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venerdì 1 gennaio 2016

CYBERTERRORISMO: L'ITALIA È AL SICURO? GLI SCENARI E LE ATTUALI CONTROMISURE

(di Francesco Bergamo)
30/12/15 
In questo periodo si parla molto di sicurezza internet per contrastare il terrorismo. Alcuni suggeriscono l'oscuramento totale del web in caso di attacco, altri di potenziare i controlli preventivi. Come fare dunque per fermare il terrorismo che corre sul web senza creare danni agli utenti e alle aziende italiane che lavorano online? Per arrivare a capo del complesso mondo web, Difesa Online chiede chiarimenti a Corrado Giustozzi, tra i massimi esperti italiani di sicurezza cyber, consulente della struttura governativa cui è affidata la sicurezza cibernetica della Pubblica Amministrazione italiana (il CERT-PA) ed apprezzato anche all'estero, tanto da essere membro ormai da tre mandati del Permanent Stakeholders' Group di ENISA, l'Agenzia dell'Unione Europea per la Sicurezza delle Reti e delle Informazioni.
Professor Giustozzi, che cosa significa terrorismo web?
Iniziamo col fare un po' di chiarezza sui termini e sugli ambiti. Il Web non è Internet ma solo una delle sue componenti, per la precisione quella che consente la “pubblicazione” di informazioni testuali o multimediali organizzate come un grande ipertesto (sui cosiddetti “siti”) e la “navigazione” degli utenti fra le relative pagine. Internet è qualcosa di diverso e di più del Web: è il sistema globale di reti e di protocolli che assicura l'interconnessione ed il trasporto delle informazioni, ed è quindi il “tessuto nervoso” che unisce utenti, siti, dispositivi ed altro ancora. Su Internet viaggia il Web ma anche cose che non sono Web quali ad esempio la posta elettronica, gli instant message (tipo Twitter), le chat (tipo Whatsapp), le telefonate (VoIP o altro), le interconnessioni per scambio di file o dati, quelle per il controllo remoto di apparati, eccetera. Parlare dunque di “terrorismo Web” è impreciso o quantomeno vago, e bisogna specificare meglio cosa si intende.
Parlando dunque più propriamente di “uso di Internet a fini terroristici” (come correttamente recita la definizione adottata ad esempio dall'UNODC, l'Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine) possiamo evidenziare due modalità differenti di utilizzo: uno che vede Internet come mezzo, e l'altro che la vede come fine. Nel primo caso essa viene sfruttata in due modi diversi: sia come semplice strumento di comunicazione, ritenuto più sicuro e meno intercettabile di quelli tradizionali, che come mezzo di diffusione, utile per veicolare propaganda ideologica e fare proselitismo per la propria causa. Nel secondo caso essa viene invece considerata come possibile oggetto di attentati, ossia come obiettivo di attacchi cibernetici finalizzati a sabotare quei sistemi (infrastrutture critiche) dai quali dipendono servizi importanti o vitali per le comunità da colpire.
E' vero che playstation e skype, programmi che usano i terroristi per comunicare tra loro, non possono essere monitorati?
Questo è vero solo in parte. Innanzitutto occorre premettere che i canali di comunicazione più appetibili per i terroristi non sono tanto quelli non intercettabili bensì quelli non sospetti, che non è affatto la stessa cosa. L'uso di crittografia, ad esempio, rende un canale non intercettabile ma al contempo può attirare l'attenzione di chi ne monitorizza l'uso e spingerlo ad investigare più a fondo. Di solito quindi i terroristi, almeno per le comunicazioni strategiche, cercano di usare canali convenzionali, senza dare nell'occhio; e da questo punto di vista un eventuale utilizzo della chat utilizzata dai giocatori del network Playstation, benché tutta da confermare, sarebbe in effetti una scelta efficace.
Sul piano maggiormente tecnico, esistono senz'altro sistemi di messaggistica intrinsecamente più difficili da intercettare rispetto ad altri, in quanto protetti da forme di crittografia ovvero basati su protocolli distribuiti di tipo peer to peer nei quali non esistono “nodi” centrali da poter mettere sotto controllo. Skype apparteneva un tempo a questo secondo tipo, oltre ad utilizzare crittografia particolarmente robusta, ed era dunque virtualmente impossibile da intercettare; ma da quando la piattaforma è stata acquistata da Microsoft la sua architettura è stata trasformata da decentralizzata a centralizzata, rendendola così suscettibile di intercettazione con la collaborazione del gestore (ossia Microsoft).
Quanti danni può fare il terrorista che agisce tramite internet?
Si tratta di una stima molto difficile da fare. Certamente viviamo in un mondo sempre più popolato di automatismi, i quali gestiscono funzioni sempre più critiche e sono sempre più accessibili da Internet: tutto ciò, in generale, costituisce un grave tallone d'Achille per la Società in quanto è estremamente difficile garantire che tutti questi dispositivi o sistemi siano perfettamente sicuri ed inviolabili.
In uno scenario fatto di infrastrutture critiche interconnesse ad Internet la quantità di danni teoricamente provocabili da un attacco terroristico mirato e determinato è dunque potenzialmente enorme, in quanto sono numerosissime le possibilità che apparentemente si offrono: deviare un treno su un binario sbagliato, aprire una diga, spegnere i semafori di una città, mettere fuori uso i bancomat, confondere i sistemi di controllo del traffico aereo... Per fortuna non tutti questi attacchi sono possibili o addirittura plausibili, perché ovviamente le contromisure di protezione esistono. Ma la complessità delle reti gioca a nostro sfavore e quindi il rischio che qualche sistema critico non sia difeso adeguatamente, e possa pertanto essere attaccato con successo, non è purtroppo trascurabile.
Un altro discorso va fatto sugli attacchi interamente “logici”, ossia quelli finalizzati a colpire le informazioni di rilevanza critica per il funzionamento della Società. Un sabotaggio diretto ad alterare i contenuti delle transazioni interbancarie o degli scambi in Borsa potrebbe avere effetti ben più devastanti di quelli provocati da un attacco convenzionale, ed essere assai più elusivo e difficile da rilevare e correggere.
Un ultimo tipo di considerazioni riguarda gli attacchi “preparatori” o di supporto ad attività terroristiche convenzionali. Ad esempio è concepibile che nell'imminenza di un'azione i terroristi possano pensare di prepararsi il terreno disarticolando i sistemi di comunicazione generali dell'obiettivo o quelli delle forze di sicurezza, o magari diffondendo falsi allarmi in modo da confondere l'analisi della situazione e rallentare le attività di reazione.
L'Italia è al sicuro?
Difficile dire chi è al sicuro e chi no in questo gioco. Certamente l'Italia, così come tutti i Paesi occidentali industrializzati, è consapevole del problema e si sta attrezzando per aumentare il livello di prevenzione, detezione e repressione delle minacce. Il nostro Paese ad esempio si è dotato già nel 2013 di una formale strategia per la protezione dello spazio cibernetico nazionale, e partecipa sin dall'inizio alle specifiche esercitazioni periodiche, svolte in ambito sia militare (NATO) che civile, finalizzate proprio a verificare la capacità di risposta alle crisi mediante simulazione di attacchi cibernetici condotte alle infrastrutture critiche. Ricordo inoltre che proprio pochi giorni fa il Governo ha annunciato lo stanziamento straordinario di fondi per 150 milioni di Euro destinati al comparto intelligence e finalizzati a rafforzare i sistemi di analisi e prevenzione delle minacce. Tanto è stato fatto, e probabilmente tanto ancora resta da fare; l'importante è non abbassare la guardia e pensare di essere al sicuro: le minacce cambiano ed evolvono ogni giorno, e chi si difende non può mai stare fermo.
Come viene monitorato il web dalla sicurezza?
Esistono molti modi per farlo, e sono diverse le istituzioni delegate a farlo. Naturalmente non è possibile sorvegliare e controllare tutto, sia per motivi tecnologici che legali; e quindi si scelgono solitamente delle “scorciatoie” che consentono di ottenere comunque risultati egualmente significativi a fronte di uno sforzo tecnologico relativamente ridotto.
Una tecnica sempre più usata in quanto considerata promettente a livello strategico si basa sull'analisi delle cosiddette “fonti aperte”, termine con cui si identificano insiemi mirati di informazioni liberamente accessibili quali siti Web pubblici, forum di discussione aperti, blog e così via. Impiegando sia sistemi automatici di analisi dei testi che analisti umani per filtrare e correlare le informazioni raccolte, si riesce ad ottenere una buona conoscenza di ciò che si dice e si fa in determinate comunità di utenti o in ambiti selezionati, geografici o meno.
A livello più tattico si analizzano continuamente le anomalie di traffico e gli incidenti di sicurezza, segnalati ai CERT istituzionali dalle apposite strutture di gestione dei servizi di rete presenti nelle grandi aziende e nelle pubbliche amministrazioni, per ottenere un quadro complessivo e tempestivo delle vulnerabilità e delle minacce in atto, nonché della loro localizzazione e diffusione. Ciò consente una più efficace azione di allerta e reazione ad eventuali attacchi in corso, oltre che di generale prevenzione.
Quanto personale servirebbe per avere un livello di sicurezza adeguato?
Sicuramente molto più di quello attualmente impiegato nel nostro Paese in ambito sia civile che militare.
Il Presidente del Consiglio Renzi sarebbe per il blocco totale di internet in caso di attacco. Lei cosa ne pensa?
Non mi sembra una grande idea, per vari ordini di motivi.
Innanzitutto è tecnicamente difficoltoso, se non proprio impossibile, “spegnere” Internet anche solo per brevi periodi e su scala limitata. Ricordiamoci che Internet nasce proprio per essere una rete resiliente, pervasiva, in grado di funzionare anche se alcuni suoi nodi vengono spenti. Soprattutto in un Paese come il nostro, dove le comunicazioni non sono accentrate sotto il diretto controllo di un unico provider di regime, per bloccare Internet occorre la collaborazione attiva di innumerevoli operatori grandi e piccoli, pubblici e privati, di rete fissa e di rete mobile... è davvero complicato, non basta semplicemente tirare giù un interruttore da qualche parte.
In secondo luogo non è detto che bloccando Internet si renda più difficile l'azione dei terroristi. Nel caso di un attacco cinetico, ossia rivolto in termini fisici contro obiettivi materiali o umani, ci sono poche probabilità che i componenti del commando in azione sul campo usino Internet per comunicare e coordinarsi tra loro: è molto più plausibile che usino normali cellulari se non ricetrasmettitori PMR a bassa potenza (walkie-talkie), e quindi bloccare Internet non servirebbe semplicemente a nulla. Nel caso invece di attacco cibernetico, rivolto dunque verso sistemi o servizi in Rete, allora un eventuale blocco di Internet farebbe addirittura il gioco del nemico: infatti, dato che lo scopo degli attaccanti è impedire l'erogazione al pubblico di determinati servizi critici, un eventuale blocco di Internet otterrebbe esattamente lo stesso scopo e dunque non sarebbe altro che un clamoroso autogol!
In ogni caso il blocco di Internet avrebbe invece il gravissimo effetto collaterale di impedire la diffusione di notizie al pubblico e il coordinamento dei soccorsi, e dunque peggiorerebbe significativamente la gestione della crisi.
Perché, se i servizi ne sottolineano l'importanza da molto tempo (v. intervista), Renzi lo decide solo ora?
Probabilmente all'epoca le valutazioni politiche erano diverse e forse anche i tempi non erano maturi. Oggi, con l'accresciuta credibilità della minaccia internazionale e il proliferare di situazioni a rischio (legate anche al Giubileo in corso), l'esigenza di dare una risposta adeguata è divenuta non più procrastinabile.
L'arretratezza e la lentezza della rete informatica nazionale, rispetto alle altre nazioni europee, può essere un vantaggio od uno svantaggio nella guerra contro il cyber terrorismo?
Per quanto possa sembrare ironico, in determinate situazioni essere meno tecnologicamente avanzati può effettivamente costituire un vantaggio in termini di resilienza. È chiaro infatti che, tanto per fare un esempio banale, se il sistema di controllo di una diga è accessibile solo in locale e non tramite Internet, quello che è uno svantaggio in termini di efficienza gestionale si ripaga in termini di sicurezza perché quella diga non potrà mai essere azionata indebitamente da remoto a seguito di un'intrusione cibernetica.
Ciò non vuol dire che dobbiamo essere fieri o vantarci di una certa arretratezza tecnologica che forse ancora affligge alcune infrastrutture del nostro Paese, né considerarci automaticamente più al sicuro solo per questo motivo. Lo sviluppo tecnologico che implica un forte tasso di automazione industriale è inevitabile e va perseguito, su questo non ci sono dubbi. Alcuni Paesi si sono lanciati molto prima di noi su questa strada, e forse un po' troppo velocemente ed in modo poco prudente, ed oggi si ritrovano con infrastrutture automatizzate molto efficienti ma piuttosto vulnerabili, in quanto nel loro sviluppo non è stato tenuto in debita considerazione l'inserimento di misure di sicurezza specificatamente progettate per la protezione contro attacchi e sabotaggi deliberati. In altre parole, si è visto che alcune infrastrutture critiche sono safe ma non secure, ossia sono protette contro errori e malfunzionamenti ma non contro azioni malevole dirette intenzionalmente a danneggiarle o alterarne il funzionamento. Oggi per fortuna su questo tema c'è molta più consapevolezza rispetto ad alcuni anni fa, e quindi i nuovi sviluppi hanno fatto tesoro degli errori del passato.

lunedì 9 novembre 2015

Sophos svela 5 segnali di maggiore cognizione su privacy degli utenti

Ottobre è stato il mese europeo della sicurezza informatica (European Cyber Security Month 2015 – ECSM), ed è tempo di fare un bilancio relativo al grado di consapevolezza di aziende e utenti riguardo alle minacce informatiche che ogni giorno mettono in pericolo la loro privacy. A prima vista il quadro non potrebbe essere peggiore: secondo il rapporto Clusit 2015, la crescita degli investimenti in sicurezza informatica rispetto all’anno precedente, pur segnando un +8 percento nel 2014, non tiene il passo di hacker sempre più “professionisti” del cyber crimine e fatica a contrastare attacchi in costante aumento, come dimostra anche il fatto che almeno 2/3 degli attacchi non vengano neppure rilevati.

Non va meglio se si prende in considerazione l’utenza privata: recentemente, un’indagine europea coordinata dal Global Privacy Enforcement Network (GPEN) ha gettato più di un’ombra sul modo in cui siti e app specificamente indirizzate ai minori raccolgono e condividono informazioni personali di utenti inconsapevoli e privati della possibilità di intervenire per proteggersi. Tuttavia,SOPHOS, società leader a livello mondiale nel settore della sicurezza informatica, da anni impegnata in campagne di sensibilizzazione allo scopo di diffondere una cultura della sicurezza e della privacy online, ha voluto salutare l’ECSM con un messaggio di speranza. Il mese europeo della sicurezza informatica è organizzato dall’European Network and Information Security Agency (ENISA).

Fra gli obiettivi dell’ECSM: generare consapevolezza sulla sicurezza IT, promuovere un uso più sicuro di Internet per tutti gli utenti, aumentare l’interesse dei media nazionali attraverso la dimensione europea e globale del progetto, migliorare l’attenzione e l’interesse per quanto riguarda la sicurezza delle informazioni attraverso il coordinamento politico e mediatico. In fondo al tetro tunnel dei pericoli informatici si è accesa una, anzi, cinque luci, cinque segnali positivi che indicano come, nonostante ci sia ancora molta strada da fare, la consapevolezza delle cyber minacce e la situazione generale della sicurezza informatica siano molto migliorate rispetto a qualche anno fa. Ecco quindi i cinque esempi di Sophos che dimostrano che l’atteggiamento verso la cyber security sta cambiando in meglio. 

• Gli utenti Mac e Linux hanno capito di non essere immuni a problemi di sicurezza. Cinque anni fa era una convinzione diffusa tra utenti e “aficionados” di macchine e sistemi operativi Mac e Linux che questi fossero completamente immuni a malware o altre tipologie di attacchi informatici, in quanto “sicuri per definizione”. Oggi quelle granitiche certezze si sono sgretolate e fortunatamente si è diffusa una maggiore consapevolezza dei pericoli che possono colpire anche questi sistemi. La scarsa sicurezza dei sistemi Linux, infatti, era un problema molto serio allora e lo è ancora oggi. Gli hacker si riversano su questi server vulnerabili e poi li usano come veicoli per diffondere malware agli utenti Windows. Il nemico non è stato sconfitto, ma almeno il fronte anti-minacce è più unito. 
L’efficacia dell’identificazione a due fattori (2FA) viene sempre più accettata. Fino a qualche anno fa, poche organizzazioni offrivano questa misura di sicurezza e la maggior parte degli utenti non era interessata perché la considerava una vera e propria seccatura. Anche questa resistenza sta gradualmente diminuendo, con molte più aziende che propongono codici di autenticazione una tantum e sempre più clienti che richiedono questa funzionalità. L’autenticazione a due fattori aggiunge un secondo livello di autenticazione a un account di log-in. L’inserimento di nome utente e password, viene considerata una autenticazione a fattore singolo. 2FA richiede all'utente di avere due su tre tipi di credenziali prima di poter accedere a un account. 

• I social network pongono una crescente e sempre più visibile questione sicurezza. Tutti lo criticano, ma nessuno smette di usarlo. Facebook è finito spesso nella bufera per il suo atteggiamento disinvolto nei confronti della privacy. Tuttavia, bisogna dare atto a Mark Zuckerberg e alla sua creatura che negli ultimi anni il loro comportamento è cambiato molto. Oggi gli utenti Facebook hanno a disposizione il Dinosauro della Privacy, lo strumento Security Checkup, e persino una Privacy Policy in un linguaggio semplice e alla portata di tutti. Certamente non è tutto oro quel che luccica, ma dall’uscita del film The Social Network, nel 2010, la situazione è senz’altro migliorata. A tal proposito, nuove modifiche sono in arrivo per quanto riguarda la politica dei nomi reali su Facebook. 

• Si sta diffondendo la pratica dell’Encryption, al fine di impedire ad altri di accedere ai propri contenuti. Sophos si è spesa molto negli ultimi anni per convincere utenti e aziende dell’utilità di criptare i propri dati per contrastare gli attacchi degli hacker, atti di spionaggio o altre forme di cyber minacce. Eppure non sono passati molti anni da quando la SSL/TLS, il lucchetto nella barra di indirizzo del browser, era considerata troppo difficile da implementare e quindi riservata soltanto al traffico web dove proprio non se ne poteva fare a meno. Tutti gli altri utenti effettuavano il log in alla propria webmail attraverso un link criptato che teneva al sicuro il loro username e la loro password, ma al momento di gestire i loro messaggi erano sospinti su una connessione non criptata. 

La leggerezza si giustificava con la teoria che le connessioni criptate con la TLS erano troppo lente, costose e macchinose e non ci si poteva aspettare di trovarle ovunque. Fortunatamente, oggi il vento sta cambiando: visitando servizi come Gmail, Outlook, Yahoo!, Twitter con una connessione http, si viene rapidamente trasferiti su una connessione https. • Gli utenti gestiscono molto meglio le loro password. In realtà, su questo punto bisogna ancora lavorare. Ciò nonostante, Sophos ha deciso di inserirlo nella lista dei segnali beneauguranti per congratularsi con tutti gli utenti che si sono lasciati alle spalle le pessime abitudini precedenti nella gestione delle password. Per tutti coloro che continuano a rimandare l’adozione di buone ed efficaci pratiche di sicurezza IT, ecco una guida per scegliere una password appropriata. Guest post: Sound PR

mercoledì 16 settembre 2015

ECSM, anzi European Cyber Security Month: ottobre, mese della sicurezza informatica

L'European Cyber Security Month è una campagna promossa dall'Unione Europea che coinvolge tutti i Paesi membri e prevede un fitto programma di eventi e manifestazioni consacrate al tema della sicurezza.
Obiettivo? Educare e condividere le best pratice, esercitazioni per i più esperti, formazione su più livelli, dagli sviluppatori ai dipendenti aziendali. Ci sarà persino una competizione tra i migliori esperti europei di sicurezza.
Promosso dall’Enisa (European Union Agency for Network and Information Security), il mese della sicurezza informatica farà di ottobre un momento topico della formazione e dell'informazione.

La road map dell'ECSM italiano

In Italia, l'iniziativa è promossa dal Clusit, l'Associazione Italiana per la sicurezza informatica. L'agenda dell'ECSM, dunque, prevede una fitta serie di appuntamenti distribuiti per il Bel Paese: si parte subito con il 1° ottobre, a Verona, con il Security Summit, e sarà l'occasione di conoscere tutti gli aggiornamenti relativi agli attacchi e agli eventi malevoli che hanno inciso di più sulla business continuity aziendale, dal 2013 al primo semestre del 2015 incluso.
La sessione plenaria, intitolata “La sicurezza delle informazioni: un elemento imprescindibile per il business delle aziende del Nord-Est e per le Pubbliche Amministrazioni Locali”, si focalizzerà su diversi aspetti associati alla protezione delle informazioni e dei sistemi relativamente a più comparti industriali. L'obbiettivo? Illustrare non solo le tipologie di minacce e le loro modalità di infiltrazione ma anche spiegare quali sono le contromisure che si possono attuare nel breve, nel medio e nel lungo termine. Dalla cyber-intelligence allo spionaggio industriale, dallo spam agli ATP, dalle chiavette USB infette al phishing, infatti, ci sono diversi approcci di tipo predittivo e proattivo che diversificano i livelli di protezione e di difesa. La schedulazione del calendario?
  • La prima settimana di ottobre inizia con sessioni dedicate agli esperti della sicurezza: CISO, CSO e, in generale, professionisti InfoSec saranno coinvolti in una serie di esercitazioni dedicate a vari argomenti. 
  • La seconda settimana coinvolge il pubblico più vasto degli utenti mobili, in quanto l'obiettivo è approfondire, appunto, il tema della protezione e degli aggiornamenti per pc e dispositivi mobili.
  • La terza settimana è invece indirizzata agli sviluppatori, in erba e professionali.  L'argomento chiave? Lo sviluppo di codice (per gli studenti) ma anche la formazione dei dipendenti (per aziende pubbliche e private).
  • La quarta settimana si chiude sul tema della e-Privacy, dalla salvaguardia dei dati personali alle normative associate all'uso e alla conservazione dei dati sensibili. 

Sicurezza, non è un gioco (tranne in un caso)

La filosofia di tutta la manifestazione è che non c'è buona sicurezza se non c'è buona informazione. Da anni il tema della protezione come elemento fondamentale della continuità operativa e della salvaguardia dei dati viene ribadito ma c'è ancora poca cultura da parte degli utenti e delle organizzazioni su quanto sia fondamentale attenersi a certi comportamenti e a certi accorgimenti.
Per aumentare l'ingaggio, l'ECSM lancia l'Hacking Film Festival, manifestazione durante la quale saranno proiettati cortometraggi e filmati indipendenti sul tema, con una prospettiva volta a far capire anche cosa pensa il mondo degli hacker della sicurezza informatica.
La European Cyber Security Challenge, invece, è una chiamata alle armi per tutti i migliori professionisti della security, che potranno incontrarsi per fare networking e collaborare insieme. È prevista anche una competizione a squadre: i concorrenti dovranno risolvere compiti di sicurezza relativi a settori quali la sicurezza Web, la sicurezza mobile, vari enigmi crittografici ma anche casi di reverse engineering e forensic engineering. 

Fonte: Digital4biz

domenica 23 novembre 2014

Sicurezza d’autunno, 10 brividi


Hacker in azione

Abbiamo raccolto 10 tra minacce, vulnerabilità, segnalazioni (con qualche consiglio) cui prestare attenzione, selezionate dal nostro team di esperti in relazione alla loro diffusione negli ultimi giorni. In alcuni casi, si tratta semplicemente di curiosità raccolte nel cyberspazio, in grado di far riflettere su come il problema del crimine informatico non riguardi oramai solo privati  e aziende, ma sia un sistema utilizzato dai governi per mettere in difficoltà i Paesi nemici, oppure ancora, come basti poco per “suggestionare” la società e sfruttare le sue debolezze. Tra l’altro, quando alle vulnerabilità si rimedia con patch non del tutto adeguate, il cybercrime è talmente evoluto da essere in grado di sfruttare ulteriormente queste lacune per sferrare altri attacchi. Pensate poi nell’era di Internet of Things  e delle tecnologie M2M come potrebbero risultare esposti anche gli oggetti che utilizziamo tutti i giorni. Avete già i brividi? Ecco quindi le novità più importanti selezionate per voi.

1. Il virus Ebola riesce a far vittime non solo reali, ma anche nel mondo dei cibernauti. Dovevamo aspettarcelo. Più fonti sul Web segnalano l’ondata di spam (per ora non endemica) con finti suggerimenti per la sicurezza sanitaria che sarebbero  inviati dall’OMS (e ovviamente non lo sono). Le email contengono il trojan DarkComet Rat (questo sì per nulla nuovo). Una volta installato, il vostro computer diventa vulnerabile esponendo i dati in transito per esempio attraverso webcam e microfoni. Il buon senso vi sia sempre di aiuto, l’OMS non invia i consigli sanitari via email!

2. Solo questo martedì, il patch day di Microsoft prevedeva per i suoi sistemi la patch MS114-060, che riguardava il sistema a oggetti OLE. Questa patch non si è rivelata abbastanza robusta tanto che a distanza di poche ore la vulnerabilità è stata sfruttata ancora e sono stati segnalati attacchi contro Taiwan da parte di hacker cinesi. Ancora prima una vulnerabilità simile era già stata sfruttata dalla criminalità informatica russa –  che fa riferimento al Sandworm Team – per attaccare, tra gli altri, anche alcuni organismi della UE.

3. Android con la sua diffusione ha meritato tutta l’attenzione possibile e immaginabile degli hacker. Pochi giorni fa è emersa una vulnerabilità che permette di inserire malware nelle immagini. La vulnerabilità riguarda Android 4.4.2. L’attacco dimostrativo, AngeCryption, ha evidenziato come sia possibile nascondere un APK (Android Package) infetto dietro un’immagine sfruttando la crittografia AES, procedura per cui identificare l’immagine infetta diventa decisamente laborioso. Il consiglio di Google, è sempre il medesimo: utilizzare esclusivamente app da Play store. Non è detto tra l’altro che la patch, quando sarà individuata quella definitiva, sia disponibile anche per tutte le versioni precedenti di Android.

4. Ottobre è stato il mese europeo della sicurezza informatica (ECSM). In Italia se ne sono occupati Clusit, Enisa (Agenzia europea per la sicurezza delle reti e dell’informazione), ma anche il nostro Ministero dello sviluppo economico. Perché questa attenzione? Perché la sicurezza informatica non è un problema solo dei privati cittadini, e delle grandi aziende ma è un problema per tutto il tessuto economico nazionale. Sotto attacco oggi ci sono anche le PMI italiane. Si stima che il costo medio di un singolo attacco a una nostra azienda sia passato dai 50mila agli 80mila euro. Nel 2014 sono aumentati i cyberattacchi contro le istituzioni governativi, i politici e i servizi aziendali. Ma sono aumentati anche gli attacchi contro cloud, social network e servizi in mobilità. Clusit denuncia che il 60% degli attacchi in Rete concerne il cybercrime a differenza del 60% degli attacchi in Rete concerne il cybercrime a differenza del 36% preso in esame nel 2011
  
5. Virtualizzare che passione. Malware, virus, attacchi informatici, con la virtualizzazione generalmente hanno vita più difficile, perché questo? Perché lavorare su un desktop virtualizzato significa spesso avere maggiori possibilità di isolare sia in entrata che in uscita malware e infezioni. Il problema però è spesso dati dai dispositivi mobile. In questo ambito la cultura della virtualizzazione è solo agli inizi, sono pochissime le nostre PMI aziende che dispongono di sistemi di sicurezza ad hoc per i dispositivi mobile. Gli attacchi più pericolosi arrivano, e arriveranno presto ancora di più da questo fronte.

6. Ricorderemo questi giorni perché con l’arrivo dei nuovi smartphone di Apple mezzo mondo ha preso coscienza dei passi in avanti nei sistemi di pagamento mobile. Non li ha inventati Apple i sistemi di pagamento mobile, ma come spesso accade Cupertino, con il suo Apple Pay ha contribuito a rendere popolare le nuove possibilità di pagamento ed è servito ad affinare e a rendere semplice un concetto importante. Le transazioni monetarie effettuate contactless tramite smartphone (qualsiasi OS) saranno sempre più al centro dell’attenzione degli hacker, vedremo cosa succederà, intanto tutti si muovono sull’argomento con i piedi di piombo.

7. Sportelli bancomat svuotati anche senza la scheda. Intanto, per rimanere con i piedi per terra, in questi giorni, ricordiamo che chi con il malware ci sa davvero fare è riuscito a svuotare sportelli bancomat, anche senza la scheda. In questo caso è stato sfruttato un trojan Tyupkin, il trojan è da innestare nel computer che gestisce lo sportello bancomat ed è questa la parte più complessa del piano criminale. Al primo riavvio, l’attaccante ne ha potuto prendere il pieno controllo e praticamente far fare allo sportello quello che voleva, senza che il sistema bancario registrasse alcunché. Ovviamente roba per esperti, che si esercitavano – guarda un po’ – proprio nel week end. Se ne è occupata l’Interpol.

8. Per un Android che certo in termini di sicurezza lascia a desiderare, con le buone trimestrali, anche Apple colleziona però un’attenzione maggiore da parte degli hacker. E’ un dato di fatto che alcune botnet estremamente attive possano contare tra i computer ‘zoombie’ anche MacOs. In america ne hanno individuati 17mila con Mac.BackDoor.iWorm a bordo. Sembra che il sistema di controllo sfrutti Reddit come applicazione dove postare le istruzioni. E per non farsi mancare nulla ecco anche gli attacchi ad iCloud, l’ultimo è di pochissimi giorni fa. Ne parliamo su ITespresso.it.

9. Poodle. Non ci sono bastati Heartbleed e ShellShock, anzi, non li avevamo ancora digeriti ed ecco il nuovo terribile bug. In italiano il nome suona quasi amichevole, perché significa barboncino. Purtroppo si tratta di un brutto affare e il nome è un acronimo: Padding Oracle On Downgraded Legaxy Encryption, il baco riguarda la versione 3 del protocollo SSL, ancora implementato da praticamente tutti i browser, come sistema ‘di scorta’. Poodle consente un attacco di tipo man in the middle, per cui si riescono a decifrare i cookie e magari ottenere informazioni sensibili dell’utente. L’attaccante deve essere nella stessa rete dell’attaccato perché tutto sia più semplice. WiFi pubblico? Ve la siete cercata.

10. Brividi di sicurezza? Fate bene! Il primo passo per non rimanere vittime è la consapevolezza. Quindi come primo punto usare il buonsenso, password complesse, e non fare mai clic in modo affrettato. Con questi consigli già sareste a metà dell’opera. Poi, certo, la protezione di un buon antivirus, e ancora meglio,iniziate a informarvi sull’autenticazione a due fattori che, almeno per gli ambiti più delicati nel financial e sulle comunicazioni personali è già disponibile e può tutelare buona parte delle vostre operazioni. Quando navigate però occhi sempre ben aperti. E non credete mai a chi vi dice con un banner che il vostro computer è infetto. Lasciatelo stabilire al vostro antivirus.

venerdì 11 marzo 2011

Affrontare gli zombie informatici : l'Agenzia dell'UE adotta la linea dura


ENISA, l’Agenzia per la “sicurezza informatica” dell’UE, ha pubblicato oggi uno studio completo sulla minaccia rappresentata dalle reti botnet (reti di normali computer controllate da criminali informatici), e su come affrontarla. Lo studio valuta l’attendibilità delle stime circa le dimensioni della rete botnet e fornisce consigli a tutti i gruppi impegnati nella lotta contro queste reti pirata. Insieme allo studio principale, l’Agenzia illustra i 10 punti chiave che le istituzioni devono tenere presenti nel documento intitolato: “Botnet: 10 Domande Difficili“.
I Botnet sono reti di computer utilizzate all’insaputa dei loro proprietari per commettere crimini informatici come lo spamming e il furto automatizzato di dati sensibili, quali ad esempio le informazioni relative alle carte di credito, ma anche per attacchi informatici a sfondo politico. “Botnet: 10 Domande Difficili” (http://www.enisa.europa.eu/botnets-10Q) è un compendio delle politiche da adottare, emerso dal dialogo tra ENISA e i massimi esperti protagonisti su tutti i fronti della lotta ai botnet, come provider di servizi Internet (ISP – Internet Service Providers), ricercatori che si occupano di sicurezza, forze dell’ordine, CERT (Computer Emergency Response Team) e produttori di antivirus.

Alcune tra le domande presenti sono:

  • In che misura sono affidabili le cifre diffuse sul fenomeno botnet?
  • Qual è il ruolo dei governi nella battaglia contro i botnet?
  • Quali sono gli interventi legislativi necessari?
  • Quali sarebbero gli investimenti più efficaci da fare?

“Le cifre relative ai botnet sono determinanti ai fini dei programmi politici e generano centinaia di milioni di euro d’investimenti in sicurezza; forse, sarebbe utile comprendere cosa c’è dietro”, ha affermato il Dott. Giles Hogben, che ha curato lo studio. Tuttavia, lo studio giunge alla conclusione che, probabilmente, molte cifre relative alle reti botnet non sono accurate e che anche una quantità ridotta di botnet può causare danni molto seri. “La quantità non è tutto, il solo numero di terminali infetti non rappresenta un indice appropriato per definire l’entità della minaccia” ha affermato il Dott. Hogben.

“Botnet: Dimensione, Rilevamento, Disinfezione e Difesa” (http://www.enisa.europa.eu/botnets) è uno studio completo su come valutare le minacce delle reti botnet e su come neutralizzarle. Lo studio comprende:

  • L’indagine e l’analisi dei metodi per misurare la dimensione delle reti botnet e valutare la minaccia che queste rappresentano per i vari soggetti interessati.
  • L’indagine e l’analisi delle contromisure da adottare contro le reti botnet.
  • Un elenco completo delle 25 migliori procedure per combattere le reti botnet su ogni fronte: neutralizzare quelle esistenti, prevenire nuove infezioni e minimizzare i profitti della criminalità informatica basata sui
    botnet
  • Le raccomandazioni investono aspetti legali, politici e tecnici della lotta contro le reti botnet e forniscono consigli mirati ai diversi gruppi coinvolti, tra cui:
    Delucidazioni sulle misure difensive consentite in ciascuno stato membro.
    Metodi per consentire agli utenti di proteggere i propri computer dalle reti botnet.
    Supporto di modalità per la notifica dell’infezione ai clienti da parte
    degli ISP

Lo studio sottolinea, inoltre, l’importanza di una stretta collaborazione internazionale tra i governi, gli enti tecnici e gli organismi legislativi. “La cooperazione a livello mondiale è indispensabile per una difesa efficace contro le reti botnet” ha affermato il Prof. Udo Helmbrecht, Direttore Esecutivo di ENISA. Entrambi gli studi saranno presentati in occasione della conferenza che si terrà a Colonia mercoledì 9 marzo. Un terzo studio, incentrato sulle questioni legali della battaglia contro le reti botnet, seguirà nel secondo trimestre dell’anno.

Fonte: Italia Software

mercoledì 17 febbraio 2010

Cyber security: nominato il nuovo gruppo permanente di esperti consulenti per la sicurezza informatica


Tre gli italiani nel team: Corrado Giustozzi (Head of Security Solutions Division), Raoul Chiesa (Manager Strategic Alliances) e Gianluca D’Antonio (CISO).

A partire da oggi 30 esperti di sicurezza informatica entreranno in servizio in qualità di membri del Permanent Stakeholders' Group (PSG), per fornire consulenza all’ENISA, (European Information and Security Agency) l’agenzia per la sicurezza delle reti informatiche della Ue. Il PSG è costituito da un gruppo di massimi esperti di sicurezza informatica, creato per offrire consulenza al direttore generale dell’agenzia, ad esempio fornendo suggerimenti per redigere proposte per il programma di lavoro dell’agenzia stessa. Il bando per la ricerca di membri del PSG è stato pubblicato il 30 giugno 2009 con scadenza il 30 novembre 2009. Dopo la scrematura delle candidature ricevute, il Direttore esecutivo dell’ENISA, Udo Helmbrecht, ha selezionato 30 esperti, informato il Comitato direttivo dell’agenzia della propria decisione, e nominato gli esperti ad personam in qualità di membri del PSG dal 2010 al 2012. I candidati prescelti sono stati nominati ad personam in qualità di membri del PSG. Non rappresentano infatti né un paese né un’azienda ma sono stati selezionati in base alle rispettive competenze in materia e a meriti personali. I suddetti membri restano in carica per 2 anni e mezzo, quindi dal 2010 alla metà del 2012. La prima riunione del nuovo PSG si terrà il 24 marzo 2010 ad Atene. “Sono convinto che l’Europa abbia bisogno di maggiore cooperazione e dialogo fra tutti i responsabili della sicurezza e il PSG svolge a tale riguardo un ruolo estremamente importante”, ha affermato Udo Helmbrecht.
“Sono ansioso di collaborare con tutti i membri del PSG e sono sicuro che le competenze, le opinioni e la vasta esperienza che questi membri metteranno al servizio del gruppo apporterà numerosi vantaggi all’agenzia. In qualità di Presidente del PSG, sono deciso a cogliere tutte le opportunità per coinvolgere il gruppo nelle iniziative finalizzate alla crescita dell’ENISA e, in particolare, a valutare attentamente il loro consigli prima di prendere decisioni strategiche”, ha concluso il direttore Enisa.

L’elenco dei membri PSG.

lunedì 25 gennaio 2010

Posta elettronica, non recapitato il 95% dei messaggi: è tutto spam


L'Italia al 10° posto nella classifica dei Paesi produttori di spazzatura virtuale


Gli spammer non si arrendono e continuano a inondare i server di posta con i loro messaggi spazzatura, che pubblicizzano prodotti improbabili o nascondono vere e proprie truffe. Secondo un'indagine di Enisa (European Network and Information Security Agency), presentata alla stampa in questi giorni, soltanto il 4,4 % del traffico e-mail finisce effettivamente nelle caselle di posta elettronica degli utenti: il restante 95,6 % sono messaggi che non vengono recapitati perché considerati spam. L'indagine ha coinvolto 90 e-mail provider, gestori di 80 milioni di caselle di posta elettronica in 30 paesi europei. Nel 2007, sempre secondo Enisa, lo spam era pari al 94% del traffico, e le mail consegnate il 6%. Il rapporto di Enisa mette in luce i provvedimenti adottati dagli e-mail provider per evitare che l'enorme mole di spazzatura virtuale intasi le caselle di posta e le renda inservibili: dalle liste nere degli indirizzi ip riconosciuti come nodi di distribuzione dello spam, al filtraggio dei contenuti dei messaggi, dalla system reputation basata sulla valutazione degli utenti ai meccanismi di identificazione del mittente "inquinante", cui in alcuni casi viene appositamente rallentata la connessione.

LA LOTTA DEI PROVIDER - Il budget destinato da ogni provider alla lotta allo spam varia in funzione della grandezza dell'azienda, ma comunque costituisce una parte consistente della spesa annuale, che cresce in funzione del numero delle caselle e-mail gestite. Secondo Enisa, la lotta allo spam ha raggiunto un grado di "maturità": nella maggior parte dei casi l'incrocio delle varie tecniche di filtraggio consente di mantenere la funzionalità del servizio di mailing. L'agenzia invita però a non abbassare la guardia nei confronti di nuovi metodi di spamming. Sono gli stessi provider, poi, a riconoscere l'esistenza di un conflitto tra l'obbligo di filtraggio dello spam e quello di consegnare la posta, nonché la tutela della privacy dei messaggi. Il problema principale resta, secondo l'ottica dei provider, quello dei falsi positivi, ovvero di quei messaggi scambiati per spazzatura e quindi non recapitati. L'Italia, secondo Spamhaus, organizzazione non profit che si occupa di tracciare il traffico dello spam, è al decimo posto nella classifica dei Paesi produttori di spam, guidata dagli Stati Uniti. E nella top ten dei provider meno efficaci nella lotta agli abusi degli spammer, compaiono due nomi italiani, tiscali.it e interbusiness.it, dominio legato a Telecom Italia.