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sabato 14 gennaio 2017

Proteggere i dati significa proteggere le persone e la ricchezza del paese

Dopo il caso Eye Pyramid, il tema del cyberspionaggio diventa oggetto di dibattito pubblico. Secondo il ceo di NTT Data Italia i dati vanno protetti perché “sono il petrolio del paese”

Parliamo del caso del giorno, la vicenda Eye Pyramid, con Walter Ruffinoni, attuale CEO di NTT Data Italia, partner del distretto di Cybersecurity di Cosenza. L’occasione è l’intervista a SkyTG24 dove ha potuto dare il suo punto di vista sui temi della sicurezza e sulle prospettive del nostro paese dove l’azienda ha deciso di investire in talento e innovazione, proprio al Sud.
Ruffinoni, intanto ci dica cosa fate a Cosenza
Siamo partner del Distretto di cybersecurity insieme a Poste e all’università della Calabria per creare soluzioni di protezioni dai cyber attacchi per aziende, istituzioni e privati. In quella sede costruiamo soluzioni basate anche sulle tecnologie ed esperienze giapponesi, come Dymora, visto che la protezione dell’end user è per noi una priorità. DyMoRa è una soluzione permette di avere sul proprio device mobile un’area sicura e non accessibile ai malintenzionati dove scambiare informazioni (es per i CdA) o per tenere in sicurezza i dati sensibili.
Lei ha detto infatti anche in altre interviste che Informazione e dati sono la ricchezza del paese
E lo ripeto: la sicurezza è un asset fondamentale per costruire la digitalizzazione di un paese con l’obiettivo di avere servizi più semplici ma allo stesso tempo sicuri dagli attacchi informatici. Oggi l’Informazione ha un valore sempre più alto e il rapporto stato-cittadino va digitalizzato in maniera sicura. Il dato è la vera moneta di scambio e la vera ricchezza. Per questo i dati fanno sempre più “gola” ai cybercriminali. Oggi il perimetro da controllare si dissolve ed i singoli end user diventano il nuovo perimetro da mettere sotto controllo: con la commistione digital/fisico e l’interconnessione di cose, persone e organizzazioni si apre un nuovo campo di vulnerabilità prima sconosciuto.
È sufficiente quello che fanno le aziende in Italia?
In Italia le aziende hanno messo in campo una serie di soluzioni focalizzate maggiormente sul tema della protezione perimetrale, il controllo degli accessi logici ai sistemi a diverso livello (applicativo, sistemistico e DB) e il tracciamento delle operazioni svolte da utenti e amministratori di sistema. Le principali aziende italiane, sicuramente le più grandi, hanno poi riconosciuto come questo atteggiamento “statico”, focalizzato sulla messa in campo di contromisure puntuali, non potesse rimanere al passo con una dinamica tecnologica che favoriva il rapido diffondersi di nuove vulnerabilità e il nascere di nuove e sempre più sofisticate tecniche d’attacco.

Il caso Eye Pyramid: tecnica, prevenzione e conseguenze

Veniamo al caso Eye Piramid. Cosa è successo dal punto di vista tecnico?Come è potuto accadere?
Il caso Eye Pyramid è un caso di malware infection avvenuto attraverso una email malevola (una email da indirizzo valido di uno studio legale con un allegato altrettanto “valido” – un pdf che però camuffava il virus). Questo malware ha creato una botnet tra i computer infetti. Sono stati poi selezionati i pc delle persone “interessanti”. Inoltre in questo caso sono stati infettati account di domini “ufficiali” di enti specifici (es bancaditalia.it, esteri.it, tesoro.it etc).
In questa rete venivano monitorati account specifici di persone rilevanti in termini istituzionali o di potere e sono stati creati una serie di dossier memorizzati su server negli Stati Uniti. I dossier contenevano di fatto info scambiate principalmente via email dagli interessati e il file dossier veniva poi spedito a una serie di email controllati dagli attaccanti.
Le mail inviate erano rimosse in tempo reale e non lasciavano traccia. Non è ancora chiaro come venivano utilizzati i dati raccolti, probabilmente potevano essere commercializzati sul mercato (deep web).
Cosa avremmo potuto fare per fermarlo?
Tutto è nato da un click su un allegato. Una “cosa banale”. Non si tratta di un malware nuovo, ma già in circolazione dal 2008. Ma si tratta di una malware “poliformo” che ha tra le sue caratteristiche quella di mutare in modo da non essere riconosciuto dai normali antivirus. La mutazione avviene sia comandata dal centro di comando, ma può anche essere programmata internamente al malware e attivarsi automaticamente.
Contro questi malware non basta un buon antivirus?
Non esiste una soluzione automatica che protegge. Molte email che nascondono malware fanno anche leva su aspetti psicologici molto raffinati, puntando su paura, senso del dovere, o sul rispetto delle regole etc.
È per questo che all’aumentare delle difese, gli attacchi non diminuiscono?
La digitalizzazione può aumentare le potenziali vulnerabilità, ma l’errore umano è una della cause principali tramite cui si riesce a inserire un malware.
Cosa si poteva fare per prevenire?
Difficile prevenire. Solo attenzione anche di fronte a mittenti sicuri. Sempre prestare molta attenzione a click a link e all’apertura di allegati anche “innocui” come un pdf, appunto.
In caso di dubbio?
Beh, direi di fare un check online googolando il nome dell’allegato della mail: spesso si trovano segnalazioni di pericolo. Consapevolezza ed educazione sono i due maggiori ambiti su cui lavorare per mitigare il rischio a livello individuale.

Il problema, le soluzioni, l’utente finale

Quali sono allora le soluzioni possibili in questo scenario?
Occorrono maggiori investimenti per aumentare la collaborazione del cittadino nella condivisione delle informazioni di cui è proprietario nel rispetto della privacy, al tempo stesso investimenti nell’educazione per evitare di condividere informazioni che paiono innocue e che in realtà possono essere usate per social engineering.
Occorre anche maggiore trasparenza da parte degli attaccati per scoprire e denunciare nel più breve tempo possibile questi attacchi. In questo caso è stato possibile scoprire l’attacco solo quando casualmente una di queste mail è stata ricevuta dall’Enav che si è insospettito e ha girato tutto al CNAIPIC che ha avviato le indagini.
Prevenire è difficile, ma si può fare qualcosa per capire se un PC è infetto?
Spesso gli attacchi non vengono riconosciuti immediatamente. In media occorrono 200 gg prima di scoprire un attacco. Il singolo individuo difficilmente ha capacità e strumenti per analizzare e scovare il virus. Però può far valutare le situazioni che ritiene sospetti da esperti. Ad es, la polizia postale o società specializzate.E’ comunque sempre buona norma tenere sempre aggiornati i propri sistemi di sicurezza (firewall, antivirus) e cambiare spesso anche le proprie password.
Ma può bastare visto che non solo le persone, ma anche le infrastrutture sono sotto attacco?
Dal sistema energico a quello finanziario per arrivare alla comunicazione, le infrastrutture critiche sono interconnesse e vitali per il funzionamento di un paese. Alcuni studi europei hanno evidenziato come un black out di una sola di queste infrastrutture porterebbe al collasso un paese intero. Senza energia elettrica col passare delle ore tutti i servizi fondamentali per la vita di una nazione smetterebbero di funzionare causando anche dei decessi.

martedì 19 gennaio 2016

Ecco il piano di Google per eliminare la password


Ecco il piano di Google per eliminare la password

Project Abacus
è l'ambizioso progetto di Mountain View per eliminare definitivamente la password, sostituendola con l'autenticazione via smartphone attraverso la lettura di parametri biometrici dell'utente.


Tra i grandi progetti di Google per il 2016 c'è anche Project Abacus. Si tratta dell'ambizioso progetto di Mountain View per eliminare definitivamente la password, sostituendola con l'autenticazione via smartphone attraverso la lettura di parametri biometrici dell'utente. Abacus vorrebbe bloccare o sbloccare i dispositivi e le applicazioni basandosi su quello che gli apparecchi sanno sul proprio utente, ovvero attraverso un trust score. Il telefono infatti monitora continuamente e riconosce i luoghi che frequentiamo, la nostra voce, la parlata, il modo in cui camminiamo e il nostro volto (tra le altre cose).
Durante la conferenza I/O di Google, Regina Dugan ha affermato che con il suo metodo trust score, Project Abacus, "può rivelarsi dieci volte più sicuro di un semplice sensore di impronte digitali". E non è difficile credere che sia vero. Per tenere lontani i pirati informatici e i cybercriminali, la password è una soluzione gestibile che può variare da debole a forte. I normali sistemi di password sono considerati i più deboli, specialmente quelli che richiedono una password breve e semplice.
L'autenticazione a due fattori è l'ultima moda, dove ad ogni tentativo di accesso l'utente si vede recapitare sul telefono un SMS con un codice di sicurezza aggiuntivo, da inserire sul primo dispositivo per completare la procedura di accesso. E poi abbiamo le impronte digitali, che sono molto sicure e onerose da imitare, anche se un'impronta digitale può essere ottenuta con la forza. Ma, a differenza di tutti questi metodi. Tutti i dati e il monitoraggio costante necessario per Abacus sta già avvenendo attraverso lo smartphone.
Per permettere ad Abacus di utilizzare le nostre informazioni come un sistema di sicurezza, basterebbe mettere tutti i parametri insieme. Tuttavia, è richiesta anche la costante sorveglianza invasiva e l'accesso ad alcuni documenti piuttosto intimi. Una grande idea, un po' spaventosa nella vita reale, ma ormai i giganti della tecnologia sanno tutto di noi.

venerdì 1 gennaio 2016

CYBERTERRORISMO: L'ITALIA È AL SICURO? GLI SCENARI E LE ATTUALI CONTROMISURE

(di Francesco Bergamo)
30/12/15 
In questo periodo si parla molto di sicurezza internet per contrastare il terrorismo. Alcuni suggeriscono l'oscuramento totale del web in caso di attacco, altri di potenziare i controlli preventivi. Come fare dunque per fermare il terrorismo che corre sul web senza creare danni agli utenti e alle aziende italiane che lavorano online? Per arrivare a capo del complesso mondo web, Difesa Online chiede chiarimenti a Corrado Giustozzi, tra i massimi esperti italiani di sicurezza cyber, consulente della struttura governativa cui è affidata la sicurezza cibernetica della Pubblica Amministrazione italiana (il CERT-PA) ed apprezzato anche all'estero, tanto da essere membro ormai da tre mandati del Permanent Stakeholders' Group di ENISA, l'Agenzia dell'Unione Europea per la Sicurezza delle Reti e delle Informazioni.
Professor Giustozzi, che cosa significa terrorismo web?
Iniziamo col fare un po' di chiarezza sui termini e sugli ambiti. Il Web non è Internet ma solo una delle sue componenti, per la precisione quella che consente la “pubblicazione” di informazioni testuali o multimediali organizzate come un grande ipertesto (sui cosiddetti “siti”) e la “navigazione” degli utenti fra le relative pagine. Internet è qualcosa di diverso e di più del Web: è il sistema globale di reti e di protocolli che assicura l'interconnessione ed il trasporto delle informazioni, ed è quindi il “tessuto nervoso” che unisce utenti, siti, dispositivi ed altro ancora. Su Internet viaggia il Web ma anche cose che non sono Web quali ad esempio la posta elettronica, gli instant message (tipo Twitter), le chat (tipo Whatsapp), le telefonate (VoIP o altro), le interconnessioni per scambio di file o dati, quelle per il controllo remoto di apparati, eccetera. Parlare dunque di “terrorismo Web” è impreciso o quantomeno vago, e bisogna specificare meglio cosa si intende.
Parlando dunque più propriamente di “uso di Internet a fini terroristici” (come correttamente recita la definizione adottata ad esempio dall'UNODC, l'Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine) possiamo evidenziare due modalità differenti di utilizzo: uno che vede Internet come mezzo, e l'altro che la vede come fine. Nel primo caso essa viene sfruttata in due modi diversi: sia come semplice strumento di comunicazione, ritenuto più sicuro e meno intercettabile di quelli tradizionali, che come mezzo di diffusione, utile per veicolare propaganda ideologica e fare proselitismo per la propria causa. Nel secondo caso essa viene invece considerata come possibile oggetto di attentati, ossia come obiettivo di attacchi cibernetici finalizzati a sabotare quei sistemi (infrastrutture critiche) dai quali dipendono servizi importanti o vitali per le comunità da colpire.
E' vero che playstation e skype, programmi che usano i terroristi per comunicare tra loro, non possono essere monitorati?
Questo è vero solo in parte. Innanzitutto occorre premettere che i canali di comunicazione più appetibili per i terroristi non sono tanto quelli non intercettabili bensì quelli non sospetti, che non è affatto la stessa cosa. L'uso di crittografia, ad esempio, rende un canale non intercettabile ma al contempo può attirare l'attenzione di chi ne monitorizza l'uso e spingerlo ad investigare più a fondo. Di solito quindi i terroristi, almeno per le comunicazioni strategiche, cercano di usare canali convenzionali, senza dare nell'occhio; e da questo punto di vista un eventuale utilizzo della chat utilizzata dai giocatori del network Playstation, benché tutta da confermare, sarebbe in effetti una scelta efficace.
Sul piano maggiormente tecnico, esistono senz'altro sistemi di messaggistica intrinsecamente più difficili da intercettare rispetto ad altri, in quanto protetti da forme di crittografia ovvero basati su protocolli distribuiti di tipo peer to peer nei quali non esistono “nodi” centrali da poter mettere sotto controllo. Skype apparteneva un tempo a questo secondo tipo, oltre ad utilizzare crittografia particolarmente robusta, ed era dunque virtualmente impossibile da intercettare; ma da quando la piattaforma è stata acquistata da Microsoft la sua architettura è stata trasformata da decentralizzata a centralizzata, rendendola così suscettibile di intercettazione con la collaborazione del gestore (ossia Microsoft).
Quanti danni può fare il terrorista che agisce tramite internet?
Si tratta di una stima molto difficile da fare. Certamente viviamo in un mondo sempre più popolato di automatismi, i quali gestiscono funzioni sempre più critiche e sono sempre più accessibili da Internet: tutto ciò, in generale, costituisce un grave tallone d'Achille per la Società in quanto è estremamente difficile garantire che tutti questi dispositivi o sistemi siano perfettamente sicuri ed inviolabili.
In uno scenario fatto di infrastrutture critiche interconnesse ad Internet la quantità di danni teoricamente provocabili da un attacco terroristico mirato e determinato è dunque potenzialmente enorme, in quanto sono numerosissime le possibilità che apparentemente si offrono: deviare un treno su un binario sbagliato, aprire una diga, spegnere i semafori di una città, mettere fuori uso i bancomat, confondere i sistemi di controllo del traffico aereo... Per fortuna non tutti questi attacchi sono possibili o addirittura plausibili, perché ovviamente le contromisure di protezione esistono. Ma la complessità delle reti gioca a nostro sfavore e quindi il rischio che qualche sistema critico non sia difeso adeguatamente, e possa pertanto essere attaccato con successo, non è purtroppo trascurabile.
Un altro discorso va fatto sugli attacchi interamente “logici”, ossia quelli finalizzati a colpire le informazioni di rilevanza critica per il funzionamento della Società. Un sabotaggio diretto ad alterare i contenuti delle transazioni interbancarie o degli scambi in Borsa potrebbe avere effetti ben più devastanti di quelli provocati da un attacco convenzionale, ed essere assai più elusivo e difficile da rilevare e correggere.
Un ultimo tipo di considerazioni riguarda gli attacchi “preparatori” o di supporto ad attività terroristiche convenzionali. Ad esempio è concepibile che nell'imminenza di un'azione i terroristi possano pensare di prepararsi il terreno disarticolando i sistemi di comunicazione generali dell'obiettivo o quelli delle forze di sicurezza, o magari diffondendo falsi allarmi in modo da confondere l'analisi della situazione e rallentare le attività di reazione.
L'Italia è al sicuro?
Difficile dire chi è al sicuro e chi no in questo gioco. Certamente l'Italia, così come tutti i Paesi occidentali industrializzati, è consapevole del problema e si sta attrezzando per aumentare il livello di prevenzione, detezione e repressione delle minacce. Il nostro Paese ad esempio si è dotato già nel 2013 di una formale strategia per la protezione dello spazio cibernetico nazionale, e partecipa sin dall'inizio alle specifiche esercitazioni periodiche, svolte in ambito sia militare (NATO) che civile, finalizzate proprio a verificare la capacità di risposta alle crisi mediante simulazione di attacchi cibernetici condotte alle infrastrutture critiche. Ricordo inoltre che proprio pochi giorni fa il Governo ha annunciato lo stanziamento straordinario di fondi per 150 milioni di Euro destinati al comparto intelligence e finalizzati a rafforzare i sistemi di analisi e prevenzione delle minacce. Tanto è stato fatto, e probabilmente tanto ancora resta da fare; l'importante è non abbassare la guardia e pensare di essere al sicuro: le minacce cambiano ed evolvono ogni giorno, e chi si difende non può mai stare fermo.
Come viene monitorato il web dalla sicurezza?
Esistono molti modi per farlo, e sono diverse le istituzioni delegate a farlo. Naturalmente non è possibile sorvegliare e controllare tutto, sia per motivi tecnologici che legali; e quindi si scelgono solitamente delle “scorciatoie” che consentono di ottenere comunque risultati egualmente significativi a fronte di uno sforzo tecnologico relativamente ridotto.
Una tecnica sempre più usata in quanto considerata promettente a livello strategico si basa sull'analisi delle cosiddette “fonti aperte”, termine con cui si identificano insiemi mirati di informazioni liberamente accessibili quali siti Web pubblici, forum di discussione aperti, blog e così via. Impiegando sia sistemi automatici di analisi dei testi che analisti umani per filtrare e correlare le informazioni raccolte, si riesce ad ottenere una buona conoscenza di ciò che si dice e si fa in determinate comunità di utenti o in ambiti selezionati, geografici o meno.
A livello più tattico si analizzano continuamente le anomalie di traffico e gli incidenti di sicurezza, segnalati ai CERT istituzionali dalle apposite strutture di gestione dei servizi di rete presenti nelle grandi aziende e nelle pubbliche amministrazioni, per ottenere un quadro complessivo e tempestivo delle vulnerabilità e delle minacce in atto, nonché della loro localizzazione e diffusione. Ciò consente una più efficace azione di allerta e reazione ad eventuali attacchi in corso, oltre che di generale prevenzione.
Quanto personale servirebbe per avere un livello di sicurezza adeguato?
Sicuramente molto più di quello attualmente impiegato nel nostro Paese in ambito sia civile che militare.
Il Presidente del Consiglio Renzi sarebbe per il blocco totale di internet in caso di attacco. Lei cosa ne pensa?
Non mi sembra una grande idea, per vari ordini di motivi.
Innanzitutto è tecnicamente difficoltoso, se non proprio impossibile, “spegnere” Internet anche solo per brevi periodi e su scala limitata. Ricordiamoci che Internet nasce proprio per essere una rete resiliente, pervasiva, in grado di funzionare anche se alcuni suoi nodi vengono spenti. Soprattutto in un Paese come il nostro, dove le comunicazioni non sono accentrate sotto il diretto controllo di un unico provider di regime, per bloccare Internet occorre la collaborazione attiva di innumerevoli operatori grandi e piccoli, pubblici e privati, di rete fissa e di rete mobile... è davvero complicato, non basta semplicemente tirare giù un interruttore da qualche parte.
In secondo luogo non è detto che bloccando Internet si renda più difficile l'azione dei terroristi. Nel caso di un attacco cinetico, ossia rivolto in termini fisici contro obiettivi materiali o umani, ci sono poche probabilità che i componenti del commando in azione sul campo usino Internet per comunicare e coordinarsi tra loro: è molto più plausibile che usino normali cellulari se non ricetrasmettitori PMR a bassa potenza (walkie-talkie), e quindi bloccare Internet non servirebbe semplicemente a nulla. Nel caso invece di attacco cibernetico, rivolto dunque verso sistemi o servizi in Rete, allora un eventuale blocco di Internet farebbe addirittura il gioco del nemico: infatti, dato che lo scopo degli attaccanti è impedire l'erogazione al pubblico di determinati servizi critici, un eventuale blocco di Internet otterrebbe esattamente lo stesso scopo e dunque non sarebbe altro che un clamoroso autogol!
In ogni caso il blocco di Internet avrebbe invece il gravissimo effetto collaterale di impedire la diffusione di notizie al pubblico e il coordinamento dei soccorsi, e dunque peggiorerebbe significativamente la gestione della crisi.
Perché, se i servizi ne sottolineano l'importanza da molto tempo (v. intervista), Renzi lo decide solo ora?
Probabilmente all'epoca le valutazioni politiche erano diverse e forse anche i tempi non erano maturi. Oggi, con l'accresciuta credibilità della minaccia internazionale e il proliferare di situazioni a rischio (legate anche al Giubileo in corso), l'esigenza di dare una risposta adeguata è divenuta non più procrastinabile.
L'arretratezza e la lentezza della rete informatica nazionale, rispetto alle altre nazioni europee, può essere un vantaggio od uno svantaggio nella guerra contro il cyber terrorismo?
Per quanto possa sembrare ironico, in determinate situazioni essere meno tecnologicamente avanzati può effettivamente costituire un vantaggio in termini di resilienza. È chiaro infatti che, tanto per fare un esempio banale, se il sistema di controllo di una diga è accessibile solo in locale e non tramite Internet, quello che è uno svantaggio in termini di efficienza gestionale si ripaga in termini di sicurezza perché quella diga non potrà mai essere azionata indebitamente da remoto a seguito di un'intrusione cibernetica.
Ciò non vuol dire che dobbiamo essere fieri o vantarci di una certa arretratezza tecnologica che forse ancora affligge alcune infrastrutture del nostro Paese, né considerarci automaticamente più al sicuro solo per questo motivo. Lo sviluppo tecnologico che implica un forte tasso di automazione industriale è inevitabile e va perseguito, su questo non ci sono dubbi. Alcuni Paesi si sono lanciati molto prima di noi su questa strada, e forse un po' troppo velocemente ed in modo poco prudente, ed oggi si ritrovano con infrastrutture automatizzate molto efficienti ma piuttosto vulnerabili, in quanto nel loro sviluppo non è stato tenuto in debita considerazione l'inserimento di misure di sicurezza specificatamente progettate per la protezione contro attacchi e sabotaggi deliberati. In altre parole, si è visto che alcune infrastrutture critiche sono safe ma non secure, ossia sono protette contro errori e malfunzionamenti ma non contro azioni malevole dirette intenzionalmente a danneggiarle o alterarne il funzionamento. Oggi per fortuna su questo tema c'è molta più consapevolezza rispetto ad alcuni anni fa, e quindi i nuovi sviluppi hanno fatto tesoro degli errori del passato.

lunedì 9 novembre 2015

Sophos svela 5 segnali di maggiore cognizione su privacy degli utenti

Ottobre è stato il mese europeo della sicurezza informatica (European Cyber Security Month 2015 – ECSM), ed è tempo di fare un bilancio relativo al grado di consapevolezza di aziende e utenti riguardo alle minacce informatiche che ogni giorno mettono in pericolo la loro privacy. A prima vista il quadro non potrebbe essere peggiore: secondo il rapporto Clusit 2015, la crescita degli investimenti in sicurezza informatica rispetto all’anno precedente, pur segnando un +8 percento nel 2014, non tiene il passo di hacker sempre più “professionisti” del cyber crimine e fatica a contrastare attacchi in costante aumento, come dimostra anche il fatto che almeno 2/3 degli attacchi non vengano neppure rilevati.

Non va meglio se si prende in considerazione l’utenza privata: recentemente, un’indagine europea coordinata dal Global Privacy Enforcement Network (GPEN) ha gettato più di un’ombra sul modo in cui siti e app specificamente indirizzate ai minori raccolgono e condividono informazioni personali di utenti inconsapevoli e privati della possibilità di intervenire per proteggersi. Tuttavia,SOPHOS, società leader a livello mondiale nel settore della sicurezza informatica, da anni impegnata in campagne di sensibilizzazione allo scopo di diffondere una cultura della sicurezza e della privacy online, ha voluto salutare l’ECSM con un messaggio di speranza. Il mese europeo della sicurezza informatica è organizzato dall’European Network and Information Security Agency (ENISA).

Fra gli obiettivi dell’ECSM: generare consapevolezza sulla sicurezza IT, promuovere un uso più sicuro di Internet per tutti gli utenti, aumentare l’interesse dei media nazionali attraverso la dimensione europea e globale del progetto, migliorare l’attenzione e l’interesse per quanto riguarda la sicurezza delle informazioni attraverso il coordinamento politico e mediatico. In fondo al tetro tunnel dei pericoli informatici si è accesa una, anzi, cinque luci, cinque segnali positivi che indicano come, nonostante ci sia ancora molta strada da fare, la consapevolezza delle cyber minacce e la situazione generale della sicurezza informatica siano molto migliorate rispetto a qualche anno fa. Ecco quindi i cinque esempi di Sophos che dimostrano che l’atteggiamento verso la cyber security sta cambiando in meglio. 

• Gli utenti Mac e Linux hanno capito di non essere immuni a problemi di sicurezza. Cinque anni fa era una convinzione diffusa tra utenti e “aficionados” di macchine e sistemi operativi Mac e Linux che questi fossero completamente immuni a malware o altre tipologie di attacchi informatici, in quanto “sicuri per definizione”. Oggi quelle granitiche certezze si sono sgretolate e fortunatamente si è diffusa una maggiore consapevolezza dei pericoli che possono colpire anche questi sistemi. La scarsa sicurezza dei sistemi Linux, infatti, era un problema molto serio allora e lo è ancora oggi. Gli hacker si riversano su questi server vulnerabili e poi li usano come veicoli per diffondere malware agli utenti Windows. Il nemico non è stato sconfitto, ma almeno il fronte anti-minacce è più unito. 
L’efficacia dell’identificazione a due fattori (2FA) viene sempre più accettata. Fino a qualche anno fa, poche organizzazioni offrivano questa misura di sicurezza e la maggior parte degli utenti non era interessata perché la considerava una vera e propria seccatura. Anche questa resistenza sta gradualmente diminuendo, con molte più aziende che propongono codici di autenticazione una tantum e sempre più clienti che richiedono questa funzionalità. L’autenticazione a due fattori aggiunge un secondo livello di autenticazione a un account di log-in. L’inserimento di nome utente e password, viene considerata una autenticazione a fattore singolo. 2FA richiede all'utente di avere due su tre tipi di credenziali prima di poter accedere a un account. 

• I social network pongono una crescente e sempre più visibile questione sicurezza. Tutti lo criticano, ma nessuno smette di usarlo. Facebook è finito spesso nella bufera per il suo atteggiamento disinvolto nei confronti della privacy. Tuttavia, bisogna dare atto a Mark Zuckerberg e alla sua creatura che negli ultimi anni il loro comportamento è cambiato molto. Oggi gli utenti Facebook hanno a disposizione il Dinosauro della Privacy, lo strumento Security Checkup, e persino una Privacy Policy in un linguaggio semplice e alla portata di tutti. Certamente non è tutto oro quel che luccica, ma dall’uscita del film The Social Network, nel 2010, la situazione è senz’altro migliorata. A tal proposito, nuove modifiche sono in arrivo per quanto riguarda la politica dei nomi reali su Facebook. 

• Si sta diffondendo la pratica dell’Encryption, al fine di impedire ad altri di accedere ai propri contenuti. Sophos si è spesa molto negli ultimi anni per convincere utenti e aziende dell’utilità di criptare i propri dati per contrastare gli attacchi degli hacker, atti di spionaggio o altre forme di cyber minacce. Eppure non sono passati molti anni da quando la SSL/TLS, il lucchetto nella barra di indirizzo del browser, era considerata troppo difficile da implementare e quindi riservata soltanto al traffico web dove proprio non se ne poteva fare a meno. Tutti gli altri utenti effettuavano il log in alla propria webmail attraverso un link criptato che teneva al sicuro il loro username e la loro password, ma al momento di gestire i loro messaggi erano sospinti su una connessione non criptata. 

La leggerezza si giustificava con la teoria che le connessioni criptate con la TLS erano troppo lente, costose e macchinose e non ci si poteva aspettare di trovarle ovunque. Fortunatamente, oggi il vento sta cambiando: visitando servizi come Gmail, Outlook, Yahoo!, Twitter con una connessione http, si viene rapidamente trasferiti su una connessione https. • Gli utenti gestiscono molto meglio le loro password. In realtà, su questo punto bisogna ancora lavorare. Ciò nonostante, Sophos ha deciso di inserirlo nella lista dei segnali beneauguranti per congratularsi con tutti gli utenti che si sono lasciati alle spalle le pessime abitudini precedenti nella gestione delle password. Per tutti coloro che continuano a rimandare l’adozione di buone ed efficaci pratiche di sicurezza IT, ecco una guida per scegliere una password appropriata. Guest post: Sound PR

sabato 27 dicembre 2014

Nove previsioni sulla sicurezza per il 2015 realizzate dal GReAT di Kasperksy Lab

 Siamo quasi a metà dicembre, l’anno nuovo si avvicina ed è tempo per gli esperti di fare alcune previsioni sulle tendenze che emergeranno nel 2015. Come sempre, si parlerà sia di nuove tendenze ma anche di fenomeni che si ripetono ogni anno. Ecco a voi le nove previsioni sulla sicurezza elaborate dal Global Research and Analysis Team di Kaspersky Lab.
I cybercriminali si uniscono con i gruppi di campagne APT
Si tratta di una delle previsioni più interessanti. Come ben evidenziano gli esperti di Kaspersky Lab, il prossimo anno assisteremo all’adozione da parte di gruppi cybercriminali di tattiche normalmente impiegate da stati e governi. Troels Oerting, al comando del Cybercrime Center di Europol, la scorsa settimana durante un discorso alla Georgetown Law, ha dichiarato che tale fenomeno è già una realtà.
I ricercatori di Kaspersky Lab, involontariamente o no, mi hanno fatto venire in mente un altro possibile scenario: i gruppi che realizzano campagne APT promosse dai governi, come nei casi DarkHotel, Regin e Crouching Yeti/Energetic Bear poco a poco andranno a unirsi e a partecipare attivamente a campagne di attacco informatico realizzate da cybercriminali, come è avvenuto nei casi JP Morgan Chase, Target e altri.
In due situazioni soprattutto il potenziale è piuttosto alto: i gruppi promossi dai governi potrebbero collaborare con i cybercriminali per raggiungere un obiettivo comune. Mi riferisco, ad esempio, agli attacchi DDoS, presumibilmente provenienti dall’Iran, perpetrati a danno di banche statunitensi tra il 2012 e il 2013 o altri attacchi rivolti a mantenere temporaneamente fuori servizio alcuni sistemi.
Inoltre, i gruppi che si occupano di campagne APT potrebbero servirsi di strumenti e “personale” appartenenti al mondo del cybercrimine per portare a termine le proprie campagne di spionaggio, appropriarsi di materiale soggetto a segreto industriale o per ottenere informazioni riservate in merito a vulnerabilità presenti nelle infrastrutture critiche.
I gruppi si frammentano, gli attacchi APT aumentano e si diversificano
I ricercatori di Kaspersky Lab ritengono che, se le aziende che si occupano di sicurezza e i ricercatori indipendenti continuano a dare la caccia ai grandi gruppi di hacker finanziati dai governi, tali gruppi saranno costretti a frammentarsi e ad operare come campagne APT indipendenti. In questo modo, è probabile che gli attacchi saranno più frequenti e diversificati.
Nuovi bug in codici vecchi e ampiamente utilizzati
Come abbiamo affermato più volte in questo blog, ma anche su Threatpost, siamo ormai nell’era in cui un bug può colpire l’intera rete o è possibile individuare più bug in strumenti molto popolari e ampiamente utilizzati. Il Global Research and Analysis Team di Kaspersky Lab ritiene che i casi come GotoFail di Apple saranno sempre più frequenti, oltre a errori in grado di compromettere parti importanti di Internet, come è avvenuto con Heartbleed di OpenSSLo Shellshock/Bashbug.
Gli hacker attaccano bancomat e PoS
Il 2014 è stato l’anno degli attacchi ai PoS e i ricercatori di Kaspersky Lab non scartano l’ipotesi che ciò avverrà anche nel futuro. E siamo sicuri che non sono i soli a crederlo.
Anche i bancomat hanno vissuto un’annata negativa. Se consideriamo il fatto che la maggior parte dei dispositivi di questo tipo funzionano ancora con Windows XP, un sistema operativo ormai datato e per il quale non è più possibile ricevere assistenza tecnica, siamo sicuri che gli attacchi ai bancomat saranno sempre più frequenti.
L’ascesa dei malware per Apple
I casi come il bug Masque (iOS) e il corrispettivo malware WireLurker rivolto a dispositivi iOS (in grado di infiltrarsi grazie a dispositivi Apple e Windows), fanno ritenere che sia ormai giunta l’era dei malware in grado di attaccare anche Apple. Tuttavia anche nel 2011, con il malware MacDefender, molti esperti si erano sbilanciati in tal senso, e lo stesso è accaduto nel 2013 con il Trojan Flashback. Solo il tempo ci dirà se è così o no. In ogni caso, prevedere l’ascesa di malware per OS X è sempre una scelta vincente, anche se fino ad ora abbiamo solo assistito a una manciata di malware in grado di attaccare questa piattaforma.
Gli esperti di Kaspersky Lab sono certi che la grande popolarità dei dispositivi OS X attirerà l’attenzione dei cybercriminali. Gli esperti sono anche consapevoli che l’ecosistema Apple, chiuso per definizione, rende più difficile portare a termine attacchi malware, anche se ciò è comunque possibile soprattutto se gli utenti decidono di disabilitare alcune opzioni di sicurezza (ci riferiamo in particolare a quelli che utilizzano software piratati). I cybercriminali potrebbero trovare terreno fertile nei programmi piratati, che utilizzerebbero come via d’entrata nei dispositivi OS X.
Attacchi alle macchinette di emissione di biglietti
Questa previsione viene dall’America Latina, una sorta di “punto caldo” per il cybercrimine, soprattutto economie emergenti come Brasile e Argentina.  Ricordiamo il caso della truffa dei Boleto o l’attacco riuscito al meccanismo di emissione di biglietti che ha coinvolto il sistema di trasporto pubblico cileno.
Così come i bancomat, molte macchinette di questo tipo adottano il vulnerabile Windows XP. Molti attaccano questi sistemi solo per “scroccare” qualche viaggio gratis, ma i ricercatori di Kaspersky Lab vedono del potenziale maggiore in questi attacchi, come la possibilità di accedere ai dati bancari degli utenti.
Sistemi di pagamento virtuali
“Alcuni paesi, come Ecuador, si sono affrettati ad adottare questo sistema e sicuramente i cybercriminali sfrutteranno ogni opportunità possibile. Potrebbero ingannare gli utenti con tecniche di ingegneria sociale, oppure attaccare gli endpoint (telefoni cellulari in molti casi) o direttamente le banche: i cybercriminali si fionderanno su ogni possibilità di guadagno e i primi a farne le spese saranno i sistemi di pagamento virtuale”.
Apple Pay
Anche questo fenomeno andrà seguito con attenzione. Si è parlato molto di Apple Pay, nel bene e nel male, e c’è molta aspettativa intorno a questo sistema di pagamento sviluppato da una delle aziende più famose al mondo. I cybercriminali sono soliti attaccare le piattaforme nel loro picco di popolarità. Se in pochi decideranno di usare Apple Pay, non sarà di loro interesse. Ma se Apple Pay diventerà cosi diffuso come i dispositivi Apple in generale, allora gli hacker si faranno sentire presto.
“Apple si è dedicata molto alla messa in sicurezza di questa piattaforma (adottando, ad esempio, il trasferimento virtuale dei dati); tuttavia siamo molto curiosi di vedere in che modo gli hacker sfrutteranno le possibilità che Apple Pay  potrebbe offrire loro”, hanno dichiarato i ricercatori di Kaspersky Lab.
Internet delle cose
Ultimo ma non meno importante: il cosiddetto “Internet delle cose” sarà bersaglio dei cybercriminali nel 2015. Così come è avvenuto durante le ultime conferenze DEFCON e Black Hat, negli anni a venire assisteremo sempre più a dimostrazioni su come hackerare dispositivi connessi a Internet o impianti di domotica. Fino ad ora si è trattato di dimostrazioni basate su teorie e non facili da realizzare concretamente. In ogni caso, come sottolineato settimana scorsa durante l’evento alla Georgetown Law, nel futuro emergeranno progetti e sistemi sempre più in grado di puntare con efficacia all’Internet delle cose.
“Nel 2015, assisteremo sicuramente ad attacchi in-the-wild rivolti a stampanti wireless o ad altri dispositivi collegati a Internet che consentono ai cybercriminali di penetrare in una rete aziendale e di rimanerci senza essere notati”, hanno dichiarato i ricercatori di Kaspersky Lab. “Ci aspettiamo che i dispositivi appartenenti all’Internet delle cose diventeranno delle armi importanti nelle mani dei gruppi che si occupano di campagne APT, soprattutto quando vorranno attaccare obiettivi per i quali la connessione a Internet è indispensabile per portare avanti la produzione industriale”. Per quanto riguarda noi gente comune: “Dal punto di vista del consumatore, gli attacchi a questi dispositivi evidenzieranno la debolezza dei protocolli di sicurezza implementati e porteranno come risultato, ad esempio, alla ricezione di pubblicità  (e, perché no, di adware o spyware) che disturberà la visione dei programmi sulle smart TV”.

giovedì 30 maggio 2013

A Roma il workshop su sicurezza e privacy. Francesco Pizzetti: ‘La libertà della rete si difende con le regole’

All’evento internazionale, realizzato in collaborazione con Google Italia, è emersa la necessità di una maggiore cooperazione globale tra Autorità regolatorie, Istituzioni e magistratura.

Francesco Pizzetti
INTERNET - Si è tenuto a Roma il workshop internazionale "sicurezza su Internet”, promosso da Alleanza per Internet, con l’obiettivo di dar vita a nuove forme di collaborazione tra le grandi aziende della rete, le autorità regolatorie, le Istituzioni e i cittadini per sviluppare forme efficaci di tutela dei dati personali, aziendali e delle pubbliche amministrazioni.
 Tutti devono e possono concorrere a un web più sicuro e più accessibile.
L’evento,svoltosi presso la Sala Capranichetta di Piazza Montecitorio, ha consentito a rappresentanti delle internet company, delle Authority, delle Istituzioni, della magistratura e della Polizia, di confrontarsi sul tema della sicurezza online, con particolare riferimento alla tutela della sicurezza e dei diritti degli utenti internet.  
Un incontro che è caduto proprio in un momento particolare per il Paese e l’Europa, con il Governo Letta appena formato e la crisi economica che non ammette distrazioni. Realizzato in collaborazione con Google Italia, che ha portato un punto di vista globale sull’argomento, l’appuntamento non ha tradito le attese e la sala gremita e attenta allo svolgimento del dibattito ha lasciato subito intendere che la sicurezza online è un tema centrale non solo per aziende e regolatori, ma anche e soprattutto per gli utenti. La partecipazione di Google ha consentito agli speaker, moderati da Raffaele Barberio direttore di Key4biz, di misurarsi sulla questione della tutela dei dati personali, della privacy, del controllo dei dati e della loro vulnerabilità agli attacchi informatici, su un orizzonte non solo italiano, ma internazionale. Come ha spiegato Francesco Pizzetti, presidente di Alleanza per Internet, “è su questo terreno che si misura la rilevanza della tutela dei dati personali, avviando una riflessione profonda sul rapporto tra il diritto alla riservatezza degli utenti e la richiesta di deroga da parte dei Governi che chiedono di accedere ai dati per motivi di sicurezza e giustizia di carattere straordinario”.  
Basta un provvedimento dell'autorità di sicurezza nazionale e giudiziaria per derogare alle norme che regolano la riservatezza delle nostre comunicazioni e del traffico dati che generiamo?
Il tema è cruciale, sia da un punto di vista giuridico, sia sociale. Le grandi aziende che lavorano su internet tendono a preferire sempre un mercato libero da vincoli troppo stringenti, ma quando s’incontrano con le Istituzioni devono accettare il confronto con i sistemi legislativi che le caratterizzano. “La legge è sempre garanzia di libertà per i cittadini e per le aziende stesse – ha aggiunto Pizzetti - perché regola il rapporto tra imprese e consumatori, tutelando gli scambi da qualsiasi ingerenza esterna”. A differenza delle telecomunicazioni, il web è ancora uno spazio senza regole. Ecco perché “serve maggiore collaborazione tra le autorità nazionali e le forze di polizia, tra aziende e utenti”. In virtù di tali rapporti e scambi, è il Paese di origine a chiedere all’azienda il permesso di accedere ai dati da parte delle autorità giudiziarie di altre nazioni. Un accordo che però non basta più nell'universo del world wide web. Serve una massa critica maggiore “per richiedere nuove regole nel settore delle comunicazioni elettroniche, finalizzate a favorire indagini e controlli, a tutela delle aziende, degli utenti e dei cittadini, in nome di un sistema di valori condivisi e regole certe e chiare per tutti”.
Gli stessi obiettivi, sulla carta, sono stati indicati dalla Digital Due Process – DDP coalition, coalizione di società che stanno cercando di ottenere dal Congresso americano una modifica riguardante le leggi alla base dell’Electronic Communications Privacy Act (ECPA), con il fine di attuare un modello che tuteli maggiormente la privacy dell’utente finale.
Un percorso difficile, ha ricordato Pizzetti, perché “si fa riferimento al IV emendamento della Costituzione americana, che consente alle autorità di polizia e giustizia di conoscere i dati personali di un utente solo a condizione che la motivazione sia proporzionata alla legge e alla necessità/urgenza delle indagini”. Se non c'è una motivazione valida non si può procedere a perquisizioni, arresti e confische irragionevoli, sia materiali, sia immateriali. “Non si parla più della sola tutela della libertà di informazione – ha sottolineato il presidente di Alleanza per Internet - ma si invoca la libertà di comunicazione assistita dalla liberà di corrispondenza e di domicilio. La libertà della rete si difende con le regole”.

Rapporto sulla Trasparenza, il ruolo di Google.
Google è il più grande motore di ricerca di internet. Miliardi di dati ogni mese passano per le sue piattaforme e ogni ricerca che effettuiamo in rete offre una serie di informazioni sulla nostra vita, i nostri affetti, i nostri divertimenti, i nostri viaggi, le nostre preferenze culinarie, sportive, sessuali, culturali, politiche. In che modo possiamo difenderci da occhi indiscreti? Come navigare la rete in libertà e sicurezza? Per dare risposta a queste e altre domande, Google ha realizzato negli ultimi anni il “Rapporto sulla trasparenzaBrian Fitzpatrick, Responsabile Transparency Engineering Team di Google, ha spiegato in che modo la rete colleziona dati generati dagli utenti e come questi sono conservati e protetti in base alle leggi vigenti, anche considerando la possibilità sempre più frequente che Governi di tutto il mondo inviino continuamente richieste di accesso alle informazioni per ragioni di sicurezza (invocando il pericolo della criminalità organizzata e del terrorismo). “Due volte l'anno diamo seguito alle richieste di accesso alle informazioni provenienti da tutti i Paesi del mondo (nome utente, indirizzo, provider servizi, tipo di navigazione, contenuti scaricati, contenuti mail). La stessa cosa fanno Twitter e Microsoft , ad esempio, proponendo i loro rapporti sulla trasparenza”. “se riceviamo domanda dalle autorità italiane di rimuovere un contenuto che non viola le linee guida o le leggi americane, noi eseguiamo la richiesta solo per il territorio italiano. Stessa cosa sul motore di ricerca Google – ha evidenziato Fitzpatrick - spesso i documenti non compaiono proprio perchè le informazioni sono state rimosse su richiesta delle autorità giudiziarie locali. In Italia le richieste sono sempre legate ad argomenti quali privacy, copyright, diffamazione, sicurezza, contenuti per adulti”.

Si può controllare internet e in che modo?
Le richieste non arrivano solamente da autorità pubbliche e istituzionali, ma ance da privati e aziende. Quotidianamente molte pagine o contenuti sono eliminati su richiesta delle autorità locali, come ad esempio la violazione del diritto d'autore e della legge sul copyright digitale (DMCA). “Uno strumento valido per difendere i proprietari di diritti sulle opere diffuse in rete, ma anche un fenomeno che limita il diritto di espressione e la libertà di informazione degli utenti. Per questo motivo – ha concluso il responsabile Google - bisogna muoversi con molta attenzione. Nell'ultimo mese tali richieste sono salite a oltre 15 mln”. Ci sono certamente gli strumenti extra giuridici, che possono aver un effetto molto ampio e creare danni collaterali rilevanti, con la limitazione dell'accesso a internet. Pensiamo a quanto accaduto in Egitto, Libia, Iran, Siria e Cina, “qui oltre il 90% del traffico passa per una sola centralina telefonica. È semplice controllare la rete. Altre volte il traffico è lasciato libero, ma le autorità locali controllano e spiano i propri cittadini. Questo perché le infrastrutture di rete sono in questi paesi troppo limitate e fragili”.
La cooperazione internazionale, tra paesi e aziende, è fondamentale per il buon funzionamento della rete e per la sicurezza dei cittadini. Come ha spiegato Antonio Apruzzese, direttore della Polizia Postale e delle Comunicazioni, “i diritti degli utenti devono essere tutelati, ma è altrettanto importante garantire alle autorità di polizia e giudiziarie il potere di intervenire in difesa della legge, contro condotte devianti e minacce alla sicurezza nazionale”. Tutti gli interventi in tale campo devono essere valutati in maniera approfondita, perché ogni azione può avere delle conseguenze durature sulla rete e sulla sua libertà degli utenti. “Le Authority servono proprio a tale scopo, a cui si affianca sempre l'azione legislativa – ha specificato Apruzzese - grazie alla definizione di policy efficaci, assieme alle aziende e altri organismi regolatori, per le autorità è più semplice operare e agire per reprimere comportamenti illeciti. Ovviamente il dato deve essere sempre tutelato e registrato, elemento fondamentale quest’ultimo per l'attività d’indagine”.
C’è da ricordare sempre che l'accesso ai dati e la loro conservazione è una forma specifica di potere economico, politico e culturale. L’argomento è spinoso e molto delicato. Tutti i crimini mirano all'accaparramento dei dati, così come tutte le operazioni di spionaggio e dei servizi segreti. Un fenomeno che sta minacciando seriamente il sistema e i suoi data centre, motivo per cui la sicurezza della rete è fondamentale, soprattutto per le risorse finanziarie di nazioni, imprese e cittadini.

Il contrasto al cybercrime da un punto di vista del legislatore, del consumatore e delle aziende.
Spesso il legislatore non conosce internet e il suo funzionamento. In Italia ancora non si è riusciti a dare un corpus normativo efficace contro i crimini informatici e le ultime proposte non hanno fatto altro che evidenziare un certo gap culturale con gli altri Paesi. “La rete non si regolamenta come un qualsiasi territorio, ma sempre tramite un costante confronto sovranazionale e un'azione collettiva per prevenire il crimine informatico e per reprimerlo”, ha detto Giuseppe Corasaniti, Sostituto Procuratore Generale della Procura generale della Repubblica, Corte Suprema di Cassazione. È sempre più in sede internazionale che si determina la legislazione contro il cybercrime, che è ormai globale. L'Italia propone delle leggi molto interessanti e allo stesso tempo avanzate, ma molto meno lo sono gli strumenti che sono individuati di volta in volta. Strumenti che appaiono subito poco efficaci. “Serve maggiore coordinamento tra polizia, istituzioni, aziende, istituti di credito, le banche e tante altre realtà economiche e giuridiche – ha specificato Corasanti, anche ricordando la Convenzione di Budapest del 2001 (Leggi Articolo Key4biz) – perché si tratta di definire quelli che sono considerati da tutti dei crimini e di fissare gli strumenti per contrastarli. Purtroppo, il diritto e il progresso tecnologico difficilmente hanno gli stessi tempi e le stesse velocità”.
Tra i consumatori si registra una forte polarizzazione tra appassionati di tecnologia e diffidenti estremi, poco o per niente integrati. Di fatto manca un'alfabetizzazione informatica di base, ha sottolineato Massimiliano Dona, Segretario Generale dell’Unione Nazionale Consumatori, una vulnerabilità enorme del sistema che i criminali informatici possono sfruttare in ogni momento del giorno. Elementi che tendono ad alimentare sempre una certa disinformazione, a sua volta finalizzata a creare panico ingiustificato. “Il diritto all'informazione è anche il dovere ad informarsi – ha affermato Dona – su come funziona la rete e su cosa possiamo o non possiamo fare. Per sicurezza si deve anche intendere il processo di profilazione a cui sono sottoposti gli utenti e le loro azioni in rete”. D’altronde, tutto ciò che facciamo è registrato e conservato, fonte di guadagno per aziende e di nuovi servizi per i consumatori, ma anche motivo di limitazione della nostra riservatezza. Serve un'azione mitigatrice da parte di tutti i soggetti coinvolti.
La conservazione dei dati è fondamentale per le indagini di polizia, è grazie a tali disposizioni legislative, favorevoli alle operazioni di polizia, che la giustizia può fare il suo corso e assicurare i criminali alla legge”. Questo il pensiero, invece, di Stefano Zireddu, director Global Security di American Express, con un lungo passato nella Polizia delle Comunicazioni, secondo cui un’efficacecyber investigation deve poter contare su dati freschi, libertà di manovra e collaborazioni attive con le autorità di altri paesi, facendoci nuovamente tornare sulla centralità della collaborazione intergovernativa. “Coinvolgendo le autorità nazionali, la polizia, la magistratura, le aziende, le agenzie governative, è possibile contrastare il crimine in maniera seria ed efficace. American Express si è dotata di policy molto chiare in termini di lotta al terrorismo informatico e alla criminalità organizzata. In 5 minuti si possono spostare grandi capitali in più banche senza lasciare traccia e il tempo gioca sempre a svantaggio di chi insegue i criminali. La sicurezza è un problema collettivo, come le sua soluzione”.
La condivisione di regole e strumenti è centrale per la sicurezza della rete anche per Luigi Gambardella, chairman Executive Board di ETNO, che insiste sulla condivisione dei dati e delle soluzioni trovate. “Internet può essere regolamentato solo in termini globali, con norme condivise, perché riguarda tutto il mondo e i suoi miliardi di utenti/consumatori”. Una dimensione mondiale, solo in parte nazionale, che comporta enormi risvolti politici, economici e culturali: il mercato dei dati europeo, nel 2020, varrà l'8% del PIL dell'Unione nel suo insieme. Nella strada verso una nuova regolamentazione europea relativa alla data protection, si deve dare vita ad una struttura di regole capace di agire ed essere invocata in qualunque posto l'utente si trovi. “La riforma in corso sul tema è fondamentale, perché extraterritoriale, applicabile a tutte le aziende che entrano in contatto con utenti di ogni parte d’Europa. La sicurezza delle reti, in ultimo luogo, va definita attraverso un set normativo minimo, garantito a tutti e in maniera armonizzata, estendendolo a player e internet enablers”.
Un workshop intenso e ricco di spunti, grazie anche gli interventi d’importanti rappresentanti delle Istituzioni e dell’Authority sulle comunicazioni, tra cui Vincenzo Vita, senatore del Partito Democratico, Alessandro Luciano, presidente della Fondazione Ugo Bordoni, e Nicola D’Angelo, ex commissario dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom). L’economia digitale e di internet rappresenta per tutti un’opportunità di crescita e di lavoro. Un fattore di sviluppo economico e culturale che deve essere centrale nell’attività di Governo e su cui aziende e Istituzioni devono dialogare per trovare assieme un’unità di intenti. Per arrivare a questo, però, internet deve essere uno spazio sicuro, aperto e regolato, affinché tutti abbiano lo stesso diritto di accesso e gli stessi doveri: cittadini, utenti, aziende, organizzazioni di varia natura, amministrazioni pubbliche. Tutta la nostra vita passerà sul web e necessità di tutele certe ed efficaci. Temi delicati, problematiche che non sono di facile soluzione e che nei prossimi mesi saranno al centro di importanti confronti istituzionali a livello europeo e globale.