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mercoledì 29 aprile 2009

L’influenza suina sfruttata per spam e registrazioni di domini pericolosi


Epidemie, catastrofi naturali e fenomeni di pura attualità sono tre argomenti molto apprezzati da spammer e cybercriminali, che non perdono mai tempo per tentare di sfruttare queste occasioni il più possibile, mettendo in crisi anche la sicurezza informatica.
Anche l’influenza suina (swine flu), che in questi giorni ha colpito il Messico e si sta diffondendo in gran parte degli Stati del mondo, si è rivelata un fenomeno che ha ispirato la fantasia di gente senza scrupoli che fa leva sull’ansia delle persone per costringerle ad effettuare azioni molto pericolose per la sicurezza personale, del proprio PC, e per la riservatezza dei dati personali.

In questi giorni circolano delle mail di spam che hanno come oggetto parole che fanno riferimento proprio all’influenza suina e uniscono questo fenomeno alla notorietà di personaggi famosi del mondo del cinema, della musica o dello spettacolo, che costituiscono sempre un grande richiamo nell’invio di posta indesiderata.

Tra gli oggetti possibili delle mail di questo tipo possiamo trovarne uno di questa lista:
First US swine flu victims.
US swine flu statisticsSalma Hayek caught swine flu.
Swine flu worldwide.
Swine flu in Hollywood.
Swine flu in USAMadonna caught swine flu!
Lo scopo delle mail è quello di suggerire dei fantomatici siti in cui si potrebbero acquistare farmaci per curare l’influenza suina. Naturalmente si tratta di siti fasulli e pericolosi, creati per vendere prodotti che nulla hanno a che fare con la malattia in oggetto e che sono illegali. Questi siti non devono essere visitati, perché con molta probabilità conterrebbero anche codice malevolo.
Contemporaneamente alla massiccia diffusione di spam di questo tipo i laboratori McAfee hanno registrato anche un aumento delle registrazioni di domini Internet che contengono parole che si possono ricollegare all’influenza suina. F-Secure ha messo online una lista di queste registrazioni sospette.


Fonte: oneitsecurity - Autore: Gianluca Ruini

Sophos avverte: attenzione alla nuova campagna spam che sfrutta la notorietà di DHL

Il famoso corriere internazionale è utilizzato dagli spammer, per la seconda volta nel giro di una settimana, per cercare di attirare ignari utenti e fargli scaricare il pericoloso Trojan Troj/Agent-JJP.
Sophos, società leader a livello mondiale nel settore della sicurezza informatica e nella tecnologia di controllo dell’accesso alla rete (NAC), esorta gli utenti alla massima prudenza in seguito alla scoperta di una nuova campagna di spam su vasta scala, le cui mail sembrano provenire dal corriere DHL.È la seconda volta nel giro di una settimana in cui gli spammer si spacciano per il corriere DHL. In entrambi i casi i messaggi sostengono che il corriere ha tentato di consegnare un pacchetto e che il destinatario del messaggio deve stampare la fattura allegata (contenuta all’interno del file compresso dhl_n756512.zip) e portarla negli uffici della DHL.
Gli utenti che cadono nel raggiro e aprono il file dhl_n756512.zip non vedranno la fattura, ma scaricheranno sul PC un Trojan dal nome Troj/Agent-JJP, che consente agli hacker l’accesso remoto al computer. L’oggetto di tutte le mail è “DHL Tracking number”, ma il numero di riferimento è generato a caso.

“Le nostre trappole per lo spam stanno ricevendo una valanga di mail di questo tipo”, ha dichiarato Walter Narisoni, Sales Engineer Manager di Sophos Italia. “Gli utenti che di recente hanno inviato un pacchetto con il corriere DHL potrebbero non trovare nulla di strano nell’aprire una mail apparentemente legittima e cliccare sul file zip allegato senza pensarci due volte. Facendo leva sulla buona reputazione di alcune società, i truffatori informatici stanno tentando di raggirare milioni di ignare vittime e, modificando il nome del file in ogni messaggio, sono in grado di eludere i filtri antispam meno sofisticati. Occorre che gli utenti stiano all’erta, esercitando la massima prudenza qualora ricevano un file allegato a una mail non richiesta, qualunque sia o sembri essere il mittente”.
Per maggiori informazioni, compresa un’immagine dell’e-mail incriminata, visitare il blog di Graham Cluley (inglese).

Fonte: Sophos

domenica 26 aprile 2009

Chiavette USB imbattibili

Le chiavette dotate di software di crittografia sono sempre più diffuse ma è sicuro affidargli i nostri segreti?
Dopo le chiavette su cui trasferire tutti i nostri dati, chiavette che si convertono in lettori MP3, chiavette capaci di ospitare centinaia di programmi funzionanti senza installazione e altre chiavette che contengono interi sistemi operativi autonomi, ecco arrivato il momento delle chiavette USB crittografate. Negli ultimi tempi si è assistiti ad una svolta: la memoria della chiavetta non viene più divisa in 2 entità separate ma l'intero sistema viene gestito da un software che accede ad un chip in grado di supportare l'utente nelle funzioni di cifrature. Tra le chiavette appena uscite ci sono le TDK Trans-IT (vedi immagine) disponibili in tagli da 2 a 16GB. che sfruttano al massimo questo tipo di approccio. Il programma di codifica viene ospitato nella parte libera della memoria della chiavetta USB, così da essere sempre attivabile per permettere l'accesso alla parte cifrata. Il meccanismo di funzionamento prevede che si avvii il programma, si indichi una password di accesso all'area cifrata e si specifichi quanto spazio sulla chiavetta riservargli. Il software programmerà la chiavetta USB in modo da nascondere o mostrare le partizioni cifrate e provvederà a far identificare da Windows le aree interessate. Nel caso in cui si tentasse l'accesso alla parte cifrata sbagliando troppe volte la password, come in altri modelli, sono previsti meccanismo di auto distruzione dei dati. Dal punto di vista della cifratura è persino impossibile un'analisi: la zona cifrata è un messaggio a chiave simmetrica, AES a 256 bit, a singolo utilizzo. In praticha, le uniche tecniche che potrebbero rompere il livello di sicurezza sono la forzatura del software o il brute force crack della password. La prima possibilità però è negata a causa del fatto che la codifica è hardware. Il programma di cifratura non conserva la password e nemmeno si occupa di variare la visibilità delle partizioni della chiavetta. Il suo scopo è quello di mera interfaccia tra l'hardware di gestione della chiavetta e l'utente. La tecnica del brute force, invece, non può nemmeno essere tentata visto che è proprio l'hardware della chiavetta a cancellare i dati in casi di errati inserimenti della password. A nulla vale persino di tentare di riportare a zero il numero dei tentativi fatti: è un valore che viene registrato dal chip di controllo e non viene scritto in alcuna zona della chiavetta e l'incremento avviene tramite firmware della chiavetta stessa, non tramite software. C'è di piu' perché persino le tecniche di acquisizione forenso non possono nulla contro questa tecnologia: l'area di memoria che ospita la parte cifrata è di fatto resa invisibile e inaccessibile dall'hardware della chiavetta e non è nascosta nella parte visibile. Questo significa che dedicando 4GB. alla cifratura senza la password opportuna, una chiavetta da 8GB. sarà vista come una da 4 e solo la scritta sulla chiavetta stessa indicherà la sua capacità reale. Viste le condizioni poste dall'analisi, l'unico metodo possibile per recuperare almeno l'area cifrata senza farla distruggere dal sistema è quella di operare a livello hardware, aprendo fisicamente la chiavetta ed affidandosi a metodi di analisi decisamente invasivi. Peccato che, in questo modo, sarò piuttosto facile distruggere la chiavetta invece che recuperarla e solo pochi laboratori specializzati sono in grado di svolgere questi compiti.
Se è vero che, diversamente da altri sistemi di archiviazione, persino la speranza di recupero legittimo tramite brute force o usando sequenze di password probabili è destinato a fallire, è anche vero che il recupero può essere semplificato se illeggittimo in quanto il conteggio degli errori viene resettato ogni volta che viene azzeccata la password. Questo significa che è possibile prendere la chiavetta di un soggetto, fare qualche tentativo e rmetterla al suo posto in attesa che lui la utilizzi per poi ripetere il tentativo. L'unico modo per proteggersi, per lui, sarebbe quello di cambiare la password ogni volta. Aanche qui, però, anche l'utente più prudente potrebbe essere battuto: un keylogger hardware costa pochi euro e non può essere identificato da alcun software. Come al solito, il problema sta nella quantità di paranoia posseduta dall'utente che usa il sistema, non dalle capacità tecniche dello stesso.

Fonte: Hackers Journal numero 172 del Marzo 2009

Illegalità informatica: l'italia sale al 4° posto

In particolare, rispetto al 2007, l’Italia passa dal 5° al 4° posto per numero di attività malevole registrate, dal 7° al 5° tra i Paesi da cui hanno origine gli attacchi informatici e dal 4° al 3° per numero di computer “bot infected”, ossia computer nei quali i cyber-criminali si sono insinuati per assumerne il controllo e usarli come "ponte" per lanciare attacchi informatici di vario tipo. Il report, presentato su base annuale, analizza l’intero anno 2008. Lo studio raccoglie i dati provenienti da milioni di sensori Internet, ricerche e monitoraggio attivo delle comunicazioni degli hacker, e fornisce una panoramica globale dello stato attuale della sicurezza Internet. I dati contenuti nel report ISTR XIV sono stati raccolti nel periodo gennaio 2008-dicembre 2008. Dal report emerge che gli Stati Uniti rimangono il Paese di origine di una larga parte delle attività informatiche malevole, attività che stanno registrando negli ultimi tempi un sensibile aumento anche in Paesi fino a oggi non associati a questo tipo di minacce. Il report evidenzia anche come gli attacchi provenienti dal Web rimangano il principale vettore delle attività malevole su Internet, mentre gli attaccanti sono più che mai concentrati sul tentativo di conseguire guadagni economici dagli utenti finali colpiti. Lo studio pone in luce anche il fatto che l’economia sommersa non sembra aver risentito minimamente della crisi economica globale, ma appare più prospera e fiorente che mai. Il Brasile (quinto nella graduatoria relativa al 2008 dall’ottavo posto del 2007), la Turchia (nona nel 2008 e quindicesima nel 2007) e la Polonia (decima, salita dal dodicesimo posto del 2007) vedono crescere le attività malevole in linea con lo sviluppo delle loro infrastrutture Internet e della popolazione di utenti broadband. Si prevede che i Paesi caratterizzati da infrastrutture Internet relativamente recenti e in via di sviluppo registreranno livelli crescenti di attività malevole fino a quando non verranno rafforzate le misure di sicurezza atte a contrastarle.
Dati principali
Nel 2008 Symantec ha identificato in tutto il mondo oltre 1,6 milioni di nuove minacce. Si tratta del 60% circa dei 2,6 milioni di esemplari di codice pericoloso rilevati dalla società in 27 anni.
- Nel corso del 2008 è stato rilevato complessivamente un totale di 55.389 host di phishing, con un aumento del 66% rispetto al 2007, anno in cui il numero ammontava a 33.428.
- Le informazioni relative alle carte di credito hanno costituito il prodotto più pubblicizzato sui server dell’economia sommersa monitorati da Symantec, pesando per il 32% di tutti i prodotti e i servizi offerti; un incremento sostanziale rispetto al 21% del 2007.
- L’autore del report ha registrato un aumento del 192% nello spam su Internet, passando dai 119,6 miliardi di messaggi del 2007 ai 349,6 miliardi del 2008.
- Entro la fine del 2008 i computer infettati dal worm Downadup Conflicker assommavano a oltre 1 milione. Questo worm è stato in grado di diffondersi con estrema rapidità grazie ai sofisticati meccanismi di propagazione utilizzati e alla capacità di trasmettersi attraverso i supporti rimovibili.
Autore: Luigi Mango

Sophos avverte: sicurezza a rischio per un terzo degli utenti Internet che utilizza la stessa password per tutti i siti web

Vorrei rispolverare un articolo di Sophos Italia relativamente al fatto che oggi, la cattiva abitudine di utilizzare la medesima password quando ci si registra a servizi sul web o per accedere al nostro sistema informatico possa creare non pochi problemi nel caso in cui la stessa venga carpita da qualche criminale informatico.

Secondo un recente sondaggio di Sophos solo il 19% salvaguarda la propria sicurezza usando password differenti, mentre un terzo degli intervistati persevera nell’utilizzo della stessa password per ogni sito web al quale accede. Sophos, società leader a livello mondiale nel settore della sicurezza informatica e nella tecnologia di controllo dell’accesso alla rete (NAC), esorta gli utenti a valutare la complessità delle password in uso e a sceglierne una differente per ogni singolo account di accesso, al fine di ostacolare le intrusioni degli hacker e di proteggere dati personali e aziendali. Il monito lanciato da Sophos fa seguito a una serie di recenti attacchi informatici, nei quali gli hacker sono riusciti a decifrare le password, violando account di posta elettronica sul Web e infiltrandosi nei siti di social networking. Malgrado clamorosi episodi di violazione della sicurezza come quello che ha coinvolto l’account di Hotmail del Ministro della Giustizia britannico Jack Straw e sebbene i criminali informatici siano riusciti a intrufolarsi negli account di Twitter di alcuni personaggi famosi dopo averne decifrato la password di accesso, un terzo degli utenti persevera nell’utilizzo della stessa password per ogni sito web al quale accede. Questo è quanto emerge da un sondaggio condotto da Sophos agli inizi del mese* Risultati del sondaggio Usate la stessa password per più di un sito web?:
- Sì, sempre 33%
- Uso alcune password diverse 48%
- No, mai 19%
Secondo gli esperti Sophos, molti utenti continuano a sottovalutare l’importanza di scegliere password complesse. Tre anni fa, alla stessa domanda, il 41% aveva risposto di utilizzare la stessa password per tutti i siti web, mentre solo il 14% aveva dichiarato di usarne una di volta in volta diversa. “È preoccupante che a distanza di tre anni pochissimi utenti sembrino aver acquisito consapevolezza dei rischi connessi all’utilizzo di password identiche e facili da decifrare per ogni sito che visitano”, ha dichiarato Walter Narisoni, Sales Engineer Manager di Sophos Italia. “A causa della crescente popolarità dei social network e di altri siti Internet, gli hacker hanno l’imbarazzo della scelta tra i bersagli da colpire e, usando la stessa password di accesso a Facebook, Amazon e ai conti bancari online, gli utenti facilitano loro la vita. Una volta decifrata, è solo una questione di tempo prima che i truffatori riescano ad accedere ad altri account e a mettere le mani su informazioni riservate per sfruttarle poi a fini di lucro”.
Sophos raccomanda agli utenti di non scegliere come password parole tratte da un dizionario, perché gli hacker le individuano abbastanza facilmente usando dizionari elettronici che provano ogni parola finché non trovano quella giusta. È importante, inoltre, non scegliere password comuni come “amministratore” o “1234”, perché sono le prime opzioni ad essere verificate dagli hacker. Ad esempio, il worm Conficker usa elenchi di 200 password comuni nel momento in cui tenta di accedere ad altri computer in rete. Ciò significa che se il PC di un dipendente è infetto, l’intera rete aziendale rischia di essere rapidamente violata se le password in uso non sono abbastanza complesse. “È chiaro che gli utenti scelgono parole riportate sul vocabolario perché sono molto più facili da ricordare”, ha aggiunto Narisoni. “Un ottimo stratagemma consiste nello scegliere una frase e usare la prima lettera di ogni parola per formare la password. Per aumentarne la complessità e dormire sonni tranquilli, si può sostituire una parola con un numero e scrivere, ad es., 1 al posto di ‘un/uno’. Il problema di dover tenere a mente parecchie password permane, tuttavia esistono alcuni validi sistemi di gestione delle password che le criptano e consentono di accedervi solo con la master password ovvero la password principale. Ovviamente, è indispensabile che questa sia il più possibile complessa”.

Fonte: Sophos Italia

Finjan: scoperta una botnet da 1,9 milioni di computer

Finjan ha comunicato di aver scoperto una vastissima rete botnet composta da 1,9 milioni di computer sparsi in tutto il mondo, che comprende anche diverse macchine facenti parte delle reti del governo del Regno Unito e degli Stati Uniti. L’introduzione all’interno di questa rete di computer avviene in modo del tutto simile a ciò che avviene sempre in questi casi. Si scarica un malware attraverso la visita ad alcuni siti Web. Il malware poi costringe l’utente a visitare una pagina infetta che permetterà il download e l’installazione del malware vero e proprio, che sarà la porta d’accesso alla botnet. Attualmente si sa poco su quali istituzioni siano state colpite da questa pericolosa vicenda. Quel che è certo è che del gruppo fanno parte uffici e istituzioni di molti Paesi del mondo. Oltre agli USA e al Regno Unito infatti ci sarebbero macchine importanti situate in Canada, Francia e Germania. In ogni caso sembra chiaro che siano colpiti da questo pericolo 77 Stati, che sono stati tutti avvisati da Finjan. Le indagini intanto sono già iniziate e si cerca di trovare i colpevoli che gestiscono la botnet. Secondo Finjan si tratterebbe di sei persone residenti in Ucraina.



venerdì 24 aprile 2009

Un motore di ricerca "cercapersone" efficace su internet

PIPL, è un motore di ricerca delle persone estremamente efficace che consente di ricercare tutto quanto si trova sul web in relazione ad una specifica persona. Entrando maggiormente nello specifico non occorre alcun tipo di registrazione e ritengo possa essere molto utile oltreché per ricercare info relativamente a chiunque in qualsiasi momento ci occorrano anche per poter verificare la nostra reputazione sul web e dunque all'occorrenza intervenire per eventualmente far cancellare informazioni errate che ci riguardano (teniamo sempre presenti le leggi esistenti quali la diffamazione e il diritto alla privacy). E' sufficente indicare nome, cognome e città di appartenenza. PIPL ricercherà le informazioni sulle principali banche dati presenti sul web (fra cui banche date pubbliche quali elenchi telefonici), sui Social Networking/Blog e su un gran numero di portali oggi esistenti. Un'alternativa con analoghe funzioni, che ho avuto modo di provare è www.whozat.com che in più raggruppa per tipologia di TAG le ricerche effettuate.

Google Similar Images facilita la ricerca di immagini

Dai laboratori di Google, ecco un’interessante novità in grado di semplificare notevolmente la ricerca di immagini. Si tratta di Google Similar Images, uno strumento di ricerca che consente di focalizzare la ricerca alle immagini simili ad uno dei risultati presentati. Si tratta sicuramente di una soluzione più comoda e rapida rispetto alla ricerca effettuata tramite l’utilizzo di parole.


Fonte: Motoricerca.net
Articolo originale: http://www.motoricerca.net/2009/04/21/similar-images/

giovedì 23 aprile 2009

Certificati Digitali: come navigare sicuri

La sicurezza sul Web è una delle preoccupazioni che maggiormente assilla (o dovrebbe assillare) gli utenti, soprattutto quando si effettuano operazioni delicate come pagamenti online o trasferimento di dati sensibili dal punto di vista della privacy.
Esistono diverse soluzioni tecniche per garantire un livello soddisfacente di sicurezza, ma è importante che l'utente sia a conoscenza dei principi generali che gli garantiscono questa sicurezza. Probabilmente molti utenti hanno sentito parlare di protocolli sicuri, come HTTPS o SSL, del fatto che questi protocolli codifichino i dati in modo che non possano essere decodificati da altri se non dai diretti interessati. Spesso questo concetto viene associato al famoso lucchetto che deve comparire sul browser a garanzia della sicurezza delle transazioni. Ma tutto ciò è sufficiente? È sufficiente sapere che i dati viaggiano crittografati tra un server ed un browser?
Vediamo se c'è altro da sapere.

Sicurezza e identità
La trasmissione sicura dei dati tra un server Web ed un browser è normalmente garantita da algoritmi di crittografia e da protocolli che adottano tali algoritmi. Senza entrare nei dettagli tecnici, possiamo dire che le più recenti tecniche di crittografia offrono una elevata garanzia che i dati trasmessi, anche se intercettati da un malintenzionato, difficilmente potranno essere decodificati.
Quindi, se inviamo il numero della nostra carta di credito ad un sito di commercio elettronico che ha attivato il protocollo sicuro HTTPS siamo abbastanza sicuri che difficilmente qualcun altro potrà intercettarlo.
Ma proviamo ad insinuare un dubbio. Proviamo a farci una domanda che probabilmente in pochi si pongono: siamo sicuri che il destinatario a cui abbiamo inviato i dati della nostra carta di credito sia effettivamente quello che crediamo che sia? E se si trattasse di qualcuno che ha clonato un sito molto noto per raggirare gli utenti e farsi inviare i dati delle loro carte di credito?
La sola riservatezza del trasferimento dei dati non è garanzia di sicurezza dell'identità del destinatario. È opportuno assicurarsi che chi riceve i nostri dati sia effettivamente il destinatario con cui vogliamo interagire. A questa esigenza cerca di dare una risposta la tecnologia dei certificati digitali.

Identità di un sito Web
Quando ci colleghiamo ad un sito Web, quindi, abbiamo la necessità di sapere se effettivamente stiamo inviando i dati al destinatario corretto. L'identificazione del destinatario è garantita dai certificati digitali associati alle connessioni sicure SSL. Per inciso, il protocollo HTTPS non è altro che protocollo HTTP integrato con SSL per gli aspetti relativi alla sicurezza.
Un certificato digitale è un file contenente informazioni sulle modalità di crittografia adottate dal sito Web e sul sito che riceve tali informazioni. Naturalmente, perché il contenuto del certificato sia affidabile è necessario che questo venga emesso da un ente autorizzato e che non possa essere falsificato. Gli enti autorizzati all'emissione di certificati digitali sono chiamati Autorità di Certificazione e i certificati da essi rilasciati sono automaticamente riconosciuti dai browser. Tali enti, al momento del rilascio di un certificato al gestore di un sito Web, appongono una firma digitale al certificato stesso validando le informazioni contenute in esso. Oltre a suggellare la validità delle informazioni contenute nel certificato, la firma dell'Autorità di certificazione garantisce che tali informazioni non possano essere modificate da terzi.

Contenuto di un certificato
Ma vediamo più da vicino come possiamo accedere ad un certificato associato ad un sito Web e come visualizzare il suo contenuto. Come abbiamo detto, tutti i browser visualizzano un piccolo lucchetto che informa l'utente del fatto che si è connessi ad un server Web tramite connessione sicura. Ad esempio, su Firefox il lucchetto compare in basso sulla barra di stato, mentre su Internet Explorer appare sulla destra nella barra degli indirizzi.
Interagendo con l'icona del lucchetto (clic o doppio clic a seconda del browser) vengono visualizzate le informazioni relative alla sicurezza del sito ed è possibile visualizzare il contenuto del certificato. I dati principali contenuti nel certificato indicano: l'utilizzo a cui è destinato il certificato. Visualizzando il contenuto di un certificato abbiamo la possibilità di verificare che il sito a cui ci stiamo collegando è effettivamente quello che ci aspettiamo. La garanzia della validità dei dati contenuti nel certificato ci viene data dall'Autorità di certificazione che ha rilasciato il certificato. In realtà non è necessario aprire il certificato associato ad una connessione sicura per verificare le informazioni fondamentali. Tutti i browser verificano automaticamente che il certificato sia stato rilasciato da un'Autorità di certificazione universalmente riconosciuta, che esso sia associato al dominio a cui si è collegati e che non sia scaduto.
Aprire un certificato può comunque essere utile per approfondire eventuali dettagli tecnici.

Certificati... e garantiti
L'attendibilità del contenuto di un certificato dipende dall'Autorità di certificazione che lo ha rilasciato. Prima di rilasciare un certificato questi enti effettuano alcune verifiche sulle dichiarazioni fatte dal richiedente. Per i certificati standard normalmente la verifica si limita ad accertarsi dell'esistenza del dominio a cui è associato il certificato, che il dominio appartenga al richiedente ed in alcuni casi che effettivamente il richiedente possa essere contattato tramite e-mail o telefonicamente.
Tuttavia una tale verifica non esclude che il richiedente si faccia passare per un altro soggetto.
Per porre rimedio a questo potenziale pericolo è stato recentemente introdotto un tipo di certificato che offre maggiori garanzie sull'identità del possessore in quanto richiede una verifica più approfondita da parte dell'Autorità di certificazione. Si tratta dei certificati Extended Validation (EV).
Per il rilascio di questo tipo di certificato l'Autorità di certificazione non si limita a verificare l'esistenza del dominio e la relativa proprietà. Essa approfondisce l'identificazione del richiedente accedendo ad eventuali registri pubblici e richiedendo documentazione specifica per verificare legalmente e fisicamente l'identità del richiedente.
I browser più recenti, come ad esempio Internet Explorer 7 e Firefox 3, riconoscono questo tipo di certificati e lo evidenziano all'utente.
Ad esempio, Firefox mostra sulla sinistra della barra degli indirizzi il nome del possessore del certificato su uno sfondo verde; cliccando su questa area vengono visualizzati i dettagli identificativi del sito.

Conclusioni
La sicurezza nella trasmissione dei dati sul Web non è data soltanto dalla loro codifica tramite algoritmi evoluti. È altrettanto importante identificare con certezza il destinatario dei dati. La tecnologia dei certificati digitali e l'infrastruttura di fiducia verso le Autorità di certificazione ci consentono di ottenere questa forma di identificazione. In ogni caso l'utente deve essere in grado di comprendere ed interpretare correttamente quello che strumenti come i browser ci segnalano sfruttando tali tecnologie.

mercoledì 22 aprile 2009

Netbook per la scuola italiana presentato da Brunetta: JumpPC. Costa 199 euro. Rivoluzione?

Il ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta ha presentato i primi risultati del progetto «A scuola con JumpPC», nato dalla collaborazione tra Intel Corporation Italia, Olidata e Fondazione Mondo Digitale.
Cinque le scuole primarie coinvolte nell’iniziativa, con l’obiettivo di supportare e potenziare la didattica grazie all’introduzione di nuove tecnologie IT. Dopo le lavagne interattive, dunque, sono arrivati i netbook prodotti da Olidata e basati sul Classmate di Intel, il prototipo che, in un primo tempo, era destinato a competere con il progetto One Laptop Per Child.Il JumpPC è equipaggiato con processore Intel Celeron 900 MHz, display da 7 pollici, 512 MB di RAM DDR2, HD Nand Flash da 2 GB, connettività wireless. Windows XP Home il sistema operativo scelto. I giovani utenti possono avviarlo con l’interfaccia Windows oppure con Magic Desktop. Fra i software in dotazione, My First Browser, che consente ai genitori di indicare su quali siti possono navigare i loro figli, Magic Mail, per la gestione sicura della posta elettronica, Easy Write (scrittura), Easy Learning (matematica e ortografia), Easy Paint (disegno ed editing di immagini) e My First Music (musica). Prezzo: 199 euro IVA inclusa. Che diventano 299 se si sceglie la configurazione con hard disk da 30 GB.
I risultati esposti da Brunetta sembrano incoraggianti, se è vero che per il 73% degli studenti l’uso del JumpPC ha reso il lavoro in classe più divertente e che il 99% degli alunni ha dichiarato di aver capito meglio la lezione. È presto per poter parlare di rivoluzione nel mondo scolastico, anche perché i segnali che provengono dalle istituzioni e dalle riforme dei programmi e del sistema scuola spinte dal ministro Gelmini in questo senso sono contrastanti.


Autore: Andrea Galassi

Antivirus: non aggiornarlo è reato!


Qualche anno fa il virus Kamasutra aveva mandato in tilt i PC del Comune di Milano: la questione si era conclusa con una pessima figura del Comune, una multa emanata dall'Autorità Garante in materia di protezione dati personali per omissione di misure di sicurezza (circa 70.000 euro di sanzioni amministrative) ed un termine imposto sempre dal Garante, per effettuare il cosiddetto "ravvedimento": provvedere alla regolarizzazione degli antivirus entro i tempi imposti dall'Autorità. Oggi la questione sembra riaprirsi, anzi si riaprono in questo caso le porte del Tribunale Penale di Milano, in quanto un PM piuttosto attento alla materia ha notificato un avviso di garanzia al Responsabile dei sistemi informatici dell'epoca, contestando ben due reati: quello di omissione di controllo delle misure di sicurezza dei sistemi informativi, l'altro consistente in false attestazioni rese al Garante in relazione all'adeguamento alle misure trascorso il termine prescritto dal medesimo Garante per la messa a norma. Di quali reati stiamo parlando? Stiamo parlando di due reati procedibili di ufficio, presenti nel decreto legislativo 196/2003 (cosiddetto Codice in materia di protezione dati personali) i quali prevedono non poche conseguenze negative in caso di accertamento della responsabilità dei soggetti indagati. Il reato inerente le misure di sicurezza è citato all'art. 169 del suddetto Codice, il quale prevede espressamente che:
1 - Chiunque, essendovi tenuto, omette di adottare le misure minime previste dall'articolo 33 è punito con l'arresto sino a due anni o con l'ammenda da diecimila euro a cinquantamila euro;
2 - All'autore del reato, all'atto dell'accertamento o, nei casi complessi, anche con successivo atto del Garante, è impartita una prescrizione fissando un termine per la regolarizzazione non eccedente il periodo di tempo tecnicamente necessario, prorogabile in caso di particolare complessità o per l'oggettiva difficoltà dell'adempimento e comunque non superiore a sei mesi.
Nei sessanta giorni successivi allo scadere del termine, se risulta l'adempimento alla prescrizione, l'autore del reato è ammesso dal Garante a pagare una somma pari al quarto del massimo dell'ammenda stabilita per la contravvenzione. L'adempimento e il pagamento estinguono il reato. Ebbene, all'epoca del primo controllo fu impartito al Comune il termine di prescrizione per l'adeguamento, difatti il Responsabile dei sistemi informativi rilasciò poi successivamente al Garante la dichiarazione inerente l'adeguamento avvenuto, evento che evidentemente avrebbe generato la presunta violazione lamentata dal PM ovvero la resa di false attestazioni all'Autorità Garante. Il problema è sorto quando a fine anno passato, proprio l'Autorità ha promosso una verifica presso il Comune, considerata la precedente gravità dei fatti: dall'accertamento è emersa la presenza di antivirus su 7000 e passa client, rispetto ai 10.500 client presenti realmente presso gli uffici del Comune. È ovvio che ad oggi sotto il profilo penale si sta esclusivamente parlando di una potenziale responsabilità, è pur vero che gli aspetti relativi alla responsabilità penale nell'ambito privacy, vengono fin troppo sottovalutati. Spesso titolari e responsabili dei trattamenti sono scettici circa i controlli e la concretezza delle responsabilità derivanti in materia di privacy, ritenendo con troppa leggerezza che le misure di sicurezza non a norma oggi, verranno "sistemate" nel tempo. Il tempo è già arrivato, il Codice in materia di protezione dati personali è in vigore dal primo gennaio 2004, le misure di sicurezza, anche se non fossero imposte dal legislatore, dovrebbero essere applicate solo alla luce dell'importanza che i dati rivestono all'interno del settore pubblico o privato: antivirus, password, back-up non dovrebbero trovare imposizione nel Codice privacy, dovrebbero essere una premura dei titolari del trattamento, adottando semplicemente una diligenza media. E soprattutto in caso di outsourcing nella gestione delle misure di sicurezza, sarebbe opportuno effettuare controlli ed avere riscontri circa la veridicità delle misure adottate. Resta inteso che realtà estese come possono essere quelle dei Comuni o altri enti che contano più di 10.000 client, avrebbero dovuto "spalmare" l'impegno economico ed organizzativo della messa a norma negli anni subito successivi all'entrata in vigore del Codice. Oggi questo ancora in molte strutture non avviene, ma non c'è più nessuna scusante... O è privacy o non è privacy!


Niente privacy: benvenuti su Facebook

Roma - Do you want the internet to turn into a jungle? This could happen, you know, if we can't control the use of our personal information online. Si apre con queste parole il videomessaggio che Viviane Reding, Commissario UE alla società dell'informazione ed ai Media, il 14 aprile, ha indirizzato ai netcitizen europei ed alle istituzioni. La tentazione di chiunque creda nella capacità della Rete di autoregolamentarsi è quella di bollare il grido di allarme ed il richiamo all'ordine di Reding come l'ennesimo sintomo di quella dilagante tecnofobia legislativa o, piuttosto, come il preludio di un nuovo pesante intervento - questa volta da parte delle istituzioni europee - nell'attività di sovra-regolamentazione della Rete cui negli ultimi mesi abbiamo assistito impotenti. Io stesso, all'indomani della raccomandazione del 17 ottobre 2008 con la quale i Garanti per la privacy di mezzo mondo, riuniti a Strasburgo, hanno indirizzato raccomandazioni e suggerimenti agli utenti delle piattaforme di social network ed ai loro gestori, spingendosi a caldeggiare l'utilizzo di pseudonimi nell'ambito di tali realtà ed a imporre/proporre la non indicizzazione da parte dei motori di ricerca dei profili degli utenti creati ed ospitati su tali piattaforme, ho avanzato dubbi e perplessità sull'opportunità ed utilità di un approccio regolamentare tanto invadente e "dirigista" rispetto ad una nuova dimensione della socialità. Ero, infatti, convinto - e lo sono tuttora - che l'approccio con il quale nel secolo della Rete e nell'era del web 2.0 occorrerebbe guardare alla privacy degli utenti dovrebbe essere orientato più che alla fissazione di regole e principi, a far sì che ogni utente riceva un'informativa effettivamente puntuale e trasparente circa i termini e le modalità di trattamento dei dati personali che lo riguardano e possa conseguentemente determinare, in ogni momento ed in assoluta autonomia, l'ambito di diffusione di tali dati nello spazio telematico. Il diritto ad autodeterminare tali profili relativi alla propria identità personale, infatti, costituisce un principio irrinunciabile quale che sia la nozione di privacy cui si intende accedere, risultato dell'evoluzione dei costumi, della società e del mercato, di riferimento nel passato, nel presente e nel futuro. Tuttavia, per chiedere al legislatore e al Governo di fare un passo indietro o, almeno, di non lasciare che la paura del nuovo o l'ansia di restaurare in Rete le dinamiche di controllo proprie del vecchio, costituiscano i principi cui ispirare la nostra politica dell'innovazione occorre che anche i protagonisti del web - i grandi e gli utenti - facciano la loro parte con rispetto reciproco ed equilibrio. Non sempre è così. Non è così, ad esempio, nei rapporti tra Facebook, i propri utenti e le leggi. Nei giorni scorsi Cristina, una giovane programmatrice, mi ha segnalato una duplice preoccupante curiosità nel trattamento dei dati personali da parte del colosso del social network in relazione all'archiviazione, la conservazione e la cancellazione delle immagini caricate dagli utenti. Le immagini, infatti, all'atto dell'upload vengono caricate su un server diverso da quelli sui quali gira la piattaforma e, ad esse, viene assegnato un autonomo IP che le rende raggiungibili senza l'esigenza di passare per la piattaforma stessa. Con una prima, importante, conseguenza: chiunque conosca la "codifica" dell'URL assegnato ad ogni immagine all'atto dell'upload - si tratta, peraltro, di una codifica che risponde ad un preciso schema matematico e, dunque, agevolmente decodificabile come mostrano su Trackback - è in condizione, quali che siano le scelte in materia di privacy del titolare delle immagini - di accedervi, visualizzarle ed appropriarsene per qualsiasi genere di uso. Piuttosto grave, se si considera che le condizioni generali sul trattamento dei dati personali dell'utente pubblicate su Facebook inducono quest'ultimo a ritenere - in conformità peraltro alla disciplina vigente - di essere in grado di autodeterminare l'ambito di "pubblicità" dei dati e delle informazioni immesse nella piattaforma. Ma c'è di più. Le stesse condizioni generali chiariscono all'utente che, in qualsiasi momento, può rimuovere i contenuti che ha caricato online, revocando - da un punto di vista giuridico - il consenso prestato alla diffusione al pubblico delle proprie immagini. Cristina ha fatto una prova in questo senso: il 12 marzo ha caricato un'immagine sul suo profilo FB e l'ha quindi rimossa. Peccato che la foto sia ancora lì, non più raggiungibile attraverso il profilo di Cristina ma facilmente accessibile da chiunque abbia conservato l'URL di pubblicazione o, addirittura, casualmente. La sostanza è questa: pare che Facebook, a seguito della richiesta di rimozione di un contenuto dalla propria piattaforma (e dunque della revoca del consenso all'utilizzo dei dati personali di un utente) si limiti a sospendere l'indicizzazione del contenuto medesimo in abbinamento al profilo dell'utente ma conservi i relativi dati o informazioni. Quando mi hanno raccontato di quest'esperienza, ho chiesto di fare un'ulteriore prova: manifestare a Facebook, attraverso l'apposito form, la propria volontà di cancellare integralmente il proprio profilo - giuridicamente, potremmo dire, recedere dal contratto - e verificare poi se i contenuti sino a quel momento pubblicati restassero raggiungibili. Detto, fatto. Il 24 marzo 2009 abbiamo proceduto a richiedere la cancellazione del profilo su Facebook di un amico (Cristina, questa volta, non se l'è sentita di fare a meno della sua social identity!) seguendo le istruzioni rese disponibili online. Ci è stato, quindi, comunicato che la rimozione del profilo era prevista per il successivo 7 aprile. Il 7 aprile qualcosa è realmente accaduto nel senso che il profilo "sacrificale" del nostro amico non era più raggiungibile nella piattaforma ma, sfortunatamente, le sue immagini caricate nel periodo di utilizzo del profilo oggi sono ancora al loro posto e, quindi, raggiungibili da chiunque. È grave, gravissimo promettere ad un utente la cancellazione di un dato e continuarlo, invece, ad utilizzare. Si tratta - prima che di una violazione di legge - di una manifestazione di scarso rispetto che rischia di compromettere ogni possibilità di dialettica e confronto tra i protagonisti della Rete e le istituzioni ed è un peccato che per gli errori di pochi debbano pagare in molti, assistendo impotenti al proliferare di una politica legislativa di repressione rispetto ad una tecnologia che, se usata con rispetto, equilibrio e buon senso, può essere il più fedele alleato dei cittadini del XXI secolo e non già il loro nemico giurato come troppo spesso viene rappresentata. Sarebbe, per questo, auspicabile un immediato intervento del Garante - almeno nei limiti in cui al trattamento di dati personali posti in essere da Facebook risulti applicabile la disciplina italiana - al fine rimettere in riga il gigante del social network e scongiurare il rischio che ci si debba, tra qualche mese, ritrovare costretti a convenire con il Commissario Reding sul rischio che la Rete si trasformi in una giungla.



Autore: Guido Scorza - Presidente Istituto per le politiche dell'innovazione

lunedì 20 aprile 2009

YouTube Italia: il centro di sicurezza

Google annuncia il Centro Sicurezza di YouTube in versione italiana. Realizzato in collaborazione con istituzioni e organizzazioni impegnate sul fronte della sicurezza in Rete, intende fornire agli utenti un valido ausilio per muoversi sul web in modo responsabile e sicuro. Come anticipato lo scorso febbraio in occasione del Safer Internet Day, Google annuncia oggi la disponibilità della versione italiana del Centro Sicurezza di YouTube, che contiene consigli di uso pratico e link a risorse che offrono supporto per affrontare nel modo migliore le principali problematiche del mondo online.
Il Centro Sicurezza di YouTube copre temi quali cittadinanza digitale, incitamento alla violenza via web, violazione della privacy, cyber bullismo, fornendo per ciascuno spiegazioni, materiali e contatti per la segnalazione rapida di eventuali abusi o usi scorretti delle risorse Web o, semplicemente, per un approfondimento dell’argomento.
Accessibile mediante un link collocato sulla parte bassa di qualsiasi pagina di YouTube.it, il servizio è stato realizzato con la preziosa collaborazione di:

Save the Children che, con il progetto Stop.it dal 2002 lotta contro lo sfruttamento sessuale a danno dei minori su Internet e tramite Internet
114 Emergenza Infanzia per la sezione relativa agli abusi sui minori
Telefono Azzurro per la problematica relativa a molestie, bullismo e cyber bullismo
Centro per lo Studio e la Prevenzione dei Disturbi dell’Umore e del Suicidio
Polizia Postale e delle Comunicazioni
, per le sezioni protezione degli adolescenti, furti di identità, spam e phishing.

Con 2-3 miliardi di nuove pagine pubblicate sul web ogni giorno, il monitoraggio dei contenuti di Internet è praticamente impossibile. Per questo, da sempre, per Google l’educazione a un uso responsabile del Web è una priorità alla quale dedica energie e risorse, portando avanti azioni di sensibilizzazione, collaborando con istituzioni e organizzazioni impegnate su questo fronte e attuando iniziative come il Centro Sicurezza presentato oggi. “E’ nostro intento sensibilizzare sull’importanza di sentirsi tutti parte della comunità della Rete e di contribuire a un uso responsabile del Web, segnalando tempestivamente ogni contenuto non appropriato mediante l’uso degli strumenti che siti di condivisione di contenuti online quali YouTube mettono a disposizione. Perché anche su Internet devono valere le regole di una cittadinanza responsabile e, così come nella vita reale, nessuno può essere spettatore passivo di episodi quali bullismo o violenza”, ha dichiarato Marco Pancini, European Policy Counsel di Google per l’Italia. Tra le altre, recenti iniziative di Google in questa direzione, la Guida alla sicurezza online per la famiglia scaricabile a questo link: http://sites.google.com/site/guidasicurezzaonline. Una pubblicazione che ha l’obiettivo di offrire ai genitori un supporto nell’educazione dei piccoli nativi digitali, perché non corrano rischi online e divengano attenti e responsabili. Questa e altre iniziative si inseriscono in un progetto più ampio che vede Google partner delle istituzioni italiane ed europee. Tra queste, il programma Teach Today (http://en.teachtoday.eu) indirizzato agli insegnanti e la collaborazione con Telefono Azzurro per la campagna informativa ed educativa contro il bullismo lanciata lo scorso febbraio, per cui Google ha messo a disposizione uno specifico canale YouTube.

sabato 18 aprile 2009

Alla Rai pubblicizzato un sito per il gioco d'azzardo



Trasmissione in onda su RAI 3 Neapolis (a cura della testata giornalistica della Rai campana), ha pubblicizzato un sito italiano che invita al gioco d'azzardo pochi minuti prima di Trebisonda.
E' un peccato che una trasmissione che si rivolge ad un pubblico giovane sia condotta senza tenere conto della presenza di ragazzi e adolescenti. I siti che invitano al gioco on line sono in costante crescita sia numerica che per utenti registrati. Non era proprio necessario che una rete pubblica televisiva si mettesse a fare pubblicità a questo tipo di siti. Il gioco d'azzardo, anche quando è legale, è comunque proibito per i minori. Costituisce inoltre una piaga sociale la dipendenza da gioco sempre più diffusa. Il gioco on line non solo favorisce la diffusione del fenomeno, ma lo rende disponibile anche ai minori: chi controlla infatti l'età dei giocatori?
D’altronde il poker on line è un affare di oltre 400 milioni di euro l'anno. Cifre da capogiro come si suol dire. Almeno il 5% circa degli accedenti al poker in internet non ha 18 anni riuscendo a bypassare i filtri.
Si tratta di un'altra vergogna di internet, ma qualcuno protesterà accanto a davide.it? E le istituzioni preposte ai controlli riusciranno fermare quel 5% di minori? Oppure tutto passerà all'insegna del profitto creando altri dipendenti del gioco d'azzardo che abbiano più o meno di 18 anni?
Fonte: Blog di Daniele Damele

giovedì 16 aprile 2009

Internet e regole

I recenti atti di sciacallaggio nel web accaduti in occasione del terremoto dell’Abruzzo, con raccolte di fondi per fini personali camuffate da beneficenza per gli sfollati e gli inutili e pericolosi falsi allarmi lanciati per magari andare a rubare nelle case vuote, impongono un’analisi sull’uso della rete puntando a regole chiare come opportunamente chiesto da più parti, non ultima la deputata Gabriella Carlucci, ingiustamente aspramente criticata da alcuni parti, alla quale dovrebbe andare, invece, un sincero grazie per aver sollevato un problema indilazionabile. L’eccessiva democrazia di internet per assurdo porta all’anarchia. Servono regole, occorre prevenire i reati difficilmente, poi, punibili. Non è possibile che in rete si possano commettere reati quali la diffamazione, la calunnia, la denigrazione. Su internet devono valere le stesse regole della carta stampata. Oggi, invece, ciò che non è pubblicato su un giornale, perché magari denigra e offende, trova spazio on line.Per non parlare della necessità di bloccare pedofilia e pornografia con partecipazione di minorenni, suggerimenti e inviti al suicidio, istigazione all'uso di stupefacenti o dopanti, gioco d'azzardo, satanismo con sacrifici cruenti di animali o persone, materiale nocivo ai minorenni, pornografia esplicita, satanismo, violenza, istigazione all'odio e/o ad atti violenti, razzismo, turpiloquio.Nessuno pensa a censure o a “modelli cinesi”, anzi, ed è puerile invocare la libertà di espressione quando questa non si accompagna al rispetto di se stesso e degli altri. Dobbiamo pensare a rendere impossibile l’anonimato in rete. Chiunque per qualunque scritto deve essere chiaramente riconoscibile. L’identità di chi naviga dev’essere chiara al fine di prevenire i reati sul web.
Fonte: Daniele Damele

lunedì 13 aprile 2009

Controllo genitori Windows Vista: un video di 60 secondi spiega come configurarlo


Oggi voglio condividere con i genitori presenti sul web un video di ICTV che spiega come configurare in Microsoft Windows Vista il parental control o controllo dei genitori. Il tutto in 60 secondi con una spiegazione molto semplice ed efficace finalizzata alla tutela dei minori in rete dai contenuti a loro inadatti.

Fonte: ICTV

Wepawet: come controllare se un sito internet è pericoloso

Una delle tante segnalazioni interessanti emerse dalla conferenza tenutasi mercoledì 11 marzo a Lugano con due esperti di lotta al crimine informatico, John Battista della Polizia di Stato italiana e Mauro Vignati dell'ente svizzero MELANI (la Centrale d'annuncio e d'analisi per la sicurezza dell'informazione), è quella di un servizio gratuito che effettua una verifica della pericolosità di un sito o di un documento sospetto.Si chiama Wepawet ed è offerto dalla University of California a Santa Barbara: permette di scoprire anche minacce annidate nei documenti PDF e Flash e indica la specifica vulnerabilità che il sito o documento analizzato tenta di utilizzare.Un servizio per certi versi analogo è offerto anche da questa pagina dell'ISSS (Information Security Society Switzerland) e da Webcheck di MELANI.Tutti questi servizi sono da usare con prudenza e tenendone a mente i limiti: se indicano che un sito o un documento è ostile, potete stare ragionevolmente sicuri che lo è davvero, mentre se indicano che tutto va bene, non c'è garanzia assoluta che sia proprio così, perché i criminali informatici inventano tecniche nuove in continuazione, e queste tecniche potrebbero non essere note subito a questi servizi. Sono comunque più utili delle generiche barre di sicurezza o delle segnalazioni incorporate in molti programmi di navigazione, perché forniscono i dettagli della minaccia e permettono di studiarne il codice; non possono sostituire queste altre forme di sicurezza per ovvie ragioni di praticità, ma sono un complemento utile per capire meglio la dinamica di un attacco informatico o il funzionamento di un sito-trappola.