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mercoledì 11 maggio 2011

Londra e i vip svelati, lo scandalo Twitter rivoluziona la privacy


Scoperti i privilegi: ecco chi ricorre alla legge-bavaglio contro la stampa. Interviene anche il primo ministro Cameron. Chi tutela la riservatezza?
Basta un cinguettio per fare sentire il Regno Unito improvvisamente inadeguato. Peggio. Per la prima volta fuori dallo spirito del tempo. A trasformare le gloriose parrucche di potentissimi giudici occhiuti in imbarazzanti reperti da museo. Un twitter che cambia la storia. O forse, più banalmente, la svela, attirando in tempo reale la curiosità di cinquantamila seguaci e diventando per l’Inghilterra quello che negli anni Ottanta fu il caso «Spycatcher», il libro proibito di un agente dell’MI5 che la Corona tentò di seppellire. Fu pubblicato lo stesso. Però negli Stati Uniti. Chi viene a censurarci da questa parte del mare? Nessuno. Anche Londra fu costretta a togliere il veto. Ma se allora per passare i confini servivano gli aerei, per forzare la barriera dello spazio e del tempo oggi basta un click. La storia. Un anonimo utente di Twitter - destinato all’eroico martirio dei precursori che cercano guai - pubblica la lista delle celebrità sospettate di avere fatto ricorso alla superinjunction, la legge-bavaglio che consente a estroversi miliardari di impedire alla stampa di raccontare le loro avventure extraconiugali. A meno di un’ora dal cinguettio, un esercito di persone condivide l’informazione. Calciatori, attrici, politici e star televisive tremano. «Non avevamo pagato centomila sterline a testa a prestigiosi avvocati per evitare che accadesse?». La meravigliosa Jemima Khan, figlia di miliardari, militante nella lotta per i diritti civili, convertitasi all’Islam per sposare il capitano della nazionale pakistana di cricket, divorziata ed ex fidanzata di Hugh Grant, decide di rispondere con lo stesso strumento. Niente giudici. Twitta anche lei. L’accusano di avere una relazione con Jeremy Clarkson, controversa star televisiva. «E’ un incubo. Mai avuto una relazione con Jeremy. I miei figli a scuola subiranno atti di bullismo per colpa di questa bugia». Il dibattito esplode in rete, rimbalza sui giornali, finisce alla Camera del Comuni. Interviene anche Cameron. «La filosofia della legge bavaglio mi mette in difficoltà». La cronaca lo costringe ad affrontare il tema di petto. E’ come se una giovanile coscienza collettiva interplanetaria avesse fatto carta straccia di discutibili regole consolidate. Come si fa ad impedire al tumultuoso popolo della rete quello che si vieta ai giornali? E se non ci si riesce, come lo si spiega agli editori puri che Twitter, o Google, sono solo intermediari della comunicazione e dunque irresponsabili? Il Web è al di sopra della legge e i giornali e le televisioni no? Certo si può fare causa all’anonimo autore del primo cinguettio e spogliarlo di tutti i suoi beni eventuali. Ma se vive in Burkina Faso, o a Detroit, chi è che lo porta in un’aula di tribunale? E dove? L’avvocato Mark Stephens, il legale di Juliane Assange, spiega estasiato che «il modo in cui le informazioni sono state condivise su Twitter dovrebbe dissuadere i vip da ricorrere ancora alle ingiunzioni bavaglio. Un calciatore famoso ci penserà due volte prima di pagare avvocati sciacalli. Tra l’altro sono solo gli uomini a fare ricorso alla superinjunction». Il senso è chiaro: la norma non difende la serenità dei familiari di chi tradisce, ma consente a milionari viziati di scansare le proprie responsabilità. E’ vero o è talebanismo gratuito? Ed è giusto che la rete possa fare come le pare o è soltanto inevitabile? La risposta non esiste. Ma la domanda è ineludibile. Nello stesso istante, a Bruxelles, un furioso Max Mosley abbandona la Corte Europea per i Diritti Umani. Sconfitto. Dopo avere ottenuto da News of The World un risarcimento di sessantamila sterline per la pubblicazione di foto imbarazzanti, pretendeva che il tribunale vietasse ai media di pubblicare notizie sulla vita dei vip senza averli preventivamente avvisati. «Ci spiace. E’ inimmaginabile». L’ex boss della Formula Uno se ne va imprecando. «Ricorrerò. E’ un mondo da cambiare». No. E’ un mondo già cambiato.

Fonte: La Stampa - Autore: Andrea Malaguti

lunedì 22 marzo 2010

Una pagina web per ogni cittadino


In Gran Bretagna gli uffici pubblici saranno sostituiti dai loro equivalenti online. Entro un anno ogni cittadino avrà una pagina web personale, creata sullo stile di Facebook.


Entro dieci anni, dal Regno Unito scompariranno gli uffici di collocamento, quelli esattoriali, gli uffici della motorizzazione e quelli abilitati a rilasciare i passaporti: tutto sarà fatto via Internet, consentendo "un risparmio di milioni di sterline ogni anno". La realizzazione di questo obiettivo, annunciato dal primo ministro Gordon Brown, avverrà per gradi: il primo è la fornitura entro un anno, a ogni cittadino, di una pagina Web creata sullo stile di Facebook. Quella pagina servirà da punto d'accesso a tutti quei servizi che oggi richiedono di raggiungere un ufficio, far la coda a uno sportello, produrre documenti cartacei, e nei tre anni successivi permetterà anche di collegarsi con il medico di famiglia e di consultare gli insegnanti dei figli. Sebbene accolta positivamente da quanti intravedono uno snellimento della burocrazia, questa proposta ha sollevato anche diverse proteste, innanzitutto tra i sindacati (per la prevedibile perdita dei posti di lavoro nel pubblico impiego) ma anche tra coloro che accusano il governo - non senza ragione - di non saper gestire i dati personali con sufficienti garanzie di sicurezza. "Tagliare i servizi pubblici non è un male solo per il pubblico che li usa, ma anche per l'economia" ha dichiarato Mark Serwotka, segretario generale della Public and Commercial Service Union. A sostegno dell'iniziativa del governo c'è invece Tim Berners-Lee, il "padre del Web", il quale ha spiegato: "Non voglio dovermi recare presso un ufficio governativo: tutto dovrebbe essere online. Così si fa risparmiare denaro alle persone e al governo. Arriveremo al punto in cui non saranno più necessari gli uffici fisici".

martedì 22 settembre 2009

Contro i siti pro-ana, nella settimana della moda


In occasione della settimana della moda di Londra, il Royal College of Psychiatrists ha formulato un pubblico appello al Governo del Regno Unito affinché agisca in qualche modo contro i siti pro-ana. Tentativi problematici già avviati in Francia e Italia.

La settimana della moda a Londra è anticipata da una protesta che torna a farsi sentire e sempre con maggior forza: l'anoressia è uno dei peggiori mali dei nostri tempi, colpisce in modo sconvolgente le generazioni giovanili e determina masse nascoste di popolazione in preda a forti sofferenze psicologiche che degenerano in disordini alimentari e malessere fisico. Tutto ciò, però, senza che ci si muova contro uno dei mali più infidi del momento. L'appello giunge dal Royal College of Psychiatrists e tira in ballo direttamente Internet. Si stima che nel solo Regno Unito siano 1.6 milioni le persone coinvolte in disagi ricollegabili all'alimentazione, ed il 90% di queste siano ragazze di giovane età. Nel momento in cui Internet è il loro punto di riferimento principale per comunicare ed informarsi, è la Rete il punto privilegiato per identificare i flussi comunicativi più pericolosi. Il Royal College of Psychiatrists, infatti, ha sottolineato l'esplosione dei siti "pro-ana" e "pro-mia" (siti web ove si incoraggia a pratiche tipiche dell'anoressia e della bulimia), ove le persone coinvolte si incoraggiano a vicenda, si scambiano consigli e pensieri, "normalizzando" quella che invece è una vera e propria malattia. «Allo stesso modo, le passerelle degli eventi della moda come la London Fashion Week possono agire come una vetrina per le donne sottopeso».
L'appello degli psichiatri è rivolto al Governo, affinché faccia qualcosa per limitare il proliferare di siti tanto dannosi. Il problema, infatti, è sostanzialmente di natura culturale ed è da questo punto di vista che occorre lavorare per limitare il fenomeno. Nella settimana della moda, quindi, anche il Regno Unito va a muoversi dove in precedenza hanno dimostrato sensibilità particolare già Francia e Italia. Nel nostro paese l'approccio è simile a quello che vorrebbero tenere oltre Manica: una azione sui motori di ricerca potrebbe portare gli utenti verso siti di informazione reale sul problema, anziché verso quelli pro-ana. Nell'impossibilità tecnica e legale di agire sui risultati, però, l'unico tentativo plausibile è quello di un sito istituzionale che scali il posizionamenti e tenti di occupare posizioni forti sulle query di maggior rilievo. In Italia l'esperimento prende origine da TimShel.it.
Una proposta di legge che renda illegali i siti pro-ana è ad oggi ferma in Commissione Giustizia, ma il parto sarebbe comunque problematico: la bozza Lorenzin-Costa creerebbe il reato di "istigazione al ricorso a pratiche alimentari idonee a provocare l'anoressia o la bulimia", ma punirebbe i media senza invece andare a coinvolgere altri strumenti la cui responsabilità è probabilmente preventiva e fondamentale. Agire contro i siti pro-ana, insomma, è tutt'altro che semplice. La presa di coscienza sul problema e gli appelli ripetuti durante la settimana della moda, però, sono un primo fondamentale passo avanti.