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lunedì 22 aprile 2013
Router popolari vulnerabili agli attacchi: soluzioni disponibili, ma poco tangibili.
giovedì 28 febbraio 2013
Kaspersky Lab identifica “MiniDuke”, un nuovo programma nocivo progettato per spiare gli Enti Governativi e le Istituzioni di tutto il mondo
Ieri il team di esperti di Kaspersky Lab ha pubblicato un nuovo
report che analizza una serie di incidenti che hanno coinvolto
l’utilizzo di recenti exploit scoperti nei documenti PDF di Adobe Reader
(CVE-2013-6040) e un nuovo programma nocivo personalizzato conosciuto
con il nome di MiniDuke. La backdoor MiniDuke è stata utilizzata per
attacchi multipli contro enti governativi e istituzioni in tutto il
mondo durante la scorsa settimana. Gli esperti di Kaspersky Lab, in
collaborazione con CrySys Lab, hanno analizzato gli attacchi nel
dettaglio e pubblicato i risultati. Secondo l’analisi di Kaspersky
Lab, un numero di obiettivi di alto profilo era già stato compromesso
da attacchi compiuti da MiniDuke, compresi enti governativi in Ucraina,
Belgio, Portogallo, Romania, Repubblica Ceca e Irlanda. Inoltre, sono
stati attaccati un istituto di ricerca, due think tank e un fornitore di
assistenza sanitaria negli Stati Uniti, così come un’importante
fondazione di ricerca in Ungheria.- Gli autori di MiniDuke in questo momento sono ancora attivi e hanno creato il malware il 20 febbraio 2013. Per colpire le vittime, i criminali hanno utilizzato tecniche efficaci di ingegneria sociale, come l’invio di PDF nocivi agli obiettivi scelti. I contenuti presenti nei file PDF erano di una certa rilevanza come le informazioni riguardanti il seminario sui diritti umani (ASEM), dettagli sulla politica estera in Ucraina e piani di adesione alla NATO. Questi file PDF nocivi contenevano exploit che attaccavano le versioni 9, 10 e 11 di Adobe Reader, oltrepassando il sandbox. Un toolkit è stato utilizzato per creare questi exploit e sembra che sia proprio questo stesso toolkit ad essere stato impiegato nel recente attacco riportato da FireEye. Tuttavia, gli exploit impiegati negli attacchi MiniDuke avevano obiettivi diversi e ognuno il proprio malware personalizzato.
- Una volta che il sistema viene colpito dagli exploit, un piccolo downloader di soli 20Kb viene rilasciato nel disco della vittima. Questo downloader è unico per ogni sistema e contiene una backdoor personalizzata scritta in Assembler. Quando viene caricato all'avvio del sistema, il downloader utilizza una serie di calcoli matematici per determinare l’impronta digitale per accedere al computer e utilizza a sua volta questa per crittografare le proprie comunicazioni. E' inoltre programmato per evitare le analisi attraverso un set di strumenti hardcoded presenti in alcuni ambienti come VMware. Se viene trovato uno di questi indicatori, esso verrà eseguito vuoto nell’ambiente, invece di spostarsi in un’altra operazione e scoprire ulteriori funzionalità da decifrare; questo consente agli autori del malware di sapere esattamente cosa stanno facendo i professionisti della sicurezza IT per analizzare e identificare il malware.
- Se il sistema di destinazione soddisfa i requisiti prestabiliti, il malware utilizza Twitter (all'insaputa dell'utente) e inizia a cercare i tweet specifici di account già in uso. Questi account sono stati creati dagli operatori dei server di comando e controllo di MiniDuke e i tweet mantengono tag specifici di categorie crittografate per gli URL della backdoor. Questi URL consentono di accedere al C2, che fornisce i comandi e trasferisce in maniera crittografata ulteriori backdoor sui sistemi tramite i file GIF.
- Sulla base dell'analisi, sembra che i creatori di MiniDuke forniscano un sistema dinamico di backup che può passare anche sotto i radar. Se Twitter non funziona o gli account sono colpiti dal malware, si può utilizzare Google Search per trovare le stringhe crittografate del prossimo C2. Questo modello è flessibile e permette agli operatori di cambiare continuamente le loro backdoor e recuperare ulteriori comandi o codici nocivi in base alle esigenze.
- Una volta che il sistema infetto localizza il C2, riceve le backdoor criptate che si confondono tra i file GIF sotto forma di immagini che appaiono sul computer della vittima. Una volta che vengono installati sulla macchina, è possibile scaricare una backdoor più grande che svolge una serie di azioni, come ad esempio copia di file, rimozione di file, creazione di una directory, interruzione del processo ed esecuzione del nuovo malware.
- La backdoor del malware si connette ai due server, uno a Panama e uno in Turchia, per ricevere istruzioni da parte dei cyber criminali.
Per leggere il report di CrySys Lab, cliccare qui.
Il sistema Kaspersky Lab individua e neutralizza il malware MiniDuke, classificato come
HEUR:Backdoor.Win32.MiniDuke.gen e Backdoor.Win32.Miniduke. Kaspersky Lab individua gli exploit utilizzati nei documenti PDF e classificati come Exploit.JS.Pdfka.giy.
Fonte: Kaspersky Lab
mercoledì 3 ottobre 2012
3 modi in cui i Social Media possono mettere a rischio le aziende
IL PROTOCOLLO HTTPS NON È PER FORZA SICURO COME CREDETE SSL/TLS è di gran lunga il protocollo di encryption più comunemente utilizzato in applicazioni Web di nuova generazione- dai siti di social media (come Twitter o Facebook), alle webmail (come Gmail) o ai servizi di sincronizzazione cloud (come Dropbox). Nella maggior parte dei casi questo protocollo fornisce un buon livello di protezione della privacy degli utenti. Tuttavia, se vi trovate già in una rete aziendale o siete collegati tramite una VPN, queste connessioni crittografate possono anche esporvi (insieme alla vostra azienda) ad un rischio più grande. La ragione principale di ciò è che il tunnel criptato tra voi e il server nasconde il traffico di rete, ma non vi protegge dalle minacce presenti sul sito al quale siete già collegati. In questo modo, anche se non sono in grado di visualizzare il traffico web che state inviando ai server di social network, gli hacker possono ancora attaccarvi con clickjacking e altri exploit comunemente impiegati in attacchi di social network sul sito stesso. Per l’IT, il punto è che se non si riesce a vedere il traffico criptato, non si possono proteggere completamente gli utenti online. Fortunatamente le aziende di sicurezza di rete conoscono il problema e prevedo che in futuro ci saranno due tipi di società di sicurezza: quelle che possono decodificare il traffico SSL e quelle che stanno implementando questa caratteristica fondamentale.
I DISPOSITIVI MOBILI POSSONO ESSERE L’ANELLO PIÙ DEBOLE
Qualche anno fa, persino una parte di malware mobile in the wild riferito come diceria poteva conquistare le prime pagine in tutto il mondo. Ma il 2011 è stato l’anno in cui malware mobile è passato dal ruolo di “prototipo sperimentale” a quello di “minaccia reale” - e il 2012 sarà probabilmente anche peggiore, con malvertising e botnet su dispositivi mobili destinati ad aumentare. Ma la più grande minaccia potrebbe arrivare dalle stesse applicazioni mobile, poche delle quali proteggono adeguatamente le credenziali di accesso. Dal punto di vista della sicurezza, un’applicazione mobile compromessa non è “meno grave” di un client desktop o di una rete compromessi. Se username e password di un’applicazione Web sono compromessi sul vostro dispositivo mobile, gli aggressori possono utilizzare i vostri account per fini illeciti. Questo comprende gli account che utilizzate sul posto di lavoro. Inoltre, ricordate che se il vostro dispositivo mobile è connesso in Wi-Fi alla rete, tutte le applicazioni su quel dispositivo gireranno anche sulla rete
aziendale. Anche senza una policy bring-your-own-device (BYOD) ufficiale, chiunque in azienda in possesso
di una copia della password per la connessione Wi-Fi è potenzialmente in grado di collegare il proprio dispositivo personale sulla rete.
ESTENSIONI BROWSER E APPLICAZIONI DI TERZE PARTI SOSPETTE
Quello che è stato detto circa le applicazioni mobile vale doppiamente per applicazioni di terze parti, browser plug-ins e script per siti come Facebook, Google+ ed altre piattaforme che si integrano con applicazioni Web affidabili. Tutto ciò che abbiamo precedentemente descritto su come proteggersi da minacce di applicazioni Web - ottenere maggiore visibilità nel vostro traffico di rete, assicurarsi che la propria security sia in grado di identificare attività sospette, anche quando sono criptate e stabilire per gli utenti finali
la prassi migliore da seguire - si deve applicare anche alle estensioni browser e alle applicazioni di terze parti.
LA MIGLIOR DIFESA?
Come abbiamo visto, ci sono varie minacce differenti tra loro che mettono a rischio sia l’azienda sia i singoli dipendenti. Anche se non esiste una soluzione unica e definitiva in grado di eliminare tutte le minacce per l’azienda, educare gli utenti e mettere in atto le migliori procedure possibili può fortemente ridurle. E’ anche importante notare che autorizzare queste applicazioni social web sulla rete è tuttora un vantaggio per l’impresa nel suo complesso, offrendo benefici derivati da un aumento della produttività e da una maggiore collaborazione, oltre ad aumentare il morale complessivo dei dipendenti. L’IT deve interagirecon i dipendenti che si trovano sul social web in modo che essi possano tenersi al passo con le esigenze di cambiamento e di sicurezza.
Fonte: Rivista Cyber Crime (Tecna Editrice) - Autore: Nir Zuk (Palo Alto)
venerdì 29 aprile 2011
Rapporto Ibm X-Force: attacchi alla sicurezza sempre più mirati e sofisticati

Il rapporto descrive phishing, spam e attacchi ai dispositivi mobili verificatisi nel 2010, mentre la sicurezza del cloud continua ad evolversi.
1) Più di 8.000 nuove vulnerabilità, un aumento del 27 percento rispetto al 2009. Anche le comunicazioni pubbliche di exploit sono salite del 21 percento dal 2009 al 2010. Questi dati indicano un panorama delle minacce in espansione, nel quale attacchi sofisticati vengono lanciati verso ambienti di calcolo sempre più complessi.
2) La crescita storicamente elevata del volume di spam si è stabilizzata con la fine dell’anno, a indicazione del fatto che gli spammer vedono meno valore nell’aumento del volume di spam, e si focalizzano invece sul bypass dei filtri.
4) Man mano che aumenta l’adozione di smart phone e altri dispositivi mobili da parte degli utenti finali, i reparti di sicurezza IT hanno difficoltà a stabilire le giuste modalita’ di inserimento in sicurezza di questi dispositivi nelle reti aziendali. Sebbene gli attacchi contro l’ultima generazione di dispositivi mobili non siano risultati ancora predominanti nel 2010, i dati X-Force mostrano un aumento nelle divulgazioni delle vulnerabilità e degli exploit che prendono di mira tali dispositivi.
Una nuova sezione dell’X-Force Trend & Risk Report è dedicata ai trend della sicurezza e alle best practices per le tecnologie emergenti, quali i dispositivi mobili e il cloud computing.
Cloud computing: Il rapporto evidenzia un cambiamento di percezione rispetto alla sicurezza del cloud, man mano che l’adozione si evolve e la conoscenza di questo modello IT emergente aumenta. Poiché la sicurezza è tuttora considerata un ostacolo all’adozione del cloud, i fornitori di cloud devono conquistare la fiducia dei propri clienti offrendo un’infrastruttura che sia sicura ‘by design’ e abbia funzionalità di sicurezza appositamente create, in grado di soddisfare le esigenze delle applicazioni specifiche che le aziende intendono spostare sul cloud. Man mano che carichi di lavoro più sensibili si spostano sul cloud, le funzionalità di sicurezza nel cloud diventeranno più sofisticate al fine di ospitarli e gestirli nella maniera più adeguata. Per il prossimo futuro IBM prevede che il mercato spingerà il cloud verso la fornitura di servizi e competenza di sicurezza, che gli abbonati non possono permettersi di supportare internamente. Ciò potrebbe ribaltare completamente il paradigma, rendendo l’interesse per una migliore sicurezza uno stimolo all’adozione del cloud, anziché un ostacolo.
Dispositivi mobili – Le organizzazioni sono sempre più preoccupate delle implicazioni per la sicurezza creata dai dispositivi mobili personali, portati dai dipendenti in azienda. Le imprese devono assicurare il controllo dei propri dati ovunque essi si trovino, inclusi gli smart phone aziendali o di proprietà dei dipendenti. Nel 2010, X-Force ha documentato un aumento del volume di vulnerabilità divulgate nei dispositivi mobili, nonché della divulgazione di exploit che li prendono di mira. Il desiderio di fare il “jailbreak” o il “root” dei dispositivi mobili ha motivato la distribuzione di codice di exploit maturo, che è stato riutilizzato in attacchi maligni. Ciononostante, il malware non è ancora cosi’ comune sui dispositivi mobili di ultima generazione e la maggior parte dei professionisti IT ritiene che i dati che possono esservi memorizzati – e quindi la loro eventuale perdita o il loro uso improprio - costituiscano la principale minaccia per la sicurezza associata a questi dispositivi. Secondo il rapporto X-Force, le best practices per la sicurezza mobile si stanno evolvendo, con funzionalità potenziate di gestione delle password e di crittografia dei dati.
giovedì 14 aprile 2011
Kaspersky Lab pubblica il report sull’attività dei virus a marzo 2011
Rapporto IBM X-Force: attacchi alla sicurezza più mirati e sofisticati
sabato 5 marzo 2011
Attenti alle falle nella sicurezza dei software e al loro sfruttamento da parte dei malware.

Cosa bolle nel torbido calderone dei kit di exploit
Kaspersky Lab ha pubblicato un articolo dal titolo "I kit di exploit da una nuova prospettiva", scritto da due esperti di Kasperky Lab: Marco Preuss (capo del team Global Research & Analysis in Germania) e Vicente Diaz (senior malware analyst). L'articolo fa luce sull'oscuro mondo dei kit di exploit, sulle vulnerabilità che prendono di mira e in che modo vengono copiati ed adattati per garantire proventi agli autori.I kit di exploit, come implica il nome, sfruttano le varie vulnerabilità che continuano a essere scoperte nei software più diffusi. I kit contengono diversi programmi maligni e sono utilizzati principalmente per sferrare attacchi automatici in modalità "drive-by download", allo scopo di diffondere malware quali trojan e di altri tipi. Quelli descritti nell'articolo sono reperibili sul mercato nero, con prezzi che vanno da alcune centinaia a oltre mille euro. I più conosciuti sono Phoenix, Eleonore e Neosploit. Secondo l'articolo, le vulnerabilità Java, Internet Explorer e PDF rappresentano insieme il 66% dei vettori di attacco utilizzati dai kit di exploit più popolari. Si tratta per la maggior parte di vulnerabilità vecchie, per le quali sono disponibili delle patch. Tuttavia continuano ad essere sfruttate con successo perché alcuni utenti non aggiornano i propri sistemi. Da un'analisi degli exploit più recenti, come Crimepack e SEO Sploit Pack, si evince che i loro creatori conoscono bene le vulnerabilità più diffuse e creano dei nuovi malware appositamente per sfruttarle. Inoltre, la maggior parte degli exploit sembra avere delle origini comuni. Phoenix Exploit Kit, ad esempio, utilizza del codice proveniente dai precedenti kit Fire-Pack e ICE-Pack. "Più un kit di exploit assume popolarità maggiori saranno i guadagni che gli autori ricaveranno dalle vendite. C'è una cosa che un kit di exploit deve offrire per acquisire popolarità in questo mercato fortemente competitivo: un tasso di infezioni elevato. Per questo i nuovi arrivati nel settore usano metodi già esistenti e comprovati, il che potrebbe spiegare le tante similarità tra i vari pacchetti" concludono gli autori dell'articolo.
La versione completa dell'articolo "I kit di exploit da una nuova prospettiva" è disponibile all'indirizzo: kaspersky.com/it/reading_room?chapter=207717037
mercoledì 24 febbraio 2010
Falla in Firefox, l'exploit è già pubblico

La gravità della vulnerabilità appena scoperta da Evgeny Legerov, di Intervydis, sta nel fatto che esiste già il codice in grado di sfruttarla per ottenere il controllo dei Pc che eseguono Firefox. Le versioni vulnerabili comprendono tutte quelle della serie 3.x, sia quelle appena aggiornate che la recente 3.6; l'exploit funziona - secondo i test di Intervydis - sia sotto Windows Xp sia sotto Vista. Mozilla ha dichiarato di non aver ancora potuto confermare l'esistenza dell'exploit, ma le indagini sono in corso. Quanto alla natura del problema, Legerov preferisce non rilasciare ulteriori dettagli per non aggravare la situazione.
Tuttavia Legerov ha già reso il codice parte di Vulndisco, un sistema automatico per sfruttare gli exploit venduto ai professionisti di sicurezza. Potrebbe non volerci molto prima che qualcuno lo renda pubblicamente disponibile.
lunedì 15 febbraio 2010
Microsoft, caccia alle copie illegali di Windows

giovedì 4 febbraio 2010
Internet Explorer: nuova falla ma nessuna patch

giovedì 28 gennaio 2010
Pericoloso bug nella libreria QuickTime di Apple
La notizia ripresa dal blog di Offensive Security riguarda la pubblicazione di un advisory su Exploit-Db che mette in luce le problematiche di gestione dei file.mov ad opera della libreria QuickTime. L’autore del PoC (Proof of Concept), Dr_IDE, ha evidenziato come questa vulnerabilità riguardi in primis i vari QuickTime e iTunes, ma anche altri programmi in grado di leggere i file.mov, mediante la libreria di Apple.
Il team di Offensive Security ha testato e verificato che il problema è presente nelle versioni Windows e Mac OS X di iTunes e QuickTime. Inoltre come si può vedere nella relativa segnalazione presente su SecurityFocus, la falla interessa anche l’ultima versione di QuickTime,ovvero la 7.6.5.
A conferma di ciò anche i commenti di un utente alla notizia apparsa su SANS, che conferma di essere riuscito a far crashare le versioni di QuickTime 7.6.5 e iTunes 9.0.2.25 (le ultime disponibili stando all’Apple Software Update) su un sistema Windows 7 Ultimate con l’UAC in configurazione di default, utilizzando proprio il PoC.
I test effettuati su Windows Media Player non hanno mandato in crash il software, ma semplicemente il player mostra uno schermo nero, visto che non c’è alcun video da visualizzare.
Come lo stesso Dr_IDE ha scritto nell’advisory questa vulnerabilità riguarda applicazioni che vengono registrate di default per l’apertura di file.mov, e quindi non c’è bisogno di alcun tipo di “inganno” per forzare l’utente ad usare il programma o compiere determinate operazioni: è sufficiente un video appositamente modificato.
Il fatto poi che la visione dei filmati è spesso, per configurazione “embedded” nei browser, apre nuovi scenari per attacchi sia locali che remoti: Dr_IDE è infatti convinto che con un po’ di lavoro sia possibile infatti attuare l’injection ed esecuzione di codice.
