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giovedì 21 aprile 2011

I cybercriminali puntano ai bankomat



Rapporto annuale Verizon: in calo operazioni di pirateria informatica su larga scala, crescita la manipolazione di strumenti di pagamento elettronico


Il numero di dati trafugati attraverso operazioni di cybercrimine è crollato nel 2010, passando dai 144 milioni dell'anno precedente a poco meno di 4 milioni. Ma non c'è da festeggiare. E' quanto si apprende dal rapporto annuale sulla sicurezza informatica realizzato da Verizon in collaborazione con i servizi segreti statunitensi. Il crimine digitale sta cambiando pelle, e se è vero che gli attacchi in grande stile che facevano razzie di informazioni non sono più “di moda”, si può dire che sono stati sostituiti da una strategia più terroristica, che preferisce colpire piccoli obiettivi per permettere ai colpevoli di sparire più facilmente nell'ombra. Attenzione, però, tra i piccoli obiettivi colpiti potrebbe esserci la pompa di benzina presso cui facciamo il pieno, o il terminale di un grande magazzino che striscia centinaia di carte di credito al giorno (tra cui la nostra), o un'azienda di piccole e medie dimensioni che non investe grandi cifre nella sicurezza dei computer. Si tratta in questi casi di attacchi fisici diretti sulle macchine, manipolate per permettere la clonazione di bancomat e altri strumenti di pagamento elettronico. Un fenomeno emergente (29% dei casi analizzati), relativamente nuovo, che ha quadruplicato le sue dimensioni negli ultimi due anni. E tuttavia la diffusione di software dannoso (malware) e gli attacchi attraverso tecniche di hacking sono ancora il metodo più diffuso per rubare dati. Il malware risulta essere stato responsabile dell’80 per cento dei dati persi. In ogni caso, l'anello più debole nella catena della sicurezza informatica resta sempre l'uomo. Le credenziali quali password e codici di accesso, deboli, male elaborate o male custodite, sono ancora il grimaldello principale per accedere alle informazioni custodite nei server delle imprese.Talvolta le operazioni di furto o spionaggio implicano complicità interne, ma secondo il report di Verizon, il 92 per cento delle violazioni è realizzato da soggetti esterni. E un altro dato sottolineato dal rapporto è che non sono necessari investimenti miliardari per tutelarsi da simili attacchi, ma semplicemente una seria attività preventiva. Per esempio, affidarsi a servizi di accesso remoto sicuri, limitandoli su indirizzi IP e reti specifici e riducendo al minimo l’accesso pubblico ad essi e, possibilmente, escludendo da questo circuito i dati sensibili della propria rete. Il "fai da te" della sicurezza getta la sua ombra su molti casi di violazione informatica, spiegano gli esperti di Verizon. Quando si scopre un attacco, il personale IT e di sicurezza tenta di risolvere il problema, senza la formazione necessaria e la conoscenza delle giuste procedure per farlo. Il weekend si avvicina velocemente, e il panico aumenta finché nel tardo pomeriggio del venerdì l'SOS è lanciato alle società specializzate o alla polizia. In molti casi quando le prove sono state già distrutte.La novità è che non saranno più soltanto manager di aziende più o meno grandi a doversi occupare del problema. Qualunque esercente, come un gestore di pompe di benzina, per non parlare dei direttori di banca e dei proprietari di negozi e supermercati, deve monitorare l'integrità di sportelli bancomat, erogatori di benzina self service e dispositivi di lettura delle carte di credito. E' lì che si concentra la nuova criminalità tecnologica. Nel frattempo, le organizzazioni di polizia di tutto il mondo si stanno attrezzando alla nuova sfida, ottenendo anche qualche successo. I servizi segreti statunitensi, che hanno collaborato alla raccolta e stesura dei dati contenuti nel report, hanno adottato un approccio articolato nella lotta alla criminalità informatica, tramite l'istituzione di una rete di 31 Electronic Crimes Task Force (ECTF), compresa la prima ECTF internazionale che ha sede proprio in Italia, a Roma, e 38 Task Force dedicate ai reati finanziari e un ramo per le Cyber Indagini. Una rete che ha permesso, l'anno scorso, l'arresto di 1.200 persone coinvolte nella pirateria informatica. La collaborazione internazionale tra le forze di polizia è uno degli elementi chiave per il contrasto a fenomeni criminali che colpiscono da Paesi stranieri anche a distanza di migliaia di chilometri, talvolta protetti da leggi e autorità un po' “distratte”. E la distrazione, la nostra sul computer di casa come quella degli imprenditori sulle reti aziendali, è proprio la breccia di cui vanno a caccia ai criminali informatici.





venerdì 28 gennaio 2011

Arriva la "lista nera" delle ricerche: così Google sfida la pirateria online


Il colosso del Web a difesa del copyright: meno facile trovare parole come "BitTorrent" o "RapidShare". Il Web in rivolta: «E' un tentativo di censura»
Sulla pornografia e sulla pirateria online, Google ha scelto la via della resistenza passiva. Non si può ancora parlare di censura, ma sicuramente di disincentivo: il motore di ricerca ha iniziato giovedì a trattare diversamente alcuni termini che ruotano intorno al mondo del porno e del download illegale, nonché qualche parolina che le mamme americane non vorrebbero mai sentire pronunciare dai propri figli. Se si prova a digitare, per esempio, “torrent” o “megaupload” (nomi legati alla pratica del p2p e dello scaricamento abusivo di file), Google non fornisce il servizio di completamento automatico della query (che di solito decifra e anticipa le vostre richieste), non propone una lista di suggerimenti sul tema, né restituisce risultati immediati senza obbligare a premere il tasto “invia”. In pratica, dovrete fare la “fatica” di digitare per intero il vocabolo nella casella di ricerca, confermare la richiesta e attendere le risposte del motore di ricerca, come avveniva non molto tempo fa per qualunque parola. Gli accaniti frequentatori del download illegale potrebbero dunque sorridere di fronte a una simile forma di resistenza passiva. Google ha scelto di non impedire (e come potrebbe?) l'accesso alle sue funzioni di ricerca per questo tipo di terminologia, ma ha deciso di non fare nulla per aiutarle. Ddi sorrisi, però, soprattutto in casa dei diretti interessati alla “censura”, se ne vedono pochi. Già a dicembre, la società di Larry Page e Sergey Brin aveva annunciato che avrebbe applicato queste nuove linee guida. "Anche se è difficile sapere con certezza quando i termini di ricerca sono usati per trovare contenuti illeciti, faremo del nostro meglio per impedire alla funzione di completamento automatico di visualizzare i termini più frequentemente utilizzati a tale scopo" aveva spiegato Kent Walker, consigliere generale di Google. L'impatto di questa scelta sulla pirateria sarà uguale a zero, ma forse il motore di ricerca è in cerca di buoni rapporti con le major discografiche e cinematografiche, e adotta la nuova politica come gesto di distensione nei confronti dei più accessi difensori del copyright. Il gigante di Mountain View, d'altra parte, ha già attivato servizi a pagamento di noleggio video e film e si prepara ad aprirne di uguali nel campo della musica. Il tentativo di censura, però, ha già suscitato mugugni da parte degli utenti più tecnologici che mostrano qualche perplessità anche sulla selezione dei termini fin qui operata. Nella lista nera sono finiti, al momento, RapidShare, BitTorrent, Megaupload e non, curiosamente, eMule, un altro notissimo software che sfrutta le reti peer to peer su cui viaggiano, anche, film, immagini e canzoni protetti da copyright. E proprio a questo proposito, utenti e sviluppatori di BitTorrent si lamentano: il programma, in sé, non è considerato illegale e l'uso illecito del software è esclusiva responsabilità dei singoli utenti. "Quello che Google sembra non capire è che il nostro prodotto è usato per diversi scopi che offrono un valore significativo per il settore della tecnologia, per le aziende, per gli artisti e per i consumatori in generale" ha scritto Simon Morris, uno dei responsabili di BitTorrent, sul sito TorrentFreak. Nella lista dei cattivi, inoltre, manca Pirate Bay, noto sito (condannato dalla giustizia svedese in due gradi di giudizio) che funge da centro di smistamento proprio per il programma BitTorrent e permette di trovare ogni tipo di file, compresi quelli illegali. Le reazioni dimostrano che, al di là degli effetti pratici praticamente nulli, la scelta strategica fatta a Mountain View ha il suo peso. Nel nuovo assetto “antipirateria” assunto da Google compaiono anche altre novità. Il motore di ricerca ha garantito che ogni richiesta di rimozione di contenuti per ragioni di copyright troverà risposta entro 24 ore, e la stessa procedura per effettuare la richiesta sarà semplificata. Iniziative forse più sostanziali per la tutela del diritto d'autore, ma certamente di minore effetto rispetto alle prove tecniche di censura sul motore di ricerca.

Fonte: La Stampa - Autore: Claudio Leonardi

martedì 18 gennaio 2011

Pirateria online: oltre 53 miliardi di visite l’anno per i siti pirata


Uno studio condotto da MarkMonitor ha portato alla luce alcune sconvolgenti cifre sul problema della pirateria online, mostrando come oltre 53 miliardi di visite ogni anno interessino siti che a vario titolo diffondono materiale protetto da copyright e oltre 93 milioni siano invece le visite a siti che vendono materiale contraffatto. Conferme sulla “quasi impossibilità” di risolvere il problema arrivano tanto dalla quantità di traffico generato da questi siti, quanto dalla enorme gamma di paesi in cui vengono ospitati. Il 67% di questi siti, rileva lo studio, è ospitato in America del nord o nell’Europa occidentale, ma le ordinazioni di merce contraffatta e il download illegale di materiale protetto da copyright, valicano i confini di quasi tutti i paesi del mondo. I prodotti interessati dal problema ricoprono quasi per intero la categoria dei contenuti digitali, così ad essere illecitamente diffusi sono film, musica, giochi, software, programmi televisivi e libri elettronici, ma non ci si ferma qui: il commercio illegale di merce contraffatta sdogana il problema ben oltre i “confini del digitale”, andando ad interessare abbigliamento, calzature, elettronica, beni di lusso, medicinali ecc… L’impatto economico, probabilmente ancora troppo poco considerato, si stima possa superare i 200 miliardi l’anno. Steve Tepp, senior director della sezione antipirateria e contraffazione online, presso il Global Intellectual Property Center della camera di commercio statunitense, ha dichiarato:

la vendita di materiale contraffatto e la diffusione di contenuti digitali protetti da copyright, rallentano la nostra crescita economica, sottraendo posti di lavoro e truffando i consumatori; sapevamo da tempo che i siti pirata stavano pian piano crescendo a nostre spese, ora cominciamo a vedere la portata impressionante di questo problema.

Lo studio MarkMonitor è solo la punta di un iceberg, che traccia una panoramica generale di quanto sia diffuso e radicato il problema e mette in luce l’urgenza di risolverlo, per tutelare i consumatori, consentire al mercato di Internet di prosperare e creare così nuovi posti di lavoro.Voi cosa ne pensate?

Fonte: Oneitsecurity - Autore: Paolo Leonardi

lunedì 20 dicembre 2010

AgCom contro la pirateria Web: lista dei “cattivi” e inibizione degli IP


Ne parlano già come la legge anti-pirateria più autoritaria che ci sia. L’AgCom, l’autorità per le telecomunicazioni, ha dato il via libera al testo per la protezione del diritto d’autore, che sembra fatto apposta per eliminare P2P e Torrent e mettere fuori legge i siti Internet che pubblichino materiale protetto. Le polemiche erano sorte un paio di giorni fa, quando l’avvocato Fulvio Sarzana aveva pubblicato la bozza di questo testo. Con un commento poco rassicurante:

Nel provvedimento denominato “Lineamenti di Provvedimento concernenti l’esercizio delle competenze dell’Autorità nell’attività di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica”, l’AgCom delinea un quadro molto severo delle violazioni del diritto d’autore su Internet. Il terzo paragrafo, relativo al procedimento inibitorio, in particolare andrebbe attentamente analizzato e discusso approfonditamente per misurarne la compatibilità con le norme attualmente in vigore.

Il riferimento è agli Internet Service Provider, chiamati in causa come soggetti privilegiati della lotta contro la pirateria. In pratica, l’accordo prevede che l’Agcom imponga agli ISP l’obbligo di comunicare periodicamente i dati (aggregati) circa l’utilizzo dei servizi (accesso a reti peer-to-peer, streaming e via dicendo). A partire da queste informazioni, l’Autorità dispone eventualmente delle misure restrittive. Ma non finisce qui: l’AgCom potrà ordinare la rimozione dei contenuti e si parla di una lista nera dei siti da mettere a disposizione degli ISP e della possibilità, in casi estremi (per esempio siti stranieri) dell’inibizione del nome del sito Web, cioè dell’indirizzo IP.

Questo testo in pratica accoglie i principi del famigerato decreto Romani, citato anche in un cablogramma di Wikileaks, e ha l’intento principale di colpire i siti Internet ma non gli utenti. L’unico modo per farlo era ovviamente concentrarsi sugli ISP.

Non mancano le critiche dei commentatori a questo accordo. Clamorosa l’intervista di un componente dimissionario della commissione, Nicola D’Angelo, al giornalista Vittorio Zambardino, dove si lamenta di aver trasformato un ente di controllo in uno “sceriffo della rete“.

C’è una visione dell’evoluzione tecnologica, nel nostro paese, che è del tutto arretrata. E noi rischiamo di rimanere fuori, nei prossimi anni, dallo sviluppo dell’economia e delle libertà nel mondo grazie alla rete, a tutto danno dei cittadini.

All’intervista ha già replicato Enzo Mazza, presidente della Federazione dell’industria musicale italiana:

La visione arretrata è quella che confonde la libertà di espressione e la libertà di accesso alla rete con il diritto di accedere a contenuti illeciti.

Fonte: One20web.it - Autore: Marco Viviani

martedì 23 novembre 2010

Il 50% dei consumatori è preoccupato per il software contraffatto


Una ricerca resa nota da Microsoft rivela come l'80% dei consumatori nel mondo e il 76% degli italiani sia a conoscenza dei rischi nell'utilizzo di software contraffatti. Un consumatore su due si dice preoccupato dalla perdita di dati e dal furto di identita' causati da software contraffatto. Il sondaggio e' stato condotto in 20 Paesi del mondo e ha interessato un campione di 38.000 persone, di ambo i sessi. Dalla ricerca emerge che a livello mondiale due consumatori su tre dichiarano che l'utilizzo di software contraffatto non e' sicuro quanto il software originale. La perdita dei dati e il furto di identita' sono tra le loro principali preoccupazioni. I consumatori chiedono un maggiore supporto da parte dei governi e delle imprese nella lotta contro i produttori di software pirata. I dati evidenziano poi che il 70% degli intervistati, dato identico sia a livello mondiale che italiano, e' convinto che il software originale sia in grado di garantire maggiore sicurezza, stabilita' e semplicita' di aggiornamento. In particolare, per quanto riguarda gli italiani, il 72% ritiene che il software genuino sia piu' sicuro, il 66% piu' stabile e il 73% che sia aggiornabile con maggiore facilita'. "I risultati del sondaggio pongono l'accento sull'esigenza effettiva che le aziende del settore e le autorità rendano disponibile ai consumatori una maggiore quantità di informazioni sulla contraffazione del software" - afferma Simona Lavagnini responsabile legale di BSA in Italia - "i consumatori non vogliono acquistare software contraffatto. Sono consapevoli del fatto che si tratta di prodotti che causano problemi agli utenti in tutto il mondo. È però necessario fornire loro conoscenze e strumenti adeguati per riconoscere i prodotti non originali". I materiali sono disponibili gratuitamente per tutti a questo indirizzo.

Fonte: Future Web

mercoledì 12 maggio 2010

Film in streaming e su P2P e utenti che li scaricano individuati da nuovo software Nec


NEC Corporation ha sviluppato una nuova tecnologia che permette di identificare in una manciata di secondi le copie illegali di film e video caricate on line.


NEC Corporation ha sviluppato una nuova tecnologia per l’identificazione di contenuti video che promette di riuscire a individuare, in pochi secondi, i video che circolano su Internet senza autorizzazione da parte dei detentori dei diritti di copyright.
La tecnologia, che sarà oggetto di una dimostrazione nel corso dell’Embedded System Expo di Tokyo (12-14 maggio 2010), genera un’impronta (video signature) che identifica il contenuto di un video e che serve da confronto per scoprire, per esempio, copie illegali o versioni alterate di film disponibili sui canali P2P e di file sharing. Le firme, spiega NEC, sono estratte da ogni fotogramma sulla base delle differenze di luminanza all’interno dei singoli frame, differenze che sono definite da una varietà di luoghi, dimensioni e forme. L’unicità di ogni impronta digitale consente, quindi, di individuare i video non originali o alterati, creati tramite tecniche di cattura analogica, ricodificazione e sovrascrittura. Il confronto della signature del video originale con l’impronta digitale di altri video si esaurirebbe in un lasso di tempo di 2 secondi, una velocità impossibile da ottenere se si seguono i metodi convenzionali di comparazione. A ciò di deve aggiungere un’accuratezza del 96%, secondo i test effettuati da NEC.
Secondo l’azienda, la nuova tecnologia consentirà ai content holder e ai service provider di identificare in automatico contenuti illegali caricati dagli utenti della Rete e di ridurre i tempi e i costi delle ispezioni manuali.

martedì 16 febbraio 2010

Le 15 tipologie di attacco più diffuse



Ecco come si evolveranno le incursioni dei "Pirati Informatici" nel corso di questo 2010.
Secondo il più recente dei Data Breach investigations Report realizzato dagli esperti di sicurezza di Verizon Business questo è l'elenco dei più diffusi attacchi/reati informatici portati alle aziende nel 2009:

1. Keylogging e spyware: Malware: progettato specificatamente per raccogliere,monitorare e registrare di nascosto le azioni di un utente di sistema.
2.Backdoor: o comando/controllo. Strumenti progettati per funzionare in modo nascosto che forniscono accesso remoto o garantiscono il controllo (o entrambe le cose) a sistemi infettati.
3. SQL injection: Tecnica d'attacco utilizzata per sfruttare il modo in cui le pagine web comunicano con i database backend.
4. Abuso di accesso a sistema/privilegi. Abuso di accesso a sistema/privilegi. Abuso deliberato e dannoso di risorse, accesso o privilegi concessi dall'organizzazione ad un singolo.
5. Accesso non autorizzato tramite credenziali di default. Casi in cui un intruso accede al sistema o a una periferica protetta tramite password e username standard preconfigurati (noti a molti).
6. Violazione di utilizzo accettabile e altre policy. Mancato rispetto accidentale o voluto della policy di utilizzo accettabile.
7. Accesso non autorizzato tramite liste di controllo degli accessi (ACL - Access control list) deboli o mal configurate. Gli intrusi possono avere accesso a risorse ed eseguire azioni non volute dalla vittima.
8. Packet Sniffer: Software utilizzato per controllare e catturare i dati che attraversano la rete.
9. Accesso non autorizzato tramite credenziali rubate. Casi in cui un intruso accede ad un sistema protetto o ad una periferica utilizzando credenziali valide ma rubate.
10. Pretexting o Social Engeneering. Tecnica di social engeneering in cui l'intruso inventa uno scenario per ingannare la vittima al fine di farle fare una determinata azione.
11. Bypass dell'autenticazione. Sistema di aggirare la normale procedura di autenticazione neccessaria per accedere ad un sistema.
12. Furto fisico di risorse: Rubare fisicamente un bene.
13. Attacco tramite i programmi "brute-force". Processo automatizzato di ripetizione di combinazioni di username/password possibili fino a trovarne una corretta.
14. RAM scraper: Forma piuttosto nuova di malware progettato per catturare dati da una memoria volatile (RAM) all'interno di un sistema.

lunedì 15 febbraio 2010

Download film, musica e programmi illegali online su Internet: multati per la prima volta utenti


Sequestrati 200.000 tra software, CD, DVD e altro materiale protetto da copyright. Per la prima volta multati anche gli acquirenti.

Circa 200.000 tra programmi software, CD, DVD con videogame e file musicali per un valore complessivo di 10 milioni di euro sono stati sequestrati dalla Guardia di Finanza di Desenzano del Garda nell’ambito di un’indagine denominata “Uncino” e durata un paio di anni. Gli uomini delle Fiamme Gialle hanno denunciato quattro fornitori e, per la prima volta in Italia, multato anche i loro clienti. Le indagini sono iniziate nel dicembre del 2007, quando la Guardia di Finanza ha agganciato su Internet un intermediario che vendeva materiale tutelato dal diritto d’autore: videogiochi, film, software e musica. I militari sono riusciti a risalire la filiera e a scoprire i grossisti, sequestrando, appunto materiale pirata per un valore di circa 10 milioni di euro. I quattro fornitori denunciati sono stati multati per oltre 23 milioni di euro, ma le sanzioni hanno colpito anche gli acquirenti. A carico di 38 clienti sono state, infatti, comminate multe complessive per 5.800 euro, con sanzioni da un minimo di 103 euro fino a circa 1.000 euro. Due persone, inoltre, sono state denunciate perché, durante le perquisizioni, sono state trovate in possesso di materiale pedopornografico. Per comunicare fra loro, gli organizzatori del traffico utilizzavano email crittografate o protette e schede telefoniche mobili difficilmente rintracciabili perché non associate a uno specifico utente. Alle indagini hanno collaborato sei procure, incluse Brescia, Milano, Perugia e Firenze, e quattro organizzazioni di produttori che si battono contro la pirateria informatica, tra cui Business Software Alliance e la Federazione contro la pirateria musicale. Sempre in queste ore, vi è una nuova importante notizia con non poche e gravi conseguenze per la libertà degli utenti Internet in Italia: Mediaset ha vinto per la seconda volta anche in appello contro Youtube, il quale dovrà rimuovere tutti i video ( anche sinole immegini ) dei programmi del Biscione dalla sua piattaforma.La situazione e le prospettive sono descritte in questo articolo con video-commento da Marcello Tansini che vi invitiamo a leggere e ascoltareIn questo video sottostante, invece, viene spiegata l'operazione Unico con ulteriori dettagli e il processo che vede Fapav contro Teleocm Italia con richieste importanti: ottenere i nomi di oltre 2 milioni di utenti italiani intercettati vedere film in streaming e scambiare files su circuiti P2P.

sabato 5 dicembre 2009

Microsoft dà lezioni di pirateria


BigM ha organizzato una giornata mondiale a tutela degli utenti. Obiettivo, allenarli e proteggerli dalla contraffazione di software. Il pericolo viene dall'est, anche in forma di chiavetta USB.

Settanta paesi coinvolti, ventiquattro ore a disposizione per aiutare consumatori da ogni parte del globo a capire meglio i meccanismi e i potenziali rischi della pirateria, della contraffazione di software. Si è tenuto in queste ore quello che è stato chiamato il Consumer Action Day, un'intera giornata organizzata da Microsoft per illustrare una vasta serie di iniziative volte a rinforzare le coscienze degli utenti relativamente a un concetto: la vendita di software contraffatto danneggia le economie nazionali, mettendo a rischio la sicurezza dei computer e quindi degli utenti stessi.Una giornata per aprire una strada, dunque, verso veri e propri programmi di educazione alla copia originale sponsorizzati da BigM in tutto il mondo. Qualche esempio per capire meglio. In Germania è stato costituita un'associazione di rivenditori di software, in Messico le autorità a protezione dei consumatori sono state iniziate ad un corso d'addestramento contro i rischi della contraffazione. Mentre in Grecia si è pensato alla protezione online dei minori, in Argentina sono nati dei corsi per studiare l'impatto della pirateria sulla media e piccola impresa."I danni provocati ai consumatori da parte del software contraffatto sono chiari oggi molto più che in passato - ha commentato David Finn, general counsel di Microsoft - Solo negli ultimi due anni abbiamo ricevuto più di 150mila segnalazioni da parte di utenti che avevano involontariamente acquistato materiale pirata pieno di virus e malware". In un blog post, Finn ha spiegato che più di un quarto di queste segnalazioni avrebbe una provenienza ben precisa: la Cina. Stando alle percentuali riportate sul blog Microsoft On The Issues, il livello generale di contraffazione nel paese asiatico avrebbe raggiunto l'80 per cento. Studi riportati - ma non citati - avrebbero sottolineato come, abbassando il livello di soli 10 punti percentuali, si otterrebbe un risultato decisamente incoraggiante: 20 miliardi di dollari (più di 13 miliardi di euro) per l'economia di Pechino, 1,5 miliardi (quasi 1 miliardo di euro) in versamenti fiscali e 300mila nuovi posti di lavoro.Il mercato nero cinese si sarebbe dunque trasformato in una sorta di impero economico parallelo, proprio recentemente foriero di particolari copie non autorizzate del nuovo sistema operativo made in Redmond. Un sito asiatico ha infatti riportato quello che alcuni hanno definito come il primo caso di vendita illegale di Windows 7 attraverso dispositivi USB. Trattasi nello specifico di una chiavetta della capacità di 8GB, venduta in un formato 10-in-1, secondo alcuni contenente cioè ogni singola versione dell'ultimo OS di Microsoft.I dispositivi USB contraffatti sarebbero stati venduti al prezzo di 98 yuan l'uno, circa 9 euro. Si tratterebbe, inoltre, di edizioni speciali del software, compresa quella in edizione limitata firmata dal CEO Steve Ballmer in persona. Microsoft ha così dato vita ad una serie di iniziative in terra asiatica, includendo nelle scuole alcuni programmi relativi ai meccanismi di funzionamento giuridico della proprietà intellettuale. BigM ha puntualizzato che la pirateria farebbe perdere agli utenti tempo e denaro, oltre ad esporli a rischi come la perdita di informazioni personali e il furto d'identità.Durante una recente intervista, John Bessey, dirigente di Microsoft nelle Filippine, ha dichiarato tuttavia che la pirateria non costituisce una grave minaccia per le sorti presenti e future dell'azienda di Redmond. Secondo Bessey - che ha parlato durante il lancio di Windows 7 nello stato del sud-est asiatico - un numero sempre crescente di utenti è consapevole dei rischi legati all'utilizzo di un software contraffatto, specialmente nelle transazioni bancarie online e nel normale funzionamento dell'hardware."Siamo sorpresi - ha dichiarato Bessey - dalla consistente domanda del nostro sistema operativo nelle Filippine, non solo nel numero, ma anche in una serie positiva di feedback da parte degli utenti". Parole che non hanno trovato particolare armonia con il clamore degli intenti prefissati dal Consumer Action Day. E qualcuno non ha risparmiato le sue critiche per l'intera iniziativa: ci sono tecniche di ingegneria sociale, una su tutte la celebre "truffa alla nigeriana" che del sistema operativo originale o contraffatto se ne infisichiano.

martedì 25 agosto 2009

Il governo britannico dichiara guerra ai pirati del web

Chi sarà sorpreso a scaricare illegalmente canzoni e video protetti da copyright potrà essere isolato dalla rete. Il provvedimento verrà applicato soltanto agli utenti recidivi: prima di essere definitivamente tagliati fuori dal web, gli utenti riceveranno per posta alcuni avvertimenti.
Il governo britannico dichiara guerra ai pirati del web: chi sarà sorpreso a scaricare illegalmente canzoni e video protetti da copyright potrà essere isolato dalla rete. Il provvedimento, avanzato dal governo di Londra, si applicherà però soltanto agli utenti recidivi: prima di essere definitivamente tagliati fuori dal mondo di Internet, i pirati riceveranno per posta alcuni avvertimenti.Il sottosegretario al Tesoro, Stephen Timms, ha spiegato che il taglio della connessione a Internet sarà solo la misura finale, mentre sono previste pene minori quali il rallentamento della rete e il divieto di accesso ai siti di file-sharing. La multe inoltre potrebbero arrivare a 50 mila sterline. Il provvedimento si attuerebbe grazie a una serie di accordi tra l’Ofcom, l’autorità garante per le comunicazioni, e i provider di servizi Internet che tuttavia non hanno ancora accettato il loro nuovo ruolo di ‘spie'. L’Ofcom potrà infatti chiedere ai provider di compilare una black-list di utenti (individuabili grazie agli indirizzi Ip) che abitualmente scaricano illegalmente contenuti protetti dai diritti d’autore.La bozza del provvedimento, pubblicata dai maggiori quotidiani britannici, ha già suscitato grandi polemiche.L’«Open Rights Group», un’organizzazione nata nel 2005 in Gran Bretagna per «proteggere le libertà civili» e i diritti degli utenti di Internet, ha parlato di una «restrizione della libertà di espressione».
Fonte: Quotidiano.net

Internet: boom pirateria videogiochi

(ANSA) - ROMA, 24 AGO - E' in aumento su Internet il commercio illegale dei dati di accesso ai videogiochi online che si possono installare o usare con una password. Lo rivela una studio di G Data Security Labs. I ricercatori hanno individuato centinaia di forum illegali che vendono dati di accesso rubati ai giocatori per meno di due euro. Per G Data, sono 'World of Warcraft' e 'Steam' i giochi piu' presi di mira dai cyber criminali, che riescono a rubare i dati con uno speciale 'malware' introdotto nel pc degli utenti.