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sabato 5 dicembre 2009

Microsoft dà lezioni di pirateria


BigM ha organizzato una giornata mondiale a tutela degli utenti. Obiettivo, allenarli e proteggerli dalla contraffazione di software. Il pericolo viene dall'est, anche in forma di chiavetta USB.

Settanta paesi coinvolti, ventiquattro ore a disposizione per aiutare consumatori da ogni parte del globo a capire meglio i meccanismi e i potenziali rischi della pirateria, della contraffazione di software. Si è tenuto in queste ore quello che è stato chiamato il Consumer Action Day, un'intera giornata organizzata da Microsoft per illustrare una vasta serie di iniziative volte a rinforzare le coscienze degli utenti relativamente a un concetto: la vendita di software contraffatto danneggia le economie nazionali, mettendo a rischio la sicurezza dei computer e quindi degli utenti stessi.Una giornata per aprire una strada, dunque, verso veri e propri programmi di educazione alla copia originale sponsorizzati da BigM in tutto il mondo. Qualche esempio per capire meglio. In Germania è stato costituita un'associazione di rivenditori di software, in Messico le autorità a protezione dei consumatori sono state iniziate ad un corso d'addestramento contro i rischi della contraffazione. Mentre in Grecia si è pensato alla protezione online dei minori, in Argentina sono nati dei corsi per studiare l'impatto della pirateria sulla media e piccola impresa."I danni provocati ai consumatori da parte del software contraffatto sono chiari oggi molto più che in passato - ha commentato David Finn, general counsel di Microsoft - Solo negli ultimi due anni abbiamo ricevuto più di 150mila segnalazioni da parte di utenti che avevano involontariamente acquistato materiale pirata pieno di virus e malware". In un blog post, Finn ha spiegato che più di un quarto di queste segnalazioni avrebbe una provenienza ben precisa: la Cina. Stando alle percentuali riportate sul blog Microsoft On The Issues, il livello generale di contraffazione nel paese asiatico avrebbe raggiunto l'80 per cento. Studi riportati - ma non citati - avrebbero sottolineato come, abbassando il livello di soli 10 punti percentuali, si otterrebbe un risultato decisamente incoraggiante: 20 miliardi di dollari (più di 13 miliardi di euro) per l'economia di Pechino, 1,5 miliardi (quasi 1 miliardo di euro) in versamenti fiscali e 300mila nuovi posti di lavoro.Il mercato nero cinese si sarebbe dunque trasformato in una sorta di impero economico parallelo, proprio recentemente foriero di particolari copie non autorizzate del nuovo sistema operativo made in Redmond. Un sito asiatico ha infatti riportato quello che alcuni hanno definito come il primo caso di vendita illegale di Windows 7 attraverso dispositivi USB. Trattasi nello specifico di una chiavetta della capacità di 8GB, venduta in un formato 10-in-1, secondo alcuni contenente cioè ogni singola versione dell'ultimo OS di Microsoft.I dispositivi USB contraffatti sarebbero stati venduti al prezzo di 98 yuan l'uno, circa 9 euro. Si tratterebbe, inoltre, di edizioni speciali del software, compresa quella in edizione limitata firmata dal CEO Steve Ballmer in persona. Microsoft ha così dato vita ad una serie di iniziative in terra asiatica, includendo nelle scuole alcuni programmi relativi ai meccanismi di funzionamento giuridico della proprietà intellettuale. BigM ha puntualizzato che la pirateria farebbe perdere agli utenti tempo e denaro, oltre ad esporli a rischi come la perdita di informazioni personali e il furto d'identità.Durante una recente intervista, John Bessey, dirigente di Microsoft nelle Filippine, ha dichiarato tuttavia che la pirateria non costituisce una grave minaccia per le sorti presenti e future dell'azienda di Redmond. Secondo Bessey - che ha parlato durante il lancio di Windows 7 nello stato del sud-est asiatico - un numero sempre crescente di utenti è consapevole dei rischi legati all'utilizzo di un software contraffatto, specialmente nelle transazioni bancarie online e nel normale funzionamento dell'hardware."Siamo sorpresi - ha dichiarato Bessey - dalla consistente domanda del nostro sistema operativo nelle Filippine, non solo nel numero, ma anche in una serie positiva di feedback da parte degli utenti". Parole che non hanno trovato particolare armonia con il clamore degli intenti prefissati dal Consumer Action Day. E qualcuno non ha risparmiato le sue critiche per l'intera iniziativa: ci sono tecniche di ingegneria sociale, una su tutte la celebre "truffa alla nigeriana" che del sistema operativo originale o contraffatto se ne infisichiano.

mercoledì 7 ottobre 2009

Il software viene venduto, non licenziato


Una sentenza USA ufficializza quello che molti utenti davano per sicuro: una volta acquistato un software, lo si ha in piena proprietà e non solo in licenza. Autorizzata, pertanto, la rivendita del software ed il passaggio di proprietà ad un altro utente. Dagli Stati Uniti giunge una sentenza destinata a far discutere e ad incidere sul mercato. In discussione, infatti, v'è la forma in cui il diritto deve interpretare la vendita di un software. Trattasi di materia delicata, poiché nella transazione v'è tanto il passaggio di un materiale fisico (sul quale il contenuto è impresso) quanto il trasferimento di materiale costituito da codice e proprietà intellettuale. Figurativamente si possono identificare le parti come il software in sé ed il suo supporto. La sentenza ha stabilito che il venditore non detiene ulteriori diritti sul supporto, il che autorizza pertanto l'acquirente a rivendere a sua volta l'oggetto acquistato. Trattasi di una materia oltremodo complessa che si trascina ormai da anni. Tutto nasce dalla denuncia Autodesk a Timothy Vernor, un regolare acquirente di software Autodesk AutoCAD che ha però in seguito voluto rivendere il tutto su eBay (in quantità, ma in copie originali presumibilmente raccolte sul mercato). Secondo l'accusa trattasi di pirateria, poiché significa rimettere in circolazione un software per il quale soltanto l'acquirente originale ha autorizzazione d'uso. Secondo la difesa, invece, l'imputato ha il diritto di rivendere il software poiché regolarmente acquistato e pertanto di piena proprietà.
Il distinguo sta nella linea sottile che separa la vendita dalla licenza: in tema software trattasi di categorie sfumate, difficilmente separabili. La Corte ha pertanto stabilito di doversi conformare a sentenze precedenti, le quali hanno stabilito ad esempio come la concessione dei cd audio sia equiparabile ad una vendita e non ad una licenza. La conseguenza diretta è quella per cui anche un CD audio usato può essere a sua volta rivenduto. A cascata, anche un software può essere messo su eBay. La linea dei legali Autodesk, i quali vedono nel software una forma di transazione mista tra la forma della vendita e quella della licenza, non è passata. L'accusa potrebbe comunque ricorrere in appello, tentando di portare avanti nuovamente le proprie teorie. Quel che la Corte non ha accettato è che la vendita del software potesse essere etichettata come pirateria poiché nessuna copia aggiuntiva è venuta a galla ed il software era stato semplicemente redistribuito in seguito all'acquisto iniziale. Non solo: un pirata copia e non acquista, il che smonta l'impianto accusatorio sulla base del fatto che per avere il software di seconda mano occorreva invece procedere a regolare pagamento. Appare chiaro, comunque, come il dibattito viaggi su di un labile equilibrio poiché la natura dell'oggetto della transazione è lontana tanto dai canoni del servizio quanto da quelli del prodotto. Per questo motivo il giudice non ha dato adito nemmeno alle controaccuse della difesa, dalla quale si è avanzato il sospetto di un abuso del Digital Millennium Copyright Act.
Se il software fosse concesso in licenza, la software house produttrice avrebbe il diritto (a licenza conclusa) di richiedere il supporto in restituzione. Secondo la Corte, invece, tale diritto non sussiste e pertanto «con il trasferimento di copie di AutoCAD e delle relative licenze v'è anche il trasferimento di proprietà».

domenica 23 agosto 2009

Software illegale in azienda: chi è responsabile?

Se ai giorni d’oggi, da un controllo della Guardia di Finanza, risultasse un software pirata su di una postazione in uso ad un dipendente, ne risponderebbe l’azienda oppure il dipendente?
Per dare una risposta occorre fare riferimento alla normativa in materia di diritto d’autore, e nello specifico occorre analizzare la Legge 22 aprile 1941, n. 633, dove è espressamente indicata la disciplina relativa alla protezione delle opere d’ingegno di carattere creativo compresi i programmi per elaboratore. In questo caso la duplicazione abusiva di software può essere perseguibile con le stesse pene del reato di truffa o furto nelle rispettive ipotesi non aggravate, senza contare che le sanzioni amministrative comminate congiuntamente a quelle penali, talvolta superano le pene pecuniarie previste per i reati di spaccio internazionale di droga. Con una sentenza la Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale del titolare di un’azienda, in cui si erano trovati programmi copiati illegalmente. Nel giugno 2007, il Gup del Tribunale di Lecco aveva condannato un professionista alla pena pecuniaria di 9.400 euro(di cui 5.400 in sostituzione di 4 mesi di reclusione) e questi aveva fatto ricorso alla Suprema Corte. Ma la terza sezione penale ha respinto il ricorso precisando che "la detenzione e l'utilizzo di numerosi programmi software, illecitamente riprodotti, nello studio professionale o presso le aziende, rende manifesta la sussistenza del reato contestato, sotto il profilo oggettivo e soggettivo". Nella sentenza emessa dalla Cassazione penale, III Sezione, 19 giugno 2008 (udienza 8 maggio 2008), n. 2510, si legge espressamente: “La detenzione e l’utilizzo di numerosi programmi software, illecitamente riprodotti, nello studio professionale rende manifesta la sussistenza del reato di cui all’art. 171–bis, comma 1, L. 633/1941, come modificato dalla L. 248/2000 (Duplicazione ed altre azioni illecite su programmi per elaboratore e su banche dati), sotto il profilo oggettivo e soggettivo. Per la configurabilità del reato in questione non è richiesto, infatti, che la riproduzione dei software sia finalizzata al commercio, né il dolo specifico del fine di lucro, essendo sufficiente il fine del profitto.” In questo caso si è ritenuto perseguibile il titolare dell’attività, ma nel caso di un dipendente? Chi è quindi responsabile? Se una società utilizza software senza possedere la relativa licenza o acquista nuovi PC il cui software precaricato non è originale, possono essere ritenuti responsabili – a seconda delle circostanze:
- i soggetti che abbiano materialmente compiuto la duplicazione (dipendenti, responsabile IT, ecc..)
- i soggetti con poteri direttivi che abbiano partecipato o comunque delegato la duplicazione e/o la detenzione abusiva. E’ comunque sempre consigliabile, per poter capire su chi ricade la responsabilità, che l’azienda sottoponga a mappature le risorse informatiche, ovvero appuntarsi in maniera schematica tutti i programmi installati su ogni singolo computer, per poter verificare nel tempo quali programmi sono in esubero rispetto a quelli forniti in partenza al proprio dipendente.
In tal caso la responsabilità penale risulterebbe essere del dipendente, che evidentemente ovviando alle direttive ed ai controlli dell’azienda, sarà penalmente perseguibile. Per sottrarsi a responsabilità per omissione di controllo, il datore di lavoro dovrà dunque procedere ad attuare un processo di responsabilizzazione degli utilizzatori finali dei programmi(i propri dipendenti), attraverso la diffusione di indicazioni e policy aziendali sulla gestione dei programmi, mediante una campagna di informazione circa i rischi penali connessi all'uso indebito del mezzo informatico o alla riproduzione non autorizzata di software. Anche perché le pene previste in caso di violazione sono pesanti: reclusione da 6 mesi a 3 anni; multa che va dai 2.500 ai 15.500 euro Una maggiore sensibilità da parte dell’azienda sulla gestione e la mappatura delle risorse informatiche eviterebbe sicuramente di incorrere in rischiose condotte penalmente perseguibili in modo anche piuttosto pesante. Grazie alla risonanza mediatica, questo potrebbe agire da deterrente anche per la pirateria ad uso personale del dipendente.