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martedì 22 novembre 2016

“UNA RETE PER AMICA: IMPARIAMO A NAVIGARE” EDUCAZIONE DIGITALE PER LE FAMIGLIE


Pedagogia e Informatica, Figli e Genitori. Fiaba come strumento di Crescita. Consapevolezza come strumento di Educazione. L’unione fa la forza, anche nella ricerca della rotta per navigare su internet in acque tranquille. Perché usare la Rete web senza “caderci dentro” è possibile, anche in un presente in cui un uso poco consapevole o distorto del digitale è cronaca quotidiana.

È la fiducia negli strumenti educativi uniti a un buon livello di conoscenza dei nuovi media ad aver ispirato “Una Rete per Amica: Impariamo a Navigare“ il progetto di educazione digitale a cura di Erica Petrucciani, consulente pedagogica e Mauro Ozenda, consulente informatico.

Protagonista l’intera famiglia, bambini dai 5 ai 10 anni e genitori, in due stanze adiacenti, per un pomeriggio di approfondimento su internet e social network con strumenti e linguaggi mirati.

- Per i Genitori 3 ore di formazione con il consulente informatico Mauro Ozenda su privacy, social network, cyberbullismo, pedopornografia, adescamenti/grooming, dipendenza da internet e videogiochi 

Per proteggere, bisogna saper vedere. Per saper vedere, bisogna conoscere. Oggi i genitori devono possedere gli strumenti necessari per poter affiancare/educare i figli a navigare in sicurezza nella rete, per proteggerli qualora si manifesti un rischio. È importante che conoscano strumenti semplici ed efficaci per la segnalazione degli abusi, impostazioni relative alla privacy adatte alle varie fasce d'età, sistemi di classificazione dei contenuti, di controllo e monitoraggio parentale (filtri / parental control)”.

- Per i Bambini 3 ore di laboratorio con la pedagogista Erica Petrucciani, Fiabe e Creatività per Crescere in sicurezza 
La fascia d’età tra 5 e 10 anni è il periodo adatto per assimilare concetti importanti legati a sicurezza, riservatezza, educazione civica della Rete, reputazione personale. Avere questo tipo di conoscenze tutela i bambini rispetto alla visione di contenuti inadatti e mette le basi per arrivare alla prima adolescenza con una buona soglia di sensibilità. Conoscere aiuta a sviluppare “anticorpi” per  affrontare le diverse situazioni critiche con consapevolezza”.

In questo caso il primo strumento di comunicazione e crescita sarà la fiaba “Un computer dal cuore saggio”, scritta dalla pedagogista Rosa Rita Formica in collaborazione con lo stesso Mauro Ozenda proprio per approfondire con i bambini il tema della sicurezza in rete. Quindi i bambini potranno condividere le proprie domande e lavorare sul tema tramite scrittura, disegno e creatività.
Un percorso condiviso, durante il quale i più piccoli potranno imparare i comportamenti da tenere quando si naviga in rete, quanto importante sia la comunicazione tra figli e genitori, la necessità di seguire le regole. 

Quando: Sabato 3 Dicembre 15:00-18:00 laboratorio bambini e sessione genitori 
Dove: Via San Luca 12/48A – sesto piano 16124 – Genova
Info e prenotazioni: tel: 347 7211832 E-mail: info@ericapetrucciani.it


sabato 5 novembre 2016

Foto su facebook: le regole per non finire nei guai

 Pubblicare una foto con amici o familiari su un social potrebbe rivelarsi un’attività estremamente pericolosa, tanto da portare fino al carcere.

A chi non è successo di andare a cena, partecipare a un evento o semplicemente uscire con amici, scattarsi una foto e poi pubblicarla in un social network (Facebook, Instagram, Snapchat, etc.)? Un’azione semplice, quasi banale, che viene realizzata spesso senza pensarci più di tanto ma che potrebbe avere risvolti penalistici molto rilevanti.
  

Pubblicazione foto: i comportamenti sanzionati dalla legge

L’articolo 167 del codice privacy, infatti, prevede il reato di illecita diffusione dei dati personali. La norma, in particolare, individua due diverse ipotesi:
  • una prima condotta, punita con la reclusione da sei a diciotto mesi, che si realizza in caso di trattamento illecito dei dati personali dal quale derivi un danno al titolare. A tal proposito, si configura un trattamento illecito ogni volta in cui manca il consenso espresso da parte del titolare dei dati personali;
  • una diversa condotta, conseguente rispetto alla prima, punita con la reclusione da sei a ventiquattro mesi e realizzata attraverso la comunicazione o diffusione dei dati che sono stati trattati illecitamente. Ciò che rileva è aver portato soggetti non determinati a conoscenza dei dati personali, in qualunque forma, anche attraverso la loro messa a disposizione o consultazione, ad esempio mediante l’inserimento dei dati su internet. Non rileva in alcun modo invece l’eventuale danno subito.
In particolare, viene punito colui che non rispetta le disposizioni dettate in materia di trattamento dei dati personali al fine di trarre per sé o per altri un profitto o di recare un danno ad altri. Questo ultimo aspetto assume fondamentale importanza perché un tale comportamento, per essere penalmente rilevante, deve essere caratterizzato da dolo specifico che consiste nell’aver posto in essere il comportamento con lo scopo specifico di trarre profitto o arrecare un danno ad altri.

Pubblicazione e diffusione: il danno

Tuttavia non viene prevista la reclusione per ogni violazione del trattamento dei dati personali, non ogni foto pubblicata su internet porta in carcere. Infatti, non è sufficiente il semplice disappunto del soggetto che vede una sua foto o alcuni suoi dati personali diffusi senza aver dato il proprio consenso. Inoltre, il danno rilevante ai fini della configurabilità del reato non è soltanto quello derivato al titolare dei dati trattati, ma anche quello subito da soggetti terzi come conseguenza dell’illecito trattamento.
Problematica strettamente collegata a quella appena vista, seppur diversa per quanto riguarda fondamenti e disciplina, è quella riguardante la pubblicazione sui social di foto che ritraggono bambini.
La scelta delle amicizie virtuali, infatti, non limita il numero delle persone che possono vedere la foto pubblicata e, una volta che il file è stato caricato sul social, è possibile salvarlo e utilizzarlo.
Ogni genitore ha il diritto di pubblicare una foto del proprio figlio sui social network, tuttavia è importante essere consapevoli che questo può esporre a rischi, decisamente più pericolosi, rispetto alla semplice mancanza del consenso che può verificarsi quando si tratta di foto che ritraggono persone maggiorenni.

martedì 1 novembre 2016

Trapianto di fegato grazie a Facebook, bimbo salvato


Il piccolo, di appena un anno e mezzo, rischiava di morire per una grave malattia alle vie biliari. Il papà ha lanciato un appello con una pagina su Facebook. E ha trovato il donatore.
TREVISO. Il figlio, un anno e mezzo appena, rischiava di morire per una grave malattia alle vie biliari. Una patologia guaribile soltanto con un trapianto. E il piccolo era in lista d’attesa da ben sette mesi: mesi fatti di lunghi, interminabili, giorni di sofferenza, trascorsi nella vana speranza di una telefonata dall’ospedale che annunciasse la disponibilità dell’organo. Intanto le condizioni del piccolo stavano peggiorando di ora in ora, occorreva trovare un fegato e trovarlo subito.
La corsa contro il tempo. Così, in una disperata corsa contro il tempo, dopo aver tentato ogni altra strada, il padre ha pensato di usare i social - capaci di raggiungere il più alto numero di persone nel tempo più breve - per salvare la vita al suo bambino. L’uomo che vive nel Trevigiano, ha deciso di cercare il fegato su Facebook. Lo ha fatto creando una pagina ad hoc, “fegato per” (seguito dal nome del bimbo che qui chiameremo Marco) e lanciando una serie di appelli mirati a chi stava perdendo un proprio caro: «Marco sta lottando con tutte le sue forze per la vita, ma ora più che mai ha bisogno di un immenso gesto di generosità. Se qualcuno, in qualche ospedale d’Italia sta vivendo un momento di profondo dolore come la perdita di un caro, può scegliere di donare la vita (...) Marco bussa alla porta del vostro cuore, donate gli organi di chi purtroppo non ne ha più bisogno». Appena venti giorni dopo lo struggente appello alla donazione, Marco è stato sottoposto a trapianto in Azienda Ospedaliera a Padova e oggi è un bellissimo bimbo, con la speranza di una vita davanti. Una storia a lieto fine quella del piccino e del suo coraggioso papà, N.D.S. Che non ha dubbi: «Sono convinto che questa pagina sia servita, credo che Facebook e gli altri social siano stati di grande aiuto nella mia vicenda».
Tanto che l’uomo ha deciso di tenere la pagina aperta per continuare ad aiutare quanti hanno bisogno di un trapianto. «Nostro figlio era in fin di vita, temevamo non ce la facesse», racconta oggi, «Dovevo trovare una soluzione, ho deciso di provarci con i nuovi media, Facebook ma anche twitter. Migliaia di persone hanno seguito il sito che ho aperto e mio figlio ha trovato l’organo. Ma altri ne hanno bisogno».
La malattia. Marco viene alla luce nel gennaio 2015. È uno splendido bebé, ma in ospedale si accorgono subito che qualcosa non va. «Quattro giorni dopo la nascita», racconta il padre, «gli è stata diagnosticata una grave malattia che si chiama atresia delle vie biliari. Subito siamo stati indirizzati all’Azienda Ospedaliera di Padova». Comincia il calvario: la situazione del piccolino è seria, le cure in atto non producono gli effetti sperati. Non resta che una strada, quella del trapianto d’organo.
La lunga attesaLo scorso gennaio il bambino entra in lista d’attesa. I donatori in Italia e in Veneto ci sono, ma non abbastanza per far fronte a una richiesta altissima. E così trascorrono i giorni, giorni che iniziano pieni di speranza per l’arrivo di una telefonata dall’ospedale e che si chiudono con la delusione perché il cellulare è rimasto muto. Intanto le condizioni di Marco si fanno sempre più serie e delicate.I genitori trascorrono ogni istante accanto al piccolino, il padre perde il lavoro per dedicarsi a lui. Ma non importa, ciò che veramente conta è dare una speranza a Marco.
L’appello su Facebook. Il papà ha infine un’intuizione: sui social c’è il mondo e il messaggio arriva immediatamente. Perché, allora, non provare quella strada per smuovere qualcosa? Nasce su Facebook la pagina “Un fegato per...” e il 28 luglio scorso appare il primo post che racconta la sfortunata storia del piccino.Il messaggio del padre è diretto e drammatico: «L’unica soluzione per salvargli la vita è il trapianto di fegato. Non gli resta molto tempo», si legge nel post, «Chiedo a quante più persone possibili. Marco ha compiuto da poco un anno e mezzo, è in attesa di un trapianto di fegato da gennaio 2016. Sta lottando con tutte le sue forze per la vita, ma ora più che mai ha bisogno di un immenso gesto di generosità. Se qualcuno in qualche ospedale d’Italia sta vivendo un momento di profondo dolore come la perdita di un caro, può scegliere di donare la vita a diverse persone». Quindi il ringraziamento da parte di Marco e dei suoi genitori. Moltissimi i messaggi di sostegno che arrivano nei giorni successivi, anche perché il post viene condiviso e rilanciato da alcuni chirurghi dell’Azienda Ospedaliera in una straordinaria gara di solidarietà per aiutare il bimbo.
L’intervento. Il 17 agosto, finalmente, la chiamata dall’ospedale e il 18 l’intervento. Il piccolo si riprende, può tornare a casa e, progressivamente, alla vita normale e ai giochi con gli amichetti. «Marco ha ricevuto un pezzettino di fegato», scrive in un post il padre a metà settembre, «Sono convinto che questa pagina sia servita e servirà ancora ad aiutare tante persone, ragazzi e bambini in attesa di trapianto. La donazione è un miracolo. Non perdete mai la speranza cari genitori che state aspettando sempre la chiamata con il telefono in mano. Non perdete mai la speranza anche se il vostro bambino sta veramente male. Non perdete la speranza in questa attesa interminabile. Ora che il mio piccolo è salvo continuo a dire donate. Non siate egoisti. Donate». 

Adesso Google può associare i nostri dati personali alle nostre attività sul web

nuovologogoogle Il tema della riservatezza dei dati personali, alla luce dell'uso oramai frenetico di internet e del cloud, da una parte diviene sempre più importante per le aziende che si occupano di servizi web, alla ricerca di quante più informazioni possibili per offrire pubblicità e/o servizi maggiormente mirati, dall'altra lo è per gli utenti, "vittime" a volte inconsapevoli, indotte ad accettare sconosciute condizioni per l'utilizzo dei servizi con un semplice click su di un pulsante. A tal proposito si trovano distinzioni tra le società che hanno fatto della riservatezza degli utenti un cavallo di battaglia nella politica aziendale, leggasi Apple, e altre come Google che nonostante pubblicizzino il sostegno massimo alla privacy dei dati personali degli utilizzatori non in poche occasioni hanno dimostrato la ricorsa verso direzioni differenti.

Nel 2007 Google ha acquisito DoubleClick, società che raccoglieva dati di navigazione web, assicurando che mai avrebbe incrociato tali risultati con le informazioni personali possedute grazie all'utilizzo dei propri servizi. Tuttavia, a distanza di quasi 10 anni ha aggiornato le proprie condizioni per l'uso dell'account Google, informando che adesso avrà la possibilità di effettuare tale incrocio. Nel documento si legge adesso: "A seconda delle impostazioni dell'account utente, la sua attività su altri siti e app potrebbe essere associata alle relative informazioni personali allo scopo di migliorare i servizi Google e gli annunci pubblicati da Google". La modifica alle impostazioni deve essere approvata, ed infatti Google richiede specificatamente, una volta effettuato l'accesso al proprio account via browser web, di accettare tali nuove condizioni. L'utente ha la possibilità di mantenere le impostazioni attuali e continuare ad utilizzare i servizi Google allo stesso modo, mentre per i nuovi account invece le nuove opzioni sono abilitate di default. Coi nuovi termini, se accettati, Google potrà unire i dati di navigazione acquisiti tramite i servizi di analisi o tracking alle informazioni già ottenute dal profilo utente. Tutto ciò permetterà alla casa di Mountain View di comporre un ritratto completo dei propri utenti composto dai dati personali, da ciò che viene scritto nelle email, dai siti web visitati e dalle ricerche effettuate, facendo cadere definitivamente il principio di anonimato del tracciamento web. Un portavoce di Google ha risposto alla richiesta di chiarimenti in merito da parte di ProPublica (Via Bicycle Mind), affermando che la modifica alle condizioni è stata effettuata per permettere un aggiornamento rispetto al modo di utilizzo dei servizi della società, basato sull'uso di molti dispositivi diversi. Pur adducendo una spiegazione così vaga e poco convincente, Google ci tiene a sottolineare che la modifica è al 100% facoltativa. Se già avete accettato le nuove condizioni, potrete revocarle in qualsiasi momento recandovi nella sezione delle impostazioni dell'account e disabilitando nella sezione controllo privacy "Attività web e app"; in questo modo Big G non salverà più le attività legate alla ricerca sulle app e nei browser. Nella stessa sezione avremo inoltre la possibilità di cancellare le attività già registrate. Più in generale, il consiglio è di leggere attentamente le condizioni ogni qual volta ci si iscrive ad un nuovo servizio o nel caso di modifica delle stesse. Come detto in premessa, purtroppo troppe volte le aziende, anche a livello visivo, rendono molto semplice cliccare su "accetto" lasciando l'utente inconsapevole della quantità di dati cui il servizio potrà poi disporre. Bisogna invece fare uno sforzo e investire un po' di tempo per leggere le condizioni di un prodotto, in modo da evitare il consenso preventivo ad abusi ai nostri diritti.

martedì 11 ottobre 2016

Google in breve

Google Inc. è un'azienda statunitense che offre servizi online, con quartier generale a Mountain View in California, nel cosiddettoGoogleplex. Tra la grande quantità di prodotti offerti troviamo il motore di ricerca Google, il sistema operativo Android e servizi webquali YouTubeGmailGoogle Maps e altri.
È una delle più importanti aziende informatiche statunitensi, nonché una delle più grandi aziende a livello globale concapitalizzazione azionaria superiore ai 500 miliardi di dollari. Possiede oltre 100 uffici in 54 paesi e dà lavoro a più di 50.000 persone.

Al momento è gestita con capitali privati dove i maggiori detentori di quote sono Kleiner Perkins Caufield & Byers and Sequoia Capital. A seguito di una ristrutturazione interna, dal 5 ottobre 2015 Google inc. è una controllata della holding Alphabet, con a capo Larry Page.
Larry Page e Sergey Brin, studenti dell'Università di Stanford, dopo aver sviluppato la teoria secondo cui un motore di ricerca basato sullo sfruttamento delle relazioni esistenti tra siti web avrebbe prodotto risultati migliori rispetto alle tecniche empiriche usate precedentemente, fondarono l'azienda il 27 settembre 1998. Convinti che le pagine citate con un maggior numero di link fossero le più importanti e meritevoli, decisero di approfondire la loro teoria all'interno dei loro studi e posero le basi per il loro motore di ricerca

Progetti speciali

Google X Lab

Noto anche come Google X, è una struttura segreta gestita da Google Inc., con sede a circa un chilometro di distanza dal Googleplex. Il lavoro in laboratorio è supervisionato da Sergey Brin, uno dei cofondatori di Google. Si occupa di progetti futuristici quali la robotica, (con l'acquisto della Boston Dynamic e altre società specializzate in questo settore), la realtà aumentata con i Google Glass, droni per le consegne a domicilio (Project Wing), lenti a contatto tecnologiche, e auto con pilota automatico. Secondo alcune fonti inoltre starebbe elaborando progetti quali Hoverboard, un ascensore spaziale lunare e altri, molti dei quali accantonati per poi essere ripresi in futuro, a causa dei limiti della tecnologia contemporanea.

Progetti per portare connettività ovunque

Project Loon è un progetto in fase di sviluppo, con la missione di offrire connettività internet attraverso l'uso di palloni ad alta quota. Inoltre, grazie all'acquisto della Titan Aerospace Google ha a disposizione i suoi droni router per poterli accoppiare a Project Loon, e con la successiva acquisizione della Skybox Imaging, Google prevede di sfruttare i suoi satelliti (oltre che per migliorare Google Maps) come dei "ponti radio" in grado di amplificare la diffusione del segnale wireless in modo da portare la connettività internet anche in zone difficili da raggiungere con i mezzi comuni o colpite da calamità naturali. Il primo paese in cui Project Loon è debuttato è lo Sri Lanka.

Google 2.0

Progetto per costruire città e aeroporti per rimediare all'inefficienza delle strutture attuali. Pare infatti che sia stato inaugurato un nuovo dipartimento di ricerca e sviluppo, chiamato Google Y, focalizzato su progetti a lungo termine, ancor più di quanto non avvenga già tra le mura del Google X Lab.

Calico

Calico è una società di ricerca e sviluppo biotecnologico, fondata nel 2013 da Google, il cui obiettivo è quello di affrontare il processo di invecchiamento. Più in particolare, il piano di Calico è quello di utilizzare la tecnologia avanzata per aumentare la comprensione della biologia che controlla la durata della vita, e di utilizzare tale conoscenza per aumentarne la longevità.
Nel mese di settembre 2014 è stato annunciato che Calico, in collaborazione con AbbVie, avrebbe aperto una struttura di ricerca e sviluppo focalizzata sull'invecchiamento e sulle malattie legate all'età, quali la neurodegenerazione e il cancro.

Servizi offerti


Google Search
, motore di ricerca per Internet fondato il 15 settembre 1997. È il sito più visitato del mondo, ed una sua particolarità è che in determinate date il caratteristico logo cambia, per celebrare l'avvenimento avvenuto quel determinato giorno. Il logo in questo caso viene chiamato doodle, e talvolta può essere anche animato o interattivo.Tra i principali servizi offerti da Google vi sono:
  • Android, sistema operativo per cellulari e Tablet, con interfaccia specializzata anche per TV, Auto, e dispositivi indossabili.
  • Youtube, servizio che consente la condivisione e visualizzazione in rete di video (video sharing).
  • Play Store, negozio virtuale di applicazioni, giochi, brani musicali, pellicole cinematografiche, dispositivi, libri e riviste online per Android.
  • Google+, social network ad accesso gratuito basato su Google Account.
  • Google Spaces, social network impostato sui gruppi e basato su Google Account.
  • Chrome OS, sistema operativo progettato da Google, basato sul kernel linux e destinato al mercato dei netbook.
  • Google Now, software di assistenza personale intelligente.
  • Google Drive, servizio di Cloud comprendente suite di produttività che mette gratuitamente a disposizione degli utenti documenti elettronici, fogli di calcolo e presentazioni online, compatibili con tutti i dispositivi.
  • Google Chrome, browser web.
  • Gmail, servizio di posta elettronica di Google.
  • Google Traduttore, servizio di traduzione linguistica.
  • Google Maps, servizio di indicazioni stradali, mappe e satellite.
  • Google Earth, software che genera immagini virtuali della Terra utilizzando immagini satellitari.
  • Google Street View, servizio che fornisce viste panoramiche a 360° gradi in orizzontale e a 290º in verticale lungo le strade e permette agli utenti di vedere parti di varie città del mondo a livello del terreno.
  • Google Hangouts, software di messaggistica istantanea.
  • Google Allo e Google Duo, software di messaggistica istantanea a e videochiamate.
  • Google Voice, un servizio di VOIP.
  • Google Reader, aggregatore di notizie, servizio terminato.
  • AdWords, servizio che Google offre agli inserzionisti per inserire il proprio sito all'interno dei risultati di ricerca, nella tabella "collegamenti sponsorizzati". Il servizio non è gratuito, ha un costo per click, stabilito in precedenza dall'inserzionista.
  • AdSense, servizio che permette agli affiliati di guadagnare inserendo della pubblicità nel proprio sito.
  • TalkBack, servizio di accessibilità che consente agli utenti non vedenti o con problemi di vista di interagire con i loro dispositivi.
  • Picasa, applicazione per computer per organizzare e modificare fotografie digitali.
  • Google Fit, piattaforma per il rilevamento di attività fisiche.
  • Google Wallet, servizio di Google per semplificare i pagamenti, utilizzando uno smartphone al posto delle carte di credito.
  • Google Cloud Print, servizio che consente di stampare da qualsiasi dispositivo Android su qualsiasi stampante.
  • Google Meteo, servizio meteorologico.
  • PageRank, sistema che da un voto su una scala da 0 a 10 a una pagina web in base al suo grado di pertinenza e ai suoi contenuti.
  • Blogger, una piattaforma per creare e gestire blog.
  • Google image search, motore di ricerca di immagini.
  • Google News, servizio online che indicizza le notizie delle principali fonti giornalistiche disponibili sul web.
  • Google Keep, strumento per prendere annotazioni.
  • Servizi di domotica, con l'acquisizione dei Nest Labs, e di Dropcam.
  • Google Fiber, un progetto per la costruzione sperimentale di una rete internet a banda larga con una infrastruttura in fibra ottica.
  • Google Analytics, servizio di conteggio visite e gestione delle statistiche dei siti web.
  • Google Apps, piattaforma di cloud computing basata sui servizi Google e rivolta alle aziende.
  • Google Libri, ricerca bibliografica avanzata.
  • Google product search, strumento che permette di confrontare i vari siti web di shopping online.
  • Google Calendar, sistema di calendari.
  • Google Sites, servizio gratuito di creazione di domini di secondo livello.
  • ReCaptcha, servizio di anti-spam CAPTCHA.
  • Google Scholar, motore di ricerca accademico.
  • Google Trends, esplora i più recenti argomenti di tendenza, dati e visualizzazioni sul motore di ricerca di Google

sabato 1 ottobre 2016

I migliori Antivirus per Android 2016

La diffusione degli smartphone e tablet è in continuo aumento ed a farla da padrona sono soprattutto i dispositivi funzionanti con sistema operativo Android.
Ciò è dovuto soprattutto alla notevole quantità di App disponibili per Android, molte delle quali disponibili gratuitamente, ed anche al fatto che si tratta di un sistema operativo open source e quindi a disposizione di tutti.
Il rovescio della medaglia è che questa sua diffusione ha portato anche allo sviluppo e al diffondersi di malware, spyware o trojan soprattutto per il fatto che molte persone utilizzano “canali non sicuri” per scaricare App Android.
Perciò è diventato quasi d’obbligo avere un’App Antivirus Android che serva come protezione contro eventuali minacce presenti sul proprio dispositivo o sulle App che si installano.
 Le offerte sono molte, in questo articolo vediamo la lista comparativa delle App Antivirus Android più diffuse, circa una ventina di Antivirus Android, testati e comparati da AV-TEST – The Independent IT-Security Institute, in modo da avere l’idea su quale sia la migliore App Antivirus per Android che offra una protezione più solida.

Le valutazione delle App Antivirus Android seguono i criteri seguenti:
  • Certificazione
    Per ricevere la certificazione AV-TEST, occorre che l’App raggiunga un punteggio pari ad almeno 8.0 punti come media tra i punteggi ottenuti. La media è calcolata tra il punteggio ottenuto nella sezione “Protezione”, che include i risultati riguardanti il rilevamento di malware (combinati tra quelli on-demand e on-access) e tra il punteggio ottenuto nella sezione “Usabilità”, che include i risultati ottenuti sulle prestazione ed i falsi positivi, un punto extra viene aggiunto in caso siano presenti funzionalità aggiuntive.
  • Punteggio Protezione
    Riguarda il punteggio assegnato in base al rilevamento di malware.
    Il punteggio assegnabile più elevato è di 6.0 punti. Il valore associato ad un rilevamento medio è di 3.5 punti. Il valore più basso è di 0.0 punti.
  • Punteggio Usabilità
    Il punteggio riguardante l’usabilità dell’App Antivirus Android è composto dai punteggi delle prestazioni e quello dei falsi positivi.
    Le prestazioni vengono calcolate partendo da 6.0 e togliendo 2 punti per ogni impatto che arreca l’App Antivirus Android sulle prestazioni del dispositivo. Sono prese in considerazione come motivazioni che arrecano impatto negativo per le prestazioni le seguenti: “impatto sulla durata dela batteria”, “utilizzo di traffico dati elevato” e “rallentamento”.
    Il punteggio per i falsi positivi parte sempre da 6.0 punti togliendo 1 punto per ciascun falso positivo rilevato.
    Il punteggio sull’usabilità è quindi la somma dei punteggi sulle prestazioni e falsi positivi diviso due.
  • Punto extra per Funzionalità Aggiuntive
    Se l’App Antivirus Android offre almeno due funzionalità di sicurezza aggiuntive oltre a quella per la protezione contro i malware, viene attribuito un punto aggiuntivo.
    Le funzionalità aggiuntive possono includere per esempio: Anti-Theft (protezione contro il furto), Safe Browsing (protezione durante la navigazione su internet), Call Blocker(per bloccare alcune chiamate), Message Filtering (filtrare i messaggi), Parental Control (per evitare che il dispositivo venga usato impropriamente dai bambini), Backup (salvataggio dei dati) e Data Encryption (Criptaggio dei dati).
Tutte le App Antivirus Android testate sono state approvate per la certificazione AV-TEST ad eccezione di White Gate Antivirus 1.0.

I migliori Antivirus Android

  1. Dal test si sono posizionati al primo posto a parimerito ben tredici delle App Antivirus Android testate:
    360 Mobile Security 1.0AhnLab v3 Mobile 2.1Antiy AVL 2.3Avast Mobile Security 3.0Avira Free Android Security 3.5Bitdefender Mobile Security 2.19,Cheetahmobile Clean Master 5.6Cheetahmobile CM Security 1.5,Cheetahmobile Kingsoft Mobile Security 3.3Eset Mobile Security & Antivirus 3.0G-Data Internet Security 25.3Intel Security Mobile Security 4.1Quick Heal Total Security 2.00, che ottengono il punteggio massimo di 6 su 6 sia per quanto riguarda la protezione che per l’usabilità.
  2. In seconda posizione troviamo a parimerito F-Secure Mobile Security 9.2 Trend Micro Mobile Security 5.0 che hanno ottenuto come punteggio di protezione 6 su 6 e come punteggio di usabilità 5.5 su 6.
  3. In terza posizione c’è Kaspersky Internet Security 11.4 che ottiene 6 per protezione e 5 per usabilità.
  4. AVG Antivirus Free 4.1 e Norton Mobile Security 3.8 ottengono 6 per protezione e 4 per usabilità.
  5. Le App Antivirus Android restanti ottengono un punteggio protezione uguale o inferiore a 6 in protezione.
  6. Non passa il test White Gate Antivirus 1.0 che ha ottenuto il punteggio di protezione 0.
Se intendete approfondire i valori dei vari test potete trovare ulteriori dettagli sulla pagina ufficiale dei test di AV-Test.

martedì 27 settembre 2016

Facebook usa i dati di Whatsapp: il Garante per la privacy apre un’istruttoria

La condivisione dei contatti tra l’app di messaggistica e il social network è sotto accusa in Italia e in Europa. In Germania intanto il commissario per la protezione dei dati e della libertà d’informazione di Amburgo blocca il trasferimento di informazioni

Alla fine di agosto 2016, a due anni e mezzo dall’acquisizione da parte di Facebook, Whatsapp ha annunciato che avrebbe avviato la condivisione dei dati dei propri utenti con il social network. L’operazione è descritta nella nuove regole sulla privacy dell’app di messaggistica che gli utenti devono accettare prima di usare il servizio. Chi non vuole condividere i dati può disattivare un’opzione dalle impostazioni dell’app, ma per farlo hanno solo trenta giorni di tempo dall’accettazione dei nuovi termini.

LE DOMANDE DELL’ITALIA  
Ma ora il Garante per la protezione dei dati personali ha avviato un’istruttoria a seguito della modifica della privacy policy effettuata da WhatsApp a fine agosto che prevede la messa a disposizione di Facebook di alcune informazioni riguardanti gli account dei singoli utenti di WhatsApp, anche per finalità di marketing.
Il Garante ha invitato WhatsApp e Facebook a fornire tutti gli elementi utili alla valutazione del caso e ha chiesto inoltre di chiarire se i dati riferiti agli utenti di WhatsApp, ma non di Facebook, siano anch’essi comunicati alla società di Menlo Park, e di fornire elementi riguardo al rispetto del principio di finalità, considerato che nell’informativa originariamente resa agli utenti WhatsApp non faceva alcun riferimento alla finalità di marketing.

In particolare ha chiesto di conoscere nel dettaglio: la tipologia di dati che WhtasApp intende mettere a disposizione di Facebook; le modalità per la acquisizione del consenso da parte degli utenti alla comunicazione dei dati; le misure per garantire l’esercizio dei diritti riconosciuti dalla normativa italiana sulla privacy, considerato che dall’avviso inviato sui singoli apparecchi la revoca del consenso e il diritto di opposizione sembrano poter essere esercitati in un arco di tempo limitato. Analoghe questioni sono state sollevate dal Commissario Europeo alla Concorrenza Margrethe Vestager .

«Occorre ricordare che lo scambio di indirizzari non può avvenire senza il consenso degli interessati», osserva il Garante per la privacy Antonello Soro. «A un primo esame, nelle nuove regole adottate da WhatsApp, sembrerebbe non essere previsto un consenso differenziato per le diverse opzioni e che gli utenti siano di fatto costretti ad accettare in blocco le condizioni che prevedono lo scambio dei dati. Le criticità già rilevate in passato vengono in questo modo moltiplicate. Vedremo adesso se Facebook e WhatsApp decideranno, responsabilmente e autonomamente, di sospendere questa iniziativa a garanzia degli utenti». Gli fa eco una breve nota del social network: «WhatsApp è conforme alla legge sulla protezione dei dati dell’UE. Lavoreremo con il Garante della Privacy italiano nel tentativo di rispondere alle loro domande e di risolvere eventuali problemi».

LO STOP TEDESCO  
La prima reazione ufficiale alle nuove regole di Whatsapp era arrivata ieri dalla Germania. Dopo le critiche degli attivisti per la difesa della privacy, oggi il commissario per la protezione dei dati e della libertà d’informazione di Amburgo, uno degli omologhi tedeschi del garante della privacy italiano, ha ordinato il blocco totale dell’acquisizione dei dati degli utenti Whatsapp tedeschi da parte di Facebook. «Questa ordinanza amministrativa protegge i dati di circa 35 milioni di utenti di Whatsapp in Germania», ha dichiarato il garante, Dr. Johannes Caspar. «La connessione dei propri account con Facebook deve essere una loro decisione. Per questo Facebook deve chiedere il loro permesso in anticipo. E questo non è avvenuto».

A rischio non sarebbero solo i dati degli utenti Whatsapp, spiega ancora Caspar, ma anche quelli dei contatti presenti nelle rubriche, soggetti che non hanno mai acconsentito al trattamento delle proprie informazioni da parte di nessuna delle due aziende. La raccolta dei dati di Whatsapp da parte di Facebook, spiega ancora il garante nella nota stampa con cui ha annunciato il provvedimento, avviene insomma in violazione delle leggi tedesche.

Una simile azione di scambio dati, infatti, sarebbe consentita solo se entrambe le aziende (sia quella che offre le informazioni dei propri utenti, sia quella che beneficia della raccolta) avessero chiesto il permesso degli utenti. A oggi, si legge ancora nel documento ufficiale, Facebook non ha ottenuto esplicito consenso per l’acquisizione e la gestione dei dati sensibili della base d’utenza di Whatsapp, né esiste alcuna base legale per giustificare l’intera operazione.
Il garante della privacy di Amburgo è l’autorità competente nel caso specifico perché il social network opera in Germania tramite Facebook Deutschland Gmbh, una controllata che ha sede nella città anseatica e si occupa delle operazioni e del marketing del social network nei mercati di lingua tedesca.

UNA QUESTIONE EUROPEA  
Facebook sostiene normalmente di gestire i dati degli utenti europei tramite la propria controllata in Irlanda. Tuttavia in questo caso l’azienda non potrà pretendere di essersi attenuta alle leggi irlandesi sulla gestione dei dati sensibili. Una recente sentenza della Corte di Giustizia Europea, infatti, ha determinato che le leggi nazionali sulla protezione dei dati si applicano pure a soggetti globali che operino in uno specifico mercato europeo tramite un’azienda con sede nel paese, anche qualora la filiale si occupi solo di aspetti operativi e non fiscali.

Sulla base dell’ordinanza, Facebook in Germania non solo è obbligata a non proseguire la raccolta dei dati, ma dovrà anche provvedere a distruggere gli eventuali dati già condivisi da Whatsapp. In realtà, secondo quanto confermato dall’azienda al garante, a oggi non è ancora avvenuta alcuna acquisizione fisica dei dati contestati.

Fonte: La Stampa - Autore: Nepori / Ruffilli

Lotta al cyberbullismo, ma non diventi censura

La nuova legge, approvata alla Camera, non convince. Il "far web" si combatte con educazione e prevenzione, non limitando la libertà d'espressione





Di recente la cronaca ha puntato i propri riflettori sull'argomento del cyberbullismo e sulle aggressioni online alle vittime mediante diffusione di video o immagini relativi alla loro vita intima.

Da un lato, infatti, l'interesse per il cyberbullismo è stato rinnovato dall'approvazione alla Camera, il 20 settembre, del ddl C.3139 (di cui si è avuto modo di parlare sul Dubbio). Dall'altro troviamo il recentissimo caso delle immagini intime carpite dallo smartphone di una nota giornalista Sky, o quello della ragazza morta suicida, Tiziana Cantone, a causa della insopportabile pressione determinata dalla diffusione sul web di un video che la vedeva coinvolta in un rapporto sessuale o, ancora, il caso dei minorenni ripresi durante rapporti sessuali e diffuso dapprima mediante whatsapp. 

Ma i casi sono molto più numerosi rispetto a quelli che salgono ai “disonori” della cronaca. Da un punto di vista statistico sono rari i casi in cui il soggetto ripreso sia inconsapevole o contrario alla ripresa video. Molto più frequenti le ipotesi in cui le riprese audiovisive avvengano nella consapevolezza del soggetto ripreso o, addirittura, sia quest'ultimo l'autore del video o della fotografia. I problemi sorgono, sempre, quando il materiale audiovisivo si diffonde in rete. E quando la situazione fugge di mano è spesso molto difficile tornare indietro.

La diffusione di questi materiali può avvenire per i più svariati motivi: vi è, ad esempio, chi per vendicarsi della fine di una storia d'amore o di un tradimento, mette online dei video “intimi” dell'ex-partner (revenge porn), o chi, dopo aver violato un qualche sistema informatico, reperisce e distribuisce contenuti riservati delle vittime, o casi di diffamazione mediante pubblicazione di testo o audiovisivi privati, o di cyberbullismo veri e propri, o ancora, di sexting (ossia di comunicazioni aventi ad oggetto testi o immagini sessualmente esplicite) che poi sfuggono di mano. Una volta che questi contenuti “delicati” diventino virali gli effetti sono indefiniti e le pubblicazioni incontrollabili.

Ed è a questo punto che, talora impropriamente, si invoca il diritto all'oblio come panacea per sanare ipotesi da far west del web, o se si vuole, da “far web”. 

Bisogna, però, comprendere cosa si intenda per diritto all'oblio ed è necessario capire se e quali possibilità vi siano di rimuovere, effettivamente, dal web quei video sconvenienti che spesso portano ad epiloghi nefasti. Di diritto alla cancellazione di dati personali (una sorta di diritto all'oblio ante litteram) si parla già nella direttiva europea sul trattamento dei dati personali 95/46/CE in cui si prevede che gli Stati membri sono tenuti a garantire la cancellazione dei dati nelle ipotesi di trattamento non conforme alle disposizioni della direttiva stessa. Nel corso degli anni, poi, si forma una giurisprudenza (soprattutto riguardante pubblicazioni da parte di quotidiani online e relative a personaggi pubblici) che ha riconosciuto che, una volta trascorso un apprezzabile lasso di tempo, non è più giustificato che determinate notizie continuino a permanere sul web. La mancanza di giustificazione a questa diffusione online viene meno quando le situazioni oggetto degli articoli sono radicalmente mutate o è venuto meno l’interesse pubblico che, inizialmente, legittimava la pubblicazione. 

In Italia, ad esempio, la questione viene trattata dalla sentenza della Cassazione civile n. 5525 del 2012 la quale precisa che se è vero che da un lato il diritto all'informazione può legittimamente limitare il diritto del singolo alla riservatezza è anche vero che quest'ultimo conserverà un diritto all'oblio, ossia "a che non vengano ulteriormente divulgate notizie che per il trascorrere del tempo risultino ormai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati". La Cassazione, in quest'ipotesi, attribuendo al web l'immagine di un "oceano di memoria" in cui gli internauti "navigano" riconosce nel diritto all’oblio – ricavato dai principi generali del Codice della privacy – la capacità di salvaguardare la proiezione individuale nel tempo di ciascun individuo. Riconosce, cioè, la necessità di tutelare l'individuo dalla divulgazione di informazioni (potenzialmente) lesive della sua immagine in ragione della perdita di attualità delle stesse (per il notevole lasso di tempo trascorso dalla pubblicazione originaria), così che "il relativo trattamento viene a risultare non più giustificato ed anzi suscettibile di ostacolare il soggetto nell’esplicazione e nel godimento della propria personalità".

Nel 2014 la Corte Europea di Giustizia con la nota sentenza del caso Google Spain(causa C-131/12) individuando nel gestore del motore di ricerca un titolare del trattamento dei dati personali estende, di fatto, la possibilità per gli interessati di veder riconosciuto il proprio diritto all'oblio anche nei confronti dei motori di ricerca.

Da ultimo, con l'art. 17 del Regolamento europeo sul trattamento dei dati personali (Regolamento UE 2016/679 che abroga la direttiva 95/46/CE e che sarà direttamente applicabile dal 25 maggio 2018) si disciplina espressamente il diritto all'oblio come “diritto alla cancellazione”.  In particolare si prevede che l'interessato ha il diritto di ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei suoi dati personali, in particolare, se i dati personali non siano più necessari rispetto alle finalità per le quali erano stati raccolti; se l'interessato revoca il consenso su cui si basa il trattamento o; se l'interessato si oppone al trattamento e non sussiste alcun motivo legittimo prevalente; o, ancora, se i dati personali siano trattati illecitamente. Ovviamente non si tratta di un diritto assoluto alla cancellazione posto che questo diritto non si avrà, tra l'altro, quando i dati personali dell'interessato siano necessari per l'esercizio del diritto alla libertà di espressione e di informazione.

Le ipotesi in cui il diritto all'oblio è riconosciuto, quindi, sono molto estese. Ma in molti casi la rimozione dei contenuti non discende e non deriva dal fatto che l'interessato decida di far valere il proprio diritto all'oblio. In ipotesi come, ad esempio, la diffusione di materiale pedopornografico la rimozione da parte dell'autorità giudiziaria avverrà a causa della natura stessa dei contenuti diffusi in rete.
Quando i contenuti siano diffusi attraverso importanti piattaforme, i cui titolari siano identificabili (e si abbia un effettivo interlocutore), allora sarà più semplice ottenerne la rimozione. Ma quando la diffusione dei contenuti in rete avvenga attraverso innumerevoli fonti per le quali sia difficile anche solo identificare il titolare allora la situazione tende a diventare irreversibile. In questi casi, infatti, potremmo parlare di un “danno digitale permanente” per la vittima della diffusione. 

L'errore maggiore che si possa commettere, tuttavia, è quello di ritenere che in tutti i casi di diffusione di contenuti illeciti, che sono stati oggetto dei recenti fatti di cronaca, la responsabilità sia da attribuire al mezzo utilizzato (il web o singoli strumenti di messaggistica istantanea) piuttosto che all'utilizzatore. Si rischia, in sostanza, di ritenere accettabile – ritenendo così scongiurato il pericolo che gli stessi fatti di cronaca si ripetano in futuro – qualsiasi forma di censura o di controllo sui mezzi impiegati per comunicare in rete. Si rischia, in ultima analisi, di suscitare un tam tam mediatico che porterebbe alla introduzione di norme liberticide e censorie senza precedenti accompagnate, paradossalmente, dal consenso dell'opinione pubblica. 

Se pensiamo, ad esempio, al disegno di legge sul cyberbullismo di cui si è accennato sopra, troviamo delle definizioni e delle previsioni normative talmente indeterminate che consentirebbero di ricorrere alla censura oltre ogni più nera previsione. Non a caso il noto giornalista canadese Cory Doctorow parla della "più stupida legge censoria nella storia europea". E non a caso Save the Children Italia ha espresso "forti preoccupazioni sulla proposta di legge approvata alla Camera"

La soluzione a ipotesi come quelle che abbiamo visto non può essere ricercata nella repressione quanto, piuttosto, nella prevenzione. Si potrebbe pensare, ad esempio, alla reintroduzione di un'educazione civica del cittadino digitale.


Fonte: Il dubbio - Autore: Francesco Paolo Micozzi