione a Internet e permettono la connessione a siti a elevata tariffazione, con ripercussioni sulle bollette telefoniche. La truffa è il raggiro di chi cerca di vendere qualcosa on line. Le truffe sono adesso molto più diffuse delle frodi e, nonostante la costante opera di prevenzione e di sensibilizzazione, sono tanti gli utenti che ne rimangono vittima. Questo è dovuto alla velocità che caratterizza la fruizione dei contenuti digitali: “prima di ogni clic usa la testa” è lo slogan con cui sensibilizziamo gli utenti a un utilizzo più riflessivo e controllato della Rete”.
Quali sono le più frequenti attività illegali svolte attraverso le reti informatiche?
“Ricordiamo il phising: l’accesso illecito a informazioni riservate o personali allo scopo di rubare o sfruttare l’identità attraverso comunicazioni fasulle. Per esempio, attraverso una grafica o contenuti che imitano siti internet istituzionali, si spinge l’utente a rivelare i propri dati. Un altro ambito di nostra competenza è la tutela del copyright: la diffusione dei sistemi di condivisione di file (file sharing) e di altri servizi internet che permettono la circolazione di opere di ingegno ha contribuito alla divulgazione illecita di contenuti tutelati dai diritti d’autore. È un fenomeno che monitoriamo continuamente”.


Prevenzione e contrasto alla pedo-pornografia attraverso il costante monitoraggio su internet

Come si svolge l’attività di contrasto alla pedo-pornografia on line?
“Presso il Servizio centrale della Polizia postale e delle comunicazione è stato istituito, con la legge 38 del 2006, il Centro nazionale per il contrasto della pedo-pornografia in Rete. Il Centro è lo strumento attraverso il quale i compartimenti portano avanti le azioni di contrasto ai crimini, commessi attraverso la Rete, nei confronti dei minori. In quest’ambito, la nostra attività è finalizzata sia alla prevenzione che al contrasto dei reati: l’obbiettivo è la difesa che dei ragazzi che, attraverso internet, sono vittime di abusi”.
In che modo si organizzano le azione di prevenzione e contrasto del fenomeno?
“Monitoriamo la Rete alla ricerca di spazi virtuali clandestini in cui vengono offerte immagini e filmati perdo-pornografici. Lo scopo è l’aggiornamento continuo di una black list fornita agli Internet Service Provider perché blocchino la possibilità per l’utente di accedervi. Inoltre cerchiamo di prevenire gli adescamenti di minori attraverso le chat. Lavoriamo in stretta collaborazione con la procura distrettuale e con varie associazioni che si occupano di tutela dei minori: proprio da loro riceviamo le segnalazioni che ci permettono di condurre le indagini indirizzandole verso spazi virtuali ben precisi. Ci avvaliamo dell’aiuto di un’equipe di psicologi che ci aiutano, sia a ricostruire l’identità del pedofilo, che nel trattamento di materiali di forte impatto emotivo per la scabrosità dei contenuti”.

Curriculum Marcello La Bella
L’attività di Marcello La Bella è iniziata alla Digos. E’ stato ufficiale di complemento della GdF e vanta un’esperienza investigativa notevole nel campo della criminalità organizzata, dei reati informatici e della pedo- pornografia. Ha rappresentato l’Italia al convegno internazionale tenutosi in Germania su “Problemi giuridici legati ad Internet” ed è stato inviato in Canada per la valutazione del software Cets, per il contrasto della pedofilia su Internet. è dirigente del compartimento della Polizia postale e delle comunicazioni per la Sicilia Orientale.

Fonte: Quotidiano di Sicilia - Autore: Grazia Ippolito

sabato 6 novembre 2010

Multa di 30 Euro per il download di due brani musicali


Una Corte Tedesca ha deciso che la condivisione, illegale, di tracce audio non debba corrispondere, per forza, a un risarcimento milionario ai detentori dei diritti. Due tracce audio condivise illegalmente via p2p creano un danno economico di 30 Euro.
Scaricare musica via p2p negli Stati Uniti è un’impresa rischiosa. Jammie Thomas Rasset deve pagare 1.5 milioni di dollari e non ci sono dubbi che una fine così immeritata non possa non lasciare strascichi e dare adito a polemiche di ogni tipo. Le major applaudono (non rendendosi conto della mostruosità giuridica) ma l’Europa non applica, per fortuna, gli stessi criteri nei casi di violazione Copyright. La storia è differente. L’imputato, al tempo adolescente, condivideva due brani musicali in Internet. I detentori dei diritti monitoravano la rete montando un caso in cui chiedevano una multa di 300 euro (l’imputato aveva condiviso illegalmente due tracce audio). Il tribunale è giunto ad una decisione dopo cinque anni di dibattiti. Hanno stabilito che le richieste dei titolari dei diritti fossero eccessive scegliendo invece un risarcimento di 30€. Le major volevano coinvolgere anche il padre del ragazzo ma la Corte Tedesca respingeva le pretese dei titolari dei diritti nei confronti del proprietario della connessione internet. Le major cercavano una reponsabilità oggettiva dei danni ma la corte, vista la non conoscenza dei fatti, decise di non processare il proprietario per l’uso improprio della connessione Internet. La corte ha preso in considerazione diversi parametri come la tipologia di traccia scaricata, valore commerciale, durata della condivisione dei file e data di pubblicazione delle canzoni. Le tracce, “Angel” di “Rammstein” e “Roll Over not” di Marius Müller-Westernhagen, erano “vecchie”, la richiesta online “era scarsa” e ciò ha contribuito alla riduzione della pena (Angel è del 1998).

Nota

La decisione della corte di Amburgo crea un precedente Europeo limitando enormemente le richieste dei detentori dei diritti nei casi, accertati, di violazione del Copyright.

Fonte: Italia Sw Magazine

venerdì 5 novembre 2010

Usa, multa di 1,5 milioni di dollari per download illegale


Jammie Thomas-Rasset è stata definitivamente riconosciuta colpevole di violazione della proprietà intellettuale e dovrà pagare 62.500 dollari per ognuna delle 24 canzoni scaricate attraverso il servizio di file-sharing Kazaa.
La Recording Industry Association of America (Riaa), l’organismo che rappresenta l’industria discografica americana, si è detta soddisfatta della sentenza, con la quale l'appello presentato dalla donna del Minnesota è stato respinto.Dopo la prima condanna, nel 2007, il processo era stato annullato e poi era ripreso, concludendosi nel luglio dello scorso anno con un'ingiunzione al pagamento di complessivi 1,92 milioni di dollari in diritti d’autore e copyright a sei società discografiche: Capitol Records, Sony BMG Music, Arista Records, Interscope Records, Warner Bros. Records et UMG Recordings. Altre cause analoghe sono state avviate negli Stat Uniti, e in genere si sono concluse con un accordo per cui coloro che avevano scaricato da Internet hanno accettato di pagare un rimborso compreso tra i 3.000 e i 5.000 dollari.
Fonte: La Stampa

lunedì 18 ottobre 2010

C'era una volta eMule Utenti in fuga dal p2p


Cambiano le abitudini degli italiani per scaricare film e musica da internet: i software di scambio file soppiantati da alternative più comode, ma non sempre legali. E le major si preparano a colpire le nuove tecnologie dei pirati

IL PEER-TO-PEER, fino a oggi il sistema preferito dagli italiani per scaricare file da internet, è in caduta libera. Ma il download (legale e non) di film e musica dalla rete non è in crisi. Solo, sempre più utenti preferiscono altri modi per accedere a questi contenuti. La conferma arriva dai dati dell'osservatorio di ricerca Nielsen: gli utenti peer-to-peer italiani sono passati dai 6,7 milioni di luglio 2009 ai 4,9 milioni di luglio 2010. La caduta colpisce in particolare il software più usato, eMule, che a luglio 2010 è stato usato da 2,9 milioni di persone, in calo del 43 per cento rispetto all'anno prima. Cresce invece uTorrent, altro software peer-to-peer (1,3 milioni di utenti, +50 per cento anno su anno). Quella in atto è la prima crisi del peer-to-peer dalla fine degli anni Novanta, e segna una svolta importante nel modo di usare internet in Italia, visto che questi software hanno regnato per anni, diventando famosi anche tra i non esperti. Quello che succede ora è che gli utenti trovano più comodo accedere a musica e film con sistemi più facili, diretti e sicuri. E anche, spesso, legali: per esempio lo streaming su YouTube, che ha avuto 13 milioni di utenti a luglio 2010 (+30 per cento). Oppure iTunes (2,7 milioni, +10 per cento). Com'è noto, il materiale legale su YouTube è in continua crescita, grazie ad accordi con case discografiche (l'ultima, a settembre, è stata la Sugar) e cinematografiche. "Sta cominciando a diventare una fonte di ricavi interessante per i detentori di copyright, anche da noi", commenta Enzo Mazza, presidente di Fimi (Federazione dell'industria musicale italiana). Ma dietro un fenomeno legale ce n'è spesso uno che legale non è: gli accordi tra le major e YouTube, ad esempio, si basano sul presupposto che i contenuti possano essere visti sul sito ma non scaricati, copiati e distribuiti. E così, conoscono un vero e proprio boom i sistemi per scaricare i video presenti su YouTube e altri siti simili. I vari strumenti di "video ripping", che trasformano in file su hard disk il flusso di video in streaming, a luglio 2010 hanno avuto 230 mila utenti, contro i 32 mila dell'anno prima. Popolarissimi, inoltre, sono i "cyberlockers", cioè siti di hosting come Rapidshare e Megaupload, da cui gli utenti scaricano direttamente film e album, con un solo clic su un link. Anche questo sistema è più facile, veloce e sicuro rispetto al peer-to-peer. Gli utenti trovano i link per scaricare i file da siti specializzati, blog, forum e community. La più popolare in italiano, con 140mila utenti (+178% in un anno) è Ddlfantasy.net: si occupa soprattutto di film e serie tv. Come altre community simili, è accessibile previa registrazione (gratuita). I detentori di copyright al momento denunciano gli utenti che scaricano in questo modo, ma si limitano a ottenere la rimozione dei link. Un approccio che contribuisce a diffondere la percezione che i cyberlockers siano più sicuri del peer-to-peer. Ma le prime azioni contro le community che diffondono i link a contenuti illegali e, in generale, contro tutti gli eredi del peer-to-peer, sembrano solo questione di tempo.

Fonte: La Repubblica - Autore: Alessandro Longo

venerdì 20 agosto 2010

Il pornosharing stimola la fame



E c'è chi si prepara a pascere i cittadini della rete con altri prodotti e servizi a pagamento. Di quelli che non si possono copiare. Parola di pornografo

L'importante è che fruiscano dei contenuti e li apprezzino: le platee di individui che si appassionano alle produzioni di un pornografo saranno terreno fertile per la crescita di business collaterali. Fatto di merci tangibili, di esperienze da consumare a pagamento. Ad annunciare l'entusiasmo per la circolazione dei propri contenuti online, materiale licenzioso ordinariamente protetto da diritto d'autore, è Berth Milton, CEO del colosso del porno Private Media. Constata che la rete, dopo l'iniziale spinta assestata al mondo del porno, "si è rivelata la cosa peggiore che potesse capitare al business dei contenuti per adulti": a causa dell'agevole condivisione del materale a mezzo piattaforme di streaming e a mezzo P2P. Ma ammette altresì che "ci sono montagne di opportunità" per "far fruttare la circolazione del materiale fra coloro che non pagano" e per trasformare queste dinamiche in un modello di business per l'azienda di cui tiene le redini. Inutile, rivela Milton, tentare di arginare il fluire non autorizzato del materiale protetto da copyright, inutile tentare di educare i cittadini della rete al rispetto della legge sul diritto d'autore. Il CEO di Private Media chiama in causa i propri figli: "Poco importa che io dica loro che è illegale scaricare - racconta - non appena chiusa la porta della loro camera avviano il download". Lo stesso varrebbe su scala globale, e per il mercato della pornografia. "Più persone piratano i nostri contenti, più sono felice" ha dichiarato Milton: più il bacino di utenza è ampio, più sono i potenziali utenti per altri generi di prodotti. Il CEO di Private Media stima che nel giro di cinque anni il DVD sarà morto. Lasciando spazio, nel settore pornografico, alla pletora di prodotti e servizi da cui l'azienda spera di trarre dal 95 al 99 per cento dei propri guadagni: Milton accenna a palpabili complementi alla fruizione dei contenuti, a servizi dedicati alla tessitura di un network sicuro e controllato di persone che condividano passioni pruriginose e sapidi sollazzi. "Cose - chiosa Milton - che non si possono copiare". Ma non tutti i pornografi concordano con il CEO di Private Media: accanto a coloro che s'ingegnano per mettere a frutto le violazioni c'è chi da anni si avventa sugli intermediari le cui piattaforme ospitano materiale caricato dagli utenti e sgusciato fuori dai canali ufficiali. C'è altresì chi pattuglia i circuiti del P2P alla ricerca di chi pecca: Lucas Entertainment, operatore specializzato nella pornografia a tinte omosessuali, si sta adoperando affinché venga tolta la maschera a 185 indirizzi IP. Che potrebbero ricevere a casa una imbarazzante richiesta di conciliazione, con la quale si invita a corrispondere una somma di denaro per aver goduto illecitamente di "Kings Of New York". Del resto, ha spiegato il CEO dell'azienda Michael Lucas, "il business è business e dobbiamo pur trarre denaro dai nostri contenuti".

martedì 22 giugno 2010

P2P reato? No, prestito



Un’altra sentenza si inserisce nel già confuso panorama spagnolo. Sentenza che contribuisce a creare difficoltà interpretative visto che nel Paese è sancito il diritto di link e contemporaneamente si procede al sequestro dei portali di P2P. La sentenza, emessa di recente, stabilisce il principio per cui il file sharing non sia un reato ma il semplice sviluppo di un'abitudine antica: il prestito. Il caso risale al 2005, quando la società di raccolta dei compensi EGEDA (la SIAE spagnola) e la casa di produzione cinematografica Columbia Tristar coinvolgendo la polizia portarono alla chiusura del sito CVCDGO.com e all'arresto delle quattro persone che lo gestivano. L'accusa è sempre la solita, e cioè la pubblicazione di link di contenuti protetti dal copyright sulle reti di file sharing, azione in certi casi aggravata dal fatto che la pellicola non fosse ancora nemmeno uscita nei cinema. Il sito CVCDGO.com, diventato estremamente popolare nel 2004, finanziato dalla pubblicità, era arrivato a collezionare 11 milioni di visite e l'interesse non certo benevolo dell'industria dei contenuti. Ai quattro gestori si contestavano quindi anche finalità di lucro. Dopo 5 anni la sentenza: i quattro di CVCDGO sono innocenti, non hanno commesso alcun reato per il semplice fatto che "scambiarsi" contenuti digitali attraverso il file sharing è un'attività perfettamente regolare e legale come lo è prestare un libro ad un amico. Lo scambio dei contenuti incriminati è avvenuto tra moltissimi utenti contemporaneamente e nessuno ne ha ricevuto un diretto ritorno economico quindi le pretese accusatorie dell'industria decadono e ai quattro admin di CVCDGO va restituito lo status di cittadini liberi e incensurati. Hanno scritto i giudici: "È da tempi antichi che esiste il prestito o la vendita di libri, film, musica e molto altro , la differenza ora consiste principalmente nel mezzo utilizzato: in precedenza c'erano la carta o i mezzi analogici e ora tutto è in formato digitale, la qual cosa permette uno scambio molto più veloce e di maggiore qualità raggiungendo ogni parte del mondo grazie a Internet". Carlos Sanchez Almeida, l’avvocato difensore dei quattro imputati, ha dichiarato che la decisione rappresenta un chiaro messaggio dei giudici al governo, c’è una linea che non dovrebbe essere attraversata e i giudici si sono schierati a difesa della libertà totale su Internet, su cui aleggiano, a suo dire, le ombre delle norme repressive sollevate anche in sede UE.

martedì 1 giugno 2010

Pedopornografia online: operazione della polizia postale genovese, 8 indagati anche a Imperia


Genova - In Liguria sono 25 le persone denunciate, di cui tredici a Genova, otto a Imperia, tre a Savona e una a La Spezia. La maggior parte sono dipendenti, poi liberi professionisti, a seguire pensionati. 'Grazie. Forse solo cosi' posso liberarmi da questa ossessione'. Con queste parole uno dei sei arrestati dalla polizia postale di Genova, nell'ambito dell'operazione 'Sixxx files' contro la pedopornografia in rete, ha accolto gli agenti quando hanno fatto irruzione in casa sua, a Bologna. Oltre a lui sono finite in manette altre cinque persone: due in Lombardia, due nel Lazio e una in Campania. Per loro e' scattato l'arresto perche' sorpresi a scaricare materiale pedopornografico durante le perquisizioni. Nell'ambito dell'operazione sono state denunciate anche 460 persone, i cui indirizzi Ip erano stati scoperti mentre scaricavano filmati con bambini come protagonisti, tra cui un minorenne. In Liguria sono 25 le persone denunciate, di cui tredici a Genova, otto a Imperia, tre a Savona e una a La Spezia. La maggior parte sono dipendenti, poi liberi professionisti, a seguire pensionati e infine studenti e disoccupati. Gli agenti della polposta di Genova, coordinati dal dirigente Armando Puccinelli, hanno avviato l'indagine all'inizio del 2008. Hanno iniziato a monitorare i siti di scambio files e sono riusciti a individuare nove filmati con contenuto pedopornografico. Scene di sesso, a volte anche violente, con bimbi di due, tre anni al massimo. In tre mesi, sono risaliti a tre mila indirizzi di computer che avevano scaricato i video. Dopo avere stralciato alcune posizioni, gli agenti sono risaliti a 460 persone e hanno fatto scattare le perquisizioni, nel corso delle quali sono stati sequestrati 1200 computer. oltre 2000 hard disk, 11.327 tra cd e dvd, e 1307 memorie esterne. Tra tutte le persone denunciate, almeno una sessantina erano degli accaniti consumatori: gli agenti li hanno scoperti mentre scaricavano tre, quattro filmati alla volta. 'Anche se scaricare film dai siti e' illegale - ha spiegato Puccinelli - consigliamo sempre di essere presenti quando lo si fa e di verificare subito il contenuto dei filmati. E nel caso in cui ci si dovesse imbattere per sbaglio in video pedopornografici, di segnalarli alla polizia. Spesso i video hanno titoli espliciti, ma non e' raro che titoli apparentemente innocui nascondano invece filmati con bambini'. Le indagini sono ancora in corso per capire da dove provengano i filmati e chi li abbia prodotti e messi in circolazione.

mercoledì 12 maggio 2010

Film in streaming e su P2P e utenti che li scaricano individuati da nuovo software Nec


NEC Corporation ha sviluppato una nuova tecnologia che permette di identificare in una manciata di secondi le copie illegali di film e video caricate on line.


NEC Corporation ha sviluppato una nuova tecnologia per l’identificazione di contenuti video che promette di riuscire a individuare, in pochi secondi, i video che circolano su Internet senza autorizzazione da parte dei detentori dei diritti di copyright.
La tecnologia, che sarà oggetto di una dimostrazione nel corso dell’Embedded System Expo di Tokyo (12-14 maggio 2010), genera un’impronta (video signature) che identifica il contenuto di un video e che serve da confronto per scoprire, per esempio, copie illegali o versioni alterate di film disponibili sui canali P2P e di file sharing. Le firme, spiega NEC, sono estratte da ogni fotogramma sulla base delle differenze di luminanza all’interno dei singoli frame, differenze che sono definite da una varietà di luoghi, dimensioni e forme. L’unicità di ogni impronta digitale consente, quindi, di individuare i video non originali o alterati, creati tramite tecniche di cattura analogica, ricodificazione e sovrascrittura. Il confronto della signature del video originale con l’impronta digitale di altri video si esaurirebbe in un lasso di tempo di 2 secondi, una velocità impossibile da ottenere se si seguono i metodi convenzionali di comparazione. A ciò di deve aggiungere un’accuratezza del 96%, secondo i test effettuati da NEC.
Secondo l’azienda, la nuova tecnologia consentirà ai content holder e ai service provider di identificare in automatico contenuti illegali caricati dagli utenti della Rete e di ridurre i tempi e i costi delle ispezioni manuali.

martedì 4 maggio 2010

USA, P2P non è anonimato


Una corte di appello ha stabilito che un utente non può pretendere di rimanere anonimo. Non se poi scarica e mette in condivisione contenuti sui network di file sharing senza l'autorizzazione dei detentori dei diritti.

Il caso è Arista v. Doe 3, e la sentenza è una di quelle destinate a far discutere: l'industria discografica capitanata da RIAA era alla caccia delle vere identità di 16 condivisori sul P2P, attivi sul network dalla State University of New York nella città di Albany. Uno di questi ignoti condivisori, il "Doe 3" indicato appunto nella causa, si era opposto alla citazione delle etichette nei confronti del suo ISP appellandosi al diritto all'anonimato difeso dal Primo Emendamento. Richieste respinte, nel primo come nel secondo grado di giudizio.Nella sua decisione la corte di appello ha confermato la sentenza già emessa in primo grado, sostenendo che "se l'anonimato è usato per mascherare l'infrazione del copyright o per facilitare tale infrazione da parte di terzi, esso non è protetto dal Primo Emendamento". Doe 3 non può farsi scudo della Costituzione americana, mentre gli ISP hanno tutto il diritto di conoscere la sua vera identità anche solo con il sospetto della condivisione non autorizzata.Neanche a dirlo, lo sbilanciamento della sentenza in favore dei provider non è stata accolta con leggerezza dagli ambienti vicini al P2P, dove si sottolinea come il giudice di appello abbia sostanzialmente dato via libera alle investigazioni private e alla possibile battaglia da condurre contro un utente a partire da un semplice hash di un file raccolto in rete. Sia come sia, una differenza tra la nuova sentenza e quella vecchia, piccola eppur significativa, c'è: in precedenza il giudice aveva stabilito che la mera condivisione di una cartella piena di file multimediali "cancella qualsiasi pretesa di privacy", mentre la corte di appello ha sentenziato che "la privacy a cui qui ci si richiama non riguarda le informazioni che il proprietario del computer o l'utente desidera condividere ma piuttosto la sua stessa privacy". A venire condivisa online non è insomma l'identità del condivisore ma solo la sua libreria di contenuti multimediali.

giovedì 4 marzo 2010

P2P sempre meno utilizzato, ma non per paura. Ecco i veri motivi.



Uno studio di NPD Group evidenzia il calo del ricorso al P2P per il download di musica. Fra i motivi, gli hard disk sufficientemente pieni e i nuovi servizi di streaming.
Non è la prima ricerca a sostenere che il ricorso degli utenti della Rete ai canali di file sharing e di P2P sia in diminuzione. Ma lo studio condotto da NPD Group su un panel di netizen statunitensi aggiunge una serie di risultati che aiutano a spiegare più a fondo il declino del P2P.
Secondo i dati diffusi da NPD Group, nel 2009 il download illegale di contenuti musicali effettuato tramite i circuiti P2P, principalmente mediante il protocollo BitTorrent, ha subito un calo del 25%. Quattro, spiega Russ Crupnick, Senior Analyst di NPD Group, le ragioni che sembrano essere alla base della disaffezione dei netizen nei confronti dei diversi tracker Torrent e degli altri sistemi di file sharing più utilizzati. Gli utenti interpellati da NPD Group riferiscono che i loro hard disk sono oramai sufficientemente pieni di collezioni musicali, tanto da non avere più bisogno di ricorrere a ulteriori download. La seconda motivazione in ordine di importanza riguarda il timore di essere colpiti da virus, malware e spam: non è così raro, infatti, che i contenuti scaricati dai circuiti P2P contengano codice maligno o aprano la strada a un’invasione di e-mail spazzatura. In terzo luogo, anche se la RIIA ha cambiato strategia e non ricorre più alle denunce, i netizen manifestano preoccupazioni legate a eventuali cause legali intentate dall’industria discografica. Il quarto fattore, invece, riguarda la diffusione di servizi di streaming gratuiti e a pagamento che sembrano soddisfare le esigenze degli utenti.


sabato 13 febbraio 2010

Spiati 2 milioni di utenti dal 2008 accusati di streaming e P2P: è iniziato processo Fapav-Telecom


È iniziato ieri a Roma il processo che vede la Fapav, la federazione in difesa del copyright audio e video, contro Telecom Italia.

È iniziato ieri a Roma il processo che vede la Fapav, la federazione in difesa del copyright audio e video, contro Telecom Italia. L'oggetto principale dell'istanza presentata dalla Fapav è la richiesta a Telecom Italia di fornire tutti i dati necessari a rendere rintracciabili gli utenti che scaricano film, musica e videogiochi illegalmente su Reti P2P o fanno uso di streaming anch'esso illegale.Questa è una delle prime novità che sono emerse ieri durante la prima udienza del processo: Fapav ha monitorato (e probabilmente continua a farlo) attraverso una società francese la Rete Internet italiana, non solo controllando il P2P ma anche i siti che offrono streaming illegale e che sono tra i più utilizzati dagli utenti. La CoPeerRight, questo è il nome dell'azienda francese che controlla il Web italiano dal 2008, ha intercettato oltre 2 milioni di utenti impegnati nel download o streaming fuorilegge. E ha richiesto i dati a Telecom Italia perché la maggior parte di questi atti illeciti, tra il 57 e il 65% dei casi, sono avvenuti proprio attraverso connessioni Telecom Italia. Davanti al giudice Izzo che presiede il processo, i legali della difesa di Telecom hanno spiegato che il proprio cliente è semplicemente un provider che offre una connessione a Internet e che, secondo la legge della privacy, non può controllare e monitorare cosa fanno i propri utenti durante la navigazione su Internet. Posizione ribadita anche attraverso la memoria dell'avvocato Fiorentino che esprime la posizione del Garante della Privacy, ovvero che la Fapav ha controllato la Rete internet italiana in modo illecito e senza permesso e che le prove che porta davanti al giudice per questo motivo non sono utilizzabili. In realtà Fapav non ha mai detto di essere risalita ai dati personali di un utente tramite l'IP di connessione (fatto ritenuto comunque possibile), ma ha solo ribadito la richiesta di poter rintracciare con nome e cognome gli utenti sospettati. Una ulteriore richiesta della Fapav presentata durante la prima udienza di questo processo è che Telecom Italia blocchi la navigazione su siti streaming e di download illegale e sui circuiti di scambio P2P o che, se accertato il download di materiale illegale, venga inviata una email di avvertimento da parte della stessa Telecom al proprio utente. Il processo storico per l'Internet italiana, così definito da molti commentatori, ha avuto così inizio. Una sentenza favorevole alla Fapav avrebbe come conseguenza immediata l'ottenimento dei dati personali di oltre 2 milioni di utenti sospettati di P2P, ma soprattutto introdurebbe un precedente fondamentale a livello giuridico: gli utenti italiani potranno essere intercettati e controllati durante la propria navigazione online e denunciati in caso di violazioni dei diritti d'autore. Non solo: il provider stesso avrà l'obbligo di fare da sceriffo controllore e bloccare sia i propri utenti, sia oscurare i siti di streaming e P2P come è già avvenuto con la recente conferma della condanna a Pirate Bay in Italia che obbliga i provider italiani a bloccarne l'accesso attraverso i propri DNS. La situazione è assai delicata e complessa: al momento la Fapav si trova in una posizione di svantaggio perché ha monitorato la rete illegalmente. A suo vantaggio il peso degli interessi economici enormi che difende, che potrebbero far giungere il tribunale di Roma a una sentenza inaspettata.

Riflessione: ritengo questa news debba essere seguita molto da vicino in quanto potrebbe diventare un precedente fondamentale circa la perdita del diritto alla privacy su internet ma contestualmente una forma di controllo sullo scarico illegale di materiale coperto da diritto d'autore. Personalmente ritengo che non dovrebbe andare a colpire coloro che dal 2008 hanno attuato seppure illegalmente questo materiale perché si andrebbe contro la legge che da anni si erge a difesa dei cittadini digitali. Occorre un confronto fra coloro che hanno l'interesse di evitare lo scarico illegale del materiale e le istituzioni preposte alla Garanzia sulla Privacy altrettanto importante. Credo sia più importante investire in formazione nell'ambito della tutela del diritto d'autore, del copyright e di una cultura della sicurezza e di tutela della privacy che oggi manca. Osserviamo da vicino quanto accade in quanto potrebbe dare una svolta importante circa il controllo/monitoraggio di chi naviga in rete.

mercoledì 3 febbraio 2010

Twitter. Dati rubati a diversi utenti: ‘Diffidate dei siti Torrent’



User name e password di diversi utenti Twitter sono stati coinvolti in un tentativo di furto: la società sta chiedendo alle persone interessate di resettare i propri dati per evitare ulteriori compromissioni.

Il sito di microblogging ha comunicato agli sviluppatori la notizia che una “persona non identificata” ha creato “per un certo numero di anni”, ha creato siti e forum “torrent” col solo scopo di carpire le informazioni personali per potere poi accedere agli account Twitter. “Questa persona - spiega la nota diramata dalla società – aspettava che i siti e i forum diventassero popolari e quindi li utilizzava per guadagnare l’accesso alle user name, alle password e all’indirizzo email di ogni persona che si era iscritta”. I siti Torrent vengono usati principalmente per scaricare film, mp3, software. Tecnicamente, spiega Wikipedia, “…i .torrent sono file di piccole dimensioni che, aperti con programmi appositi (come BitTorrent), portano a scaricare il contenuto memorizzato nel computer della persona che sta condividendo il file”. Twitter ha quindi confermato che non tutti i siti e i forum dedicati a questo traffico di dati sono stati identificati. La nota chiarisce: “non abbiamo individuato tutti i forum coinvolti, né probabilmente riusciremo a farlo perché non abbiamo con loro nessun tipo di connessione”. La società sottolinea comunque che “…come regola generale, chiunque si sia iscritto a un sito o a un forum torrent dovrebbe cambiare la password”. Insieme a Facebook, Twitter è uno dei luoghi sacri della socializzazione online: da Barack Obama ai divi di Hollywood, passando per i politici nostrani, la Twitter-mania è esplosa e dilaga: tra l’aprile del 2008 e 2009, il sito di micro-blogging ha visto aumentare i propri accessi del 3.700%. Lo scorso anno, tuttavia, diversi attacchi hanno complicato la vita del sito, che comunque non ha fornito dati ufficiali su quanti clienti hanno dovuto cambiare la password, limitandosi a precisare che si è trattato di un numero “molto esiguo”.

venerdì 15 gennaio 2010

Utenti P2P italiani: per centinaia chiesti dati in tribunale. E oscuramento decine di siti web.


Scontro FAPAV (Federazione Anti-Pirateria Audiovisiva) e Telecom Italia. Domani il Tribunale si pronuncerà.


Era il maggio del 2009 quando la FAPAV, la Federazione Anti-Pirateria Audiovisiva, avanzava a Telecom Italia la richiesta di comunicare alle autorità giudiziaria i dati idonei a consentire a quest’ultima di adottare gli interventi necessari a reprimere il fenomeno della pirateria digitale e del download illegale di contenuti protetti da copyright tramite il ricorso ai canali P2P. Domani il Tribunale di Roma dovrà decidere se accogliere o meno le richieste della FAPAV, che Telecom, citando norme europee, ha respinto, accusando a sua volta l’associazione di aver utilizzato programmi spia per monitorare i download illegali, violando la privacy degli utenti. Come spiega Guido Scorza su Punto Informatico, secondo la FAPAV Telecom sarebbe tenuta a impedire l’accesso a tutti i propri utenti ai siti Internet di file sharing e di P2P che veicolano contenuti digitali tutelati dal diritto d’autore. L’azienda di telecomunicazioni, inoltre, dovrebbe ritenersi corresponsabile delle condotte di pirateria audiovisiva, in quanto avrebbe omesso di informare l’autorità giudiziaria e diffidare i propri utenti dal proseguire. A sostegno delle tesi della FAPAV è scesa in campo la SIAE, perché, ha spiegato il presidente Giorgio Assumma, tale posizione è strettamente legata alla tutela dei diritti patrimoniali degli autori. Tuttavia, la SIAE sembra preferire la prospettiva di una soluzione condivisa e da tempo, ha fatto notare Assumma, la società sta intessendo rapporti e sondaggi con le grandi società di telefonia affinché si adotti un sistema legale a fronte di un corrispettivo da erogare agli autori. Un corrispettivo, ha tenuto a precisare il presidente della SIAE, che non si configura come una tassa, ma come il compenso dovuto agli autori per il loro lavoro creativo.

giovedì 14 gennaio 2010

In ufficio si scarica sempre di più illegalmente


Uno specialista della sicurezza ha osservato un forte incremento del file sharing sulle reti aziendali. E mette in guardia.

Il numero di persone che lavorano in ufficio e usano la rete aziendale per condividere illegalmente dei file è aumentato. Lo rivela uno studio di ScanSafe, specialista della sicurezza della cloud, secondo il quale i tentativi di scaricare illegalmente mp3 e software attraverso la connessione internet lavorativa sono aumentati del 55% negli ultimi tre mesi. "Erroneamente i dipendenti presumono di poter usare Internet al lavoro esattamente nello stesso modo in cui la impiegano a casa e questa è potenzialmente una delle ragioni di tale incremento costante nei tentativi di scaricamento illegale avvenuti negli ultimi mesi", commenta Spencer Parker, director of product management di ScanSafe. "L'impiego inappropriato di internet sul posto di lavoro può mettere un dipendente a rischio di responsabilità legale... lo scaricamento di contenuto illegale è una 'doppia iattura' per i dipendenti perché non solo li mette a rischio legale ma mette anche la rete aziendale a rischio di infezione da malware... Una grande maggioranza di siti gratuiti per il download illegale sono spesso pieni di malware". Il suggerimento di ScanSafe alle aziende è di formulare policy di utilizzo Internet ed educare i dipendenti sulle policy stesse e quindi sulle potenziali conseguenze di una mancanza di conformità.

lunedì 14 settembre 2009

Il dibattito internazionale si infuoca su censura e privacy. Necessario garantire la libertà di informazione, con occhio attento ai dati personali


Web e censura, argomento caldo che sta animando il dibattito internazionale. Christian Engstrom, primo e unico rappresentante del Partito Pirata svedese (Piratpartiet) al Parlamento europeo, si rivolge attraverso quei paesi in cui è aperto il dibattito sulla tutela del copyright.
“Bloccare internet – ha sottolineato - è assolutamente il modo più sbagliato di procedere, lo vedo come lo sforzo estremo di un'industria morente che sta convincendo alcuni politici ad abbandonare la difesa dei diritti umani fondamentali come il diritto alla libera informazione ma anche quello di subire un processo in un tribunale appropriato. E tutto questo non servirà a salvare l'industria dell'audiovisivo'. Questa settimana, l’Assemblea nazionale voterà in Francia l’Hadopi 2, la legge che prevede le misure sanzionatorie per chi pratica la pirateria, come il taglio della connessione per i recidivi. Seguendo lo stesso principio pochi giorni fa il governo britannico ha avanzato una proposta per la quale circa sette milioni di cittadini, uno su 12, rischiano di restare sconnessi. In Italia la proposta di legge contro il download illegale, attualmente in discussione, prevede una misura simile.
“Questa è sicuramente una battaglia sia per i nostri diritti civili di base, sia per la cultura libera in Europa. Ed è una battaglia che dobbiamo vincere. L'Europa ha bisogno di politici pronti a scegliere un percorso diverso, a dire sì al futuro”, ha detto Engstrom, 49 anni, ex programmatore di Stoccolma, eletto grazie ad un sorprendente 7% di consensi, arrivati prevalentemente dai giovani e dai sostenitori della libertà in internet cresciuti in Svezia dopo le vicende di Pirate Bay.
“Due organizzazioni completamente separate ma che hanno ovviamente gli stessi punti di vista”, ha precisato l'europarlamentare.
“Il filesharing è un'attività che coinvolge due persone che si scambiamo materiale coperto da copyright. Se si vuol interrompere questo meccanismo si deve far cessare il diritto alla privata corrispondenza – ha spiegato Engstrom -. Non c’è una via di mezzo. E per noi la scelta è semplice: il diritto alla privacy nella comunicazione è un diritto civile e fa parte della convenzione europea dei diritti umani, all'articolo 8. Ed è infinitamente più importante che consentire alle major di restare abbarbicati a modelli di business del secolo passato”.
Il 20 settembre in Francia, il Partito Pirata esordisce alle elezioni legislative parziali con un candidato di 23 anni.
“I temi di cui ci occupiamo riguardano tutta Europa e dunque ci sono buone ragioni per preservare i diritti civili in Rete in ogni Stato membro. Anche in Italia – ha commentato Engstrom -. Se i partiti esistenti non inseriranno queste questioni in agenda, saranno necessari sempre più partiti pirata”. L’acceso confronto su internet implica anche altri aspetti. Sicuro quello della privacy. Oltre diecimila persone sabato sono scese in piazza a Berlino per chiedere una migliore tutela dei dati personali, dopo che numerosi scandali avevano messo in luce traffici e abusi in internet, e dopo che è stata approvata una legge che consente lo 'spionaggio' sui computer nell'ambito di alcune inchieste giudiziarie. Secondo gli organizzatori - che hanno stimato i manifestanti in oltre ventimila - hanno aderito alla dimostrazione sindacati, associazioni e partiti politici “per dire un chiaro no alla follia del controllo del governo”. La copresidente dei Verdi Claudia Roth ha detto che “occorre dire no a tale progetto entro due settimane”, cioè entro le legislative del 27 settembre. Secondo il responsabile regionale della protezione dei dati dello Schleswig Holstein, Thilo Weichert, “il controllo e la censura” minacciano i diritti fondamentali dei cittadini e la libertà di opinione. “Con alcuni dati personali - ha aggiunto - le aziende possono rendere docili le persone senza che esse se ne rendano nemmeno conto”; esse quindi “sono sorvegliate, discriminate e manipolate”.

mercoledì 9 settembre 2009

Virus e file infetti nascosti su P2P triplicati nell'ultima settimana



L'ultimo rapporto elaborato da G Data segnala un notevole incremento di file infetti circolanti nei servizi di file sharing peer-to-peer.
I pericoli per gli utenti che si affidano ai circuiti peer-to-peer per il file sharing e il download di contenuti digitali non arrivano solo dai governi e dalle major, impegnate a contrastare con ogni mezzo possibile la pirateria digitale, ma anche da hackers e crackers che riempiono i vari servizi di P2P di file Torrent che sembrano portare allo scaricamento e alla condivisione di contenuti audio e video, ma che, spesso, nascondono codice maligno.
L’ultimo rapporto elaborato da G Data segnala, infatti, un notevole incremento di file infetti circolanti nei servizi di file sharing P2P e che si presentano sottoforma di mappe per navigatori satellitari, suonerie per telefoni cellulari, video e brani musicali. Dietro una canzone o dietro un film, dunque, si nascondono trojan, malware e worm, utilizzati dai cyber-criminali per i più svariati scopi. I sospetti, a dire il vero, cadono anche sulle stesse case discografiche e cinematografiche, più volte accusate di inserire file infetti per colpire i downloaders incalliti e frenare la pirateria digitale. Al di là della provenienza, la notizia riguarda soprattutto la percentuale di file infetti registrata nella scorsa settimana dai G Data Security Labs: i file contenenti codice maligno sono quasi triplicati rispetto alle rilevazioni precedenti. A essere particolarmente colpiti dal fenomeno sono Torrentreactor.net, Torrent.to e The Pirate Bay, tre dei principali tracker di file Torrent utilizzati dai netizen.
Secondo Ralf Benzmüller, manager di G Data Security Labs, gli utenti dovrebbero stare alla larga dai servizi di P2P e dal download di file Torrent. Benzmüller si attende un incremento di attacchi di phishing o per diffondere malware anche a danno dei social network e degli smartphone.

venerdì 17 luglio 2009

Legal Bay, il servizio SIAE per la musica legale

Un sibillino comunicato ufficiale della SIAE annuncia il via libera a un progetto denominato Legal Bay ed indirizzato a promuovere la musica legale nel nostro paese. Difficile intuire qualcosa di più, ma la SIAE coinvolgerà tutti gli operatori del mercato.
La SIAE ha comunicato la nascita di un nuovo servizio, una «via legale per scaricare musica e cinema». Il progetto prende il nome di "Legal Bay", un richiamo esplicito a quella "Pirate Bay" che tanto successo ha raccolto tra l'utenza e tanto astio s'è procurata nel mondo della produzione. Il comunicato della SIAE, però, è oltremodo scarno ed è difficile al momento carpire qualcosa di più rispetto a quello che risulta come un fumoso annuncio primo di dettagli. Recita la comunicazione: «La Società Italiana Autori Editori ha elaborato un progetto denominato "Legal Bay", per il lancio nazionale di un servizio destinato a tutti gli utenti italiani che consentirà di scaricare contenuti digitali audio video in modo sicuro e di grande qualità, offrendo un'alternativa legale ed economicamente sostenibile al downloading e al file sharing illegale. La Siae, che fa parte del Comitato tecnico contro la Pirateria Digitale e Multimediale costituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha assunto l'iniziativa di coinvolgere e coordinare tutti gli operatori del mercato audio video attivi in Italia (oltre agli autori e editori rappresentati dalla SIAE, i produttori musicali e cinematografici) e i principali operatori telefonici, in un innovativo accordo volto a promuovere lo sviluppo del mercato legale digitale. Ieri si è svolto presso la sede della Direzione Generale della SIAE a Roma l'incontro di avvio del progetto. In assenza di altre indicazioni è lecito ipotizzare la nascita, nel giorno del lancio del portale nazionale del turismo, di un portale nazionale della musica che facili l'incontro con la produzione legale e con una distribuzione al di fuori dei flussi della pirateria. In assenza di altre indicazioni, però, è altresì lecito dubitare della bontà dell'idea. Suggerisce Guido Scorza: «una società di intermediazione che agisce in un regime di anacronistico monopolio non può elaborare e, magari, gestire servizi di distribuzione di contenuti digitali perché, ovviamente, per questa via, rischia di travolgere d'un soffio le più elementari regole del diritto antitrust nazionale e comunitario dando vita ad una sorta di "cartello digital-telematico" dei titolari dei diritti del mondo audiovisivo». L'annuncio della SIAE giunge nei giorni in cui Dada e Ciaopeople inaugurano MP3.it, una coincidenza di tempi che non può che far risaltare le possibili frizioni tra una iniziativa privata ed una iniziativa istituzionale sullo stesso mercato. Più probabilmente il "servizio" SIAE potrebbe essere un riferimento in grado di guidare l'utenza verso l'acquisto, facilitando il reperimento dei brani cercati e delegando però all'iniziativa privata la vendita vera e propria. Specularmente alla Pirate Bay, ad esempio, Legal Bay potrebbe identificarsi in un motore di ricerca in grado di indicizzare i contenuti di tutti i music store digitali attivi sul territorio nazionale, facilitando così il reperimento dei brani e scoraggiando al contempo dai pericoli e dal contesto illegale della musica pirata. Del "servizio" Legal Bay, però, al momento non è dato sapersi altro. Se fosse un sito vero e proprio, la cosa certa è che non farebbe riferimento a "legalbay.it": il dominio è ancora libero ed il NIC non segnala registrazioni in atto.

mercoledì 17 giugno 2009

UK, musica per abbonati

Fornitori di connettività e fornitori di contenuti si alleano per dare vita a un jukebox celestiale: musica da consumare dietro la corresponsione di un abbonamento. Senza limiti, senza sistemi DRM a presidiare i contenuti, i cittadini della rete non avrebbero più motivi per rivolgersi ai circuiti del file sharing non autorizzato.A proporre il modello della musica concessa in abbonamento è Virgin Media: oltre a fornire connettività ai cittadini di Sua Maestà, ha stretto un accordo con Universal. La musica dell'etichetta, già disseminata in maniera diversificata su un'infinità di piattaforme quali YouTube e il Peoplès Music Store, entrerà a far parte di un catalogo che l'ISP metterà a disposizione dei propri abbonati: potranno scegliere se attingere alla musica scaricando mp3, potranno scegliere se ascoltare la musica in streaming dai propri dispositivi connessi. In ogni caso, assicura Virgin, tutti i file scaricati saranno a tutti gli effetti di proprietà dell'utente: nessun sistema DRM impedirà loro di travasare i file da un dispositivo all'altro, non ci saranno scadenze o sistemi di validazione a rendere deperibile la musica.Il prezzo per gli utenti? L'offerta è ancora embrionale, dovrebbe essere presentata sul mercato prima del periodo natalizio. Virgin stima però già da ora che l'abbonamento mensile possa aggirarsi su una cifra che dovrebbe corrispondere al costo di un paio di CD. Ma verranno altresì presentate diverse offerte non flat: agli utenti sarà concesso di scaricare quantitativi limitati di musica corrispondendo delle quote più contenute. Il CEO di Virgin Media Neil Berket ha assicurato che "in termini di convenienza e di valore, il nostro nuovo servizio sarà superiore a qualsiasi altra offerta disponibile oggi online e garantirà una soluzione equa sia per i consumatori sia per gli artisti". Virgin Media, facendo perno sull'iniziativa e auspicando che altre major decidano di aderire, ha assicurato che collaborerà attivamente con l'industria dei contenuti. Il provider, il primo a inviare con solerzia gli avvertimenti ai propri utenti colti ad abusare della propria connessione, non ha mai fatto segreto di considerare la net neutrality un ostacolo all'home entertainment: impegnandosi sul fronte dei contenuti non teme di mettere a rischio la propria infrastruttura e promette di collaborare con i detentori dei diritti per dissuadere gli utenti dall'abitudine al file sharing illegale. L'ISP ha chiarito che non procederà ad alcun tipo di monitoraggio del traffico dei propri utenti. Potrebbe però a procedere a diramare avvertimenti e a infliggere "sospensioni temporanee" della durata che potrebbe oscillare "tra pochi minuti e qualche ora".Le disconnessioni di durata maggiore, previste dalla dottrina Sarkozy, sbaragliate dal Consiglio Costituzionale francese, e considerate dalle autorità britanniche una soluzione da non raccomandare non vengono prese in considerazione, a favore di altre misure imbracciate per educare i cittadini della rete. Ma tutto ciò potrebbe non essere necessario, a parere del ministro delle Comunicazioni britannico Stephen Carter: "il governo ha un ruolo nel creare la giusta cornice legale e regolaroria per i diritti e per il copyright - ha spiegato - comunque il mercato fiorirà atraverso gli accordi innovativi tra le aziende e accordi come questi contribuiranno a ridurre in maniera significativa l'abitudine alla pirateria".