Adam Green: Io e Jonathan Gray, l’altro fondatore, abbiamo scavato a lungo in questi grandi archivi online—tipo l’Internet Archive e Wikimedia Commons—per trovare materiale con cui fare collage, attività cui entrambi ci dedicavamo. Abbiamo aperto un blog che si chiamava Pingere per condividere le cose più insolite e interessanti in cui ci imbattevamo. Jonathan ha suggerito che lo trasformassimo in un progetto più ampio che mirasse a celebrare e mostrare la meraviglia del materiale di pubblico dominio. Abbiamo presentato l’idea alla Open Knowledge Foundation, un’organizzazione no-profit che promuove l’accesso aperto alla conoscenza, e loro ci hanno aiutato a trovare un finanziamento iniziale per il progetto. E così è nato Public Domain Review.
Abbiamo iniziato concentrandoci sul materiale appena diventato di pubblico dominio. In molti Paesi le opere diventano tali a settant’anni dalla morte dell’autore (anche se ci sono un sacco di regole strane ed eccezioni). Nel 2011 sono diventate di dominio pubblico le opere di Nathanael West, tra cui il suo libro Il Giorno della locusta. Il nostro primo articolo parlava di lui, e del rapporto dell’Occidente con Hollywood, e l’ha scritto Marion Meade, che aveva recentemente pubblicato un libro sul tema.
Tutti i nostri contenuti sono di dominio pubblico, e questo è il nostro primo criterio. Cerchiamo di concentrarci sulle opere libere nel maggior numero di Paesi. In genere questo significa che i loro autori sono morti prima degli anni Quaranta. Il secondo criterio è che non ci siano restrizioni sul riutilizzo delle copie digitali del materiale di dominio pubblico.
In parte sì, fungiamo da vetrina per alcune istituzioni che hanno già deciso di concedere in licenza il loro materiale digitalizzato. Stiamo anche lavorando nel retroscena per incoraggiare le istituzioni a fare lo stesso e vedere l’accesso libero e aperto alla loro partecipazione come parte della loro missione pubblica.
Be’, il materiale deve essere interessante. Tendiamo a prediligere cose meno ortodosse, come una rubrica dell’oracolo personale di Napoleone, o un tentativo del diciannovesimo secolo di modellare matematicamente la coscienza umana attraverso forme geometriche. Credo che in tale modo illustriamo una sorta di storia alternativa al racconto tradizionale, un tentativo di mostrare alcuni lati strani e meravigliosi delle idee umane e che stanno ai bordi delle grandi opere da cui la storia è normalmente intessuta.
Sì, magari materiale un po’ troppo controverso per il nostro sito, come il lavoro di Thomas Rowlandson o alcune delle opere di uno degli artisti meno politicamente corretti del sedicesimo secolo, l’incisore italiano Agostino Carracci. La cosa più osé pubblicata fino ad oggi è probabilmente una raccolta di alcune fotografie di Eadweard Muybridge della serie “Locomozione Animale”, che comprendeva un po’ di tennisti nudi.
Con l’aumento delle tecnologie digitali è molto più facile che questo distacco avvenga, ma in un certo senso tutto questo è solo una versione accelerata di quanto è successo per centinaia di anni. Semmai è probabilmente meglio per gli autori di quanto lo fosse in il passato, perché internet permette anche alle persone di controllare l’effettiva provenienza di un’opera. Nel diciassettesimo secolo, prima che ci fosse una vera legge sul diritto d’autore, era comune che libri interi fossero “rubati”, modificando titolo e copertina, e venissero venduti con il nome di un altro autore. Si potrebbe sostenere che il riutilizzo e la rielaborazione sono una parte essenziale del processo creativo. Possiamo trovare esempi brillanti di pastiche letterari o tecniche a collage nelle opere di scrittori come W.G. Sebald, in cui non si è certi se l’autore stia parlando con le sue stesse parole o con quelle di un altro scrittore (di cui sta discutendo il lavoro). Nel caso di Sebald questa tecnica conferisce fluidità e unità stilistica, e il senso è dato da una sola voce, che potrebbe essere la voce della storia o dell’umanità. Ma, guarda un po’, il lavoro di Sebald è protetto dal diritto d’autore detenuto dai suoi editori o dalla sua proprietà letteraria. Ci si chiede se, utilizzando le un’opera come ha fatto Sebald, uno possa farla franca.
Il copyright sul lavoro di artisti o scrittori, in generale, ha senso. Non si tratta solo di soldi, ma anche del controllo artistico su un lavoro pubblicato, della tutela della reputazione, di come prevenire o scoraggiare il riutilizzo malizioso o sciatto dell’opera. Ma attualmente le leggi sul copyright e gli accordi internazionali sono attualmente molto sbilanciati a favore dei grandi editori e delle case discografiche, e non tengono minimamente conto del dominio pubblico come bene sociale positivo: un bene comune culturale, gratuito per tutti. Tuttavia, se un autore o un artista desidera qualcosa di più flessibile rispetto alla licenza di copyright standard, può procedere con le licenze Creative Commons.
Quasi tutto il materiale della PDR è di autori che sono morti da tempo, e non abbiamo ricevuto lamentele dall’oltretomba finora. Abbiamo avuto un solo avviso di garanzia da parte della Gurideff’s Harmonium Recordings. La legge può essere molto complessa, in particolare quando si tratta di filmati e registrazioni audio. Non sono sicuro che avessero ragione, ma abbiamo rimosso ugualmente quel materiale.
Vogliamo arricchire il sito con nuove ed interessanti materiali, poi abbiamo in programma di espanderci oltre Internet. Stiamo progettando di produrre alcuni volumi stampati con raccolte di immagini e testi su temi specifici. È da un bel po’ che vogliamo farlo, e speriamo di avere il tempo (e i fondi) per realizzarlo finalmente il prossimo anno.
















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