Pagine

Visualizzazioni totali

Google Scholar
Visualizzazione post con etichetta cybersicurezza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cybersicurezza. Mostra tutti i post

domenica 2 aprile 2017

Ventimiglia, presso il Liceo Aprosio incontro conclusivo del progetto bullismo e cyberbullismo

Voluto dal dirigente scolastico Giuseppe Monticone e dalle docenti di diritto Gabriella Briozzo, Diana Meduri e Patrizia Sambuco
incontro liceo ventimiglia

Ventimiglia. E’ giunto a termine presso il Liceo Statale Aprosio di Ventimiglia un intenso ed interessante percorso formativo in tema di bullismo e cyberbullismo, fortemente voluto dal dirigente scolastico profGiuseppe Monticone e dalle docenti di diritto professoresse Gabriella BriozzoDiana Meduri e Patrizia Sambuco, realizzato nel contesto dei progetti alla legalità predisposti per l’anno scolastico 2016/17.
Tale percorso dedicato a tutte le classi prime del Liceo, ha avuto inizio da incontri che le docenti di diritto hanno realizzato nelle singole classi, mediante la proiezione di slides e di video a tema e mediante specifica attività di responsabilizzazione degli studenti circa le eventuali conseguenze giuridiche civili e penali, derivanti da comportamenti rientranti nell’alveo del diffuso fenomento del bullismo ed in particolare del cyberbullismo.
La risposta degli alunni a tali incontri è stata subito positiva, tanto da motivare ancor più le docenti e la dirigenza scolastica a dedicare maggior tempo all’argomento e maggiore attenzione al dilagante e tanto attuale fenomeno del cyberbullismo e dei pericoli che si insidiano nella rete, coinvolgendo altresì figure professionali competenti sia sotto il profilo tecnico informatico che socio psicologico. In tale ottica, quindi, mercoledì 29 marzo 2017 il Liceo Aprosio ha aperto il suo auditorium all’esperto informatico dottor Mauro Ozenda e alla dottoressa Guendalina Donà che, dopo l’introduzione da parte del vice preside prof. Giovanni Perotto, attraverso le loro specifiche competenze, hanno dato il loro consistente contributo nel fornire agli alunni coinvolti un quadro più completo degli strumenti necessari per combattere e cercare di arginare gli atteggiamenti fonte di atti di bullismo e cyberbullismo.
Il dottor Mauro Ozenda, da anni affermato esperto informatico sia a livello regionale che nazionale, nonché formatore di genitori e docenti e da tempo presente nelle scuole per incontri con gli studenti, ha affrontato con puntualità e specificità tutte le possibili implicazioni legate all’uso di internet, social network e applicazioni in rete, fornendo ai ragazzi tutte le informazioni necessarie per il corretto, legale, sano e consapevole uso di internet.
La dottoressa Guendalina Donà, psicologa psicoterapeuta da tempo promotrice di progetti in ambito scolastico attraverso lo sportello di ascolto dell’associazione Zonta4youha, invece, ha coinvolto i ragazzi in una ampia riflessione circa i condizionamenti mentali derivanti dai contesti, soprattutto familiari, vissuti dall’età della pubertà all’adolescenza e della loro influenza sulle scelte comportamentali future tali da determinarne una possibile devianza verso atteggiamenti aggressivi, persecutori e prevaricatori.
L’evento, al quale gli studenti hanno partecipato con particolare interesse ed interagendo con i relatori, si è concluso con le seguenti riflessioni personali da parte degli alunni: “Dopo questo incontro abbiamo capito i veri pericoli che nasconde la rete, quindi, da adesso in poi, prima di postare un qualsiasi contenuto, ci penseremo due volte. Dietro un comportamento c’è sempre una ragione ma questo non è un valido motivo per scagliare le proprie sfrustrazioni sugli altri”.

Fonte: Riviera 24

sabato 30 aprile 2016

Un utente su tre apre le email truffaldine

(Foto: Getty Images)
Foto: Getty Images
È solo uno dei (preoccupanti) dati del nuovo rapporto Verizon sulla sicurezza digitale. Ma dentro abbiamo trovato cose ben peggiori
Vede, l’elemento umano è, da sempre, quello più vulnerabile perché l’unico a essere vittima della curiosità”. Laurance Dine, della Verizon Investigative Response Unit, è schietto e cortese, mentre commenta i risultati del Verizon 2016 Data Breach Investigations Report. Si tratta dell’annuale rapporto che mette in luce i dati sulla sicurezza digitale nei primi mesi di quest’anno. E gli esiti non sono così buoni. Indovinate la causa?
Il phishing è, di sicuro, la minaccia principale nel ramo della sicurezza e il rapporto lo mostra in modo evidente”, continua Dine. Si riferisce alla pratica di inviare email farlocche che invitano ad accedere a siti malevoli, del tutto identici a quelli ufficiali, lasciando i propri dati e dando il via a un attacco. O, in alternativa, si tratta di email che invogliano a cliccare su un link, o aprire un allegato, attivando un malware, spesso un software-spia. Dal rapporto, infatti, emerge che ben il 30% di questo tipo di email viene aperto, con un incremento del 23% rispetto al 2015.

Questo perché le email di phishing si fanno sempre più furbe e credibili, tanto che si parla di spear-phishing, cioè email malevole confezionate su misura per colpire un preciso bersaglio. Questo spiega anche perché ben il 13% di utenti che riceve di queste email clicca su allegati e link. A quel punto, il criminale di turno ha gioco facile: stando al rapporto Verizon, infatti, nel 93% dei casi impiega meno di un minuto per compromettere un sistema, mentre nel 28% dei casi è necessario qualche minuto per portare a termine un completo furto di dati e documenti. Questo, semplicemente, aprendo una email che non si dovrebbe aprire.



In realtà, il “fattore umano” sa essere ancora più meschino. O meno furbo, se vogliamo: sempre stando al rapporto di Verizon, il 63% delle violazioni rilevate è causato da password deboli o troppo comuni. Che non soddisfano, insomma, le classiche regoline del mai banale, con almeno otto caratteri, con minuscole, maiuscole, numeri e simboli. Volendo, però, c’è di (molto) peggio: il 23% degli errori che il rapporto classifica come “altri”, consiste nell’inviare dati personali o sensibili a… destinatari sbagliati. Insomma, a volte gli attacchi si cercano per forza. E questa leggerezza, questa mancanza dei più basilari criteri di buona condotta informatica, ovviamente contribuisce al successo dei sempreverdi ransomware: che segnano un bel +16% rispetto al 2015. Però ci sono due buone notizie: la prima è che il rapporto di Verizon sottolinea come il mondo mobile e quello dell’Internet of Things, nei primi mesi del 2016, non hanno rappresentato terreno fertile per le principali minacce (anche in contrasto rispetto ad altri rapporti di questo tipo); la seconda è che, tutto sommato, prevenire gli attacchi è piuttosto semplice. Verizon suggerisce alcuni consigli un po’ più originali del solito. Tra questi: 1) Imparare quali sono le principali minacce informatiche, per modulare la difesa verso quelli che colpiscono in modo specifico il proprio settore;
2) Quando possibile, attivare l’autenticazione in due passaggi;
3) Utilizzare la crittografia per i dati più importanti;
4) Monitorare l’utilizzo di un sistema anche se si è gli unici a utilizzarlo.


Il rapporto 2016 di Verizon è disponibile a chiunque voglia consultarlo (richiede una semplice registrazione), ed è basato su oltre centomila incidenti informatici. Qui, invece, un video per togliersi la curiosità di sapere cosa accederebbe a rispondere a un’email truffaldina di queste.

venerdì 1 gennaio 2016

CYBERTERRORISMO: L'ITALIA È AL SICURO? GLI SCENARI E LE ATTUALI CONTROMISURE

(di Francesco Bergamo)
30/12/15 
In questo periodo si parla molto di sicurezza internet per contrastare il terrorismo. Alcuni suggeriscono l'oscuramento totale del web in caso di attacco, altri di potenziare i controlli preventivi. Come fare dunque per fermare il terrorismo che corre sul web senza creare danni agli utenti e alle aziende italiane che lavorano online? Per arrivare a capo del complesso mondo web, Difesa Online chiede chiarimenti a Corrado Giustozzi, tra i massimi esperti italiani di sicurezza cyber, consulente della struttura governativa cui è affidata la sicurezza cibernetica della Pubblica Amministrazione italiana (il CERT-PA) ed apprezzato anche all'estero, tanto da essere membro ormai da tre mandati del Permanent Stakeholders' Group di ENISA, l'Agenzia dell'Unione Europea per la Sicurezza delle Reti e delle Informazioni.
Professor Giustozzi, che cosa significa terrorismo web?
Iniziamo col fare un po' di chiarezza sui termini e sugli ambiti. Il Web non è Internet ma solo una delle sue componenti, per la precisione quella che consente la “pubblicazione” di informazioni testuali o multimediali organizzate come un grande ipertesto (sui cosiddetti “siti”) e la “navigazione” degli utenti fra le relative pagine. Internet è qualcosa di diverso e di più del Web: è il sistema globale di reti e di protocolli che assicura l'interconnessione ed il trasporto delle informazioni, ed è quindi il “tessuto nervoso” che unisce utenti, siti, dispositivi ed altro ancora. Su Internet viaggia il Web ma anche cose che non sono Web quali ad esempio la posta elettronica, gli instant message (tipo Twitter), le chat (tipo Whatsapp), le telefonate (VoIP o altro), le interconnessioni per scambio di file o dati, quelle per il controllo remoto di apparati, eccetera. Parlare dunque di “terrorismo Web” è impreciso o quantomeno vago, e bisogna specificare meglio cosa si intende.
Parlando dunque più propriamente di “uso di Internet a fini terroristici” (come correttamente recita la definizione adottata ad esempio dall'UNODC, l'Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine) possiamo evidenziare due modalità differenti di utilizzo: uno che vede Internet come mezzo, e l'altro che la vede come fine. Nel primo caso essa viene sfruttata in due modi diversi: sia come semplice strumento di comunicazione, ritenuto più sicuro e meno intercettabile di quelli tradizionali, che come mezzo di diffusione, utile per veicolare propaganda ideologica e fare proselitismo per la propria causa. Nel secondo caso essa viene invece considerata come possibile oggetto di attentati, ossia come obiettivo di attacchi cibernetici finalizzati a sabotare quei sistemi (infrastrutture critiche) dai quali dipendono servizi importanti o vitali per le comunità da colpire.
E' vero che playstation e skype, programmi che usano i terroristi per comunicare tra loro, non possono essere monitorati?
Questo è vero solo in parte. Innanzitutto occorre premettere che i canali di comunicazione più appetibili per i terroristi non sono tanto quelli non intercettabili bensì quelli non sospetti, che non è affatto la stessa cosa. L'uso di crittografia, ad esempio, rende un canale non intercettabile ma al contempo può attirare l'attenzione di chi ne monitorizza l'uso e spingerlo ad investigare più a fondo. Di solito quindi i terroristi, almeno per le comunicazioni strategiche, cercano di usare canali convenzionali, senza dare nell'occhio; e da questo punto di vista un eventuale utilizzo della chat utilizzata dai giocatori del network Playstation, benché tutta da confermare, sarebbe in effetti una scelta efficace.
Sul piano maggiormente tecnico, esistono senz'altro sistemi di messaggistica intrinsecamente più difficili da intercettare rispetto ad altri, in quanto protetti da forme di crittografia ovvero basati su protocolli distribuiti di tipo peer to peer nei quali non esistono “nodi” centrali da poter mettere sotto controllo. Skype apparteneva un tempo a questo secondo tipo, oltre ad utilizzare crittografia particolarmente robusta, ed era dunque virtualmente impossibile da intercettare; ma da quando la piattaforma è stata acquistata da Microsoft la sua architettura è stata trasformata da decentralizzata a centralizzata, rendendola così suscettibile di intercettazione con la collaborazione del gestore (ossia Microsoft).
Quanti danni può fare il terrorista che agisce tramite internet?
Si tratta di una stima molto difficile da fare. Certamente viviamo in un mondo sempre più popolato di automatismi, i quali gestiscono funzioni sempre più critiche e sono sempre più accessibili da Internet: tutto ciò, in generale, costituisce un grave tallone d'Achille per la Società in quanto è estremamente difficile garantire che tutti questi dispositivi o sistemi siano perfettamente sicuri ed inviolabili.
In uno scenario fatto di infrastrutture critiche interconnesse ad Internet la quantità di danni teoricamente provocabili da un attacco terroristico mirato e determinato è dunque potenzialmente enorme, in quanto sono numerosissime le possibilità che apparentemente si offrono: deviare un treno su un binario sbagliato, aprire una diga, spegnere i semafori di una città, mettere fuori uso i bancomat, confondere i sistemi di controllo del traffico aereo... Per fortuna non tutti questi attacchi sono possibili o addirittura plausibili, perché ovviamente le contromisure di protezione esistono. Ma la complessità delle reti gioca a nostro sfavore e quindi il rischio che qualche sistema critico non sia difeso adeguatamente, e possa pertanto essere attaccato con successo, non è purtroppo trascurabile.
Un altro discorso va fatto sugli attacchi interamente “logici”, ossia quelli finalizzati a colpire le informazioni di rilevanza critica per il funzionamento della Società. Un sabotaggio diretto ad alterare i contenuti delle transazioni interbancarie o degli scambi in Borsa potrebbe avere effetti ben più devastanti di quelli provocati da un attacco convenzionale, ed essere assai più elusivo e difficile da rilevare e correggere.
Un ultimo tipo di considerazioni riguarda gli attacchi “preparatori” o di supporto ad attività terroristiche convenzionali. Ad esempio è concepibile che nell'imminenza di un'azione i terroristi possano pensare di prepararsi il terreno disarticolando i sistemi di comunicazione generali dell'obiettivo o quelli delle forze di sicurezza, o magari diffondendo falsi allarmi in modo da confondere l'analisi della situazione e rallentare le attività di reazione.
L'Italia è al sicuro?
Difficile dire chi è al sicuro e chi no in questo gioco. Certamente l'Italia, così come tutti i Paesi occidentali industrializzati, è consapevole del problema e si sta attrezzando per aumentare il livello di prevenzione, detezione e repressione delle minacce. Il nostro Paese ad esempio si è dotato già nel 2013 di una formale strategia per la protezione dello spazio cibernetico nazionale, e partecipa sin dall'inizio alle specifiche esercitazioni periodiche, svolte in ambito sia militare (NATO) che civile, finalizzate proprio a verificare la capacità di risposta alle crisi mediante simulazione di attacchi cibernetici condotte alle infrastrutture critiche. Ricordo inoltre che proprio pochi giorni fa il Governo ha annunciato lo stanziamento straordinario di fondi per 150 milioni di Euro destinati al comparto intelligence e finalizzati a rafforzare i sistemi di analisi e prevenzione delle minacce. Tanto è stato fatto, e probabilmente tanto ancora resta da fare; l'importante è non abbassare la guardia e pensare di essere al sicuro: le minacce cambiano ed evolvono ogni giorno, e chi si difende non può mai stare fermo.
Come viene monitorato il web dalla sicurezza?
Esistono molti modi per farlo, e sono diverse le istituzioni delegate a farlo. Naturalmente non è possibile sorvegliare e controllare tutto, sia per motivi tecnologici che legali; e quindi si scelgono solitamente delle “scorciatoie” che consentono di ottenere comunque risultati egualmente significativi a fronte di uno sforzo tecnologico relativamente ridotto.
Una tecnica sempre più usata in quanto considerata promettente a livello strategico si basa sull'analisi delle cosiddette “fonti aperte”, termine con cui si identificano insiemi mirati di informazioni liberamente accessibili quali siti Web pubblici, forum di discussione aperti, blog e così via. Impiegando sia sistemi automatici di analisi dei testi che analisti umani per filtrare e correlare le informazioni raccolte, si riesce ad ottenere una buona conoscenza di ciò che si dice e si fa in determinate comunità di utenti o in ambiti selezionati, geografici o meno.
A livello più tattico si analizzano continuamente le anomalie di traffico e gli incidenti di sicurezza, segnalati ai CERT istituzionali dalle apposite strutture di gestione dei servizi di rete presenti nelle grandi aziende e nelle pubbliche amministrazioni, per ottenere un quadro complessivo e tempestivo delle vulnerabilità e delle minacce in atto, nonché della loro localizzazione e diffusione. Ciò consente una più efficace azione di allerta e reazione ad eventuali attacchi in corso, oltre che di generale prevenzione.
Quanto personale servirebbe per avere un livello di sicurezza adeguato?
Sicuramente molto più di quello attualmente impiegato nel nostro Paese in ambito sia civile che militare.
Il Presidente del Consiglio Renzi sarebbe per il blocco totale di internet in caso di attacco. Lei cosa ne pensa?
Non mi sembra una grande idea, per vari ordini di motivi.
Innanzitutto è tecnicamente difficoltoso, se non proprio impossibile, “spegnere” Internet anche solo per brevi periodi e su scala limitata. Ricordiamoci che Internet nasce proprio per essere una rete resiliente, pervasiva, in grado di funzionare anche se alcuni suoi nodi vengono spenti. Soprattutto in un Paese come il nostro, dove le comunicazioni non sono accentrate sotto il diretto controllo di un unico provider di regime, per bloccare Internet occorre la collaborazione attiva di innumerevoli operatori grandi e piccoli, pubblici e privati, di rete fissa e di rete mobile... è davvero complicato, non basta semplicemente tirare giù un interruttore da qualche parte.
In secondo luogo non è detto che bloccando Internet si renda più difficile l'azione dei terroristi. Nel caso di un attacco cinetico, ossia rivolto in termini fisici contro obiettivi materiali o umani, ci sono poche probabilità che i componenti del commando in azione sul campo usino Internet per comunicare e coordinarsi tra loro: è molto più plausibile che usino normali cellulari se non ricetrasmettitori PMR a bassa potenza (walkie-talkie), e quindi bloccare Internet non servirebbe semplicemente a nulla. Nel caso invece di attacco cibernetico, rivolto dunque verso sistemi o servizi in Rete, allora un eventuale blocco di Internet farebbe addirittura il gioco del nemico: infatti, dato che lo scopo degli attaccanti è impedire l'erogazione al pubblico di determinati servizi critici, un eventuale blocco di Internet otterrebbe esattamente lo stesso scopo e dunque non sarebbe altro che un clamoroso autogol!
In ogni caso il blocco di Internet avrebbe invece il gravissimo effetto collaterale di impedire la diffusione di notizie al pubblico e il coordinamento dei soccorsi, e dunque peggiorerebbe significativamente la gestione della crisi.
Perché, se i servizi ne sottolineano l'importanza da molto tempo (v. intervista), Renzi lo decide solo ora?
Probabilmente all'epoca le valutazioni politiche erano diverse e forse anche i tempi non erano maturi. Oggi, con l'accresciuta credibilità della minaccia internazionale e il proliferare di situazioni a rischio (legate anche al Giubileo in corso), l'esigenza di dare una risposta adeguata è divenuta non più procrastinabile.
L'arretratezza e la lentezza della rete informatica nazionale, rispetto alle altre nazioni europee, può essere un vantaggio od uno svantaggio nella guerra contro il cyber terrorismo?
Per quanto possa sembrare ironico, in determinate situazioni essere meno tecnologicamente avanzati può effettivamente costituire un vantaggio in termini di resilienza. È chiaro infatti che, tanto per fare un esempio banale, se il sistema di controllo di una diga è accessibile solo in locale e non tramite Internet, quello che è uno svantaggio in termini di efficienza gestionale si ripaga in termini di sicurezza perché quella diga non potrà mai essere azionata indebitamente da remoto a seguito di un'intrusione cibernetica.
Ciò non vuol dire che dobbiamo essere fieri o vantarci di una certa arretratezza tecnologica che forse ancora affligge alcune infrastrutture del nostro Paese, né considerarci automaticamente più al sicuro solo per questo motivo. Lo sviluppo tecnologico che implica un forte tasso di automazione industriale è inevitabile e va perseguito, su questo non ci sono dubbi. Alcuni Paesi si sono lanciati molto prima di noi su questa strada, e forse un po' troppo velocemente ed in modo poco prudente, ed oggi si ritrovano con infrastrutture automatizzate molto efficienti ma piuttosto vulnerabili, in quanto nel loro sviluppo non è stato tenuto in debita considerazione l'inserimento di misure di sicurezza specificatamente progettate per la protezione contro attacchi e sabotaggi deliberati. In altre parole, si è visto che alcune infrastrutture critiche sono safe ma non secure, ossia sono protette contro errori e malfunzionamenti ma non contro azioni malevole dirette intenzionalmente a danneggiarle o alterarne il funzionamento. Oggi per fortuna su questo tema c'è molta più consapevolezza rispetto ad alcuni anni fa, e quindi i nuovi sviluppi hanno fatto tesoro degli errori del passato.

lunedì 14 ottobre 2013

Presentazione del libro "Sicuri in Rete" a Gallarate

Mercoledì 16 ottobre 2013 alle ore 21.00 presso le Ex Scuderie Martignoni, si terrà la presentazione del percorso tecnico-pedagogico per genitori a cura dell'associazione PerCorsi Senz Età nell'ambito del progetto Skipper Navig@ndo. Durante la serata presenterò il libro "Sicuri in Rete" ediz. Hoepli scritto con Laura Bissolotti.

domenica 7 aprile 2013

Le tenaglie di Efesto: stato della sicurezza informatica in Italia


Ultimo in Europa per investimenti e applicazione dell'ICT Security, il nostro Paese è drammaticamente indietro su tutto il fronte "digitale". Mancano gli organismi istituzionali e, soprattutto, manca la cultura della sicurezza. Questo si traduce in mezzo punto di PIL perso ogni anno.  Efesto, figlio di Zeus e di Hera, il fabbro che costruiva le splendide armi degli dei dell'Olimpo, dio greco del fuoco, della tecnologia, dell'ingegneria, della scultura e della metallurgia... I suoi simboli sono il martello da fabbro, l'incudine e le tenaglie.Questo articolo vuole essere un richiamo alla realtà, un grido di dolore, una non politicamente corretta provocazione (intesa in senso costruttivo) sullo stato della Sicurezza informatica in Italia.Il problema è che il nostro Paese sta accumulando un ritardo patologico, drammatico ed estremamente dannoso per quanto riguarda l'uso efficace e sicuro delle nuove tecnologie digitali. Siamo a livelli di guardia. Le tenaglie di Efesto, dio greco della tecnologia notoriamente vendicativo e dal cattivo carattere, si stanno stringendo su di noi, ogni giorno che passa, e minacciano di sfracellarci. L'Italia è praticamente ultima in classifica in ambito europeo sia per investimenti sia per applicazione dell'ICT Security, pur essendo un Paese per certi aspetti tecnologicamente molto avanzato. Per esempio, abbiamo una discreta diffusione della banda larga fino a 2Mbit (nonostante alcune zone siano servite pessimamente) superiore per esempio a quella di Francia o UK (chi l'avrebbe mai detto). Ma nonostante questo, il valore aggiunto dato all'economia italiana dalla penetrazione di Internet a banda larga è il più basso d'Europa (forse perché mediamente mastichiamo poco e male le lingue straniere). Abbiamo anche il più alto numero di smartphone pro-capite (oggi sono nelle tasche del 50% di chi possiede un cellulare, ma arriveremo al 90% in due-tre anni, cioè a 50 milioni di apparecchi). Questo, ci dicono le ricerche di mercato, perché sono uno status symbol. Perché così possiamo stare collegati a Facebook anche quando siamo fuori casa, da scuola o dall'ufficio.

Il problema è culturale

Il problema quindi non è che siamo particolarmente arretrati. È che usiamo "malissimo" le tecnologie digitali. L'Italia non sta al passo "culturalmente" e quindi perde terreno su tutti i fronti. Oltre a far fuggire all'estero migliaia dei suoi figli migliori (dopo averli allevati e formati a caro prezzo), il nostro Paese complessivamente investe in ICT una percentuale del PIL che è la metà di quella della Germania e in R&D cifre pericolosamente basse, oltre che decrescenti. La Sicurezza Informatica in particolare è tuttora considerata una sorta di ancella povera , scorbutica e iettatrice dell'ICT, invece che un tema strategico, di interesse nazionale, dotato di una propria dignità e imprescindibile come la sicurezza stradale o sul lavoro. Così l'Italia investe in formazione sul tema specifico dell'ICT Security (consapevolezza generale e formazione tecnica) cifre prossime allo zero.  Il risultato è che solo il 2% degli utenti italiani di smartphone si pone il problema di proteggerli con qualche sistema antimalware, il che significa che abbiamo oggi 20-25 milioni di smartphone non protetti in circolazione nel nostro Paese, una minaccia potenzialmente molto grave di cui nessuno vuole parlare. L'80% di questi device non è nemmeno protetto da password.  D'altra parte i nostri migliori giovani "hacker", quelli buoni intendo, tutti rigorosamente autodidatti per mancanza di scuole adatte, vivono ancora con la mamma, oppure lavorano all'estero e "per" l'estero. Quei pochi che resistono passano da un contratto a progetto all'altro, trattati come carne da cannone, finché non trovano un'occasione fuori dall'Italia, dove gli offrono cinque volte tanto quello che gli elemosiniamo qui. E non ritornano.

Spread e ICT Security

È ragionevole pensare quindi che una quota significativa del famigerato "spread" tra Buoni del Tesoro italiani e tedeschi derivi in realtà da questa crescente discrepanza tra i livelli medi di cultura informatica e di ICT Security degli altri Paesi e quello dell'Italia. Facciamo qualche esempio.  L' Italia non si è ancora dotata di un CERT unico (Computer Emergency Response Team). Abbiamo diversi team che si occupano con competenza di incident response, ma non siamo ancora riusciti a costituirne uno a livello nazionale, il che significa che siamo ciechi di fronte alle minacce informatiche di natura sistemica che oggi gravano su qualsiasi nazione avanzata. Andiamo alle conferenze internazionali e ci chiedono: "dov'è il rappresentante del vostro CERT"? Noi a denti stretti rispondiamo "non ce l'abbiamo". Un altro esempio: quando si parla di minore produttività dell'Italia rispetto ad altri paesi, si deve anche ricordare che da noi il ripristino dopo un incidente informatico importante richiede, in media, il doppio del tempo e il triplo dei costi rispetto ai paesi realmente avanzati. Il fatto è che da noi i concetti-chiave di risk assessment, disaster recovery e crisis management in ambito ICT sono ancora considerati problematici, oscuri, e quando si affrontano se ne parla a bassa voce, facendo le corna sotto il tavolo per scaramanzia. Inoltre quasi nessuno testa mai veramente le proprie infrastrutture, i propri backup, le proprie procedure di emergenza prima che avvenga un incidente. Si fanno interventi cosmetici in ossequio alle normative, si producono carte, confidando nella buona sorte. Ammettiamolo. Purtroppo lo "Stellone" nulla può in un mondo globalizzato, nel quale le minacce cyber arrivano in tempo reale da ogni angolo del pianeta, 24 ore su 24, feste comandate incluse.  Ci stanno rubando anche le mutande, e non solo metaforicamente: il bersaglio principale sono le nostre PMI ad alto valore aggiunto, che stanno subendo un'emorragia di proprietà intellettuale, senza nemmeno accorgersene,  sottratta da parte di cyber-vampiri di ogni nazionalità. Così il nostro know-how, il nostro design, i nostri brevetti finiscono nelle mani dei competitor, con danni incalcolabili (e che nessuno calcola). Le aziende chiudono anche per questo, al giorno d'oggi.

Disarmati digitali

Altro fatto singolare: l'Italia, ottava economia del mondo (era la quinta 20 anni fa) non ha una dottrina ufficiale in merito alla Cyber Warfare. Ci stiamo lavorando da anni, è vero, ma di fatto siamo l'unico Paese avanzato a non averla ancora pubblicata. Di conseguenza siamo drammaticamente indietro in un contesto che si evolve alla velocità della luce. A una recente riunione dei Ministeri della Difesa dei paesi del Sud-Est Europa, alla quale sono stato invitato per tenere un seminario sulle connessioni tra cyber crime e proliferazione incontrollata delle armi digitali, abbiamo percepito un livello di competenza, di attenzione e di fattive realizzazioni in questo campo che da noi sono sconosciuti. Per fare un esempio, se oggi la Croazia (Paese amico, fortunatamente) decidesse di attaccare l'Italia nel cyberspazio, ci farebbe a pezzi. Per non parlare di una grande potenza. Facciamo altri esempi. Nelle scuole, la sicurezza informatica semplicemente non esiste (tranne lodevoli eccezioni, faticosamente realizzate da volontari). I nostri giovani, i famigerati "nativi digitali", non sanno nulla di ICT Security, pur essendo tutti rigorosamente dotati di smartphone di ordinanza, sempre connessi sui Social Network e quindi esposti a ogni genere di minaccia. Gli adulti, in quanto a scarsa consapevolezza, non sono da meno. Negli approvvigionamenti, né la PA né le aziende private tengono conto degli aspetti di Information Security, sia per quanto riguarda i contratti sia per quanto riguarda il contenuto di quello che acquistano. Di conseguenza finiscono per comprare prodotti e servizi intrinsecamente insicuri, oppure per implementarli e configurarli in modo insicuro, senza alcuna garanzia né tutela in caso di incidenti.

Forse per questo in due giorni qualsiasi del gennaio 2013 sono stati "defacciati" da script kids di ogni parte del mondo (turchi, filippini, pakistani, brasiliani…) i siti di 70 comuni italiani. Oppure, come emerge da una recente ricerca, è per questo motivo che il 44% dei pc italiani se attaccati da un malware vengono infettati, contro il 20% di quelli danesi. A parità di sistema operativo e di minacce informatiche, che sono uguali per tutti, che cosa causa il raddoppio del tasso di compromissione dei PC italiani rispetto alle loro controparti del nord Europa? Da un lato la mancanza di policy di sicurezza (o il loro sistematico aggiramento) e di sistemi tecnologici per la loro imposizione e, dall'altro, la mancanza di cultura degli utenti. Così, mentre i reati informatici aumentano in modo esponenziale, le nostre forze dell'ordine cercano di fare il possibile, sopportando stoicamente una carenza cronica di uomini e mezzi che non è degna di un Paese tecnologicamente avanzato.
Come abbiamo scritto già sul primo Rapporto Clusit sulla Sicurezza ICT in Italia, tutto questo ha un costo importante e del tutto sottovalutato. Nel frattempo, nonostante il varo della tanto sospirata Agenda Digitale Italiana, che sulla carta include una serie di importanti "Linee di Azione sulla Cyber Security", negli ultimi 12 mesi dal punto di vista della sicurezza informatica applicata in Italia non è cambiato nulla. Il che significa che abbiamo perso molto terreno, dato che nel 2012 il numero degli attacchi informatici nel mondo è più che raddoppiato ogni semestre. Anche l'annunciato comitato per la sicurezza informatica sembra essere rimasto nelle intenzioni.

Mezzo punto di Pil perso


Per quanto nel nostro Paese non esistano statistiche ufficiali in merito ai danni diretti e indiretti derivanti da incidenti informatici, per analogia con economie simili per le quali i dati sono disponibili (per esempio quella inglese) dobbiamo presumere che i danni complessivi in Italia siano ammontati nel 2012 a 2-3 decine di miliardi di euro (escluso il valore della proprietà intellettuale che ci viene silenziosamente sottratta). Una cifra enorme, nel silenzio più assordante della politica, dei media mainstream e di tutti gli stakeholders, pubblici e privati, che dovrebbero occuparsene. Se riducessimo queste perdite a livelli fisiologici e conseguissimo i vantaggi che un utilizzo più maturo, sicuro ed efficace delle tecnologie ci potrebbe dare (stimati da Confidustria in 50 miliardi all'anno), potremmo avvicinarci a recuperare mezzo punto di PIL. Considerata la fase storica di grave crisi economica che stiamo vivendo, la nostra scarsa attenzione per la sicurezza informatica si mostra per quello che è, una "distrazione" incomprensibile, masochista e sempre più costosa.  Una distrazione che ci espone oltre tutto a rischi straordinari, perché determina una particolare fragilità delle nostre infrastrutture critiche e di tutti i sistemi informatici (utilizzati da banche, telco, trasporti, media, logistica, sanità, etc) che ormai sono diventati l'ossatura della nostra economia e della nostra società civile.

Emergenza security

Questa crescente arretratezza dell'Italia in tema di ICT Security va ridotta al più presto, non possiamo permetterci nemmeno un altro anno di inerzia come quello appena trascorso. Per questo nel Rapporto Clusit 2013, che è stato presentato ufficialmente a marzo nell'ambito del Security Summit di Milano, abbiamo lanciato nuovamente il nostro grido di allarme, dati alla mano, nella speranza di essere ascoltati e che qualcosa inizi a muoversi. La pressione delle tenaglie di Efesto sull'Italia rischia di schiacciarci come i proverbiali vasi di coccio tra i vasi di ferro: non solo questo è insostenibile già nel breve-medio termine, ma è, realisticamente, del tutto inaccettabile. Abbiamo le competenze, le capacità e perfino le risorse economiche, volendo, per sanare questa situazione. Ma dobbiamo agire adesso,a prescindere dalle vicende politiche e dal periodo di ristrettezze finanziarie. L'alternativa è consegnare il nostro Paese (le sue imprese, le sue istituzioni e i suoi cittadini) nelle mani di cyber criminali, spie e potenze ostili, lasciando che diventi un Far West digitale, condizione dalla quale sarebbe poi difficilissimo uscire e che avrebbe un impatto tremendo sull'economia interna, sugli investimenti stranieri e sulla qualità della vita dei nostri cittadini. Al ritmo attuale di allargamento della forbice in materia di Information Security tra il nostro e gli altri paesi avanzati, e del contestuale incremento delle minacce informatiche, si rischia di relegare l'Italia tra i paesi del terzo mondo, sancendo la sua totale irrilevanza nel Cyberspazio. E questo, spero siamo tutti d'accordo, non deve succedere. Non ce lo possiamo permettere.

Fonte: Tom’s Hardware – Autore: Alessandro Zapparoli Manzoni
(Andrea Zapparoli Manzoni, Presidente de iDialoghi, Direttore Generale di Security Brokers, membro del Consiglio Direttivo di Clusit e di Assintel, membro dell'Osservatorio per la Sicurezza Nazionale)


lunedì 28 marzo 2011

Facebook, minori espulsi dal paese in blu


Ogni giorno i responsabili del gigantesco social network riuscirebbero ad allontanare 20mila utenti al di sotto dei 13 anni. Rei di aver mentito sulla propria data di nascita e quindi di violazione dei termini di servizio.Si tratta di cifre significative, a far luce sul grandissimo appeal che un colosso social come Facebook riesce ad esercitare sui minori di tutto il mondo. Ogni giorno, i responsabili del sito in blu riuscirebbero ad espellere circa 20mila utenti, tutti colpevoli di essersi registrati in chiara violazione delle condizioni d'uso. Ovvero di quelle policy appositamente redatte per la tutela dei minorenni, non autorizzati alla registrazione se di età inferiore ai 13 anni. "Ci sono delle persone che mentono - ha spiegato il chief privacy adviser di Facebook Mozelle Thompson - Persone che hanno meno di 13 anni e riescono ad accedere a Facebook".In fondo non sembra affatto difficile portare a termine una registrazione sul sito in blu, soprattutto mentendo sulla propria data di nascita. E Thompson lo ha ammesso piuttosto candidamente: il meccanismo anti-menzogna del sito di Mark Zuckerberg non risulta affatto perfetto. Da qui i 20mila espulsi ogni giorno. Sembrano dunque funzionare almeno i vari tool messi a disposizione degli utenti dal gigantesco social network. Strumenti da perfetti spioni, utili per la segnalazione di un utente decisamente più giovane di quanto mostrato sul proprio profilo. In Australia, Facebook recluterà un esperto in cyber-sicurezza per mettersi all'opera nel tentativo di sedare i più allarmati timori.



Riflessione: personalmente ritengo non sarebbe forse un grosso problema l'iscrizione di bambini di 10 anni a Facebook. Questo solo però se i genitori facessero il loro dovere di genitori non solo nella vita reale ma anche nel mondo virtuale. Affiancando i bambini con regole e con insegnamenti su come il mezzo deve essere utilizzato, durata di utilizzo e controllo sulle conoscenze virtuali in primis. Non accettare amicizie non conosciute nella vita reale, non inviare né pubblicare immagini personali blindando inizialmente il sistema e col passare del tempo lasciando lo spazio di muoversi con maggior autonomia ma consapevoli dei rischi andando a responsabilizzare all'inizio della seconda fase (adolescenza).

lunedì 9 agosto 2010

Cyber-attacco all'Occidente? 100 milioni di dollari


Un esperto ha valutato tempi e costi necessari a prendere il controllo degli States. Bastano mille hacker e ventiquattro mesi.

Per entrare nelle infrastrutture statunitensi per assumerne il controllo o almeno renderle inoperative basterebbero 100 milioni di dollari e due anni di lavoro. E' questo quanto dichiarato dall'esperto Charlie Miller qualche giorno fa. La cifra servirebbe per formare un migliaio di esperti di vario livello, che via via prenderebbero il controllo dei vari sistemi per poi sferrare un attacco letale.Se 100 milioni di dollari sono fuori dal budget, con cifre minori si può portare un'offensiva ad un solo sistema ed inoltre sperare nell'effetto domino. Si tratta di ipotesi approssimative, ma già il fatto che sia valutabile da un singolo e quasi per gioco, non con anni di lavoro, fa pensare. Inoltre a Miller ha subito fatto eco Mark Harding, presidente della Nsc, affermando di sapere per certo che alcuni individui potrebbero fermare l'intera Rete.E Charlie non l'ha detto, ma se per gli Usa il totale fa 100, a cifre ben inferiori sarebbe possibile mettere in ginocchio Stati meno articolati, tra i quali anche l'Italia. Difficilmente le fasi di reclutamento e formazione potrebbero sfuggire alle intelligence internazionali, ma sulla carta il progetto è, secondo Miller, più che realizzabile. L'esperto ha descritto la sua idea durante un incontro della Nato tenutosi recentemente in Estonia ma anche in diversi altri incontri dedicati. Miller è noto da tempo per il suo expertise nella sicurezza. Attualmente lavora per la Independent Security Evaluators, ma precedentemente aveva passato cinque anni all'Nsa, National Security Agency statunitense. Dollari nordcoreaniNello svolgere la sua valutazione, Miller ha immaginato che la Corea del Nord gli chiedesse la consulenza per valutare un cyberattacco globale agli Stati Uniti, comprendente rete elettrica, banche, telecomunicazioni ed altri sistemi principali. La scelta è caduta su questo Stato in quanto essendo privo di Internet è virtualmente immune dalle conseguenze del suo collasso. Certamente il suo leader, Kim Jong Il, avrebbe gradito l'idea: nel 2007 fece parlare di sé in rete anche per essersi dichiarato esperto di Internet.

mercoledì 12 maggio 2010

Privacy a rischio sul Web? Il 40% degli utenti pubblica in Rete i propri dati sensibili

La definizione di Internet come “piazza virtuale” o come “villaggio globale” porta alla mente un luogo familiare in cui ci si conosce tutti, dando spesso l’illusione, soprattutto agli utenti alle prime armi che non hanno ben presente la portata dello strumento che usano, di trovarsi tra pochi intimi.

Una situazione resa ancora più pericolosa dall’enorme successo dei social network, che proprio sull’idea di familiarità e di gruppo sono costruiti, inducendo in tal modo in errore gli utenti e portandoli a mettere in pubblico dati e informazioni che invece, oltre che dalla ristretta rete di contatti cui si crede di parlare, rischiano di diventare preda di quanti non aspettano altro nell’ombra di quell’universo che è diventato il Web.
In questo senso si collocano le conclusioni cui arriva uno studio condotto negli Stati Uniti su 2.000 famiglie che navigano online. I dati indicano, infatti, che ben il 40% degli intervistati è arrivato a pubblicare la propria data di nascita sul Web mentre postava dei messaggi rivolti ad amici e conoscenti, mettendosi a rischio phishing ad esempio.
Ugualmente pericolosa appare l’abitudine osservata in circa il 25% degli utenti-genitori di Facebook, il principale tra i social network, che sono soliti pubblicare sul proprio profilo pubblico le foto dei propri piccoli corredate perfino dai nomi, mettendoli alla mercé di malintenzionati.
E ancora si prosegue con il 7% di quanti includono i dati che riguardano il proprio indirizzo tra le informazioni pubblicate, il che, come qualcuno fa notare, viene spesso accompagnato con la pubblicazione dettagliata dei piani per le vacanze, dando modo a eventuali ladri di avere un’esatta idea su come pianificare al meglio una “visitina” nella casa rimasta vuota.
Comportamenti che si possono ben definire incoscienti e che hanno un costo non indifferente se moltiplicato per i milioni di utenti poco attenti. Gli esperti di sicurezza indicano, infatti, come basterebbero delle piccole e basilari regole per la sicurezza al fine di evitare tantissimi fastidi e un’inutile spesa dovuta alla necessità di ripagare i danni derivanti da simili minacce.
Non appare pertanto errato dire che all’enorme evoluzione che ha visto protagonista il Web in questi ultimi anni non sembra sia corrisposta una parallela, e quanto mai necessaria, evoluzione anche da parte dell’utente, il quale, ovviamente senza voler generalizzare, si trova spesso a usare strumenti molto potenti con lo stesso approccio con cui ci si avvicinava al Web dei primi anni, con rischi e conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, come testimoniano le cifre che si leggono nei vari rapporti sulla cybersicurezza.

Fonte: Oneweb20.it