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lunedì 30 novembre 2009

Microsoft e la scuola: promozione Office Professional a 20 euro



In un periodo caratterizzato da forti riduzioni degli investimenti sulle scuole, nasce una promozione che vuole portare la tecnologia nella didattica a costi davvero contenuti e ridotti.
Microsoft investe sul futuro, sulla formazione dei giovani per aiutarli a entrare nel mondo del lavoro con tutti gli strumenti necessari.
E ha dedicato, per un periodo limitato e fino a esaurimento scorte, alle scuole primarie e secondarie un’offerta imperdibile: l’opportunità unica di acquistare Office Professional 2007 Education a soli 24 euro*.
Un modo semplice e conveniente per avere tutti gli strumenti utili a rinnovare la tua scuola.
Office Professional 2007 Education contiene Word 2007, Excel 2007, PowerPoint 2007, Outlook 2007 con Business Manager, Publisher 2007 e Access 2007 e consente di:
1. proiettare e registrare lezioni sulle lavagne interattive multimediali create con strumenti di presentazione di forte impatto, con la possibilità di inserire grafici e tabelle, grazie a PowerPoint 2007;
2. scrivere temi, tesi, articoli, relazioni, riassunti, documenti con le più avanzate funzionalità di impaginazione e la possibilità di inserire semplicemente elementi di grafica, foto, tabelle, con Word 2007;
3. utilizzare fogli elettronici a supporto delle attività scientifiche con Excel 2007, con potenti strumenti di grafica, funzioni matematiche, statistiche e molto altro;
4. creare il giornalino della scuola, circolari, inviti con modelli grafici divertenti o più formali già pronti, grazie a Publisher 2007;
5. organizzare al meglio le attività scolastiche nel calendario di classe e memorizzare i riferimenti telefonici e indirizzi e-mail degli allievi e delle famiglie per semplificare le comunicazioni scuola famiglia con Outlook 2007.
In più, l’interfaccia utente semplice e intuitiva rende l’utilizzo dei programmi più rapido e produttivo con la possibilità di realizzare materiali già pronti per la stampa, l’invio tramite posta elettronica e la pubblicazione sui siti scolastici.
*Prezzo stimato di vendita utente finale IVA inclusa. Offerta valida per l’acquisto di almeno 20 licenze e di un massimo di 260, dal 1 dicembre 2009 al 28 febbraio 2010. Promozione valida fino a esaurimento scorte.
Fonte: Microsoft Italia

Riflessione:

Personalmente ritengo che questo tipo di approccio verso la scuola dovrebbe essere adottato mediante una convenzione con il Ministero dell'Istruzione in maniera che tutte le scuole possano attingere a questa soluzione divenuta ormai quasi uno standard, ad un prezzo accessibile come potrebbe essere questo. L'esaurimento scorte in tal senso non dovrebbe esistere bensì dovrebbe essere consentito alle scuole di installare sofware a basso costo visto l'utilizzo di tipo didattico che ne andranno a fare.

Usare Internet sul luogo di lavoro per scopi personali? Chat e siti come Facebook sempre meno tollerati…


7 aziende su 10 è accettabile che i dipendenti trascorrano non più di 20 minuti al giorno online a scopi personali.Le meno tolleranti appaiono le aziende sotto i 50 dipendenti.
- Attualmente i siti più vietati nelle aziende riguardano: pornografia (56,2%), giochi (41,8%), scommesse e lotterie (37,9).
- Ma anche chat e siti di social networking sono considerati sempre più a rischio. Le aziende più piccole, infatti, prevedono maggiori restrizioni per il futuro: 33% per le chat e 24,3% per i social network.
- Le PMI sono sempre più preoccupate per la sicurezza informatica: i problemi più riscontrati sono lo spam con il conseguente rallentamento della rete (40%) e i virus nei sistemi (24,6%). Da segnalare che il 12,4% ha subito il furto di dispositivi mobili con dati aziendali.
20 minuti al giorno. E’ il tempo che 7 PMI italiane su 10 sono disposte a concedere ai propri dipendenti per la navigazione su Internet a fini personali. In generale, i responsabili aziendali sono favorevoli all’ampio utilizzo di strumenti tecnologici avanzati (come, ad esempio, Blackberry o software innovativi) da parte del personale, ma per il futuro si profilano maggiori restrizioni sull’uso di Internet, in particolare per gli ormai popolarissimi siti di social networking come Facebook. Sono alcuni dei principali risultati di un’indagine – commissionata dal leader mondiale nella sicurezza dei contenuti Internet Trend Micro all’Istituto indipendente A&F Research – che offre un vero e proprio spaccato di vita delle aziende italiane nell’era delle tecnologie Web 2.0.20 minuti di libertà su Internet al giornoLo studio Trend Micro, che ha coinvolto più di 150 piccole e medie aziende distribuite su tutto il territorio nazionale, in generale ha messo in evidenza che, nell’ottica della soddisfazione del personale, buona parte degli intervistati si dichiara favorevole all’ampio ricorso degli strumenti tecnologici avanzati, da smartphone a tecnologie wi-fi, alle applicazioni più evolute (3,39 punti su 5 in una scala di valori da 1 a 5). Punteggio non molto distante da quello registrato da aspetti di base e più “scontati” come luoghi di lavoro confortevoli (4,02), ambiente informale (3,55), pause durante l’orario di lavoro (3,45). E’ emersa, però, una maggiore resistenza all’utilizzo non regolamentato di Internet sul posto di lavoro (2,37 punti su 5).
Analizzando quest’ultimo aspetto più da vicino, le aziende si sono dimostrate generalmente favorevoli a un moderato tempo di utilizzo della Rete per motivi non strettamente professionali. Il 68%, infatti, ritiene accettabile un utilizzo non superiore ai 20 minuti al giorno. In particolare, le aziende più piccole (da 10 a 50 dipendenti) appaiono meno tolleranti, infatti solo il 26,3% giudica opportuno andare oltre i 20 minuti. Mentre il 44% delle aziende più grandi (da 51 a 250 dipendenti) considera accettabile superare tale limite.
Internet in azienda: proibizionismo o liberalismo?Per quanto riguarda l’uso scorretto della Rete da parte dei dipendenti, lo studio ha evidenziato che i rischi sono meglio identificati e già oggetto di limitazione nelle aziende con più di 50 dipendenti, mentre quelle più piccole sono più orientate ad intervenire in futuro con misure di “censura”, attualmente meno diffuse.
Attualmente la percezione di rischi e il “proibizionismo aziendale” verso Internet, si concentrano sull’area della pornografia (56,2%), dei giochi (41,8%), delle scommesse e lotterie (37,9), e della ricerca di anime gemelle (34%), in buona parte già oggi non accessibili, specie nelle aziende di maggiori dimensioni.
Per quanto riguarda l’utilizzo dei sempre più popolari siti di social networking e delle chat, se in generale le aziende finora si sono dimostrate un po’ più “liberali” (attualmente sono vietati complessivamente nel 28% dei casi), la tendenza per il futuro è uno stretto giro di vite, soprattutto nelle intenzioni delle imprese più piccole. Ad esempio, il 22,3% di queste ultime non consente già oggi l’accesso alle chat, per il futuro la percentuale sale al 33%. Per i siti di social networking si passa dal 21,4% di oggi al 24,3% per il futuro. Le aziende piccole sembrano così seguire la strada già intrapresa dalle aziende più grandi che già vietano, nel 42% dei casi, le chat e i social network. Seguono, nella classifica delle attività considerate più a rischio e quindi già oggetto di restrizione, gli acquisti personali effettuati online (27,5%).
Un rischio minore e una minore richiesta di limitazioni sono indirizzate alla ricerca di posti di lavoro in Rete, attualmente non consentite dal 16,3 % delle aziende, e all’uso di email personali (13,1 %). Anche in questo ambito emerge però una tendenza più restrittiva per il futuro (24,2% per la ricerca di lavoro online e 18,3% per le email personali.
I problemi di sicurezza informatica più riscontrati

Il fatto che le aziende stiano meditando azioni restrittive per il futuro è strettamente connesso ai numerosi problemi legati alla sicurezza informatica. Guardando più da vicino il fenomeno del cybercrime nelle PMI, negli ultimi dodici mesi il problema più segnalato dalle aziende intervistate è lo spam (40% dei casi) con il conseguente sovraccarico e rallentamento della rete aziendale. Molto ricorrente è anche la presenza di virus nei sistemi (24,6% dei casi). Da segnalare anche che il 12,4% ha subito il furto di PC portatili, Blackberry e cellulari con dati aziendali.
Approfondimento sul social networking e i suggerimenti di Trend MicroLa “moda” dei siti di social networking e i pericoli per utenti e aziendeLa tendenza verso una maggiore restrizione nei confronti dei siti di social network emersa dalla ricerca, dimostra che le aziende cominciano a percepire questi siti come un secondo livello di rischio emergente, legato alla diversificazione, ampiezza e incontrollabilità dei contatti ed informazioni rese pubbliche, e quindi anche a disposizione dei criminali informatici pronti a utilizzarle a loro vantaggio.
Il social networking è riuscito a farsi spazio nella vita di tutti i giorni: Facebook ne è l’esempio con quasi 200 milioni di utenti; a questo tipo di siti si aggiungono quelli dedicati alle relazioni professionali come LinkedIn oppure i servizi di micro-blogging come Twitter.
Non sorprende, quindi, che questi servizi siano sempre di più allettanti per gli attacchi dei cybercriminali. Profili compromessi, applicazioni illegali, pubblicità di finte promozioni sono solo alcuni dei pericoli in cui possono imbattersi gli utenti. L’obiettivo principale è carpire informazioni sensibili e i dati delle carte di credito.
La fiducia, l’anello debole della catena.

Trend Micro consiglia: prima di cliccare, pensa!
L’elemento chiave su cui fanno leva di tutti questi tipi di attacchi è la fiducia, il valore alla base dell’esistenza degli stessi social network. Proprio il fatto che un messaggio o un link provenga da un amico o da un collega, lo fa sembrare molto più credibile rispetto al tradizionale messaggio spam inviato da un estraneo tramite email.

I ricercatori Trend Micro, anche attraverso i propri blog (http://blog.trendmicro.com/ , http://countermeasures.trendmicro.eu/ ) dedicati alle minacce informatiche, da tempo cercano di sensibilizzare gli utenti sull’argomento, offrendo non solo aggiornamenti continui sulle minacce, ma anche articoli con suggerimenti e spunti su cui riflettere.
Gli utenti devono essere più coscienti dell’importanza dei dati personali e acquisire una maggiore dimestichezza con i controlli della privacy disponibili sui siti di social e professional networking, utilizzandoli maggiormente. Non c’è bisogno, ad esempio, di rispondere al questionario “25 cose che mi riguardano” e poi postarlo sul proprio profilo. Come non è necessario condividere per intero la propria storia professionale e privata arricchendola di dettagli sulla formazione o il luogo in cui si abita. Soprattutto non è il caso di condividere il proprio nickname: non sono forse le informazioni necessarie per risalire alla password dell’account di posta o per accedere ai dati finanziari?
Dal momento in cui le informazioni personali diventano pubbliche non sono più controllabili.
Quindi la prossima volta, prima di cliccare su “Pubblica”, Trend Micro suggerisce di porci semplicemente questa domanda: “se un estraneo mi telefonasse chiedendomi questo tipo di informazione, gliela fornirei?”. Se la risposta è “no”, evitate di farlo anche online.
Metodologia della ricerca
L’indagine quantitativa presso le PMI Italiane su “Rischi d’Impresa – Cybercrime e Sicurezza Informatica” commissionata da Trend Micro, è stata realizzata nel mese di luglio 2009 dalla società A&F Research attraverso interviste telefoniche, centralizzate da Milano, e dirette in tutta Italia.
Complessivamente sono state condotte 153 interviste così suddivise: 103 piccole aziende (da 10 a 50 dipendenti) e 50 medie aziende (da 51 a 250 dipendenti), due terzi intervistati nel nord Italia e un terzo nel centro-sud Italia. Tutte le aziende del campione avevano almeno 8 PC collegati in rete.
Per quanto riguarda i settori merceologici il 38,6% delle aziende appartiene al comparto Manifatturiero, il 24,8 al Commercio all’Ingrosso e Dettaglio e il 36,8 % ad “Altri settori e Servizi” (produzione e commercio Agroalimentare, Servizi alle Imprese, Turismo e ristorazione, Edilizia, Sanità ed Editoria).
Le figure professionali coinvolte nelle interviste sono state:
78,4 % Responsabili Sistemi Informativi

10,5% Responsabili Acquisti infrastrutture e servizi informatici

7,2 % titolari

3,9 Direttori Generali



Wikipedia: l'emorragia si può arrestare


Wikimedia tiene in giusta considerazione i dati partoriti dalla tesi di dottorato di Felipe Ortega, emersa nei giorni scorsi dopo la segnalazione del WSJ, ma smonta la bontà delle cifre e spiega come gli abbandoni siano compensati dai nuovi arrivi.

Tutto è iniziato nei giorni scorsi, quando la tesi per il dottorato di un ragazzo spagnolo ha evidenziato una possibile "emorragia" nel numero dei collaboratori di Wikipedia. Lo studio di Felipe Ortega ha avanzato, numeri alla mano, l'ipotesi per cui ad essere in calo fosse il cuore della community, ovvero il gruppo di editori maggiormente collaborativi. La tesi si basa però su numeri di natura opinabile, costruendo l'intera tesi su basi che a distanza di pochi giorni si rivelano per molti versi fragili. La risposta, infatti, è giunta direttamente da Wikipedia, ove si è dipinto un quadro più dinamico e meno problematico rispetto a quello presentato dal Wall Street Journal nel riprendere la tesi di Ortega. La prima risposta è di firma italiana, tramite l'analisi del Presidente di Wikimedia Italia, Frieda Brioschi: «I dati sugli utenti persi non ho idea di come siano stati calcolati (quando lo scopro proverò a dare dei numeri su it.wiki), per il momento posso fornire dei dati sugli utenti che si registrano: in questo momento ci sono 449.031 utenti iscritti, di cui 8150 attivi (ossia che hanno effettuato un'azione negli ultimi 30 giorni). Per il trend di crescita: it.wiki negli ultimi 6 mesi è cresciuta stabilmente (quanto ad utenti) del 2% ogni mese». Non si tratta di un quadro esaustivo per smontare le tesi di Ortega, ma mette nel calderone nuovi elementi da tenere in stretta considerazione. Spiega infatti il medesimo post:
«il rapporto riguarda unicamente en.wiki, ossia l'edizione in inglese»;
nei dati ufficiali si vede come i dati di crescita (gli unici che vengono costantemente monitorati) siano costanti da circa 6 mesi: c'è sempre un 2% di utenti nuovi»;
Wikipedia è un esperimento in corso: nessuno sa quale sia la dimensione ottimale della community, men che meno la dimensione minima sufficiente. in ogni caso valutare il progetto solo in maniera numerica (di qualsiasi aspetto si parli) mi sembra un po' sminuente».
Dati ulteriori giungono da Erik Moeller, Deputy Director, ed Erik Zachte, Data Analyst Wikimedia Foundation.
«il numero delle persone che leggono Wikipedia continua a crescere. In Ottobre abbiamo avuto 344 milioni di visitatori unici da tutto il mondo, in aumento del 6% rispetto a Settembre. Wikipedia è il quinto sito più popolare al mondo»;
«il numero degli articoli su Wikipedia continua a crescere. Ci sono circa 14.4 milioni di articoli su Wikipedia, con migliaia di nuove unità aggiunte ogni singolo giorno»;
«Il numero delle persone che scrivono su Wikipedia ha raggiunto il proprio picco due anni e mezzo fa, è sceso per un breve periodo e da allora è rimasto stabile. Ogni mese, alcune persone smettono di scrivere e ogni mese sono sostituiti da nuove persone».
Il post non argomenta nello specifico i dati di Felipe Ortega, ma ne sbiadisce la gravità: Wikimedia è un cantiere aperto, la dimensione perfetta della community non è definibile da una teoria ed il ricambio continuo degli editori è ciò che garantisce il futuro del gruppo al di là dei possibili trend negativi all'interno del "cuore" della community. I dati stessi, inoltre, vengono messi in discussione per la varietà di interpretazioni che implicano, poiché la definizione degli editori è un concetto ondivago. Wikimedia, però, non ha respinto in toto la ricerca e, anzi, sottolinea come voglia tenere in considerazione il tutto per favorire il miglior sviluppo del progetto: «Stiamo continuando a lavorare con il dottor Ortega per comprendere meglio la tendenza a lungo termine nella ritenzione degli editor, per capire se questa tendenza può portare ad una diminuzione del numero di editori in futuro».
Lungi dal descrivere con esattezza il fenomeno, dunque, la ricerca ha avuto il merito di offrire a Wikimedia maggior consapevolezza sulla bontà dei dati del momento, così che si possa misurare il polso alla community per capire come e se intervenire a salvaguardia della salute e del futuro del progetto.

Decreto Pisanu, ricominciare da zero



Che senso hanno gli obblighi di registrazione e identificazione che pesano su chi offre connettività presso locali pubblici? E' una questione di responsabilità individuale, che il Decreto Pisanu trascura.

Un fronte nutrito di oppositori, ma tante sfaccettature nell'interpretazione del problema: è quanto rischia di accadere in relazione alla proroga delle disposizioni relative al WiFi contenute nel c.d. Decreto Pisanu (n.d.r. si tratta in realtà della legge di conversione dell'originario decreto legge). All'indomani del lancio della Carta dei Cento per il libero Wifi e, per amor di verità, di altre analoghe iniziative con le quali si è inteso richiamare l'attenzione del Palazzo sull'esigenza di non prorogare ulteriormente - sarebbe la terza volta - tali disposizioni, si aperto in Rete un dibattito su una questione tecnico-giuridica complessa ma non certamente nuova. Il problema ridotto ai termini essenziali è il seguente: con il decreto Pisanu il Governo introdusse nel nostro ordinamento tre distinti obblighi per "chiunque intende aprire un pubblico esercizio o un circolo privato di qualsiasi specie, nel quale sono posti a disposizione del pubblico, dei clienti o dei soci apparecchi terminali utilizzabili per le comunicazioni anche telematiche" ovvero la richiesta di una speciale licenza al Questore, l'identificazione degli utenti attraverso un documento di identità e il logging degli utenti medesimi. L'obbligo di autorizzazione è disciplinato dal primo comma dell'art. 7 del Decreto Pisanu mentre quelli di identificazione e logging dal quarto comma del medesimo articolo 7. Nelle intenzioni dello stesso Ministro degli Interni Beppe Pisanu e, successivamente, in quelle del Parlamento in sede di conversione del Decreto Legge, tutti tali obblighi costituivano una misura antiterrorismo urgente ma destinata a restare in vigore a tempo determinato ovvero sino al 31 dicembre 2007. Si tratta di circostanza che emerge chiaramente nella relazione di accompagnamento al Disegno della legge di conversione secondo la quale "l'articolo 7 tende ad assicurare uno stretto controllo finalizzato alle attuali stringenti esigenze di sicurezza dei pubblici esercizi e degli altri luoghi pubblici o aperti al pubblico nei quali sono offerti servizi di comunicazione anche telematica, senza voler incidere sulla sostanziale libertà anche d'impresa, garantita dal codice delle comunicazioni elettroniche, di cui al decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259, prevedendo, per un periodo circoscritto fino al 31 dicembre 2007, la necessità di una specifica autorizzazione di polizia e l'adozione di specifiche misure di identificazione degli utenti". L'articolo 7, tuttavia, è poi stato scritto in modo infelice tanto da indurre legittimamente l'interprete a ritenere che la scadenza del 31 dicembre 2007 debba riferirsi alla sola disposizione di cui al primo comma: obbligo di licenza.In sede di conversione al decreto legge, nelle diverse Commissioni Parlamentari attraverso le quali il testo transitò, ci si avvide di tale circostanza e la si segnalò. Ma nella fretta e nella frenesia di quei giorni nonché, probabilmente, anche in ragione della circostanza che la questione Internet veniva vissuta come secondaria rispetto alle molte altre affrontate dal Decreto Pisanu, nessuno intervenne, consegnando, dunque, alla storia il testo attualmente in vigore.La realtà credo sia, dunque, questa: rischia di essere un errore pensare che per il comma 1 dell'art. 7 sia prevista una scadenza e per il comma 4 no. Non sembrerebbe avere molto senso prevedere due scadenze diverse per due disposizioni che appaiono scritte per agire in maniera complementare: che senso avrebbe esigere da soggetti non autorizzati né identificati - almeno per finalità di pubblica sicurezza - di identificare, con finalità di pubblica sicurezza, i propri avventori? È comunque innegabile che i dubbi sollevati negli ultimi giorni attraverso l'esegesi dell'art. 7 siano legittimi e che esiste un rischio che, in fase di applicazione della norma, anche a seguito dell'auspicata mancata proroga del termine di cui al comma 1, qualcuno possa, attraverso un'interpretazione letterale del testo, concludere che il gestore di un circolo ricreativo pur non essendo obbligato a chiedere un'autorizzazione al questore debba continuare a identificare i suoi avventori attraverso un documento di identità.Ritengo, tuttavia, ci si dovrebbe trovare tutti d'accordo nel ritenere che tutti e tre gli obblighi introdotti dal Decreto Pisanu - licenza del questore, identificazione a mezzo documento di identità e logging - siano inopportuni ed anacronistici e che, soprattutto, si siano rivelati, alla prova dei fatti, assai meno utili di quanto, probabilmente, ci si attendesse. A questo punto - quale che sarà l'interpretazione che un giudice o un funzionario di polizia domani daranno all'art. 7 in relazione alla sua efficacia oltre la data indicata al comma primo - allo stato credo non si possa far nulla di più e di meglio che sforzarsi di richiamare l'attenzione del Palazzo sull'esigenza di non prorogare il termine di cui all'art. 7. Qualora la scadenza venga prorogata di nuovo infatti vi sarà la certezza di dover continuare a chiedere anacronistiche licenze ed ad identificare gli utenti mentre, in caso contrario, la partita sarebbe aperta: non sarebbe più necessaria alcuna licenza e con un piccolo sforzo interpretativo potrebbe intendersi anche venuta meno l'efficacia dell'obbligo di identificazione.Da un punto di vista teorico, convengo con quanti ritengono che l'eventuale rinuncia alla proroga del c.d. decreto Pisanu non sarebbe risolutiva ma da un punto di vista concreto, si tratta del miglior risultato a portata di mano e rinunciarvi sarebbe, davvero, una sconfitta.Ma c'è di più. Riconosco a Roberto Cassinelli, ad Antonio Palmieri, a Anna Paola Concia ed agli altri parlamentari firmatari del disegno di legge il merito di aver gettato le basi per sensibilizzare il Palazzo riguardo alla necessità della diffusione delle risorse di connettività WiFi nel Paese, ma occorre tuttavia riconoscere, allo stesso tempo, che si sbaglierebbe se si guardasse al DDL Cassinelli e altri come ad una soluzione definitiva.Sebbene enormemente più illuminato, il DDL rischia di assumere i contorni di un Pisanu Bis. Una disposizione cioè che si preoccupa di regolamentare l'accesso alla connettività messa a disposizione da locali pubblici e circoli ricreativi, mentre è possibile sfruttare la connettività e attribuire la responsabilità della propria condotta telematica a un qualsiasi privato che lasci aperta la propria rete WiFi.Il vero problema da affrontare e risolvere è quello più generale dell'imputabilità ad un determinato soggetto di talune condotte telematiche di particolare rilievo giuridico. Si tratta d'altro canto, di una raccomandazione emersa nelle ultime ore in seno al Consiglio d'Europa che ha sottolineato l'esigenza di risolvere il problema della natura anonima dei servizi di telecomunicazione prepagati. La questione è quella dell'anonimato protetto: ciascuno è libero di connettersi ed agire in Rete in forma anonima ma dopo aver lasciato tutti i suoi dati alle porte del web in modo che, dinanzi ad una grave violazione di legge ricompresa in un elenco tassativo da predisporsi, l'autorità giudiziaria e quella di polizia possano identificarlo e invitarlo a difendersi e/o chiamarlo a rispondere delle proprie responsabilità. Mi rendo conto che si tratta di una soluzione che apparentemente delude il livello di libertà che ciascuno di noi si attende nell'utilizzo di Internet, ma temo si tratti di compiere uno sforzo di realismo ed accettare l'idea che la Rete è divenuta troppo importante nel mondo degli affari, della politica e dei rapporti interpersonali e che, per questo, prima o poi, qualcuno proporrà di nuovo registrazioni e schedature di massa sul modello di quanto accaduto nel caso Pisanu. Prima che simili disposizioni vengano dettate da chi ha meno a cuore la tutela della privacy ed il rispetto della libertà di informazione, sarebbe opportuno elaborare una soluzione matura, equilibrata e responsabile.Decreto Pisanu, punto e a capo, dunque. Releghiamolo alla storia e guardiamo al futuro, utilizzando il DDL Cassinelli, Palmieri, Concia e altri come una buona occasione per dimostrare che in Rete - così come fuori - libertà fa rima con responsabilità. E che quando chiediamo, a gran voce, maggiore rispetto per i diritti digitali fondamentali, lo facciamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità in ogni ipotesi di abuso.

La Camera vara un nuovo sito internet per bambini


Contiene un gioco che permette di conoscere meglio, divertendosi, sia il Parlamento sia come nasce una legge. Previsto anche un concorso sulle parole legate al luogo dove si legifera. Per il presidente della Camera, Gianfranco Fini, il sito va preso sul serio: ci sono regole che vanno rispettate.

Si chiama “Il Parlamento dei bambini” il nuovo sito della Camera rivolto ai giovani interessati al funzionamento del luogo dove si discutano e votano le leggi dello Stato. Il sito divulgativo contiene un gioco che permette di conoscere meglio, divertendosi, sia il Parlamento sia come nasce una legge. Previsto anche un concorso, legato alla sezione del sito chiamata "Parlawiki", nella quale i ragazzi possono scrivere, con i loro contributi, un vero e proprio vocabolario delle parole legate alla Camera.L’iniziativa è stata presentata il 25 novembre direttamente dal presidente della Camera, Gianfranco Fini: rivolgendosi agli alunni di alcune classi, delle medie e primarie di Manziana, Comune alle porte di Roma, Fini ha detto che "con l'aiuto di Internet potrete capire cosa è il Parlamento che sembra un luogo lontano, un luogo che vedete la sera durante i telegiornali. È il luogo dove si fanno le leggi che regolano la vostra vita di oggi e fanno il vostro futuro". Fini ha raccomandato di "prendere questo gioco sul serio perchè ci sono regole che vanno rispettate" e poi ha sperimentato, insieme ai bambini, il percorso di formazione di una legge che si fa sempre "rispettando una serie di passaggi procedurali".
Infine Fini ha chiosato con una battuta: "Cominciate a esercitarvi fin d'ora su come si fa una legge così quando arriverete qui come deputati lo saprete già...".
Alla presentazione del sito c’era anche il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini:"anche con iniziative di questo genere - ha detto il responsabile del Miur - si fa in modo che il Parlamento non sia più un luogo oscuro ma un luogo accessibile ai cittadini, anche a quelli più piccoli".

l pericolo in Internet: i siti ProAna


Una degli aspetti più sconcertanti nella diffusione e nella globalizzazione dei Disturbi del Comportamento Alimentare è l’utilizzazione del web nella trasmissione di modelli culturali che enfa tizzano la magrezza con la comparsa di siti che propagandano comportamenti patologici, finalizzati al controllo del peso e danno consigli estremi su come dimagrire. I siti pro-Ana, dove Ana sta per anoressia, costituiscono uno dei canali più efficaci di diffusione del disturbo, soprattutto tra gli adolescenti, che utilizzano questo mezzo quotidianamente e con estrema familiarità. La caratteristica di questi siti è quella di costituirsi come delle sette, sorta di movimenti underground dove si lancia un appello a dimagrire ad oltranza, come una forma di protesta e opposizione al mondo degli adulti. Il segno distintivo dei seguaci di Ana è un braccialetto rosso che viene venduto ad un prezzo che varia dai 3 ai 20 dollari, e che consente il riconoscimento anche fuori dal web. L’esplorazione di questi siti, che essendo proibiti, vengono ciclicamente chiusi e riaperti, proprio come quelli dei pedofili, lascia davvero interdetti per il livello di terrorismo psicologico, a cui possono essere sottoposti gli adolescenti che vi entrano. Delle foto di giovani donne obese in costume da bagno e sotto una didascalia: “Ecco come i vostri genitori vogliono farvi diventare”. I comandamenti pro – Ana a cui gli adepti dei siti devono attenersi sono tutti centrati sulla equazione che la magrezza è la salvezza, la strada principale per essere vincenti e felici.Non è nuova nella storia della medicina una sorta di dimensione estetica di alcune malattie, pensiamo ad esempio alla tubercolosi nell’800, così ben rappresentata dal romanzo La Montagna Incantata di Thomas Mann o alla sifilide o all’AIDS. Ma non c’è nulla che possa essere paragonato a questa rappresentazione del corpo che enfatizza la malattia e nello stesso tempo cerca di allargare intenzionalmente il contagio. I Disturbi del comportamento alimentare sono malattie gravi e dall’esito spesso infausto, sono la prima causa di morte tra le malattie psichiatriche, e la causa del decesso più frequente oltre quella collegata a complicanze internistiche, è il suicidio. È difficile accettare che qualcuno possa intenzionalmente diventare una sorta di untore e diffondere tra adolescenti che chattano o navigano in rete un disturbo che porta tali e gravi conseguenze.Alcuni stralci di queste conversazioni in chat, nei forum, nei blog, generalmente notturne ci introducono all’interno di un mondo, che si apre, appena le porte di quelle camerette piene di manifesti e peluche si chiudono. Le ragazzine, veramente quasi bambine, entrano in realtà dove per dimagrire si può fare di tutto, dove i genitori sembrano fantasmi inesistenti e dove i coetanei suggeriscono sistemi di controllo del peso efficaci e pericolosissimi. Come in tutte le chat, tutto avviene in presa diretta e le conversazioni si interrompono perchè una delle partecipanti al forum deve andare in bagno a vomitare, oppure a fare pipi dopo avere ingerito i diuretici, che la nonna prende per il cuore. Le altre, appena torna in chat, le domandano come è andata e si congratulano con lei se è riuscita nel suo intento.
Per ore e ore i partecipanti a questi dialoghi, si incontrano senza memoria nè immaginazione, in un tempo sospeso, dove la sequenza di attimi, flashes, frammenti di vita, non costruisce nessuna storia, nessuna temporalità. In questo mondo gli adulti non possono entrare e si coglie tutto il rinforzo positivo del sintomo dato dall’opposizione, dal senso di onnipotenza che tutti i partecipanti alle chat manifestano. Ogni aspetto del corpo, del cibo, di ciò che fa bene e di ciò che fa male viene dissacrato e irriso, si diffondono in web le leggende più inverosimili finalizzate alla perdita di peso, favole, fandonie, bufale.
Non c’è dubbio che in questo caso la forma patologica si connette molto facilmente a forme culturali e questo ne spiega la irrefrenabile diffusione, ma forse c’è qualcosa di più e scelgo le parole di un filosofo della scienza e delle idee, Paolo Rossi, che di questi temi si è occupato, per esprimere la difficoltà a separare la patologia dall’impianto culturale che le da nutrimento:
Nonostante tutti questi esempi, mi sembra resti vera l’asserzione che nessuno ha mai fatto propaganda a favore dell’assunzione o della diffusione di una malattia. Di fronte alla diffusione del culto di Ana possiamo domandarci: davvero si tratta, in questo caso, di propaganda a favore di una forma patologica o non si tratta invece dell’antica esaltazione del digiuno e della magrezza che sarebbero sinonimo di saggezza e di santità nelle filosofie orientali e, in particolare, indiane? O anche nell’ideale cristiano di una frugalità spinta fino ai limiti estremi? Di una santità che è fondata sul rifiuto del corpo, luogo di tentazione e strumento di peccato? o all’immagine (molto antica) del digiuno come purificazione? Una malattia che si connette a scelte di comportamenti e quindi, indirettamente, a filosofie e a scelte di vita, alle credenze e al costume perde per questo il suo carattere di specificità patologica, fino a diventare, in una certa misura, qualcosa di non più riconoscibile?

tratto da: IL VASO DI PANDORA Disturbo del Comportamento Alimentare: guida per familiari, amici, insegnanti e pazienti, Pubblicazione a cura di CESVOL, centro servizio per il volontariato Perugia, 2008

sabato 28 novembre 2009

Cittadini di tutto il mondo cliccate



Internet non è un divertimento, ma un diritto umano fondamentale. Come la libertà d'espressione. Dagli Usa alla Scandinavia, nasce una nuova visione del Web. Che potrebbe entrare nelle Costituzioni .
Agli studenti di Shanghai Barack Obama lo ha detto a modo suo e senza girarci troppo intorno: "La libertà di accesso a tutti i contenuti on line ci rende migliori". Una frase semplice, che però nasconde una questione fondamentale per il futuro delle democrazie: il concetto di 'libertà d'impressione', che sta al XXI secolo come all'epoca illuminista stava il principio della 'libertà d'espressione'. A teorizzare la libertà d'impressione, 'rovesciando' l'articolo 19 della Dichiarazione dei Diritti umani dell'Onu, sono da anni due scienziati della politica canadesi, Marshall Conley e Christina Patterson, che hanno introdotto la formula sostenendo che "la Rete, facilitando la diffusione della conoscenza, incrementa la libertà d'espressione e il valore della cittadinanza". La possibilità di avere accesso al Web cioè accresce verticalmente la possibilità di farsi un'opinione e di manifestarla, grazie alla molteplicità di fonti, notizie e punti di vista frequentabili nel Web.Quando arrivò sugli scaffali (nel volume 'Human Rights and The Internet', Macmillan 2000) la visione di Conley e Patterson pareva un po' troppo pionierista, in un periodo in cui gli utenti del Web erano una dozzina di milioni in tutto il mondo. Poi però le cose sono cambiate e oggi i cybernauti sono quasi un miliardo, con previsioni di raddoppio entro il 2013. Negli Stati Uniti sono on line otto persone su dieci, in Italia ci stiamo avvicinando a metà della popolazione. "E quindi si sta cominciando a capire che l'accesso a Internet è un corollario del diritto alla libertà individuale, perché fornisce quegli strumenti critici attraverso i quali ci si forma un'opinione", spiega Sebastiano Maffettone, filosofo e docente di Scienze Politiche alla Luiss. L'accesso alla Rete insomma non è più visto come un lusso o un orpello, ma come una condizione per potere esercitare gli altri diritti, come appunto la libertà di opinione e di espressione.
Così quella che sembrava un'utopia da teste d'uovo ha iniziato a essere discussa nelle sedi istituzionali, come l'Internet Governance Forum, il 'parlamento' mondiale della Rete collegato alle Nazioni Unite che il 18 novembre scorso si è riunito in Egitto proprio per arrivare a definire quello che il giurista Stefano Rodotà chiama un 'Bill of Rights', cioè una carta "che stabilisca gli elementi costitutivi della cittadinanza digitale". Non solo quindi "il basico diritto d'accesso, ma anche i diritti della persona in Rete, come quello all'oblio e alla gestione dei suoi dati personali". L'obiettivo, spiega Rodotà, "è arrivare nell'arco di un paio di anni, attraverso un processo condiviso in Internet, a un riconoscimento formale di questi diritti che poi potrebbero costituire una Convenzione da far firmare agli Stati".Solo teorie? Mica tanto. Basta pensare che, seppur tirata per la giacca, anche la Corte costituzionale francese ha dovuto affrontare pochi mesi fa il problema. Colpa o merito di Nicholas Sarkozy e della sua battaglia contro i 'pirati' di Internet, cioè gli utenti che scaricano musica e film in violazione del diritto d'autore: per contrastare il fenomeno, il governo francese aveva fatto approvare una legge (nota come Hadopi) che prevedeva la sospensione della connessione a Internet per i downloader recidivi. Approvata dal Parlamento di Parigi, la legge è stata cestinata dalla Consulta in base al principio per cui l'accesso alla Rete è "una componente della libertà di espressione" di cui non si può essere privati con un atto amministrativo e senza un regolare processo, altrimenti "si viola la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo del 1789". Così è stato ufficializzato per la prima volta l'accostamento tra diritti umani e accesso al Web. E quest'ultimo è stato accomunato ai diritti sanciti dalla Rivoluzione francese, come quello alla libertà personale e alla proprietà. In modo non dissimile, l'idea è stata fatta propria dal Parlamento europeo, quando nel maggio scorso ha stabilito tra l'altro che "non possono essere imposte limitazioni ai diritti e alle libertà fondamentali degli utenti di Internet". Ma mentre Onu e Ue tentano di stabilire dei principi, qualche paese d'avanguardia sta già andando avanti da solo. Come l'Estonia, che si è data una legge in cui l'accesso alla Rete viene definito 'diritto dei cittadini'. Non essendo in Italia, alle parole sono seguiti i fatti: come la realizzazione del programma d'informatizzazione delle scuole e la digitalizzazione della burocrazia amministrativa, fino all'esperimento del voto on line alle ultime europee. L'idea della Rete come diritto è poi passata dall'altra parte del Baltico e nell'ottobre di quest'anno è stata la Finlandia a stabilire per legge che la connessione dei suoi cittadini (a una velocità minima garantita di 100 Mb) deve essere fornita a tutti, compresi quelli che abitano nei più sperduti villaggi artici. Sottraendo la decisione se cablare o no un'area geografica all'arbitrio dei fornitori di connettività (quindi del mercato), il governo di Helsinki ha fatto suo il principio per cui la Rete non è solo un luogo di entertainment, ma è soprattutto uno strumento grazie al quale ciascun individuo può allargare le sue possibilità sia di conoscenza sia di crescita socio-economica, e quindi lo Stato deve offrire a tutti i cittadini - che vivano nella capitale o tra i licheni - le stesse opportunità di crescita, come previsto dalla Costituzione. Il principio è quello - tutto kennedyano - degli 'school bus' americani: cioè la conoscenza come diritto da distribuire a tutti, anche a spese dello Stato. Del resto anche nel linguaggio comune la Rete è un'autostrada digitale: e se per poterla percorrere è necessario uno 'school bus' (cioè un accesso elettronico decente) la società ha il dovere di fornirlo. In altre parole: il digital divide nel XXI secolo è una forma di 'discriminazione d'opportunità' inaccettabile come nell'America di Kennedy era inaccettabile che i ragazzini più poveri non potessero andare a scuola perché non c'erano gli autobus.Come si vede siamo di fronte a due approcci entrambi moderni, ma un po' diversi per concretizzare quel 'diritto all'impressione' teorizzato dieci anni fa nelle università canadesi: da un lato quello francese e del Parlamento europeo, dall'altro quello estone e finlandese. Cascami, rispettivamente, delle due grandi correnti di pensiero dei secoli scorsi: nel primo caso la visione illuminista-borghese per cui va tutelato il diritto individuale all'accesso di chi ce l'ha e non può esserne privato; nel secondo caso l'impostazione d'ispirazione socialista secondo cui il diritto alla Rete va anche assicurato a chi non ce l'ha in quanto pari opportunità di sviluppo. In altri termini, si è riproposto per Internet il dualismo tra diritti che lo Stato deve garantire passivamente, astenendosi dall'intervenire, e diritti per i quali invece lo Stato si fa parte attiva, sia in termini di spesa pubblica sia assicurando la neutralità della Rete (l'uguale accessibilità di tutti i contenuti del Web senza privilegiare le media company più potenti).Lo stesso dibattito sulla natura di questo 'diritto all'impressione' anima da tempo il Web italiano nei suoi contraddittori rapporti con lo Stato. Da un lato c'è la paura (non infondata) che il Parlamento intervenga con limitazioni alla libertà di navigazione e di espressione on line, attraverso i vari progetti di legge ammazza-Internet succedutisi di recente; d'altro lato si sente sempre di più la necessità che sia lo Stato a farsi parte diligente nell'espansione del diritto alla Rete, eliminando gli ostacoli di tipo tecnico e culturali alla sua diffusione negli strati di popolazione meno avanzati. Così, da noi, la paventata (e poi blandamente smentita) abolizione dei supporti pubblici alla banda larga - dopo anni di generosa spesa per il digitale terrestre televisivo - costituirebbe alla fin fine la negazione di "un diritto sociale e di una conquista dell'umanità", come dice Gianluca Dettori, imprenditore della Rete e fondatore su Facebook di un gruppo chiamato appunto 'Internet come diritto fondamentale': "Le reti digitali (telefonia, dati, broadband) in una società moderna sono altrettanto essenziali dell'acqua in una società rurale. Ma in un paese gerontocratico come il nostro questo concetto fatica a passare".
In seguito a questo articolo sul blog di Guido Scorza sono presenti interessanti commenti al riguardo con una serie di opinioni decisamente interessanti e condivisibili.

Maroni: censurare Internet per contrastare il terrorismo




La Rete aiuta anche gli affiliati di Al-Qaida. Per il Ministro è quindi un qualcosa da sorvegliare attentamente. E da censurare ove sia ritenuto necessario.
Il terrorismo passa anche e sopratutto da Internet. Censurare i siti che raccolgono contenuti di ispirazione terrorista deve essere facoltà dei governi. Il ministro dell'Interno Roberto Maroni, a margine della Conferenza dei ministri dell'Interno dei Paesi del Mediterraneo occidentale (CIMO) tenutasi a Venezia, ha ribadito la necessità di esercitare un controllo maggiore sulla Rete. Di concerto con i colleghi di altri 9 paesi dell'area mediterranea, Maroni intende fare della CIMO una struttura permanente, con una sede e un segretario propri sotto l'egida della Commissione Europea: ad essa spetterà il compito di organizzare la lotta contro il terrorismo che corre sulla rete delle reti. La proposta del ministro Maroni si fonda su un'idea di base che vede Internet come uno strumento fondamentale per l'attuazione di piani terroristici su scala internazionale: "Nessun allarme - ha dichiarato il titolare dell'Interno - ma è giusto non sottovalutare o banalizzare fatti che non derivano dall'azione individuale di qualcuno. La preoccupazione si basa su fatti avvenuti di recente, come l'arresto di pakistani a Brescia accusati della strage di Mumbai". "Si tratta di una decisione importante che - ha sottolineato il Ministro - ci impegna a collaborare per oscurare i siti attraverso lo scambio di informazioni tra i 10 Paesi, impedendo la diffusione dell'ideologia terrorista, il reclutamento e la raccolta dei finanziamenti". Maroni, che già in passato aveva sollevato questioni inerenti alla Rete come veicolo di comunicazione per i terroristi, sembra riprendere un messaggio lanciato dal presidente Silvio Berlusconi esattamente un anno fa: promuovere la creazione di regole più chiare per il Web, e affidare la tutela delle stesse all'occhio vigile del G8. In quell'occasione le parole del premier rimasero tali, ma a differenza di altre iniziative come ad esempio quella presa contro Skype, quest'ultima trovata pare stia invece prendendo corpo. Non c'è, tuttavia, ancora nulla di palpabile all'interno di CIMO: vanno stabiliti degli obiettivi reali e le modalità per conseguirli dovranno basarsi su una consapevolezza effettiva di ciò che è Internet. Per ora Maroni sta spingendo affinché Venezia ne ospiti la sede ufficiale.

DNS, ICANN sconsiglia i consigli di navigazione



La massima autorità dei domini web se la prende con chi usa le richieste di dominio errate per servire portali e contenuti di terze parti. Una minaccia per Internet e pure per gli utenti, piuttosto che una cortesia.


I servizi di risoluzione di domini DNS sono un'autentica iattura per la Rete e per gli utenti, dice l'Internet Corporation for Assigned Names and Numbers, e vanno aboliti per evitare che generino una serie di problematiche di difficile risoluzione. ICANN se la prende insomma con OpenDNS e servizi similari, ribaltando la presunta utilità di ricevere una pagina di link consigliati in risposta alla digitazione errata di un nome di dominio in qualcosa che alla lunga non porta nulla di buono. Le facility di redirezione per conto terzi ICANN le vorrebbe proprio abolire, come risulta dall'ultima bozza presentata dall'organo di controllo dell'infrastruttura dei DNS nell'ambito della imminente e discussa "rivoluzione" del World Wide Web, che dovrebbe seguire all'implementazione dei domini di primo livello generici. ICANN si scaglia contro quegli operatori che si servono di un sistema noto come sostituzione NXDOMAIN, per mezzo del quale è possibile rispondere alla richiesta di un nome di dominio inesistente con l'invio di un indirizzo IP di un altro dominio. In genere, come nel caso del già citato OpenDNS, il dominio spedito all'utente è una pagina di ricerca (con qualche pubblicità di contorno) pensata per aiutare l'utente a raggiungere la risorsa desiderata. È tutto sbagliato, rimbrotta ICANN, perché dietro a questo apparente servizio di pubblica utilità si nascondono effetti collaterali che non è possibile trascurare. Se ad esempio il dominio incaricato delle risoluzioni/redirezioni dovesse essere "down", la navigazione dell'utente andrebbe incontro a lag e ritardi nella risposta. L'uso e l'abuso di NXDOMAIN apre poi le porte alla proliferazione delle truffe a mezzo di "domain hijacking", con i cyber-criminali che non aspettano altro che prendere in trappola l'ignaro netizen su siti web fittizi il cui unico scopo è rubare informazioni sensibili o perpetrare altro genere di abuso telematico.E ancora, le risoluzioni di terze parti comportano problemi per la privacy dell'utente - nel caso in cui dati riservati dovessero passare attraverso un paese con leggi e giurisdizioni differenti da quelle di pertinenza - e minaccia di rendere malfunzionanti i servizi di posta elettronica, perché in caso di redirezione "forzata" all'invio di una email da parte di un server web non corrisponderebbe la restituzione di un messaggio di errore immediato come di norma dovrebbe accadere.Per questi e altri motivi ICANN scoraggia le pratiche di redirezione su domini terzi, propone il ban completo di questo genere di servizi e chiede alle società interessate - nella succitata bozza per i gTLD - di giustificarne l'esistenza al di là delle problematiche sollevate dall'autorità di controllo.

venerdì 27 novembre 2009

Carte di credito e cellulari: tutti gli italiani sono schedati e controllati. Le prove concrete.


L'Authority ha aperto sta studiando come avvengono i flussi informativi e su come vengono protette le informazioni personali relative alle carte di credito e ai bancomat.

Francesco Pizzetti, presidente del Garante per la Protezione dei dati personali, ha reso noto che l’Authority ha aperto una linea di attenzione su come avvengono i flussi informativi e su come vengono protette le informazioni relative alle carte di credito e ai bancomat.
L’obiettivo dell’iniziativa è di assicurare che non ci siano fenomeni di profilazione dei clienti, in particolare sulle loro abitudini in termini di acquisti, per evitare, in sostanza, che qualsiasi funzionario bancario possa risalire all’intera vita bancaria di ogni singolo cliente. Il Garante per la privacy vuole cioè capire come avviene la circolazione delle informazioni sia tra le diverse holding bancarie che tra le diverse filiali e sedi dello stesso istituto, ma anche tra i diversi operatori della stessa filiale. In Italia, scrive Federico Fubini sul Corsera, esistono circa 35 milioni di carte di credito e ogni anno si fanno circa un miliardo e mezzo di transazioni per carta o Bancomat. Operazioni che vengono monitorate tramite software in grado di fornire profili dei clienti divisi per età, sesso, residenza, potere e abitudini d’acquisto, sconfinando, a volte, anche nell’ambito dei dati sensibili. Banche dati che poi vengono messe a disposizione di aziende che costruiscono campagne di marketing comportamentale mirate, calibrate sui profili raccolti tramite quei software. A seguito di ispezioni condotte alcuni mesi fa, il garante ha rinvenuto un’impressionante attività di profilazione degli utenti fatta dai gestori senza il consenso degli interessati. Una delle ragioni di interesse nelle banche dati da parte dei carrier telefonici è l’applicazione della direttiva europea SEPA (Single Euro Payments Area). Gruppi come Vodafone o Carrefour, argomenta Fubini, possono emettere carte di credito valide per acquisti legati alle loro attività, mentre gruppi come Nokia sviluppano piattaforme per i pagamenti tramite cellulari.

Internet: Wikipedia a rischio


Il futuro di Wikipedia e' in pericolo: mancano volontari disposti a contribuire al sito. Lo dice un ricercatore spagnolo. Secondo il ricercatore, solo nei primi 3 mesi di quest'anno la versione in lingua inglese del sito ha perso 49.000 utenti che collaboravano attivamente, rispetto ai 4.900 venuti meno nello stesso periodo dell'anno scorso; e sembra che a quelli persi non corrisponda un egual numero di nuovi utenti disposti a contribuire all'enciclopedia del web.

Un trojan a caccia degli account World of Warcraft


Il team di Sophos ha segnalato il rapido diffondersi in rete di un nuovo trojan, attraverso messaggi email contenenti allegati che promettono la visualizzazione di immagini di ragazze in abiti succinti. L’obiettivo dei suoi creatori, piuttosto particolare, è quello di entrare in possesso dei dati di accesso agli account di World of Warcraft, MMORPG di Blizzard che ad oggi conta una community di ben oltre 11 milioni di giocatori. Solitamente il messaggio in questione reca nel titolo l’ammiccante proposta “Do you like to find a girlfriend like me?” e, tra gli allegati, porta con se un archivio chiamato “my photos.rar”, contenente il trojan identificato con la sigla Troj/Agent-LVF.
Come spesso capita in queste situazioni, nel corpo dell’email trova posto un breve testo, scritto in un inglese poco credibile:


Wish to have a boyfriendBe able to protect me, take care of meIntolerable lonely night and would like to have your care.
do you Willing?This is my photos.


Ovviamente, nel caso si dovesse ricevere nella propria casella qualcosa di simile, è consigliabile procedere immediatamente alla sua cancellazione, ma nel caso qualcuno si accorgesse di essere stato vittima dell’attacco, può ricorrere alle istruzioni per la rimozione del trojan presenti sul sito di Sophos.

venerdì 20 novembre 2009

Istat: cresce il consumo di internet



L'annuario statistico rivela che il 44% della popolazione naviga in rete.

Gli italiani usano sempre di più il computer e internet. Lo rileva l’Istat, sottolineando che in particolare l’uso del pc è cresciuto in modo rilevante dal 2007 ad oggi, mentre per internet l’incremento è stato costante. E se diminuisce ma persiste ancora il divario territoriale e quello di genere, con gli uomini che ancora "navigano" più delle donne, spunta il primato delle bambine, quelle tra i 6 e i 10 anni, sui loro coetanei maschietti. Nel 2009, notano i ricercatori, in Italia dichiara di usare il pc il 47,5% della popolazione e il 44,4% usa internet. Un incremento niente male rispetto al 2008 quando usava il pc il 44,9% della popolazione e internet il 40,2%. E aumenta anche, fa notare l’Istat, il numero di persone che usa internet tutti i giorni. L’uso del pc coinvolge soprattutto i giovani e raggiunge il livello massimo tra i 15 ed i 19 anni (86,0%). Dai 20 anni in su comincia a diminuire fino a raggiungere i valori più bassi tra gli anziani (9,9% per la fascia d’età 65-74 anni e il 2,4% tra i 75 anni e più)e un trend analogo vale per l’uso di internet. Rimangono, in linea con gli anni precedenti, le differenze di genere sia nell’uso del pc sia per internet. In particolare, usa il computer il 52,8% degli uomini contro il 42,5% delle donne, mentre usa Internet il 49,8% degli uomini contro il 39,4% delle donne. Va detto però che le differenze di genere sono «contenute o inesistenti» fino a 34 anni e si accentuano a partire dai 35. Fra i 6 ed i 10 anni è diverso: usano il pc il 58,8% delle bimbe contro il 55,2% dei maschi e internet il 32,1% delle bimbe contro il 29,1% dei maschi. E se i maschietti sembrano vincere sulla frequenza, con un 8,5% che usa il pc tutti i giorni contro il 7,6% delle femminucce, queste prevalgono sull’uso quotidiano di internet (3,8% delle bambine contro il 2,9% dei maschi). Permane la differenza territoriale: usa il pc il 51,5% della popolazione residente al Nord e il 48,8% di quelli del Centro e solo il 41,5% al Sud. Usa Internet il 48,3% al Nord, il 46,8% al Centro, mentre nel Mezzogiorno la quota scende al 38,0%. Bolzano vanta la percentuale di utilizzo più alta, sia per l’uso del pc (55,6%) sia per internet (52,8%), la Puglia è fanalino di coda con 38,4% che usa il pc e 34,9% internet. La maggior parte delle differenze territoriali e di genere nell’uso del pc e di internet, rileva l’Istat, si concentrano nella frequenza giornaliera di utilizzo. Se al Nord c’è un 29% della popolazione che usa tutti i giorni il pc e un 23,9% che naviga tutti i giorni su internet, e al centro c’è un 28,4% che usa tutti i giorni il pc e di nuovo 23,9% che usa tutti i giorni internet, la percentuale nel Mezzogiorno scende al 22,9% per l’uso del pc e al 17,8% per internet.

Media e Minori: dalla Conferenza dell’infanzia la necessità di un uso responsabile e critico anche attraverso un percorso di media education



Una famiglia fuori gioco quella descritta nella sessione della Conferenza nazionale dell’infanzia dedicata ai media. che si è chiusa oggi a Napoli.
Un famiglia che ha difficoltà a condividere il rapporto dei figli con i media e ne scopre i pericoli, magari solo in seguito a un caso di tentata pedofilia online.

Il Centro minori e media in una nota spiega che si è parlato in questa sede quasi esclusivamente di necessità di protezione, dimenticando una singolare anomalia in questo ambito: la mancanza del Codice Media e Minori, previsto dal Dpr. n. 72 del 14 maggio 2007, nonostante il relativo Comitato Media e Minori, presente da tempo presso il Ministero dello Sviluppo economico, preposto alla vigilanza sul rispetto del codice.
Ma chi, come i partecipanti alla Conferenza, ha dimestichezza con la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, che – si ricorda - è legge italiana (L. n. 176 del 31 maggio 1991) e non un documento internazionale lontano nel tempo e nello spazio, sa bene che la Convenzione Onu parla sì di protezione, ma anche di promozione e di partecipazione dei diritti dei bambini.
Quindi la soluzione alle criticità nell’uso da parte dei ragazzi dei media e dei new media, che hanno comunque straordinarie potenzialità, non sta tanto nel divieto, bensì piuttosto da una parte nell’assunzione di corresponsabilità degli operatori della comunicazione e della scuola, insieme alla famiglia, e dall’altra nell’educazione dei bambini e dei ragazzi all’uso responsabile e critico dei media anche attraverso un percorso di media education in ambito scolastico.

Internet Explorer 9: le novità e la primo demo. Velocità e privacy assicurate.



Microsoft ha reso noti alcuni dettagli di Internet Explorer 9, il browser destinato a succedere all'attuale Internet Explorer 8.

In occasione della Professional Developer Conference di Los Angeles, Microsoft ha reso noti alcuni dettagli di Internet Explorer 9, il browser destinato a succedere all’attuale Internet Explorer 8.
È stato Steven Sinofsky, presidente di Microsoft Windows e della divisione Windows Live, a fare il punto dello stato dell’arte in merito ai lavori intrapresi a Redmond sul nuovo browser. Lo sviluppo di Internet Explorer 9 è iniziato da tre settimane, ha detto Sinosky, e il team di sviluppo si focalizzerà in particolare su tre aree che Microsoft ritiene essenziali per la riuscita del prodotto: supporto per gli standard, performance del browser, migliore utilizzo delle risorse hardware dei client. Un altro aspetto chiave sul quale si lavorerà è la privacy. Per quanto riguarda la prima area, Internet Explorer 9 supporterà il linguaggio di markup per le pagine web HTLM5 e i fogli di stile CSS3. Il browser, inoltre, sfrutterà il motore di rendering D2D nei clienti, ottimizzando, per esempio, la visualizzazione del testo e delle pagine e la fluidità delle animazioni. In merito alle prestazioni, Sinosky ha annunciato lo sviluppo di un rinnovato motore JavaScript, che già mostra risultati più che soddisfacenti. L’obiettivo di Microsoft è di sfornare un browser veloce quanto o addirittura più di Mozilla Firefox e di Google Chrome. A Los Angeles, Microsoft ha mostrato una demo del nuovo Internet Explorer e i risultati dei test Acid3: 32/100 la valutazione ottenuta, destinata ad aumentare mano a mano che i diversi elementi del browser saranno completi e ottimizzati.

giovedì 19 novembre 2009

Gran Bretagna: non c'è diffamazione se a leggere sono in pochi


Un articolo pubblicato su Internet può essere considerato diffamatorio solo se un elevato numero di persone lo legge. Il giudizio di un tribunale britannico.
L'inizio di questa storia è piuttosto comune: un sito pubblica un articolo che, secondo le persone di cui tratta (nel particolare i dirigenti di una società britannica, radunati nel gruppo di investitori LonZim), costituirebbe diffamazione.

LonZim denuncia l'editore del sito (che risiede in Sudafrica) e si aspetta di essere risarcito per i danni subiti; invece il giudice che ha esaminato il caso non accoglie la richiesta della "parte lesa", poiché "la pubblicazione di un articolo giudicato lesivo non è da considerarsi punibile solo in base alla disponibilità del pezzo su Internet". Ciò significa che, per configurare il reato di diffamazione, non è sufficiente l'apparizione di un articolo in Rete ma occorre provare che questo articolo venga effettivamente letto da chi potrebbe farsi un'opinione negativa sui soggetti dell'articolo stesso.
Il giudice ha basato la propria decisione sui dati forniti dall'editore: l'articolo è stato letto 65 volte e solo il 6,79% del traffico totale proveniva dal Regno Unito; in pratica, si tratta di 4 persone. Se così pochi cittadini di quella nazione hanno avuto accesso al testo, il reato non sussiste: così ha deciso il tribunale, nonostante LonZim abbia cercato di contestare i dati basandosi sui rilevamenti di Google e Alexa.

Tecnologia e Didattica: utilizzo legale e gratuito delle immagini



Durante un'incontro formativo svolto ieri a 60 docenti di un'istituto superiore della mia zona, durante la sessione domande/risposte mi è stata posta la domanda dove fosse possibile reperire immagini gratuite on line ad uso didattico. Credo che la risposta a questa domanda possa essere utile a tutta la comunità degli insegnanti che utilizzano la tecnologia nell'ambito didattico e vogliono esser certi di non violare il diritto d'autore andando a reperirle su portali che lo consentono. La principale banca dati italiana di immagini per la Didattica è contenuta sul portale di Indire-Agenzia Nazionale per lo sviluppo dell'Autonomia Scolastica. DIA è una banca dati di immagini che può essere utilizzata nelle più diverse attività didattiche della scuola e dell’università, per ricerche individuali pluridisciplinari e infine come risorsa specifica per l’insegnamento con mezzi multimediali. Contiene immagini provenienti da oltre cinquanta archivi fotografici, fondazioni, musei e altri enti, pubblici e privati, ognuno dei quali ha autorizzato l’Indire a presentare le opere su Internet solo per uso didattico. Progettata come giacimento in continuo divenire, la banca dati, che presenta attualmente un patrimonio di 25.000 fotografie, viene arricchita periodicamente con ulteriori acquisizioni. La struttura della banca dati è semplice e di facile fruizione. Ogni immagine è accompagnata da una scheda documentaria nella quale, da un lato, vengono affrontati - in prospettiva didattica - la dimensione informativa e gli aspetti di contenuto dell’immagine, essenzialmente nel titolo e nella descrizione; dall’altro, vengono suggeriti percorsi per l’individuazione dell’immagine stessa (indicizzazione) e per la navigazione web (link). Alla messa a punto delle sintetiche informazioni storico-critiche che accompagnano ogni immagine hanno lavorato, in piena autonomia, tanto i responsabili della divulgazione scientifica degli enti e i conservatori dei musei che hanno fornito le riproduzioni, quanto il gruppo redazionale dell’Indire che coordina il progetto della banca dati. In alcuni casi si è anche venuta a creare una produttiva interazione tra quest’ultimo ed i singoli responsabili della selezione delle immagini all’interno degli enti. Per concludere, si ricorda che tutte le immagini sono in formato .jpg e che, di norma, hanno una densità di 72 DPI, con il lato maggiore non superiore ad 800 pixel.

VeriSign promette DNS sicuri entro il 2011


Ci sarà da aspettare ancora un po’ più di un anno per il definitivo passo in avanti per la sicurezza su Internet. A prometterlo è VeriSign, il gigante americano della sicurezza e dei certificati digitali, che è pronto a scommettere, e a promettere, di stroncare una volta per tutte uno dei pericoli maggiori che minaccia la rete.
Secondo VeriSign il problema è da identificare nel funzionamento del DNS, il protocollo che traduce i nomi mnemonici (comodi per gli umani) negli indirizzi IP (comodi per le macchine). La soluzione è stata individuata nella recente RFC 5155, nella cui stesura VeriSign ha avuto un certo peso, che introduce nel DNSSEC una nuova estensione denominata NSEC3. Prima d’ora la versione sicura del DNS, il DNSSEC per l’appunto, non era mai stato usato sui domini di primo livello (.com e.net ad esempio) perché la distribuzione su larga scala delle firme digitali necessarie era un’impresa titanica che avrebbe messo KO la quasi totalità dei server DNS. La nuova estensione permette di ovviare a questo problema, rendendo DNSSEC un’alternativa valida anche per l’utilizzo globale, rendendo impossibile attacchi di tipo cache poisoning (la sostituzione nella cache dei server DNS di indirizzi validi con indirizzi contraffatti), vulnerabilità che ha già rischiato di mettere in ginocchio l’intero Web. Rischio che dal 2011 sarà definitivamente scongiurato. Si spera.

Il software del giorno: PC Tools Firewall Plus


Vorrei consigliare agli utilizzatori del web questo firewall gratuito consigliato dal portale Wintricks. Il software, permette di controllare il traffico in entrata e in uscita oltre alla creazione di regole personalizzate. Non implementa regole preimpostate e blocca di base un'eventuale connessione LAN. Funziona con Windows 2000, XP, Vista e Windows 7. Se installato disabiliterà automaticamente altri firewall software configurati. Neccessaria la registrazione al sito entro 30 giorni.

Fonte: Wintricks

Upload in Flash rischiosi per la sicurezza


Il sistema di upload dei contenuti tramite Flash può mettere a rischio la sicurezza dei siti web e degli utenti della Rete. Secondo alcuni esperti di sicurezza, le impostazioni di default di Flash Player potrebbero consentire l'upload di codice malevolo.

I sistemi per l'upload attraverso Flash di contenuti da parte degli utenti sui siti web possono mettere a rischio la sicurezza degli spazi online e degli stessi utenti della Rete. Sembra non avere molti dubbi in proposito l'esperto di sicurezza informatica Mike Bailey, Foreground Security, che ha recentemente identificato una falla nel sistema di amministrazione degli upload da parte del celebre plugin di Adobe. Adobe dovrebbe modificare il modo in cui Flash Player gestisce le politiche di sicurezza così da evitare l'esecuzione di codice arbitrario per accedere all'applicazione senza i dovuti permessi. Come valore predefinito, Flash Player si fida di tutti i contenuti, mentre invece dovrebbe fare affidamento solo sui contenuti consentiti» ha dichiarato Bailey, autore di un dettagliato post da poco pubblicato nel blog di Foreground Security per spiegare il malfunzionamento di Flash ritenuto particolarmente pericoloso. Sfruttando le impostazioni predefinite del plugin, un utente malintenzionato potrebbe eseguire l'upload di un file appositamente modificato per eseguire codice malevolo all'interno dei browser quando visualizzato dagli altri utenti. Secondo gli esperti di sicurezza di Foreground Security, tale condizione potrebbe rendere vulnerabili numerosi siti web creando non pochi problemi ai loro visitatori. Il problema potrebbe interessare anche soluzioni web molto celebri e utilizzate quotidianamente da decine di milioni di persone, come il sistema per la posta elettronica Gmail. Bailey non esclude, infatti, che il sistema per gli upload della posta di Google possa essere utilizzato per portare a termine un attacco, anche se tale eventualità rimane remota a causa dei numerosi e macchinosi passaggi richiesti.
Il problema legato alla gestione degli upload in Flash è noto da tempo da Adobe, che ha però affermato di non poter risolvere la questione attraverso il rilascio di una patch. Modificare la policy di sicurezza richiederebbe una revisione sostanziale dell'applicativo e renderebbe di colpo inutilizzabili buona parte dei siti web che utilizzano Flash per consentire agli utenti di effettuare gli upload. Secondo Adobe, il problema non sarebbe solamente tecnico, ma anche culturale. L'adozione di alcune semplici misure in fase di progettazione e sviluppo di un sito web con elementi Flash consente di mettere in sicurezza il sistema, scongiurando la possibilità di subire attacchi da parte di utenti malintenzionati. «Parlando in termini generici, per loro natura, i contenuti di Flash (SWF) sono potenti e dovrebbero essere gestiti con la medesima cautela utilizzata per altri contenuti, come JavaScript, per fare in modo che il design del sito non possa dar luogo a vulnerabilità. Adobe ha sempre ricordato che la pratica di consentire l'upload di contenuti arbitrari o realizzati in Flash non dovrebbe essere seguita a causa dei potenziali pericoli, come quelli segnalati da Mike Bailey. Adobe ha pubblicato diversi avvisi e alcuni post sul proprio blog contenenti le migliori pratiche da seguire da parte degli sviluppatori e dei proprietari dei siti web per ospitare nella maniera più sicura i contenuti in Flash» hanno dichiarato i responsabili di Adobe attraverso un comunicato da poco diffuso online.
Secondo Bailey, le linee guida proposte da Adobe sarebbero disattese da buona parte dei siti web che utilizzano Flash. Tale condizione potrebbe esporre gli utenti a non pochi problemi legati alla sicurezza dei loro sistemi. I rimedi disponibili dal lato utente sono pochi e legati all'utilizzo di soluzioni come NoScript per Firefox e ToggleFlash per Internet Explorer. Il consiglio di Bailey è invece più drastico e forse poco realizzabile alla luce della diffusione dei siti web che sfruttano il plugin di Adobe: «Dal lato utente c'è ben poco da fare, salvo non disattivare completamente Flash».

Due arresti per il virus Zbot


La Polizia inglese ha comunicato di aver fermato due giovani ventenni accusati di aver utilizzato il trojan Zbot per infettare migliaia di utenti ottenendone gli estremi per pagamenti online e servizi di banking online. La coppia è ora fuori su cauzione.

Due ragazzi di circa 20 anni, dei quali non si conoscono ancora le generalità, sarebbero stati fermati nei giorni scorsi dagli inquirenti della Metropolitan Police's Central e-Crime Unit (PceU) per un presunto coinvolgimento nelle attività di distribuzione del trojan Zbot (anche denominato ZeuS). Il coinvolgimento della coppia (maschio e femmina) non è stato dettagliato, ma l'arresto avrebbe avuto luogo già il 3 Novembre scorso per essere comunicato pubblicamente solo in queste ore. Zbot è uno dei worm più diffusi degli ultimi mesi: in circolazione ormai dal 2007, rappresenta la famiglia di infezioni che ha fatto i maggiori danni nel recente passato coinvolgendo direttamente nella truffa decine di migliaia di utenti. Secondo quanto segnalato da oneITSecurity, ad esempio, «Una top ten delle botnet più diffuse negli USA è stata pubblicata a fine luglio da NetworkWorld e metteva in prima posizione proprio quella realizzata dal trojan Zeus con un totale di ben 3.6 milioni di sistemi infettati». Ciclicamente si è riproposto con nuove ondate di infezione, tradizionalmente portate avanti tramite la diffusione automatica via mail, il cui successo deriva dall'installazione del trojan nel sistema e nella successiva attività di sottrazione di password utili a pagamenti o accessi a servizi di banking online. Una volta inviati ad un server remoto tali dettagli, per i truffatori era semplice utilizzarli a proprio vantaggio con la sottrazione di somme di danaro la cui entità complessiva non ha ancora ricevuto una quantificazione (ma la polizia locale ha potuto definire l'ammontare della truffa come «consistente»). Secondo il detective responsabile dell'operazione, Charlie McMurdie, trattasi del primo arresto in Europa relativo al trojan. L'operazione è pertanto importante poiché va a fermare un pericoloso focolare di untori che era in grado di depredare migliaia di account ogni singolo giorno, facendone in seguito bacino utile per monetizzare l'attività di scam. I pagamenti venivano in seguito girati a conti che fungevano da prestanome, riuscendo così a mascherare l'attività truffaldina. I dati meno utili (account per l'accesso a caselle di posta o social network) vengono solitamente venduti in pacchetti sul mercato underground, mettendoli così a disposizione di quanti intendono farne uso per attività di spam o per il lancio di ulteriori infezioni. I consigli degli inquirenti agli utenti sono in questo caso in linea con i tradizionali comportamenti che un utente informato ed accorto dovrebbe tenere: aggiornare mensilmente il sistema operativo, installare un software antivirus, aggiornare cadenzialmente le proprie protezioni e dispensare dall'apertura di allegati di email di provenienza o di entità incerta.
I due sospettati sono stati messi in libertà su cauzione e del loro destino deciderà ora il tribunale.

Brunetta: siamo sotto attacco cracker


Secondo Renato Brunetta, il nuovo sito che intende mettere in contatto i cittadini e la cosiddetta Riforma Brunetta è stato affondato da un attacco cracker. Migliaia di contatti hanno fermato il portale: è scattata la denuncia ed il sito rimane offline.

Il giorno 16 Novembre è stato lanciato il sito che intende mettere in contatto diretto il cittadino italiano e le novità della cosiddetta "Riforma Brunetta". RiformaBrunetta.it, però, non ha vissuto grande gloria ed è risultato inaccessibile fin dall'inizio. Un messaggio di errore si è presentato già nei giorni precedenti all'avvio delle operazioni ed in seguito alla presentazione con tanto di conferenza stampa l'accesso al sito è stato limitato alla homepage ed a infiniti tempi di caricamento. A distanza di poche ore una prima spiegazione: tutta colpa dei cracker. «Nella sua prima ora di vita il Portale della Riforma Brunetta (riformabrunetta.it), presentato questa mattina a mezzogiorno a Palazzo Chigi, aveva ottenuto un successo davvero inatteso: più di 20mila utenti unici si erano infatti collegati alle sue pagine per scoprire nel dettaglio caratteristiche e finalità della prima grande riforma strutturale di questa legislatura». Così il sito del Ministero per la pubblica amministrazione e l'innovazione enuncia il successo dell'esordio. Successo che, però, sfuma in seguito nel blocco del sito. «A partire dall'una del pomeriggio il sito è stato infatti attaccato senza sosta da un gruppo nutrito di cracker (quella particolare categoria di hacker che mira a distruggere o comunque a rendere inagibile un determinato sito Internet) e ancora adesso i tecnici informatici di Palazzo Vidoni sono al lavoro per garantire nel più breve tempo possibile il ripristino delle funzionalità del Portale. Sulla vicenda il ministro Renato Brunetta ha annunciato una circostanziata denuncia alla Polizia postale».

La spiegazione dell'origine della disfunzione è da attribuirsi esclusivamente alle parole del ministero e del tutto non è stata data ulteriore conferma successiva. Il sito è stato infatti in difficoltà fin dai primissimi minuti e non è chiaro se il motivo sia specificatamente in «migliaia di contatti» provenienti da bot o se altri problemi abbiano contribuito all'affossamento. Se di attacco DDoS si è trattato, al momento non si registra comunque alcuna rivendicazione. Ed il sito rimane offline.

Update
Con linguaggio "colorito" il Ministero informa che il portale della Riforma Brunetta è tornato online dopo ore di battaglia contro un non meglio identificato nemico "fannullone":
«Il portale della Riforma Brunetta della Pubblica Amministrazione è un fatto inedito nella vita pubblica italiana. Per la prima volta, infatti, un sito Internet è un elemento qualificante di una riforma strutturale dello Stato poiché consentirà a cittadini, pubblici dipendenti e imprese non solo di conoscere e dibattere i diversi aspetti della riforma della Pubblica Amministrazione ma anche di monitorarne in tempo reale l'implementazione. Per questo motivo il massiccio attacco di cracker che ieri lo ha reso inagibile appena un'ora dopo la sua inaugurazione (quando già 20mila utenti unici lo avevano consultato) non deve essere considerato un divertimento o una goliardata. Con il loro teppismo informatico, i "fannulloni" che si oppongono alla riforma Brunetta hanno in realtà compiuto un atto di stampo oscurantista. Questo portale serve per comunicare e per aprire l'amministrazione ai cittadini: attaccarlo vuol dire negare il diritto alla conoscenza e violare quei principi di libertà, accessibilità e trasparenza che la Rete da sempre fa propri. Da questa mattina il portale www.riformabrunetta.it è comunque tornato in perfetta efficienza. I cracker - che peraltro ringraziamo per aver garantito ancora più pubblicità alla nostra iniziativa - hanno quindi perso la loro scommessa. In fondo non si tratta di una notizia: i "fannulloni", infatti, perdono sempre».