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lunedì 4 marzo 2013

Un utente su quattro è vittima di un furto di identità

Secondo una recente ricerca, il numero delle persone colpite da furti di identità è in grande aumento. Lo scorso anno un quarto degli utenti che hanno ricevuto una lettera riguardante una violazione di dati, è stata vittima di un furto di identità. Si tratta di circa 12.6 milioni di persone, un milione di persone in più rispetto allo scorso anno. La notizia proviene da uno studio annuale realizzato dall’agenzia californiana Javelin Strategy & Research. Jim Van Dyke, il capo esecutivo dell’azienda, insiste sul fatto che i consumatori dovrebbero prendere le lettere di notifica sulla violazione di dati più seriamente e proteggere meglio i loro dati personali. “Questo sottolinea la necessità del consumatore di prendere tutte le notifiche molto seriamente. Non tutti i furti sono uguali”, scrive Van Dyke nella sua ricerca. Lo studio riporta che, nel 2012, 21 miliardi di dollari sono stati rubati a circa 12 milioni di utenti, una cifra che supera quella complessiva degli ultimi 3 anni. Il report continua sottolineando l’importanza di proteggere tutte le informazioni personali immagazzinate nei dispositivi, non solo quelle relative alla carta di credito. Infatti, lo scorso anno, il 10% degli incidenti ha coinvolto lo username e la password del conto in banca on-line degli utenti, ma un 16% degli incidenti ha interessato i dati della previdenza sociale. I furti di identità e il cybercrimine sono fenomeni che colpiscono principalmente i consumatori che sono i primi a soffrire della violazione di dati; molto spesso gli utenti possono fare ben poco per evitare questi problemi perché molto non dipende da loro. Società, agenzie di stato e altri organi responsabili della gestione delle informazioni personali degli utenti difficilmente riescono a proteggerli efficacemente. Il furto di dati avvenuto nel North Carolina lo scorso autunno è frutto di una violazione del data base del Dipartimento statale di Revenue. Furono violati 3.6 milioni di dati, tra numeri della previdenza sociale e carta di credito; solo 16.000 dei 387.000 numeri di carta di credito rubati erano criptati, il che massimizza l’attacco e spinge lo stato a dar vita a una riforma della privacy e della protezione dei dati, a promuovere un corso di formazione per gli impiegati e uno studio del caso.
Cosa puoi fare se ricevi una di queste lettere?
  • Fai molta attenzione a qualsiasi lettera di notifica di violazione del data base che ricevi. Non pensare che l’azienda che ti ha inviato la notifica della violazione avrà accesso al tuo account.
  • Usufruisci dei vantaggi offerti dal servizio di monitoraggio dei dati offerto dall’azienda.
  • Cambia le informazioni relative all’account interessato dalla violazone e tieni sotto controllo i tuoi account per prevenire attività anormali.
Fonte: Kaspersky Lab

sabato 30 aprile 2011

In Italia ci vuole l’ora di sicurezza informatica

I dati di settanta milioni di utenti di Playstation Network sono caduti nelle mani di un hacker. Almeno così pare. Sony ha precauzionalmente chiuso il servizio e ha messo in mano tutto a una società specializzata in sicurezza informatica per tracciare il perimetro di una violazione ai propri sistemi di cui ancora adesso non si conosce bene l’entità. Infatti, non è ancora chiaro se a finire su qualche hard disk in giro per il mondo siano solo i dati anagrafici e le password (cosa di per sé già gravissima) o addirittura anche i dati relativi alle carte di credito. Questo non è successo all’ultimo sito di e-commerce ma a Sony Computer Entertainment, una multinazionale della tecnologia che senza dubbio ha implementato severi protocolli di sicurezza. Vuol dire che può accadere a chiunque. Infatti la vulnerabilità dei sistemi è l’uomo stesso: se qualcuno può entrare sui dati per scopi leciti, potrà farlo anche per scopi illeciti. Avere grandi banche dati ammassate e digitalizzate è un bottino troppo ghiotto per chi vuole, in un colpo solo, accedere ai dati personali del prossimo, anzi di qualche milione di “prossimi”; e per ogni stratagemma di difesa architettato ci sarà una contromossa degli hacker. C’è da tremare al solo pensiero che analogo trattamento possa capitare ai dati di PayPal o di iTunes. Partita persa? No, ma sicuramente partita in corso, da giocare senza mettere la testa sotto la sabbia. Ecco una proposta concreta, seria, attuabile: inserire nei programmi scolastici di elementari, medie e superiori qualche ora (all’anno) di sensibilizzazione sulla sicurezza informatica, sulla gestione della privacy e su una buona politica di utilizzo degli account e delle password. Se questi argomenti entrassero nei programmi ministeriali, metà del problema sarebbe risolto, perché si insegnerebbe ai nostri giovani a non fidarsi ciecamente delle tecnologie e neppure a temerle aprioristicamente. Appoggiandosi a consulenti esterni (e con la volontà politica) un progetto di questo tipo si può fare con costi contenuti. E magari l’occasione può diventare un momento importante di formazione anche per qualche insegnante che su questo fronte – non foss’altro per motivi generazionali - brancola nel buio.

Fonte: Dday.it

giovedì 14 aprile 2011

Phishing, sbancati i database Epsilon: rubati i dati American Express, Visa, BestBuy e di molti altri


“Hanno rubato solo nomi e indirizzi email”: è questa la “difesa d’ufficio” che la Epsilon, importante azienda statunitense per la salvaguardia dei dati online, ha diffuso dopo il recente furto di dati sensibili dai suoi database. come se i clienti potessero per questo rasserenarsi!

Anche se il furto a riguardato solo il 2% dell’immenso patrimonio informativo, a scorgere l’elenco di alcune delle aziende clienti derubate si resta letteralmente basiti, quasi che i cracker sapessero bene quali dati prendere e quali lasciare: American Express, BestBuy, Borders, Capital One, Citibank, Disney, The Home Shopping Network, JP Morgan Chase, Marriott Rewards, Hilton Worldwide, Ritz Carlton, TiVo, US Bank, Verizon e Visa. Come ha fatto notare Rik Ferguson, Director Security Research & Communication EMEA, le stesse rassicurazioni di Epsilon sono altamente ingenue:

I criminali non solo conoscono il nome e la email degli utenti, ma sanno anche dove fanno acquisti, dove hanno il conto bancario, quali hotel prenotano e molto altro ancora. Se gli utenti sono stati così sfortunati da ricevere più messaggi di avviso, si può immaginare il tipo di profilo che gli hacker in questo momento hanno a disposizione su di loro

Infatti, gli “attaccanti” potranno d’ora in poi tempestare di email trabocchetto gli utenti, sapendo benissimo chi essi siano (e come ingannarli). Qui sotto potete leggere un elenco stilato dalla Trend Micro per difendersi da questa situazione. Inutile dire che il rischio di errore è davvero molto alto:

- Prestare la massima attenzione ai messaggi che si riceveranno nei prossimi mesi, se non addirittura anni.


- Non fornire mai informazioni personali a un sito Web senza aver usato un bookmark per arrivarci o senza aver digitato direttamente il link (ad esempio non seguite i link indicati nelle email).


- Prima di fornire dati personali, assicurarsi che la connessione sia cifrata con SSL. Ciò si capisce se l’indirizzo inizia con “https://”. Se non è crittografato, non fornire informazioni.


- Leggere attentamente la documentazione relativa alla privacy prima di comunicare un qualsiasi dato personale. Se ci sono elementi che non convincono, sospendere l’operazione.


- Per tutelarsi da simili inconvenienti optare per indirizzi diversi per ciascun servizio.


- Per tutte le società che si occupano di gestire, archiviare o trasmettere i dati personali dei loro utenti …ricorrere alla CRITTOGRAFIA. Le aziende hanno il dovere di tutelare i dati dei propri clienti!


Fonte: Oneitsecurity - Autore: Guido Grassadonio

venerdì 4 febbraio 2011

Face-to-facebook: un milione di profili rubati e usati per...


Dopo Google per Google Will Eat Itself e Amazon per Amazon Noir, è toccato a Facebook offrire il campo e il materiale per le riflessioni attive del dinamico duo composto da Paolo Cirio e Alessandro Ludovico. Per completare l'esperimento denominato Face-to-facebook i due hanno utilizzato software facilmente reperibile per estrarre dalla massa dei profili di facebook un milione di uomini e donne che si segnalano liberi nello status, con le relative immagini e dati. Poi, utilizzando un software per il riconoscimento facciale, ne hanno selezionate duecentocinquantamila di quelle sorridenti, che poi hanno utilizzato insieme ai dati per costruire lovely-faces.com. Un sito per incontri simile a molti già esistenti, che offre una ricerca degli utenti attraverso le stesse foto dei profili su Facebook, dalle quali si accede ai dati “rubati” da Facebook e a un link con il vero profilo su Facebook. Per gli italiani che volessero verificare se sono stati coinvolti nell'esperimento, c'è un database molto fruibile. L'hacking sembra perfettamente riuscito e centrato. In sintesi l'esperimento dimostra allo stesso tempo l'estrema vulnerabilità dei dati ospitati da Facebook e la varietà degli usi per i quali possono essere riconvertiti e ricombinati, questo del sito d'incontri è sicuramente tra i meno inquietanti. Non ci vuole niente a razziare all'ingrosso i dati che ciascuno affida a facebook e a riconnetterli in maniera da trarne profitto, siti come lovely-faces.com possono esibire milioni di utenti in crescita geometrica, con uno sforzo molto relativo, e solo per questo assumere un valore economico rilevante o quanto meno apparire per quello che non sono. Allo stesso tempo quei dati sono a disposizione di chi abbia interesse a mappare e conoscere le relazioni di una persona, i comportamenti e preferenze gruppi di persone di ogni genere e dimensione. E questi sono solo i dati pubblici, perché i database di Facebook contengono molto di più, fino alle conversazioni più riservate che potrebbero rimanere registrate per decenni in qualche server e intercettati all'insaputa di Facebook da governi e altri soggetti. Il testo che accompagna l'esperimento offre anche spunti di riflessione più alti sulla fruizione dei social network e su esperienza sociale e auto-rappresentazione al loro interno, vale la pena leggerlo.

Fonte: Agoravox Italia

mercoledì 24 novembre 2010

Crimini Informatici: il 69% degli italiani colpiti da attacchi informatici


Un protocollo d'intesa per la prevenzione dei crimini informatici, è stato sottoscritto ieri tra la Polizia di Stato e Symantec EMEA Mediterranean Region azienda leader nella creazione di soluzioni per la sicurezza informatica. La convenzione della durata di tre anni ha come obiettivo quello di contrastare gli attacchi verso i sistemi informativi e alle infrastrutture critiche informatizzate nazionali.

Si diffonde sempre di piu' l'uso di internet e, parallelamente, crescono i crimini informatici. Nei primi sei mesi del 2010 la polizia postale ha denunciato 819 persone per reati in materia di e-commerce e ne ha arrestate 37. Sono state 2.913 le persone denunciate per hacking, con 76 arrestati, mentre 475 denunce e 51 arresti hanno riguardato i reati pedopornografici. Da gennaio a settembre, infine, il commissariato on line della Polizia postale, www.commissariatodips.it, ha ricevuto 757 segnalazioni, 189 denunce e 565 richieste di informazioni per fati relativi alla rete. I dati sono stati forniti a margine della sigla di un protocollo di intesa per la prevenzione dei crimini informatici tra la Polizia postale e la societa' Symantec. L'intesa realizzata con Symantec, azienda leader in sicurezza e gestione dei sistemi di protezione delle informazioni, ha durata triennale e punta a contrastare gli attacchi rivolti ai sistemi informativi e alle infrastrutture critiche informatizzate nazionali. Grazie all'accordo, spiega il prefetto Oscar Fioriolli, verranno promosse iniziative congiunte di approfondimento, formazione e interscambio di esperienze sulla sicurezza informatica e condivise iniziative di sensibilizzazione all'utilizzo corretto delle risorse informatiche e alla sicurezza on line. Symantec e Polizia Postale hanno anche realizzato alcuni video informativi volti ad illustrare i principali rischi che gli utenti corrono online. Secondo i dati del «Norton cybercrime human impact report» diffuso da Symantec, il 69% di italiani ha subito una qualche forma di cybercrimine, l'89% ne sono preoccupati, il 51% ha scoperto il proprio pc infetto da virus, il 10% è stato vittima di truffe on line e il 4% ha subito il furto d'identità. Nonostante l'incidenza di questa minaccia, sottolinea Symantec, solo la metà della popolazione adulta (il 51%) si dichiara disponibile a modificare il proprio comportamento on line qualora rimanesse vittima di un crimine. Secondo Symantec, nel 2009 le attività degli hacker volte a sottrarre l'identità sono notevolmente aumentate rispetto al 2008, passando dal 22% al 60% del totale delle minacce. Il cybercrimine è un fenomeno che riguarda anche le aziende. Symantec ha infatti stimato che il costo medio sostenuto da un'organizzazione compromessa è all'incirca di 5 milioni di dollari, mentre 23 milioni di euro è il costo massimo a oggi sostenuto in seguito a un attacco informatico. Questi dati vengono venduti spesso in un vero e proprio mercato nero delle informazioni, che ha un volume di affari che si aggira intorno ai 210 milioni di euro. «Sono soprattutto le informazioni personali a essere prese di mira dai cyber criminali», ha commentato Marco Riboli, Vice President e General Manager, Symantec Emea Mediterranean Region. «Il protocollo che abbiamo sottoscritto oggi - dichiara il direttore centrale delle specialità della Polizia di Stato, Oscar Fioriolli, è una risposta efficace mirata al contrasto dei crimini informatici. L'accordo - conclue Fioriolli - rientra nel modello di sicurezza partecipata, nel quale la sinergia pubblico/privato può essere un'arma vincente da utilizzare per combattere questo crimine emergente». Antonio Apruzzese, direttore del Servizio polizia postale e delle comunicazioni, dichiara che «la nostra è una lotta impegnativa contro tutte le forme di crimine informatico che, ultimamente, stanno manifestando una rilevante potenzialità offensiva. Anche per questo - conclude Apruzzese - la polizia postale e delle comunicazioni vuole estendere la sua sempre più ampia 'controrete di sicurezza' attraverso la collaborazione con le aziende leader del settore». «Oggi gli utenti trascorrono sempre più tempo connessi alla rete, sia a casa sia in azienda, ed evidentemente sono più esposti al rischio di cadere vittime delle minacce informatiche", ha commentato il vice presidente e General Manager, Symantec EMEA Mediterranean Region, Marco Riboli. "Sono soprattutto le informazioni personali ad essere prese di mira dai cyber criminali, che sviluppano modalità di attacco sempre più sofisticate e complesse. Per informare gli utenti sui rischi che corrono quando navigano online ed educarli a prevenirli, è pertanto necessario diffondere una cultura della sicurezza informatica e adottare approcci e iniziative di sensibilizzazione all'uso corretto di Internet. Con la firma del protocollo d'intesa, Symantec intende impegnarsi con la polizia postale a garantire la protezione dagli attacchi informatici e la sicurezza degli utenti».

Fonte: Protezione Account Blog

sabato 20 novembre 2010

Regno Unito: 27.000 user e password pubblicati online

Le password per accedere a Internet di 27.000 studenti della high school della Thames Valley sono state pubblicate lo scorso mercoledì sul portale della scuola. Il portale è stato messo offline non appena la violazione è stata segnalata. Alle 16:25 di mercoledì, è apparso un link su Facebook che invitava gli utenti a visitare un sito che esponeva username e password degli studenti della Thames Valley. Ancora non sono state accertate le modalità della fuga di dati, fatto su cui la Polizia di Londra sta indagando. La preoccupazione maggiore risiede nella possibilità che molti utenti abbiamo potuto utilizzare la password di Internet anche per l'accesso ad altri sistemi o applicazioni.

L'estensione della minaccia potrebbe quindi avere una portata superiore a quella.

Fonte: rischioblog.blogspot.com via St.Tomas Times Journal

venerdì 22 ottobre 2010

Un pericolo sottovalutato: il furto dei laptop



La perdita o il furto di un laptop può costare molto ad un'azienda, ma questo pericolo è ignorato o sottostimato da gran parte delle PMI

Le aziende stanno investendo sempre più nei dispositivi mobili, e in particolare nei laptop, per aumentare la produttività dei propri dipendenti, che sempre più spesso si trovano a lavorare fuori dal proprio ufficio. I vantaggi del mobile computing sono più che evidenti. Meno evidenti però lo sono i rischi. Le aziende di ogni dimensione sono ben consapevoli delle conseguenze legate alla perdita o al furto di dati e hanno profuso grande impegno nel rendere le proprie infrastrutture IT e le proprie reti più sicure: troppo spesso tuttavia non considerano la necessità di proteggere fisicamente gli apparecchi hardware portatili, in particolare i laptop. Un'indagine condotta da IDC nel mese di Luglio di quest'anno, su 300 responsabili IT di PMI Europee e Statunitensi, ha rivelato quanto il pericolo di furto o smarrimento dei laptop sia diffuso in modo preoccupante. Il 97% delle aziende intervistate ha subito almeno un furto di laptop, telefoni cellulari o PDA nel corso degli ultimi 12 mesi, negli aeroporti, durante conferenze, riunioni, incontri di lavoro e persino all'interno della stessa azienda. Il 10,5% dei furti, purtroppo, ha origine all'interno del posto di lavoro. Secondo stime dell'FBI, negli Stati Uniti viene rubato in media un laptop ogni 53 secondi. E ogni settimana, ben 12.000 laptop vengono smarriti negli aeroporti di tutto il mondo. Solo il 3% dei laptop rubati viene recuperato.

I pericoli

La perdita di dispositivi hardware portatili costituisce un grosso pericolo potenziale di cui le PMI non sono consapevoli, se si considera che i due terzi delle aziende di dimensioni medio-piccole possiede almeno un dispositivo hardware che contiene dati aziendali sensibili e che è del tutto privo di protezioni. E si stima che il 54 % degli incidenti relativi alla sicurezza aziendale sia originato da un furto di laptop. Questo anche se, nella maggior parte dei casi, i laptop non vengono rubati per i dati che contengono, ma per rivenderli. Anche se il prezzo dei PC continua a scendere, è sempre più facile rivendere l'hardware sottratto illecitamente in un sito di e-commerce. Una volta formattato l'hard disk e rimossi i numeri di serie, è davvero difficile individuarlo. Anche nel caso in cui il furto non comporti altre conseguenze per la sicurezza, restano comunque i danni legati alla perdita dei dati, alla perdita di produttività del dipendente che ha subito il furto e alle ore di lavoro necessarie per sostituire il laptop rubato (possono occorrere anche 2-4 giorni). Il costo legato alla perdita dei dati è molto difficile da misurare , e secondo una stima effettuata da IDC, l'89% delle PMI non ha mai quantificato questa voce di costo, così come la perdita di produttività conseguente a un furto di un laptop. E quelle che lo hanno fatto, hanno sottostimato i costi almeno del 30%. Soprattutto, viene riposta scarsa attenzione su due aspetti invece molto importanti: il costo derivante dalla perdita dei dati e l'esposizione di dati riservati o sensibili e del know-how dell'azienda. La società di analisi americana Ponemon Institute ha cercato di quantificare questo danno, e ne ha ricavato delle cifre che invitano alla riflessione. Il valore medio di un laptop rubato è di circa 50.000 dollari. Questo valore è misurato in base al costo dovuto alla sostituzione fisica dell'hardware rubato, all'eventuale violazione dei dati aziendali, alla perdita di produttività e di proprietà intellettuale, ad eventuali sanzioni e spese legali come conseguenza della perdita di dati sensibili. Il pericolo di violazione dei dati aziendali e il danno alla proprietà intellettuale fanno lievitare i costi derivati dal furto del laptop. Questi ultimi sono anche legati alla tempestività con cui l'azienda si accorge del furto e alla posizione del dipendente cui è stato rubato il laptop.

Occhio al laptop!

Il responsabile IT deve adottare una serie di provvedimenti per proteggere l'hardware portatile dell'azienda. Password, chiavi crittografiche e software di localizzazione GPS, servono a proteggere un laptop solo quando il furto è ormai avvenuto. È quindi necessario dotarsi di dispositivi fisici per la sicurezza per eliminare a monte il rischio di furto.

Ponemon Institute stima che, assieme ad un opportuno programma di sensibilizzazione dei dipendenti, l'applicazione di un lucchetto di sicurezza ai laptop aziendali è in grado di ridurre l'incidenza dei furti di laptop del 40%. La misura più efficace per evitare questi spiacevoli incidenti resta la prudenza. I responsabili IT dovrebbero stilare delle linee guida aziendali per la sicurezza IT, sensibilizzando i dipendenti sull'importanza di cambiare regolarmente le proprie password e di proteggere i dispositivi mobili in dotazione, e invitandoli a non lasciare mai i propri laptop incustoditi, soprattutto negli hotel, nelle sale conferenze e negli aeroporti; a chiudere sotto chiave i laptop o ad usare il lucchetto di sicurezza alla fine della giornata, quando i dipendenti lasciano l'ufficio; e a non lasciare mai un laptop in bella vista all'interno di un'auto. Questi piccoli e semplici accorgimenti, uniti ad una spesa davvero modica per l'acquisto di lucchetti di sicurezza e di un software di tracciamento GPS, potrebbero evitare il rischio di dover perdere parecchio tempo e denaro in futuro.

Fonte: Pmi.it - Autore: Angela Rossoni

giovedì 22 luglio 2010

Il buon senso contro gli attacchi sui social network


Si stanno sfruttando le reti sociali e il Web 2.0 per perpetrare attacchi di phishing. Ma c’è rimedio: la saggezza.

Per i malicious hacker i social network rappresentano un bel vettore di attacco, garantendo una vasta esposizione, oltre alla rapida e prolifica diffusione di informazioni tra le parti che condividono fiducia reciproca. Questo rende semplice la diffusione di malware, link malevoli e di attacchi di phishing multipli da parte dei criminali informatici. Il malware distribuito attraverso i siti di social network ha una possibilità molto più elevata di raggiungere l'obiettivo rispetto allo stesso inviato via email: con una media di 130 connessioni per utente su Facebook, o 126 follower per utente di Twitter, non c'è dubbio che i siti di social network offrono ai criminali informatici un vasto campione di potenziali vittime e una buona probabilità di colpire il bersaglio. Secondo Paolo Ardemagni, Regional Director Sud Europa di Check Point, per mitigare il rischio è possibile implementare alcune misure di base che possono fornire una buona prima linea di difesa. Lo stesso buon senso e le misure di protezione normalmente utilizzate su Internet dovrebbero essere applicate ai siti di social network: gli utenti dovrebbero comprendere prima di tutto che è necessaria la stessa attenzione all'interno dei gruppi sociali virtuali, così come per la posta elettronica e per qualsiasi altra interazione su Internet. Dovrebbero adottare modalità sicure per proteggere l'identità, iniziando a utilizzare password diverse e sufficientemente forti per i vari account personali, e scegliere le corrette impostazioni di privacy. Allo stesso modo, i dipendenti aziendali dovrebbero evitare la sovraesposizione delle informazioni personali o di quelle aziendali, e adottare un comportamento responsabile e sicuro online, proprio come farebbero nel mondo non virtuale. A livello aziendale le organizzazioni possono contare sugli stessi strumenti che utilizzano per proteggere le loro reti, iniziando con un'architettura di sicurezza robusta che comprenda un buon firewall e un Ips potente per rilevare minacce differenti e proteggere contro ogni tipo di attacco informatico. Tutto ciò dovrebbe essere integrato con una soluzione endpoint completa che fornisca supporto contro worm a rapida diffusione, Trojan, spyware e altri codici malevoli che possono minacciare la continuità di business, richiedere una risoluzione dei problemi costosa in termini di tempo, compromettere la produttività dell'utente, e aggiungere una serie di altri rischi dovuti all'alterazione o al furto di dati. Questo tipo di protezione, abbinata a un'adeguata policy di conformità e all'aggiornamento delle applicazioni e delle patch, aiuta a prevenire gli exploit di phishing.

venerdì 19 febbraio 2010

Comunicare troppo su Twitter facilita l’opera ai ladri


Comunicare troppo su Twitter e sugli altri social network può risultare pericoloso non solo per la vita sociale, per il lavoro, nonché per i rapporti con la propria partner, ma può anche essere un pericolo per la sicurezza della nostra stessa casa.

Già, perché l’abitudine di aggiornare frequentemente e con dovizia di particolari il proprio status su questi siti, consentendo di tenere traccia in tempo reale del luogo in cui ci trova e dell’attività in cui si è immersi, potrebbe facilitare non solo la localizzazione da parte degli amici, ma anche il lavoro dei ladri, ai quali basterebbe tenere traccia dei movimenti su Twitter e soci per sapere in tempo reale se si è in casa o meno, consentendo loro di progettare con calma e precisione i colpi da mettere a segno negli appartamenti lasciati temporaneamente vuoti dagli avventati internauti.
A sostenere tale tesi è Frank Groeneveld, uno studente olandese ideatore del sito PleaseRobMe.com. Frank, dopo aver ricevuto di recente la sgradita visita di un ladro mentre si trovava in casa, ha riflettuto non poco su come il colpo, invece, sarebbe andato a segno se il ladro avesse saputo i suoi movimenti, in modo da agire indisturbato.
Da qui è partita quindi la constatazione di come sia pericoloso pubblicare su Twitter troppi particolari circa la propria posizione, un ragionamento basato sulle osservazioni dei comportamenti dei suoi contatti su Twitter, abituati ad informare direttamente sul sito di microblogging circa ogni minimo spostamento effettuato, in modo da fornire la “mappa in tempo reale” della loro posizione. Il collegamento è stato quindi immediato, con una domanda del tipo: “E se dall’altra parte del monitor ci fosse un malintenzionato pronto ad attendere il momento giusto per svaligiare qualche casa in tutta tranquillità tenendosi aggiornato seguendo gli aggiornamenti su Twitter?”. La risposta è stata quindi il sito PleaseRobMe.com, un servizio al limite tra la provocazione (come si capisce fin dal nome, che significa “ti prego di derubarmi”) e la pubblica utilità, dato che si prefigge lo scopo di sensibilizzare gli utenti tenendo traccia di tutti gli aggiornamenti di status rilasciati su siti come Twitter e FourSquare. Il sito è quindi una specie di aggregatore di tweet che consente di seguire virtualmente e in tempo reale il tragitto di una persona abituata a postare i propri spostamenti, dando modo a tutti di sapere sempre dove questa si trova. All’apparenza il servizio diventa quindi uno strumento preziosissimo in mano ai ladri, che hanno così raccolte comodamente tutte le informazioni necessarie al loro “mestiere” per poter agire senza alcun rischio, ma è lo stesso Groeneveld a spiegare lo scopo di questa piccola provocazione:
Noi non cerchiamo di far derubare le persone, anzi vogliamo aiutarle a non essere derubate. Noi presentiamo solo queste informazioni in modo più chiaro. È questo il nostro punto: chiunque le può vedere su Twitter. Alla base di quella che può apparire, ad un’osservazione superficiale, come una goliardata c’è invece l’obiettivo di “educare” gli utenti ad un uso più consapevole dei social network, mostrando con cruda efficienza com’è semplice raccogliere e tenere traccia delle informazioni che vengono pubblicate sul Web e usarle per scopi illeciti con conseguenze spiacevoli e lontane dall’immaginazione di chi le pubblica quasi per gioco e “alla leggera”. Ovviamente rifiutano le accuse di “complicità” involontaria per furti e quant’altro i responsabili dei principali social network, ma della curiosa vicenda si possono trarre alcune interessanti riflessioni, come quella che vede tutti, dagli utenti più esperti ai meno pratici, lasciarsi prendere spesso la mano dando eccessiva confidenza nel distribuire i propri dettagli su Internet.
L’effetto di familiarità dei siti come Twitter fa spesso scordare la natura pubblica e aperta del servizio, dando l’erronea idea che quanto pubblicato venga letto più che altro da pochi intimi come se si facesse parte di un club ristretto e selezionato, dimenticando che, invece, ci si sta interfacciando con quell’oceano sconfinato e popolato da tantissimi utenti diversi e pieno di milioni di sconosciuti che è Internet.

lunedì 28 settembre 2009

Internet: cybercrime più redditizio del narcotraffico? Crescono i business illeciti online, dal furto dati alla pedopornografia

Identità digitali rubate al ritmo di una ogni tre secondi, più di un milione di nuove minacce alla sicurezza informatica in appena un anno e un giro d'affari che si stima superiore a quello del narcotraffico. Sono i numeri della criminalità online secondo uno studio elaborato da Symantec, che avverte: "Tutti coloro che navigano sono vulnerabili. I cattivi sono là fuori e sono organizzati, sofisticati. E l'impatto delle loro azioni è ampio e devastante".

Secondo il rapporto, vengono infettati 50 mila computer ogni giorno e circa un utente su due ha perso per sempre dei dati a causa di infiltrazioni di cybercriminali nel Pc o del crash dell'hard disk. Un pericolo costante e in crescita vertiginosa.
Secondo i dati contenuti nello studio, le minacce informatiche che sono salite nel solo 2008 da 624.267 a un milione e 656.227 unità e hanno creato una vera e propria economia parallela, un mercato nero dove i criminali telematici, che somigliano sempre meno ai vecchi, quasi romantici, 'hacker' e sempre più a membri di una cosca mafiosa, possono vendere e acquistare informazioni personali o programmi per attaccare sistemi informatici. E, come in ogni mercato, tutto ha un prezzo. Far ospitare su un sito un messaggio fasullo attraverso il quale appropriarsi dei dati sensibili di un navigatore (il cosiddetto 'phishing') costa circa 10 dollari, mentre per aggiudicarsi gli strumenti informatici per penetrare nel database di una banca si sale fino a 3mila dollari.
Ma il business principale è quello delle carte di credito, che conta per il 32% di tutti i beni scambiati nel suk dei gangster virtuali. Le informazioni che possono entrare in possesso di malintenzionati non riguardano solo il numero della carta o la data di scadenza, ma anche i dati personali del proprietario, il codice di sicurezza e il Pin. Informazioni che possono fruttare fino a 30 euro per carta a chi riesce a carpirle al malcapitato internauta. Al secondo posto, con il 19% delle transazioni illecite, ci sono i dati dei depositi bancari che, se il titolare del conto e' particolarmente facoltoso, possono essere venduti anche per mille dollari.
La grande differenza tra i primi hacker della internet generation e i nuovi criminali del web è il movente. David L. Smith, che nel 1999 creò il virus 'Melissa', causò danni per 80 milioni di dollari. Ma il suo scopo era scatenare il caos nella rete, e la sua creatura non gli fece guadagnare un centesimo. I pirati informatici di oggi, invece, vogliono semplicemente fare soldi. Tanti soldi. Nel 2007 il sistema di pagamenti online della catena di grande distribuzione Usa T:J: Maxx viene attaccato e un gruppo di hacker, guidato da Albert Gonzalez, un informatore dell'Fbi, si impadronisce delle informazioni personali di 450 mila clienti.
I dati delle loro carte di credito vengono utilizzati per effettuare acquisti online per poi rivendere sul mercato nero quanto acquistato, prima che le vittime si rendano conto degli improvvisi buchi nel loro estratto conto. Ehud Tenenbaum, uno dei membri della banda di Gonzalez, prima di finire in manette era riuscito a mettersi in tasca almeno 10 milioni di dollari grazie ai suoi traffici. Il furto di dati è quindi il fulcro del crimine informatico, e riguarda il 90% delle minacce che circolano su internet. Tra il 2007 e il 2008 sono state rubate le informazioni personali di 7 milioni di persone, e un navigatore su due e' caduto vittima di un illecito informatico.
Gli strumenti a disposizione dei banditi della rete sono molteplici e sempre più raffinati. Il più semplice di tutti è lo spam. Il 90% delle e-mail inviate in tutto il mondo e' fraudolenta. Le missive ingannevoli crescono del 20% al mese e possono prendere le forme più diverse, da un finto messaggio dalla propria banca che invita a inserire gli estremi del proprio conto per una verifica fino alla richiesta di fondi di un'inesistente associazione benefica. Un'attività che appare piuttosto redditizia. Jeremy Jaynes, il primo 'spammer' a subire una condanna per i suoi reati, riusciva ad intascare una media di 750mila dollari al mese. Ma le vie del 'phishing' sono infinite.
Il porno e le scommesse online sono i cavalli di Troia più diffusi. Scaricando un filmato a luci rosse si rischia di scaricare anche uno scippatore virtuale. Né sono al sicuro gli utenti di siti di social network come Myspace e Facebook. Un raggiro molto comune consiste nel creare un falso profilo che installa uno spyware nel computer di chi lo aggiunge tra i suoi contatti per poi chiedere 30 dollari per rimuoverlo. E il crimine online può infine colpire chi e' tra i più indifesi anche nel mondo reale. Un minore su sette ha ricevuto approcci di carattere sessuale sul web. E, a differenza di chi si fa ripulire il conto in banca dopo un incauto shopping virtuale, per chi cade nella rete dei cyberpedofili nessun risarcimento sarà possibile.