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lunedì 14 gennaio 2013

Il pubblico dominio è il miglior dominio

Oggi un buon numero di beni culturali è diventato comune, nel senso di liberamente usufruibile da tutti, e rientra a far parte della sfera del dominio pubblico. Nel “manifesto” del dominio pubblico leggiamo che le opere sotto copyright dovrebbero essere “l’eccezione, non la regola,” affinché la cultura sia realmente nelle mani di tutti. E il numero di queste opere è in rapida espansione: non solo ogni anno vi si aggiungono per legge tutte le opere il cui autore è deceduto da 70 anni, ma vi entrano anche lavori “nuovi”, con autori ancora vivi e vegeti che decidono di usare forme più aperte di licenza. Questo vuol dire che siamo già al punto in cui qualcuno può permettersi di selezionare e raccogliere questi lavori. Il miglior database in questo senso è il Public Domain Review, un sito in cui vengono attentamente selezionate e segnalate opere liberamente condivisibili. Abbiamo intervistato Adam Green, il co-fondatore di questo progetto, e abbiamo parlato di copyright, case editrici e incisioni pornografiche del 1500.
 
VICE: L’attività di ricerca di materiale senza copyright è molto praticata su internet, ma la vostra particolarità è di aver organizzato un sito di qualità e di mantenere una linea editoriale coerente. Com’è nata la Public Domain Review?
Adam Green:
Io e Jonathan Gray, l’altro fondatore, abbiamo scavato a lungo in questi grandi archivi online—tipo l’Internet Archive e Wikimedia Commons—per trovare materiale con cui fare collage, attività cui entrambi ci dedicavamo. Abbiamo aperto un blog che si chiamava Pingere per condividere le cose più insolite e interessanti in cui ci imbattevamo. Jonathan ha suggerito che lo trasformassimo in un progetto più ampio che mirasse a celebrare e mostrare la meraviglia del materiale di pubblico dominio. Abbiamo presentato l’idea alla Open Knowledge Foundation, un’organizzazione no-profit che promuove l’accesso aperto alla conoscenza, e loro ci hanno aiutato a trovare un finanziamento iniziale per il progetto. E così è nato Public Domain Review.
 
Qual è stato il primo articolo che avete pubblicato?
Abbiamo iniziato concentrandoci sul materiale appena diventato di pubblico dominio. In molti Paesi le opere diventano tali a settant’anni dalla morte dell’autore (anche se ci sono un sacco di regole strane ed eccezioni). Nel 2011 sono diventate di dominio pubblico le opere di Nathanael West, tra cui il suo libro Il Giorno della locusta. Il nostro primo articolo parlava di lui, e del rapporto dell’Occidente con Hollywood, e l’ha scritto Marion Meade, che aveva recentemente pubblicato un libro sul tema.
 
Con quale criterio scegliete il materiale da pubblicare?
Tutti i nostri contenuti sono di dominio pubblico, e questo è il nostro primo criterio. Cerchiamo di concentrarci sulle opere libere nel maggior numero di Paesi. In genere questo significa che i loro autori sono morti prima degli anni Quaranta. Il secondo criterio è che non ci siano restrizioni sul riutilizzo delle copie digitali del materiale di dominio pubblico.
 
In che senso? Nella legislazione di alcuni Paesi, al fine di beneficiare di diritti d’autore, le riproduzioni digitali devono dimostrare un grado minimo di originalità, e altri dicono che c’è solo bisogno di dimostrare che nella digitalizzazione c’è stato un “investimento di forze”. Molti grandi giocatori del mondo della digitalizzazione—come Google, Microsoft, The Bridgeman Art Library, oltre che le istituzioni nazionali—sostengono di detenere i diritti sulle loro riproduzioni digitali di opere che sono di pubblico dominio, forse in modo da poter vendere o limitare l’accesso a terzi.
 
Ma queste istituzioni non giovano dalla pubblicazione sul vostro sito di questi contenuti?
In parte sì, fungiamo da vetrina per alcune istituzioni che hanno già deciso di concedere in licenza il loro materiale digitalizzato. Stiamo anche lavorando nel retroscena per incoraggiare le istituzioni a fare lo stesso e vedere l’accesso libero e aperto alla loro partecipazione come parte della loro missione pubblica.
 
Però c’è anche un forte criterio estetico riguardo alle vostre scelte editoriali.
Be’, il materiale deve essere interessante. Tendiamo a prediligere cose meno ortodosse, come una rubrica dell’oracolo personale di Napoleone, o un tentativo del diciannovesimo secolo di modellare matematicamente la coscienza umana attraverso forme geometriche. Credo che in tale modo illustriamo una sorta di storia alternativa al racconto tradizionale, un tentativo di mostrare alcuni lati strani e meravigliosi delle idee umane e che stanno ai bordi delle grandi opere da cui la storia è normalmente intessuta.
 
C’è del materiale che non avreste comunque intenzione di pubblicare?
Sì, magari materiale un po’ troppo controverso per il nostro sito, come il lavoro di Thomas Rowlandson o alcune delle opere di uno degli artisti meno politicamente corretti del sedicesimo secolo, l’incisore italiano Agostino Carracci. La cosa più osé pubblicata fino ad oggi è probabilmente una raccolta di alcune fotografie di Eadweard Muybridge della serie “Locomozione Animale”, che comprendeva un po’ di tennisti nudi.
 
Il mondo editoriale sta andando in una direzione in cui l’autore ha sempre meno importanza, mentre le possibilità di utilizzo del materiale da parte dell’utente sono sempre maggiori. Cosa pensi del futuro delle case editrici? Prima dell’avvento delle tecnologie digitali, gli editori erano essenzialmente guardiani del linguaggio pubblico. Le parole scritte in libri e giornali per molti coincidevano con il vocabolario. Solo che quella selezione era frutto di decisioni prese da una manciata di persone. Ora la situazione è cambiata, le persone non hanno bisogno di un contratto con un editore per ottenere visibilità. Ma la gente ha ancora voglia di leggere libri, e si rivolge agli editori per trovare cose nuove. Le pubblicazioni più “di nicchia” non possono neanche competere con il giro di promozione degli editori professionali. Non credo che gli editori si estingueranno, ma si dovranno adattare a nuove regole di mercato.
 
Forse gli autori dovrebbero capire che, distaccandosi dal proprio prodottoe soprattutto dall’autoritàsi incentiverebbe la libertà di condivisione e riformulazione, che è la nuova vita della produzione creativa.
Con l’aumento delle tecnologie digitali è molto più facile che questo distacco avvenga, ma in un certo senso tutto questo è solo una versione accelerata di quanto è successo per centinaia di anni. Semmai è probabilmente meglio per gli autori di quanto lo fosse in il passato, perché internet permette anche alle persone di controllare l’effettiva provenienza di un’opera. Nel diciassettesimo secolo, prima che ci fosse una vera legge sul diritto d’autore, era comune che libri interi fossero “rubati”, modificando titolo e copertina, e venissero venduti con il nome di un altro autore. Si potrebbe sostenere che il riutilizzo e la rielaborazione sono una parte essenziale del processo creativo. Possiamo trovare esempi brillanti di pastiche letterari o tecniche a collage nelle opere di scrittori come W.G. Sebald, in cui non si è certi se l’autore stia parlando con le sue stesse parole o con quelle di un altro scrittore (di cui sta discutendo il lavoro). Nel caso di Sebald questa tecnica conferisce fluidità e unità stilistica, e il senso è dato da una sola voce, che potrebbe essere la voce della storia o dell’umanità. Ma, guarda un po’, il lavoro di Sebald è protetto dal diritto d’autore detenuto dai suoi editori o dalla sua proprietà letteraria. Ci si chiede se, utilizzando le un’opera come ha fatto Sebald, uno possa farla franca.
 
Quindi la legge sul diritto d’autore non è esclusivamente negativa?
Il copyright sul lavoro di artisti o scrittori, in generale, ha senso. Non si tratta solo di soldi, ma anche del controllo artistico su un lavoro pubblicato, della tutela della reputazione, di come prevenire o scoraggiare il riutilizzo malizioso o sciatto dell’opera. Ma attualmente le leggi sul copyright e gli accordi internazionali sono attualmente molto sbilanciati a favore dei grandi editori e delle case discografiche, e non tengono minimamente conto del dominio pubblico come bene sociale positivo: un bene comune culturale, gratuito per tutti. Tuttavia, se un autore o un artista desidera qualcosa di più flessibile rispetto alla licenza di copyright standard, può procedere con le licenze Creative Commons.
 
L’ideale sarebbe non lasciare che siano terzi a decidere come il proprio prodotto verrà trattato, ma che ci sia per l’autore la possibilità di scelta. La libertà di scelta è essenziale, ma credo che una delle scelte dovrebbe essere se stare con un editore o no. Non dobbiamo dimenticare i potenziali aspetti positivi degli editori. In questi casi, c’è sicuramente spazio per la collaborazione produttiva. Io non sono sicuro che questo succeda nelle grandi case editrici, ma ho visto molti esempi positivi in quelle più piccole, in cui il publisher ha veramente arricchito l’aspetto del libro.
 
Avete mai avuto reclami da detentori di diritti di opere presenti sul vostro sito?
Quasi tutto il materiale della PDR è di autori che sono morti da tempo, e non abbiamo ricevuto lamentele dall’oltretomba finora. Abbiamo avuto un solo avviso di garanzia da parte della Gurideff’s Harmonium Recordings. La legge può essere molto complessa, in particolare quando si tratta di filmati e registrazioni audio. Non sono sicuro che avessero ragione, ma abbiamo rimosso ugualmente quel materiale.
 
Quali sono i vostri progetti per il futuro?
Vogliamo arricchire il sito con nuove ed interessanti materiali, poi abbiamo in programma di espanderci oltre Internet. Stiamo progettando di produrre alcuni volumi stampati con raccolte di immagini e testi su temi specifici. È da un bel po’ che vogliamo farlo, e speriamo di avere il tempo (e i fondi) per realizzarlo finalmente il prossimo anno.
 

domenica 24 luglio 2011

Cina, e scaricare la musica diventò legale


Potrebbe essere il caso di suggerire al dottor Corrado Calabrò, presidente di Agcom, nonché allo stuolo di alti funzionari di Stato che ieri lo hanno audito, di leggere con attenzione un articolo sul New York Times, dal quale potrebbero apprendere che proprio quel paese, del quale come cittadini italiani ci apprestiamo a seguire le orme della parte peggiore, ha invece capito molto meglio di noi come si fa a evitare in un sol colpo pirateria, infrazioni del copyright e riduzione dei profitti per gli artisti. Per farla breve, Baidu (che è il gigante del search in Cina) ha siglato un accordo con One-Stop-China, una joint venture tra Universal Music Group, Warner Music Group e Sony BMG, per effetto del quale la stragrande maggioranza del traffico illecito di musica in Cina è destinato a scomparire. Si tratta di 450 milioni di utenti, non di un paio di decine di milioni come in Italia, dei quali tra l’altro è solo una porzione a essere interessata alla musica online. Si tratta di cinquecentomila brani, non uno. Di questi, racconta il quotidiano, circa il 10 per cento saranno in mandarino e cantonese e saranno ospitati direttamente dai server di Baidu, dai quali potranno essere scaricati e ascoltati in streaming in piena libertà su Ting, l’apposita piattaforma musicale predisposta. Baidu – chiarisce il Times - pagherà un margine alle label ogni volta che un brano viene scaricato o eseguito in streaming. E pagherà anche una parte delle revenue pubblicitarie se queste supereranno una certa quota. Provvederà altresì a fornire alle label un certo supporto promozionale. Non sono stati resi noti i termini economici esatti dell’accordo, ma tant’è. In una parola, ora quella stessa musica che la IFPI stimava essere al 99 per cento illegale in Cina diventerà improvvisamente, come per magia, legale. Se si pensa che nel 2009 i profitti dell’industria fonografica in Cina sono stati di 75 milioni di dollari in confronto ai 4,6 miliardi degli USA e se si tengono a mente le debite proporzioni in termini di anime, a guadagnarci sono stati in tre: l’industria fonografica, gli artisti e, ultimo ma non meno importante, la gente. Ora sarà contento anche il trade representative degli USA, che a febbraio aveva additato Baidu come uno dei 33 “mercati noti” nel mondo per pirateria e contraffazione di materiale audiovisivo. Ora, Baidu potrà sbizzarrirsi a togliere tutti quei link pericolosi, come quelli che hanno incastrato Yahoo!, in quanto non ce ne è più alcun bisogno. Insomma, il paradosso dei paradossi: la Cina innesta la marcia e si svincola dal fango, dimostrando al mondo che pur essendo quel che è come paese è capace di assecondare i nuovi linguaggi e i nuovi meccanismi disposti dalla Rete, mentre l’Italia si appresta a realizzare ex-novo quel che la Cina ha appena dismesso. Pensateci, chissà, magari dopo un buon bagno di mare, una bella sciata o una bella lezione di vela al lago, forse le idee potranno schiarirsi ed evitare di farci fare la figura dei peracottari, persino di fronte alla chiusa, totalitaria e riservatissima Cina.

Fonte: The New Blog Times - Marco Valerio Principato

lunedì 27 giugno 2011

Arrivano le nuove licenze italiane Creative Commons


Le Creative Commons Public Licenses sono delle licenze di diritto d’autore che si basano sul principio “alcuni diritti riservati”. Le licenze Creative Commons (CC) rendono semplice per il titolare dei diritti segnalare in modo chiaro che la riproduzione, la diffusione e la circolazione della propria opera è esplicitamente permessa, indicando eventualmente a quali condizioni (es. solo per uso non commerciale). Sono appena state pubblicate le versioni italiane delle licenze CC 3.0, le più recenti. Oltre alla traduzione nella nostra lingua queste nuove licenze comprendono specifici adattamenti al nostro sistema giuridico, nonchè alcune novità come la menzione del diritto di noleggio e prestito di copie dell’opera. La nuova versione introduce utili chiarimenti, rendendo le licenze ancora più chiare e legalmente “robuste”. La legge italiana sul diritto d’autore – così come le corrispondenti normative nazionali e internazionali – riconosce automaticamente al creatore di un’opera dell’ingegno una serie di diritti e permette al titolare di tali diritti di disporne. L’obiettivo principale delle licenze CC è dunque quello di evitare i problemi che le attuali leggi sul copyright e l’approccio “tutti i diritti riservati” creano per la diffusione e la condivisione delle informazioni, associando fin da subito ad un’opera una serie di facoltà, che l’autore concede ai fruitori rispondendo a semplici domande.

Fonte: Informatica Etica

Diritto d'autore Il controllo spetta al giudice


A meno di un cambio di direzione dell’ultimo minuto, l’Italia si appresta a mostrare al mondo come un grande Paese democratico possa distrarsi al punto da permettere a un’autorità amministrativa, invece che a un giudice, di decidere cosa è lecito pubblicare. Secondo i resoconti di un recente incontro a Roma tra alcuni esponenti della società civile e il presidente dell’Agcom Corrado Calabrò, infatti, l’Autorità si accinge a varare un provvedimento che si preannuncia a dir poco controverso. In base alle linee guida pubblicate dall’Autorità in occasione di una consultazione pubblica tenutasi a inizio anno, l’Agcom vorrebbe istituire una procedura veloce e puramente amministrativa di rimozione di contenuti online considerati in violazione della legge sul diritto d’autore. L’Autorità potrebbe sia irrogare sanzioni pecuniarie molto ingenti a chi non eseguisse gli ordini di rimozione, sia ordinare agli Internet Service Provider di filtrare determinati siti web in modo da renderli irraggiungibili dall’Italia. Il tutto senza alcun coinvolgimento del sistema giudiziario. Anche ammettendo che l’Agcom abbia tali poteri sanzionatori su questa specifica materia – e ci sono esperti che lo dubitano – e trascurando per il momento gli aspetti pratici (è in grado l’Agcom di gestire potenzialmente migliaia di richieste di intervento?), concentriamoci sulla modalità - amministrativa invece che giudiziaria. Perché il passaggio da un giudice, in pieno contraddittorio e con tutte le garanzie del caso, è indispensabile? Perché se alcuni casi di violazione del diritto d’autore sono relativamente semplici da determinare, la liceità o meno della pubblicazione di un contenuto genera spesso considerevoli dubbi anche agli esperti della materia. Il diritto d’autore, infatti, è di una complessità a volte notevole, come è possibile riscontrare, per esempio, quanto si cerchi di determinare con certezza se una certa opera è o non è nel pubblico dominio in un dato Paese. Inoltre, anche contenuti protetti dal copyright possono essere utilizzati, con dei limiti, per critica, discussione, insegnamento, ricerca, eccetera. E’ davvero concepibile che possa essere un organo amministrativo, per di più con tempi molto stretti, a decidere, per esempio, se un cittadino possa pubblicare o meno sul suo blog l’estratto di una trasmissione di informazione televisiva per finalità di discussione? L’Agcom – che pure in passato aveva dimostrato altra sensibilità sul tema del diritto d’autore online (si pensi, per esempio, all’indagine conoscitiva pubblicata a inizio 2010) – ha scelto di percorrere, tra l’altro con una fretta e con modalità che lasciano perplessi, una strada sbagliata e potenzialmente pericolosa. Innanzitutto, la fretta. Alla pubblica consultazione di inizio anno, infatti, doveva seguire la redazione di una proposta di provvedimento seguita da una nuova consultazione: che fine hanno fatto queste fasi? E perché il relatore del provvedimento, il consigliere Nicola D’Angelo, critico dell’impostazione prevalente in Autorità, è stato esautorato dal dossier senza preavviso e senza motivazione? Su una materia così delicata l’assenza di risposte pesa. Strada sbagliata perché qualunque materia che riguardi diritti fondamentali deve passare dal Parlamento. Quindi, che si proponga eventualmente una legge e che tale legge venga pubblicamente discussa, come per altro chiesto a febbraio da un’interpellanza urgente a prima firma del deputato Roberto Cassinelli (PdL) e sottoscritta da 45 parlamentari del Pdl, Pd, Udc, Fli e Lega Nord. In Spagna si è seguita tale strada: la legge cosiddetta Sinde, dal nome del ministro della Cultura, che intendeva introdurre un meccanismo simile a quello pensato dall’Agcom, è stata lungamente discussa in Parlamento, che l’ha infine bocciata. Come ricordato di recente dall’avvocato generale presso la corte di giustizia europea, Pedro Cruz Villalon, l’art. 52 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea recita: «Eventuali limitazioni all’esercizio dei diritti e delle libertà riconosciuti dalla presente Carta devono essere previste dalla legge». L’Agcom è ancora in tempo a fare un passo indietro, lasciando, come è giusto, la parola al Parlamento.

Fonte: La Stampa - Autore: Juan Carlos Martin

venerdì 3 giugno 2011

YouTube accoglie Creative Commons


Inserisci link
Il copyright alternativo sbarca sul popolare sito di video streaming.
Da ieri, gli utenti che caricano i propri video su YouTube hanno la possibilità di adottare una licenza di copyright della famiglia Creative Commons. Nel particolare, come spiega Juan Carlos De Martin, co-direttore del Centro Nexa su Internet e Società e responsabile italiano di Creative Commons, si tratta della più semplice: “scegliendola, tu autorizzi gli altri utenti di YouTube a fare ciò che vogliono del tuo video, permettendo sia il remix che l’utilizzo commerciale, a patto che venga sempre attribuita la paternità sull’opera originale”. L’opzione è ben visibile nella pagina “carica video”, quella in cui si inseriscono i dati (titolo, descrizione, tag…) del filmato che si vuole pubblicare. Per YouTube è uno scatto in avanti, che arriva con tempi e modi piuttosto improvvisi, e promette di aggiungere ulteriori elementi di riflessione al grande dibattito sul diritto d’autore, alimentato dalla diffusione dei nuovi media digitali. “Mi sembra una scelta piuttosto coraggiosa”, spiega De Martin, “perché YouTube avrebbe potuto benissimo andare avanti con la propria licenza, che pochi leggono ma che tutti sono automaticamente obbligati a sottoscrivere ogni volta che caricano un video. In questo modo, il portale contribuisce invece a raggiungere quello che è l’obiettivo finale, seppur non esplicito, di Creative Commons: modificare il modo in cui la gente pensa al diritto d’autore, indurre le persone a riflettere e a cambiare mentalità, legittimando gli usi e le copie personali dei contenuti”. Un aspetto chiave delle Creative Commons è il remix. Alcune di queste licenze, tra cui quella disponibile su YouTube, sono studiate per rendere automaticamente legittima la manipolazione di contenuti preesistenti (una possibilità invece negata dal copyright tradizionale, che richiede l’autorizzazione caso per caso). Gli effetti della novità sono già visibili nella sezione “editor”, dove gli utenti possono cercare e remixare i video pubblicati con licenza Creative Commons (selezionando il logo dell'associazione: due C maiuscole racchiuse da un pallino). Complici accordi con PublicResource.org, Voice of America, Al Jazeera e altri media, l’archivio offre già diverse migliaia di video. Il catalogo potrebbe allargarsi in modo esponenziale, qualora gli utenti e i produttori di contenuti che ogni giorno caricano migliaia di video sul sito decidessero di adottare in massa la licenza CC. “Sempre tenendo conto che i video devono essere di assoluta proprietà dell’utente”, ricorda De Martin. “Tu non puoi caricare un filmato che non ti appartiene, per esempio un videoclip musicale di un artista famoso, e metterlo sotto licenza Creative Commons. In quel caso, la decisione non ha effetto perché non sei tu l’autore di quel videoclip”. In casa Creative Commons, la soddisfazione è grande. “E’ già da diversi anni che le licenze CC sono disponibili sul più grande sito di fotografie del mondo, Flickr, dove quasi duecento milioni di immagini sono sotto Creative Commons. Adesso tocca al principale sito di condivisione video. E non dimentichiamo che YouTube è ormai uno dei maggiori canali di distribuzione musicale, quindi questa novità potrebbe avere un impatto significativo anche in quella disciplina. Che poi è proprio quella da cui - ai tempi di Napster - iniziarono a emergere i primi problemi del diritto d'autore su Internet”. Intanto, i lavori dell’associazione proseguono anche in direzioni più nascoste. “La musica e i video sono sexy”, spiega De Martin, “ma per Creative Commons il 2011 è soprattutto l’anno dell’open data, l’informazione pubblica. E’ un settore poco conosciuto, che sta esplodendo e coinvolge una quantità incredibile di archivi di servizi pubblici: dai dati meteorologici a quelli elettorali, dalle cartografie alle informazioni sul traffico. Per questo tipo di dati è stata varata una nuova licenza ad hoc, la CC-0, che si avvicina molto all'idea di pubblico dominio. La collaborazione con gli enti pubblici inizia a essere molto solida anche in Italia: un esempio è dati.piemonte.it, un progetto realizzato in collaborazione con la Regione Piemonte”.

Fonte: La Stampa - Autore: Luca Castelli

martedì 18 gennaio 2011

Pirateria online: oltre 53 miliardi di visite l’anno per i siti pirata


Uno studio condotto da MarkMonitor ha portato alla luce alcune sconvolgenti cifre sul problema della pirateria online, mostrando come oltre 53 miliardi di visite ogni anno interessino siti che a vario titolo diffondono materiale protetto da copyright e oltre 93 milioni siano invece le visite a siti che vendono materiale contraffatto. Conferme sulla “quasi impossibilità” di risolvere il problema arrivano tanto dalla quantità di traffico generato da questi siti, quanto dalla enorme gamma di paesi in cui vengono ospitati. Il 67% di questi siti, rileva lo studio, è ospitato in America del nord o nell’Europa occidentale, ma le ordinazioni di merce contraffatta e il download illegale di materiale protetto da copyright, valicano i confini di quasi tutti i paesi del mondo. I prodotti interessati dal problema ricoprono quasi per intero la categoria dei contenuti digitali, così ad essere illecitamente diffusi sono film, musica, giochi, software, programmi televisivi e libri elettronici, ma non ci si ferma qui: il commercio illegale di merce contraffatta sdogana il problema ben oltre i “confini del digitale”, andando ad interessare abbigliamento, calzature, elettronica, beni di lusso, medicinali ecc… L’impatto economico, probabilmente ancora troppo poco considerato, si stima possa superare i 200 miliardi l’anno. Steve Tepp, senior director della sezione antipirateria e contraffazione online, presso il Global Intellectual Property Center della camera di commercio statunitense, ha dichiarato:

la vendita di materiale contraffatto e la diffusione di contenuti digitali protetti da copyright, rallentano la nostra crescita economica, sottraendo posti di lavoro e truffando i consumatori; sapevamo da tempo che i siti pirata stavano pian piano crescendo a nostre spese, ora cominciamo a vedere la portata impressionante di questo problema.

Lo studio MarkMonitor è solo la punta di un iceberg, che traccia una panoramica generale di quanto sia diffuso e radicato il problema e mette in luce l’urgenza di risolverlo, per tutelare i consumatori, consentire al mercato di Internet di prosperare e creare così nuovi posti di lavoro.Voi cosa ne pensate?

Fonte: Oneitsecurity - Autore: Paolo Leonardi

lunedì 20 dicembre 2010

AgCom contro la pirateria Web: lista dei “cattivi” e inibizione degli IP


Ne parlano già come la legge anti-pirateria più autoritaria che ci sia. L’AgCom, l’autorità per le telecomunicazioni, ha dato il via libera al testo per la protezione del diritto d’autore, che sembra fatto apposta per eliminare P2P e Torrent e mettere fuori legge i siti Internet che pubblichino materiale protetto. Le polemiche erano sorte un paio di giorni fa, quando l’avvocato Fulvio Sarzana aveva pubblicato la bozza di questo testo. Con un commento poco rassicurante:

Nel provvedimento denominato “Lineamenti di Provvedimento concernenti l’esercizio delle competenze dell’Autorità nell’attività di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica”, l’AgCom delinea un quadro molto severo delle violazioni del diritto d’autore su Internet. Il terzo paragrafo, relativo al procedimento inibitorio, in particolare andrebbe attentamente analizzato e discusso approfonditamente per misurarne la compatibilità con le norme attualmente in vigore.

Il riferimento è agli Internet Service Provider, chiamati in causa come soggetti privilegiati della lotta contro la pirateria. In pratica, l’accordo prevede che l’Agcom imponga agli ISP l’obbligo di comunicare periodicamente i dati (aggregati) circa l’utilizzo dei servizi (accesso a reti peer-to-peer, streaming e via dicendo). A partire da queste informazioni, l’Autorità dispone eventualmente delle misure restrittive. Ma non finisce qui: l’AgCom potrà ordinare la rimozione dei contenuti e si parla di una lista nera dei siti da mettere a disposizione degli ISP e della possibilità, in casi estremi (per esempio siti stranieri) dell’inibizione del nome del sito Web, cioè dell’indirizzo IP.

Questo testo in pratica accoglie i principi del famigerato decreto Romani, citato anche in un cablogramma di Wikileaks, e ha l’intento principale di colpire i siti Internet ma non gli utenti. L’unico modo per farlo era ovviamente concentrarsi sugli ISP.

Non mancano le critiche dei commentatori a questo accordo. Clamorosa l’intervista di un componente dimissionario della commissione, Nicola D’Angelo, al giornalista Vittorio Zambardino, dove si lamenta di aver trasformato un ente di controllo in uno “sceriffo della rete“.

C’è una visione dell’evoluzione tecnologica, nel nostro paese, che è del tutto arretrata. E noi rischiamo di rimanere fuori, nei prossimi anni, dallo sviluppo dell’economia e delle libertà nel mondo grazie alla rete, a tutto danno dei cittadini.

All’intervista ha già replicato Enzo Mazza, presidente della Federazione dell’industria musicale italiana:

La visione arretrata è quella che confonde la libertà di espressione e la libertà di accesso alla rete con il diritto di accedere a contenuti illeciti.

Fonte: One20web.it - Autore: Marco Viviani

martedì 23 novembre 2010

Il 50% dei consumatori è preoccupato per il software contraffatto


Una ricerca resa nota da Microsoft rivela come l'80% dei consumatori nel mondo e il 76% degli italiani sia a conoscenza dei rischi nell'utilizzo di software contraffatti. Un consumatore su due si dice preoccupato dalla perdita di dati e dal furto di identita' causati da software contraffatto. Il sondaggio e' stato condotto in 20 Paesi del mondo e ha interessato un campione di 38.000 persone, di ambo i sessi. Dalla ricerca emerge che a livello mondiale due consumatori su tre dichiarano che l'utilizzo di software contraffatto non e' sicuro quanto il software originale. La perdita dei dati e il furto di identita' sono tra le loro principali preoccupazioni. I consumatori chiedono un maggiore supporto da parte dei governi e delle imprese nella lotta contro i produttori di software pirata. I dati evidenziano poi che il 70% degli intervistati, dato identico sia a livello mondiale che italiano, e' convinto che il software originale sia in grado di garantire maggiore sicurezza, stabilita' e semplicita' di aggiornamento. In particolare, per quanto riguarda gli italiani, il 72% ritiene che il software genuino sia piu' sicuro, il 66% piu' stabile e il 73% che sia aggiornabile con maggiore facilita'. "I risultati del sondaggio pongono l'accento sull'esigenza effettiva che le aziende del settore e le autorità rendano disponibile ai consumatori una maggiore quantità di informazioni sulla contraffazione del software" - afferma Simona Lavagnini responsabile legale di BSA in Italia - "i consumatori non vogliono acquistare software contraffatto. Sono consapevoli del fatto che si tratta di prodotti che causano problemi agli utenti in tutto il mondo. È però necessario fornire loro conoscenze e strumenti adeguati per riconoscere i prodotti non originali". I materiali sono disponibili gratuitamente per tutti a questo indirizzo.

Fonte: Future Web

martedì 18 maggio 2010

USB WriteProtector: impedire le copie di dati su dispositivi USB


Tutti gli uffici del mondo usano le comodissime chiavette USB per rapide copie di backups, scambio files e passaggi di dati di mano in mano. È indubbia la loro utilità e la ampia diffusione grazie al basso costo e alla grande facilità d’uso. In particolari situazioni può però essere necessario prevenire la copia dei propri contenuti dal computer su una chiavetta USB. Ad esempio, se si sta lavorando con dati riservati o materiale protetto da copyright oppure se si condividono le credenziali di accesso al PC con altri utenti, si potrebbe voler limitare la possibilità di copiarli da parte di altri utenti. Poiché i dispositivi USB sono estremamente diffusi chiunque può facilmente copiare di nascosto e rapidamente il contenuto da un computer su un qualunque dispositivo esterno.
USB WriteProtector è un programma che serve proprio ad impedire che files presenti nell’hard disk vengano copiati su pen drive usb o flash drive in generale. Funziona creando nel registro di sistema una chiave (StorageDevicePolicies) ed un valore DWORD (WriteProtect), che settato a 1 impedisce la scrittura, mentre a 0 la permette. Ovviamente si può facilmente attivare o disattivare l’opzione di copia/scrittura su chiavette USB facendo semplicemente clic su un pulsante fornito dall’interfaccia di amministrazione del programma stesso. Il software è grande solo 190KB, gira su Windows, è distribuito gratuitamente ed è disponibile in varie lingue, tra cui l’italiano. Una piccola chicca che può garantire a tutti una maggiore sicurezza senza difficoltà o complesse strutture techiche di supporto.

martedì 4 maggio 2010

USA, P2P non è anonimato


Una corte di appello ha stabilito che un utente non può pretendere di rimanere anonimo. Non se poi scarica e mette in condivisione contenuti sui network di file sharing senza l'autorizzazione dei detentori dei diritti.

Il caso è Arista v. Doe 3, e la sentenza è una di quelle destinate a far discutere: l'industria discografica capitanata da RIAA era alla caccia delle vere identità di 16 condivisori sul P2P, attivi sul network dalla State University of New York nella città di Albany. Uno di questi ignoti condivisori, il "Doe 3" indicato appunto nella causa, si era opposto alla citazione delle etichette nei confronti del suo ISP appellandosi al diritto all'anonimato difeso dal Primo Emendamento. Richieste respinte, nel primo come nel secondo grado di giudizio.Nella sua decisione la corte di appello ha confermato la sentenza già emessa in primo grado, sostenendo che "se l'anonimato è usato per mascherare l'infrazione del copyright o per facilitare tale infrazione da parte di terzi, esso non è protetto dal Primo Emendamento". Doe 3 non può farsi scudo della Costituzione americana, mentre gli ISP hanno tutto il diritto di conoscere la sua vera identità anche solo con il sospetto della condivisione non autorizzata.Neanche a dirlo, lo sbilanciamento della sentenza in favore dei provider non è stata accolta con leggerezza dagli ambienti vicini al P2P, dove si sottolinea come il giudice di appello abbia sostanzialmente dato via libera alle investigazioni private e alla possibile battaglia da condurre contro un utente a partire da un semplice hash di un file raccolto in rete. Sia come sia, una differenza tra la nuova sentenza e quella vecchia, piccola eppur significativa, c'è: in precedenza il giudice aveva stabilito che la mera condivisione di una cartella piena di file multimediali "cancella qualsiasi pretesa di privacy", mentre la corte di appello ha sentenziato che "la privacy a cui qui ci si richiama non riguarda le informazioni che il proprietario del computer o l'utente desidera condividere ma piuttosto la sua stessa privacy". A venire condivisa online non è insomma l'identità del condivisore ma solo la sua libreria di contenuti multimediali.

venerdì 15 gennaio 2010

Utenti P2P italiani: per centinaia chiesti dati in tribunale. E oscuramento decine di siti web.


Scontro FAPAV (Federazione Anti-Pirateria Audiovisiva) e Telecom Italia. Domani il Tribunale si pronuncerà.


Era il maggio del 2009 quando la FAPAV, la Federazione Anti-Pirateria Audiovisiva, avanzava a Telecom Italia la richiesta di comunicare alle autorità giudiziaria i dati idonei a consentire a quest’ultima di adottare gli interventi necessari a reprimere il fenomeno della pirateria digitale e del download illegale di contenuti protetti da copyright tramite il ricorso ai canali P2P. Domani il Tribunale di Roma dovrà decidere se accogliere o meno le richieste della FAPAV, che Telecom, citando norme europee, ha respinto, accusando a sua volta l’associazione di aver utilizzato programmi spia per monitorare i download illegali, violando la privacy degli utenti. Come spiega Guido Scorza su Punto Informatico, secondo la FAPAV Telecom sarebbe tenuta a impedire l’accesso a tutti i propri utenti ai siti Internet di file sharing e di P2P che veicolano contenuti digitali tutelati dal diritto d’autore. L’azienda di telecomunicazioni, inoltre, dovrebbe ritenersi corresponsabile delle condotte di pirateria audiovisiva, in quanto avrebbe omesso di informare l’autorità giudiziaria e diffidare i propri utenti dal proseguire. A sostegno delle tesi della FAPAV è scesa in campo la SIAE, perché, ha spiegato il presidente Giorgio Assumma, tale posizione è strettamente legata alla tutela dei diritti patrimoniali degli autori. Tuttavia, la SIAE sembra preferire la prospettiva di una soluzione condivisa e da tempo, ha fatto notare Assumma, la società sta intessendo rapporti e sondaggi con le grandi società di telefonia affinché si adotti un sistema legale a fronte di un corrispettivo da erogare agli autori. Un corrispettivo, ha tenuto a precisare il presidente della SIAE, che non si configura come una tassa, ma come il compenso dovuto agli autori per il loro lavoro creativo.

martedì 29 dicembre 2009

Cassazione, sì a sequestro The Pirate Bay


Secondo la Corte di Cassazione il giudice può imporre ai provider di oscurare i siti che violano le leggi sul copyright.


Anche la nostra magistratura, con una sentenza che farà giurisprudenza, si allinea a quella svedese nel perseguitare "The Pirate Bay".
Con sentenza depositata il 23 dicembre, la Cassazione ha dichiarato legittimo l'intervento del magistrato volto a imporre agli internet provider italiani l'inibizione dell'accesso a siti italiani o esteri che violino in continuato le leggi sulla proprietà intellettuale e il diritto di autore, come appunto il sito svedese "The Pirate Bay".
In pratica, oltre, ai siti di gioco on line e pedopornografici già oscurati, una nuova lunga lista di siti sta per essere oscurata.

lunedì 28 dicembre 2009

Programmi copiati e pirata: non è reato se li usa il professionista secondo Cassazione



La Corte di Cassazione ha statuito che i liberi professionisti iscritti a un albo che utilizzano software senza marchio SIAE non commettono reato come le aziende.

La lotta dei produttori di software contro gli utilizzatori di programmi non coperti da licenza d’uso accusa un duro colpo. Questa volta non da parte dell’ennesimo sistema peer-to-peer con il quale distribuire applicazioni piratate, ma dalla Corte di Cassazione, che con la sentenza n. 49385 del 22 dicembre 2009 sancisce l’applicazione di larghe attenuanti al libero professionista che utilizza software non coperto dal marchio SIAE.
La sentenza mette in rilievo una differenza sostanziale tra aziende e liberi professionisti nelle finalità d’impiego delle applicazioni informatiche. I primi svolgono attività sempre finalizzate a ottenere lucro, quindi in questo senso l’uso di software senza licenza costituisce a pieno titolo reato, essendo in questi casi obbligatoria l’esposizione del marchio SIAE e il riconoscimento dei diritti d’autore e di produzione. Viceversa, i liberi professionisti iscritti a un albo vengono assimilati ai privati, che fanno un utilizzo dei software non finalizzato a ottenere direttamente un guadagno. Perciò questa categoria può utilizzare i software sottintendendone un uso personale e non aziendale, con l’effetto di ridurre in modo consistente le misure punitive.
La sentenza, che solleva sicuramente gli spiriti dei liberi professionisti, non assolve invece dal reato di copia e distribuzione dei software privi di licenza. Se l’uso personale è in qualche maniera tollerato, la clonazione e diffusione tramite qualsiasi canale dei software, particolarmente se legate a operazioni di rivendita, sono paragonabili a pieno titolo al furto o alla ricettazione e quindi aspramente sanzionate. Da notare che questo verdetto ha già innescato un vespaio di polemiche, in quanto tende a scardinare la logica per cui qualsiasi utilizzo di materiali e contenuti provenienti dal lavoro dell’ingegno e quindi tutelati da copyright rappresenta comunque per principio una violazione.

lunedì 9 novembre 2009

Dvd Copiati illegali e pirata: i cani saranno in grado di scoprirli annusandoli


Tutti quanti siamo a conoscenza del fatto che i cani vengono utilizzati dalle forze di polizia per scoprire tracce di sostanze illegali, nascoste alla vista. Non tutti sanno invece, che sempre i cani vengono utilizzati anche per fiutare CD e DVD contraffatti! Cani che non sono stati addestrati per fiutare e scoprire droga o esplosivo, ma policarbonato, e sostanze plastiche di cui sono composti i dischi. Tutti i dischi, non solo quelli falsi. Questo almeno è quello che sostengono gli addestratori.
Al momento gli animali sono usati in Portogallo, Malesia, Messico e Stati Uniti, e si stanno già diffondendo per il mondo; hanno imparato a "girare per mercati e vie sospette e a scovare pile di materiale contraffatto". Anche se, come al solito, non sarà certo il cane a stabilire quali vie sono sospette e quali no, all'interno di una città. I primi labrador a imparare questo nuovo "mestiere", il fiutare CD e DVD, non sono stati addestrati da qualche corpo di polizia. In questo le polizie c'entrano ben poco. L'idea, infatti, è venuta a Dan Glickman, presidente dell’Associazione dell’Industria cinematografica statunitense (MPAA). Erano due cani abbandonati in un canile del nord Irlanda e avevano due anni di età.
Dunque, un'iniziativa privata da parte di un'associazione confederale di industriali. Con una forte contraddizione che emerge facilmente. Il loro addestratore, Michael Buchan, vicedirettore dell’intelligence della Mpaa - già, perché l'associazione confederale degli industriali della musica ha un proprio servizio d’intelligence - inizialmente non era molto convinto dell'affidabilità del metodo, poi successivamente si è dichiarato sorpreso dal risultato: "Ovviamente", viene riportato sulle pagine del Corriere, "gli animali non riescono a distinguere dischi originali da dischi falsi, ma laddove c’é il sospetto di contraffazione danno una grossa mano per scovare enormi quantità di materiale nascosto".
Per diffondere questa metodologia, la MPAA ha patrocinato una tournée dei due cani in Usa e in Europa per "sensibilizzare il mondo al problema della contraffazione di opere intellettuali". Questa "sensibilizzazione" si basa, secondo le dichiarazioni della MPAA, sul fatto che la contraffazione di CD e DVD ha messo in ginocchio l’industria mondiale discografica e cinematografica, solo in Italia si calcola un giro d’affari di 2 miliardi e mezzo di euro.
Ma le contraddizioni emergono lo stesso. Ci si chiede ad esempio come mai a costruire le attrezzature per la riproduzione di quelle "opere intellettuali", come masterizzatori e batterie di masterizzatori, CD e DVD scrivibili, siano le stesse industrie aderenti alla MPAA, le stesse che poi vogliono combattere la copiatura massiccia, permessa dalle loro stesse apparecchiature.
C'è poi un'altra contraddizione, ed è quella che riguarda i soldi. Molte volte è stato chiesto alle industrie discografiche come mai sia sorta un’industria parallela della contraffazione. Le risposte sono sempre state vaghe, e mai riassunte nell'unica frase sensata che si potesse dire: i CD costano troppo.
Certo, in alcuni casi è stato fatto notare alle case discografiche questo costo oggettivamente elevato dei CD, e la risposta dei discografici è sempre stata la stessa: "Il costo è elevato perché comprende non solo la registrazione e la produzione, ma anche le campagne pubblicitarie che sono oggettivamente costose, poiché realizzare un videoclip musicale ha dei costi elevati, e tutto il battage pubblicitario costa moltissimo".
Ci troviamo quindi davanti ad una strategia di marketing palesemente sbagliata! Una strategia di marketing, quella basata sui videoclip e tutto il resto, che costa più del prodotto stesso e che fa lievitare i costi dei CD così tanto da riuscire a far addirittura diminuire le vendite ed orientare una parte consistente di potenziali clienti verso il mercato della contraffazione. Il compito di ogni strategia di marketing dovrebbe semmai essere quello di far aumentare le vendite, ma l'industria discografica insiste su questa via, preferendo poi combattere la contraffazione sul piano della repressione.
In realtà, la contraffazione di massa, come tutte le attività criminali organizzate, possono essere combattute solo con la convenienza: quando i CD e i DVD avranno costi non triplicati rispetto al loro reale valore, e soprattutto costi concorrenziali a quelli del mercato della contraffazione; acquistare un CD non originale non sarà più conveniente, più semplice e lineare di così...

martedì 25 agosto 2009

Il governo britannico dichiara guerra ai pirati del web

Chi sarà sorpreso a scaricare illegalmente canzoni e video protetti da copyright potrà essere isolato dalla rete. Il provvedimento verrà applicato soltanto agli utenti recidivi: prima di essere definitivamente tagliati fuori dal web, gli utenti riceveranno per posta alcuni avvertimenti.
Il governo britannico dichiara guerra ai pirati del web: chi sarà sorpreso a scaricare illegalmente canzoni e video protetti da copyright potrà essere isolato dalla rete. Il provvedimento, avanzato dal governo di Londra, si applicherà però soltanto agli utenti recidivi: prima di essere definitivamente tagliati fuori dal mondo di Internet, i pirati riceveranno per posta alcuni avvertimenti.Il sottosegretario al Tesoro, Stephen Timms, ha spiegato che il taglio della connessione a Internet sarà solo la misura finale, mentre sono previste pene minori quali il rallentamento della rete e il divieto di accesso ai siti di file-sharing. La multe inoltre potrebbero arrivare a 50 mila sterline. Il provvedimento si attuerebbe grazie a una serie di accordi tra l’Ofcom, l’autorità garante per le comunicazioni, e i provider di servizi Internet che tuttavia non hanno ancora accettato il loro nuovo ruolo di ‘spie'. L’Ofcom potrà infatti chiedere ai provider di compilare una black-list di utenti (individuabili grazie agli indirizzi Ip) che abitualmente scaricano illegalmente contenuti protetti dai diritti d’autore.La bozza del provvedimento, pubblicata dai maggiori quotidiani britannici, ha già suscitato grandi polemiche.L’«Open Rights Group», un’organizzazione nata nel 2005 in Gran Bretagna per «proteggere le libertà civili» e i diritti degli utenti di Internet, ha parlato di una «restrizione della libertà di espressione».
Fonte: Quotidiano.net

mercoledì 15 luglio 2009

Se l'arte si ribella a Wikipedia

La National Portrait Gallery ha appena intrapreso una battaglia contro Wikipedia, o meglio contro un suo utente statunitense che si presenta come DCoetzee. La decisione di ricorrere alle vie legali sarebbe stata comunicata all'interessato tramite una lettera che è stata poi pubblicata su una pagina di Wikimedia Commons. Nella lettera, la National Portrait Gallery spiega che contesta all'utente di aver pubblicato su Wikipedia 3300 immagini contenute nel database della galleria, senza rispettare il diritto d'autore. DCoetzee avrebbe, in poche parole, scaricato le foto ad alta risoluzione dei dipinti presenti nella collezione della galleria e le avrebbe inserite nella pagina di Wikipedia a lei dedicata. E ciò, secondo la galleria corrisponderebbe ad un reato.
La questione risulta piuttosto spinosa e di difficile interpretazione: i dipinti, appartenendo al periodo vittoriano, non sono più coperti da copyright ma le foto di tali dipinti sì. O almeno sarebbe così oltremanica. A complicare la faccenda, quindi, contribuisce la diversa legislazione vigente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Le foto di pubblico dominio non possono essere soggette a copyright negli USA, ma possono esserlo in Inghilterra e in Galles. (F.R.)



Fonte: Punto Informatico - Autore: Federica Ricca

lunedì 13 luglio 2009

Google, le immagini col filtro

Quando si farà una ricerca avanzata con Google Image si avrà una possibilità in più. L'utente potrà filtrare i risultati a seconda della licenza Creative Commons adottata. Si potrà infatti selezionare le immagini scegliendo tra quattro opzioni: quelle contrassegnate per essere riutilizzate con o senza modifiche, e quelle per il riutilizzo commerciale, anch'esse con o senza modifiche. Scegliendo il giusto filtro si potrà evitare di dover contattare il detentore dei diritti.Una mossa simile a quella appena fatta da Google l'aveva fatta Yahoo!, introducendo un filtro per selezionare le immagini in base alla licenza con cui sono distribuite. La differenza è che, nel caso di Yahoo!, il filtro Creative Commons restituisce solo immagini da Flickr. Le licenze Creative Commons prevedono la possibilità per i detentori dei diritti di trasmetterne alcuni al pubblico quando, ad esempio, decidessero di pubblicare le proprie opere online. (F.R.)

venerdì 10 luglio 2009

Copyright, aziende punite insieme ai dipendenti

La responsabilità del dipendente che violi il diritto d'autore si riverserà anche sulle spalle dell'azienda o dell'ente presso cui è impiegato: questa la sostanza dell'articolo 15 comma 7 lettera c del DDL Sviluppo così come approvato dal Senato. La disposizione aggiunge al decreto legislativo 8 giugno 2001 n. 231 l'articolo 25-octies dedicato alla contraffazione e alla violazione del diritto d'autore, con il quale si stabilisce che all'azienda verranno inflitte sanzioni qualora si verifichi la "commissione dei delitti previsti dagli articoli 171, primo comma, lettera a-bis), e terzo comma, 171-bis, 171-ter, 171-septies e 171-octies della legge 22 aprile 1941, n. 633".Con questa previsione si invitano implicitamente le aziende a vigilare sulle proprie strutture: qualora un dipendente abusi dell'infrastruttura aziendale per condividere in maniera illecita dei contenuti protetti dal diritto d'autore, anche l'azienda stessa dovrebbe rispondere delle violazioni.

martedì 30 giugno 2009

La Legge e il web 2.0

Le innovazioni collegate all'Internet sociale stanno procurando un vero e proprio terremoto, nei comportamenti individuali come nei modelli di business e persino nelle attività criminali. Da qui la necessità di una riforma profonda dell'attuale quadro normativo, per molti versi inadeguato rispetto alle esigenze correnti. Sul come fare, però, non esistono ancora ricette consolidate. È intorno a questi temi che si è dipanato l'incontro di studio intitolato "Le responsabilità giuridiche nel web 2.0", tenutosi presso l'Alma Graduate School dell'Università di Bologna la scorsa settimana. Per sviscerare il problema, gli organizzatori hanno chiamato a parlare professionisti ed esperienze molto diverse: un dirigente della Polizia Postale come Antonio Apruzzese, due accademici con specializzazioni differenti - Marco Roccetti del dipartimento di Scienze dell'Informazione e Giusella Finocchiaro della facoltà di Diritto, entrambi presso l'Università di Bologna - e un manager di una grande azienda di telecomunicazioni come Vodafone, Corradino Corradi. Quello che è emerso dal loro dialogo è un quadro ricco e sfaccettato, con molte questioni aperte e poche certezze. "La verità - spiega Giusella Finocchiaro - è che l'innovazione tecnologica ha contribuito a trasformare in profondità idee consolidate come quella di identità, di azione individuale, di autorialità. E risulta quindi evidente che il quadro normativo - penso in particolare alle parti che riguardano il copyright e la circolazione della conoscenza - non è più adeguato a affrontare la situazione corrente". La relazione tra attività di creazione da parte degli individui, circolazione della conoscenza e vincoli normativi è stata al centro della trattazione dello stesso Roccetti. Secondo quest'ultimo, la libera diffusione della conoscenza non riguarda soltanto il benessere e l'interesse dei singoli, ma costituisce un bene collettivo che anche il Legislatore si deve preoccupare di preservare. "Quando si legifera su queste materie - sostiene Roccetti - non abbiamo a che fare con mere regole di comportamento, ma con la messa a disposizione e la circolazione di beni che forse sono beni in sé e che quindi la collettività deve in qualche modo tutelare".Il riferimento dell'accademico va molto evidentemente a casi giudiziari recenti, come quelli che hanno visto protagonisti i responsabili di Pirate Bay. Più orientato alle opportunità e problematiche operative l'intervento di Corradino Corradi, manager dell'area ICT Security di Vodafone. Corradi ha evidenziato come l'avvento del web sociale prefiguri scenari promettenti per le società di telefonia- davanti alle quali si dischiudono ampie possibilità in materia di accesso mobile e personalizzazione dei servizi. "Il nostro obiettivo - ha detto Corradi - è superare il web 2.0 attravero la personalizzazione. E questa prospettiva ci interessa in modo particolare perché siamo convinti che la personalizzazione si possa operare soltanto in ambiente mobile, quando sei legato ad una SIM più che quando sei legato ad una username generica". Ma Corradi ha anche documentato la presenza di almeno tre grandi aree di criticità, sulle quali le telco starebbero attivamente lavorando. La prima è quella della libertà di circolazione dei contenuti, sulla quale non esistono ricette condivise ed anzi si registrano pressioni crescenti da parte dei detentori dei diritti e degli stessi ISP, nel senso della delimitazione e del filtraggio. La seconda è quella della protezione degli utenti, il cui bilanciamento con la libertà di espressione e accesso non è sempre semplice da conseguire. E da ultimo la privacy individuale, minacciata dalle policy di raccolta dati e dalle iniziative di personalizzazione della pubblicità. Ancora differente il punto di vista portato da Antonio Apruzzese, dirigente della Polizia Postale responsabile per l'Emilia Romagna. Più che sulle problematiche squisitamente normative, il rappresentante di PolPost si è soffermato sulla crescita delle organizzazioni criminali che agiscono online e sulla necessità di individuare mezzi di contrasto migliorati per affrontarle. Nel tempo, spiega Apruzzese, i delinquenti del web hanno fatto un vero e proprio "salto di qualità" qualitativo e quantitativo. Anzitutto nella maggior parte dei casi documentati a muoversi non sono più singoli hacker isolati, ma strutture organizzative composite con "manovali, quadri e dirigenti" dove l'azione del singolo risponde a strategie complessive più ampie. E poi si sono raffinati i metodi di lavoro, dai sistemi di arruolamento, alle tecniche di trafugamento fino a quelle di riciclaggio. "Spesso - spiega Apruzzese - i sistemi criminali provano ad arruolare, magari con innocenti mail, anche i comuni cittadini. Cui viene proposto magari di aprire dei conti online e operare delle transazioni - al buio - contro il pagamento di corrispettivi in denaro".A fronte di tali sfide le forze dell'ordine si devono attrezzare rivedendo in senso "dinamico" il concetto di sicurezza, in modo da comprendere e abbracciare le trasformazioni tecnologiche e comportamentali, e promuovendo coordinamento e partecipazione tra tutti gli attori che si occupano di sicurezza. Apruzzese si è soffermato anche sulle funzioni del neonato CNAIPIC, il cui obiettivo è appunto il coordinamento degli sforzi per la security informatica tra strutture diverse: "Ogni rete ha già le proprie strutture di difesa. In questo senso noi puntiamo ad offrire un coordinamento, fungendo da filo di collegamento tra i diversi soggetti sensibili"In conclusione di giornata, Giusella Finocchiaro ha provato a raccogliere le varie suggestioni emerse ed a "tirarne le fila" sotto il profilo propriamente normativo. Posta l'inadeguatezza del quadro legislativo corrente, ha spiegato la studiosa di diritto di Internet, la soluzione ottimale sarebbe senz'altro quella di una revisione "di sistema" delle leggi su copyright e privacy, da attuarsi a livello sovranazionale. "Ma nell'attuale congiuntura globale - ha chiosato - una riforma di questa portata appare altamente improbabile". Ed è per questo, continua Finocchiaro, che le soluzioni di breve periodo vanno ricercate in innovazioni più circoscritte, da attuarsi magari sul piano delle licenze e dei contratti, in grado di tutelare gli interessi dei vari attori in gioco nel rispetto delle norme vigenti. L'esempio esplicito portato dalla ricercatrice è quello della licenza Creative Commons, creata nel 2001 da Lawrence Lessig, che consente di contemperare l'esigenza di circolazione della conoscenza con i diritti individuali dell'autore. "Questo tipo di soluzione - conclude Finocchiaro - consente una forma dideregulation rispettosa del quadro normativo vigente, ed appare in questo senso il modo più equilibrato per uscire l'attuale stallo tutelando gli interessi di tutti".

sabato 16 maggio 2009

Il COPYRIGHT ? Dura 70 anni

Si allunga la durata della validità dei diritti d'autore, ovvero periodo di tempo in cui occorre pagare dei soldi per godersi una canzone o un film. Il Parlamento Europeo ha infatti deciso di prorogare il diritto d'autore dai 50 previsti fino ad oggi fino a 70 anni. Una legge che sicuramente fa discutere e favorisce le Major che detengono i diritti discografici e i discendenti di famosi artisti che sarebbero costretti ad andare a lavorare davvero incece di godersi i proventi dei loro illustri parenti. In realtà il danno maggiore è per i consumatori, che oggi avevano la possibilità di scaricare gratuitamente, riprodurre e utilizzare senza pagare alcunché brani che hanno fatto la storia della musica, come i primi album dei Beatles, di Elvis e di tanti altri grandi artisti. Nulla di fatto, dovranno aspettare altri 20 anni grazie a tale parlamentare McCrevy, scagnozzo delle industrie discografiche e cinematografiche che addirittura aveva proposto una proroga a 95 anni. C'è da dire, per completezza, che una parte dell'estensione dei diritti sarebbe andata a quei musicisti, ormai pensionati, che hanno contribuito a rendere grande la musica degli anni '50: loro se li sarebbero meritati, ma avrebbero ricevuto solo l'1% di quanto incassato dalle Major.

Fonte: Hackerjournal numero n° 176/09