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venerdì 5 novembre 2010

"Al via la liberalizzazione del wi-fi" Il governo cancella il decreto Pisanu


Maroni: "Dal 1° gennaio ci si potrà collegare liberamente". Plauso bipartisan

Nel pacchetto sicurezza approvato oggi dal governo c'è anche la liberalizzazione della connessione internet superando le restrizioni imposte dai decreti Pisanu seguenti agli allarmi terrorismo del 2005 e che scadranno il prossimo 31 dicembre.

«Dal primo gennaio ci si potrà collegare liberamente, senza restrizioni, alla rete wi-fi», ha assicurato il ministro dell’Interno Maroni in una conferenza stampa a Palazzo Chigi, illustrando le misure del pacchetto sicurezza approvato oggi. Con il provvedimento di oggi, ha spiegato Maroni, «superiamo le restrizioni imposte dal decreto Pisanu cinque anni fa che ora sono state superate dall’evoluzione tecnologica». La Meloni saluta con soddisfazione la decisione di non prorogare la validità del decreto Pisanu votata: «Da lungo tempo - afferma il ministro della Gioventù - mi battevo per la cancellazione di una normativa senza eguali nel mondo occidentale. Gli stessi proponenti originari della norma - commenta - avevano ammesso ormai da tempo la scarsissima utilità per il contrasto al terrorismo, a fronte di ostacoli molto gravosi per la diffusione del libero accesso alla rete, e dunque per lo sviluppo dell’Italia. Adesso lavoreremo per approvare entro il 31 dicembre nuove norme che possano garantire adeguati standard di sicurezza senza limitare il libero accesso ad internet».

Fonte: La Stampa - Autore: Anna Masera


mercoledì 16 dicembre 2009

Web, altre regole non servono


La Rete non è stata né causa né strumento della violenza di domenica
Lanciarsi contro Internet perché qualcuno scaglia un souvenir appuntito al presidente del Consiglio appare bizzarro. La Rete non è stata né causa né strumento della violenza di domenica. E’ stato però il teatro delle conseguenze. Brutte. La crudeltà di chi festeggia il dolore altrui. La vigliaccheria di chi sparla e non firma. L’irresponsabilità di chi incita alla violenza — una tragedia che l’Italia ha conosciuto e non ha dimenticato. È arrivato il momento di mettere regole a Internet? Prima di rispondere, è bene che qualcuno si prenda la briga di capire — e poi di spiegare — a cosa le stiamo mettendo. La sensazione è che molti, tra quanti oggi maledicono Facebook e accusano Twitter, non siano mai entrati in un social network, non abbiamo mai inviato un tweet né cliccato il pulsante «pubblica» di un blog.

Vedremo cosa proporrà il ministro Maroni al Consiglio dei ministri, domani. «Misure delicate che riguardano terreni come la libertà di espressione sul Web e quella di manifestazione», ha anticipato. Speriamo non sia una norma inapplicabile come l’abolizione dell’anonimato (non ci sono riusciti i cinesi, che di censura se ne intendono); e neppure un decreto contro generici «siti estremisti». Cosa vuol dire, infatti, «estremista»? A giudicare dal dibattito (?) alla Camera di ieri, infatti, molti deputati definirebbero così l’homepage dei colleghi che non la pensano come loro. Non c’è bisogno, forse, di norme nuove. Ingiurie, minacce, apologia di reato, istigazione e delinquere: nel codice penale ci sono già, come ha scritto ieri Stella sul Corriere , e dovrebbero bastare. A meno di considerare la Rete come uno stadio virtuale: una zona franca dove comandano gli ultras, e tutto è lecito.

Per anni abbiamo difeso Internet distinguendo tra il mezzo e il messaggio (se qualcuno ci offende al telefono, non diamo la colpa al telefono; se qualcuno delira su Internet, perché prendersela con Internet?). Oggi — bisogna ammetterlo — le cose sono cambiate. Le interazioni del web 2.0 (blog, forum, chat, Wikipedia, YouTube, Facebook, Myspace, Twitter, eBay...) hanno creato un mondo. Internet non è più, come negli anni 90, un binario su cui viaggiano insieme il bene e il male (la solidarietà e la pedofilia, l’amicizia e la xenofobia). Luca Sofri lo ha spiegato ieri su wittgenstein. it : «Quando il mezzo ha una potenza quantitativa straordinaria, questa si riverbera sulla qualità delle cose e determina cambiamenti. Limitarsi a definirlo 'neutro' non è sufficiente».

Ci sono, poi, alcune caratteristiche italiane. Internet raccoglie giovani umori anti-berlusconiani che, in tv, non arriveranno mai; e sui giornali non hanno più (o ancora) voglia di arrivare. Alcuni legittimi e articolati; altri aggressivi e sgangherati. Ma è curioso notare come umori simili appaiano nei siti d’informazione, nei blog e nei social networks internazionali. I commenti, dopo l’aggressione di piazza Duomo, sono divisi quanto in Italia, se non peggio. Conduco Italians da 11 anni, conosco gli umori che girano nella Rete. So che esiste un cuore oscuro di Internet, ma ho imparato ad apprezzarne l’anima chiara e pulita. La Rete è il luogo dove qualcuno strilla «Ecce (d)uomo!», credendo d’essere spiritoso; ma dove Sabina Guzzanti, che spiritosa è davvero, ha messo frasi di buon senso nel suo blog. Facebook è il posto dove il gruppo «fan di Massimo Tartaglia» contava 68 mila iscritti, il giorno dopo l’aggressione; ma ora è sparito e altri gruppi che inneggiano allo squilibrato armato di souvenir sono rimasti senza amministratore. Lo stesso è accaduto ai gruppi farlocchi che, dopo aver cambiato nome, inneggiavano a Berlusconi. Chiusi. Twitter, che qualche giorno fa ha esordito anche in italiano, è il luogo dove si trovano centinaia di rimandi interessanti e commenti fulminanti in molte lingue. Quelli volgari e violenti basta non seguirli più (unfollow). Morale? Anche gli imbecilli hanno facoltà a esprimere la propria opinione, e in questi giorni — bisogna dire — se ne sono avvalsi. Basta non insultare, diffamare o minacciare. Per chi commette questi reati, ci sono la polizia postale e i magistrati. Vogliamo combattere gli eccessi di Internet? Benissimo: rendiamo più efficaci e rapidi i tribunali. Ma forse è meglio non dirle queste cose, in Italia. Appena si parla di giustizia, infatti, molti insultano e minacciano. Non in Rete: in Parlamento.

Fonte: Il Corriere della Sera - Autore: Beppe Severgnini

Maroni: «Nessuna censura sul web» Cade l'ipotesi decreto, meglio un DDL






Bernabé: «Internet è il regno della libertà, non della costrizione»
Maroni: «Nessuna censura sul web»

Cade l'ipotesi decreto. «Meglio un ddl»

Il ministro: «Studiamo strumenti che consentano ai magistrati di intervenire in caso di reati in Rete»

MILANO - Nessuna legge speciale, né reati specifici e nemmeno interventi censori sul web: Roberto Maroni precisa la posizione del governo dopo le polemiche scaturite per la comparsa su Facebook di alcuni gruppi di sostegno a Massimo Tartaglia, l'uomo che ha aggredito Berlusconi in piazza Duomo. E annuncia che ne parlerà con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (assieme alle misure contro le turbative alle manifestazioni politiche). «Stiamo pensando a strumenti che permettano alla magistratura di intervenire per decidere se sul web si compie un reato e per rimuovere gli effetti del reato» spiega il ministro dell'Interno. «Oggi - spiega Maroni - la magistratura può trovare il colpevole ma non può intervenire. Quindi stiamo pensando a norme ma non a nuovi reati perché anche sul web la magistratura applichi il codice penale che c'è». Il responsabile del Viminale ribadisce la sua intenzione di «favorire il dialogo e la riflessione in Parlamento» e, dunque, la sua preferenza per un disegno di legge rispetto ad un decreto: «Se il Parlamento garantisce una corsia preferenziale non ho alcuna obiezione al disegno di legge - spiega - che in questo caso potrebbe contenere più misure, mentre un decreto, ogni decreto, deve essere specifico».

CODICE DI AUTODISCIPLINA - Un gruppo di lavoro permanente che riunisca ministeri competenti, gestori di rete e fornitori di servizi, e un codice di autodisciplina come quello adottato in campo pubblicitario. Sono le altre due proposte che Maroni mette in campo per giungere a una soluzione «il più possibile condivisa» delle questioni aperte dai gruppi sul web che si formano per inneggiare a reati, o auspicarli. Parlando con i giornalisti alla Camera, il ministro dell'Interno registra un clima nuovo: «A ottobre abbiamo dovuto attendere più di un mese perchè Facebook rimuovesse i contenuti che avevamo segnalato. In questi giorni invece è avvenuto praticamente subito e autonomamente. È importante». Una dimostrazione di sensibilità che Maroni coglie rilanciando un'occasione di confronto: «Penso a un gruppo di lavoro permanente, con Viminale, Sviluppo economico, ma anche operatori e gestori di servizi magari per giungere ad un codice di autodisciplina, come quello per la pubblicità». In sostanza, per mettere a punto una carta di riferimento «per selezionare già in partenza i contenuti non conformi al codice etico». «Voglio provare anche questa strada - confida - L'intesa è la strada migliore per evitare interventi repressivi: la critica è giusta ma non può arrivare alla commissione di reati».

BERNABE' - Intanto sul tema della possibile stretta sul web interviene anche l'amministratore delegato del gruppo Telecom Italia, Franco Bernabè: Internet «è il regno della libertà - dice - e non della costrizione». Per questo, «costringere la Rete dentro un vincolo di tipo giuridico penso sia una contraddizione in termini, significa non sapere cosa è Internet e cosa è la sua evoluzione». «Abbiamo una classe politica che non capisce cosa è Internet - afferma - e cosa è stata la sua rivoluzione e innovazione negli ultimi anni», ha spiegato Bernabè, nel corso del suo intervento a una iniziativa del progetto Working Capital in Bocconi. «Internet non ha barriere in entrata, comunque credo che sia una notizia (quella di una possibile stretta sul web, ndr) destinata a far strada per pochissimo tempo e sarà presto superata dagli eventi».

sabato 28 novembre 2009

Maroni: censurare Internet per contrastare il terrorismo




La Rete aiuta anche gli affiliati di Al-Qaida. Per il Ministro è quindi un qualcosa da sorvegliare attentamente. E da censurare ove sia ritenuto necessario.
Il terrorismo passa anche e sopratutto da Internet. Censurare i siti che raccolgono contenuti di ispirazione terrorista deve essere facoltà dei governi. Il ministro dell'Interno Roberto Maroni, a margine della Conferenza dei ministri dell'Interno dei Paesi del Mediterraneo occidentale (CIMO) tenutasi a Venezia, ha ribadito la necessità di esercitare un controllo maggiore sulla Rete. Di concerto con i colleghi di altri 9 paesi dell'area mediterranea, Maroni intende fare della CIMO una struttura permanente, con una sede e un segretario propri sotto l'egida della Commissione Europea: ad essa spetterà il compito di organizzare la lotta contro il terrorismo che corre sulla rete delle reti. La proposta del ministro Maroni si fonda su un'idea di base che vede Internet come uno strumento fondamentale per l'attuazione di piani terroristici su scala internazionale: "Nessun allarme - ha dichiarato il titolare dell'Interno - ma è giusto non sottovalutare o banalizzare fatti che non derivano dall'azione individuale di qualcuno. La preoccupazione si basa su fatti avvenuti di recente, come l'arresto di pakistani a Brescia accusati della strage di Mumbai". "Si tratta di una decisione importante che - ha sottolineato il Ministro - ci impegna a collaborare per oscurare i siti attraverso lo scambio di informazioni tra i 10 Paesi, impedendo la diffusione dell'ideologia terrorista, il reclutamento e la raccolta dei finanziamenti". Maroni, che già in passato aveva sollevato questioni inerenti alla Rete come veicolo di comunicazione per i terroristi, sembra riprendere un messaggio lanciato dal presidente Silvio Berlusconi esattamente un anno fa: promuovere la creazione di regole più chiare per il Web, e affidare la tutela delle stesse all'occhio vigile del G8. In quell'occasione le parole del premier rimasero tali, ma a differenza di altre iniziative come ad esempio quella presa contro Skype, quest'ultima trovata pare stia invece prendendo corpo. Non c'è, tuttavia, ancora nulla di palpabile all'interno di CIMO: vanno stabiliti degli obiettivi reali e le modalità per conseguirli dovranno basarsi su una consapevolezza effettiva di ciò che è Internet. Per ora Maroni sta spingendo affinché Venezia ne ospiti la sede ufficiale.