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mercoledì 26 aprile 2017

Le regole di Bill Gates: niente cellulare prima dei 14 anni e vietato telefonare a tavola

Bill Gates è uno degli uomini più ricchi del mondo, per svariati anni il più ricco. Però sotto questa dura scorza coperta da milioni di dollari si nasconde un padre che vuole dare delle regole ben precise ai propri figli.
Bill e Melinda hanno tre figli: Jennifer Katharine (nata nel 1996), Rory John (1999) e Phoebe Adele (2002). Tutti e tre hanno ora un cellulare, ma fino a 14 anni non è stato loro permesso di possederne uno. “Non abbiamo mai voluto che accedessero a ciò prima dei 14 anni, anche se si lamentavano di non essere “al passo” con i loro compagni di scuola e con gli amici“: ecco le parole di Bill al Mirror.
L’uso della tecnologia a casa Gates è limitatissimo, nonostante quella stessa casa sia stata costruita grazie alla crescita dell’impero informatico Microsoft. “Abbiamo fissato un orario preciso oltre il quale vanno spenti telefoni, televisori e computer. Quando erano più piccoli questa regola li aiutava anche ad andare a dormire a un’ora ragionevole. Inoltre non portiamo mai i cellulari a tavola: disturbano momenti importanti per la famiglia come lo sono i pasti“.
Se la famiglia Gates, per la sua straordinaria specificità (sia per il livello di benessere sia per il lavoro di Bill), sembra una mosca bianca, ecco una conferma indiretta. In un’intervista al New York Times il compianto Steve Jobs, fondatore di Apple, aveva dichiarato di limitare l’uso della tecnologia in casa sua. A questo punto la conclusione ovvia è che chi conosce a fondo i lati negativi della tecnologia ha anche gli strumenti necessari per limitarne i danni – almeno per i propri familiari.
Non è la prima volta che Bill Gates rilascia dichiarazioni non convenzionali riguardo alla propria famiglia. Recentemente aveva spiegato che i suoi figli non erediteranno tutta la sua fortuna: il totale (da dividere per tre ovviamente) non sarà superiore ai due terzi. Buona parte della loro eredità sarà infatti destinata a enti caritatevoli per l’infanzia, l’educazione scolastica e sessuale nei paesi in via di sviluppo. Questo sforzo è appaiato a quello della fondazione dei genitori, la già celebre Gates Foundation.

martedì 25 aprile 2017

Wikitribune: il progetto di Jimmy Wales contro le fake news


Risultati immagini per wikipedia
Il fondatore di Wikipedia spiega la sua idea per sconfiggere le finte notizie: un modello ibrido con giornalisti pagati e una vasta rete di collaboratori

Il fondatore di Wikipedia, Jimmy Wales, sta per lanciare un servizio di news “community-driven” in risposta alla diffusione sempre maggiore di tutte quelle informazioni fuorvianti mascherate da notizie che circolano in Rete. Si chiama Wikitribune e sarà un modello ibrido con giornalisti pagati e una vasta rete di collaboratori: “Vogliamo portare la mentalità di Wikipedia basata sul riscontro delle fonti e sul “fact-checking” nel mondo delle news”, spiega Wales. Wikitribune sarà finanziato con una campagna di crowdfunding che determinerà anche il numero di persone che comporranno lo staff iniziale “Gli esseri umani non sono cambiati così tanto negli ultimi cento o cinquecento anni”, dice Wales: “Abbiamo o stesso bisogno di informazione di qualità”. La missione principale della piattaforma è “Mettere i fatti al centro”, e supportare il giornalismo investigativo e i reportage. Vogliamo che i giornalisti abbiano i fondi per cercare e raccontare nuove storie. Il sistema di condivisione con gli utenti serve a capire di cosa abbiamo davvero bisogno. Quali sono le storie importanti? Il contributo degli utenti sarà anche quello di discutere quale parte del quadro necessita di più ricerca ed approfondimento”, prosegue Wales. Wikipedia, lanciato 16 anni fa, è oggi il quinto sito più visitato al mondo, con 41 milioni di articoli pubblicati in 300 lingue e 17 miliardi di visite al mese. Una storia durante la quale Wales ha avuto modo di studiare e comprendere come le community di utenti siano in grado di unirsi intorno allo sviluppo di progetti di interesse comune Wikitribune (che Wales spera di lanciare “nel maggior numero di lingue possibile”) avrà la stessa impostazione, con i giornalisti della piattaforma pronti a essere indirizzati dalla community sugli argomenti e le storie più importanti da approfondire. “Se c’è una community che guida il lavoro e le persone sono disposte a pagare una quota mensile per sostenere il sito possiamo fare dei buoni numeri e quindi fare anche in modo che i lettori possano contrattare i giornalisti per lavorare su argomenti specifici, qualunque essi siano”, spiega Wales.  Secondo Wales la diffusione del sistema di “programmatic advertising” in rete ha intensificato “la corsa verso il basso” e reso insostenibile per i media i costi della raccolta di notizie. Secondo i dati della società Digital Content Next, che si occupa dei rapporti tra fornitori di media e i loro utenti, nel 2015 il 90 per cento dei ricavi provenienti dalla pubblicità online è andato a Facebook e Google, aziende che non investono nel giornalismo e hanno avuto un ruolo cruciale nella circolazione intenzionale di disinformazione, soprattutto in occasione delle elezioni in diverse democrazie occidentali. Questo vuol dire che i proprietari di media devono sperimentare altri modelli di business, privilegiando la sottoscrizione invece dell’advertising e rendendo disponibile l’accesso alle informazioni attraverso varie piattaforme. “La sottoscrizione al New York Times è decollata nell’ultimo anno”, dice Wales: “Questo modello basato su lettori che pagano per accedere a un servizio di qualità è molto più sano. Editori, giornalisti e proprietari di giornali se ne stanno rendendo conto, capiscono che le loro testate non stanno diventando altro che contenitori di “clickbait” e vogliono recuperare il loro prestigio. È molto meglio se un numero sempre maggiore di persone decide di sottoscrivere un abbonamento”. Sarebbe stato semplice raccogliere il capitale necessario a lanciare Wikitribune dagli investitori, ma Wales dice che il suo modello elimina innanzitutto l’esigenza di un ritorno economico, ed è inoltre in linea con il paradigma di Wikipedia: “Se decidiamo di fare informazione coinvolgendo la community, deve essere finanziata dalla community stessa”. Wales dice che è da tempo che ci rimugina, ma con l’elezione di Donald Trump a presidente americano il progetto è diventato molto più concreto. All’inizio si era ripromesso di sospendere qualsiasi giudizio sul nuovo Presidente per cento giorni, per rispetto nei confronti della carica, della tradizione democratica americana e più in generale per una sorta di fair play, presupponendo che il nuovo capo di stato non fosse in mala fede. La sua pazienza è durata 48 ore. Il punto di non ritorno è stato quando al programma televisivo politico Meet the Press in onda la domenica mattina, uno dei consiglieri di Trump, Kellyanne Conway, parlando della notizia sul numero di persone effettivamente presenti alla cerimonia di insediamento del Presidente a Washington ha usato il termine “Fatti alternativi”. “In quel momento mi sono detto: fanculo, non posso sopportare una cosa del genere”, dice Wales, “Stiamo scherzando? Bisogna fare qualcosa”.

venerdì 7 aprile 2017

Poca privacy, molti rischi

L'allarme del presidente dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali: "Internet è libero solo in apparenza, di fatto è di proprietà di quattro grandi imprese E sulla tutela dei cittadini: "La disciplina europea c'è, ma può ancora poco" 
Intervista ad Antonello Soro, Presidente del Garante per la protezione dei dati personali
(di Massimo Sideri, "Corriere Innovazione", 6 aprile 2017)
"Uso la rete tutti i giorni, amo la rete, è molto utile e per molte cose. Sono però aspramente critico sui social media e ho serie preoccupazioni sul fatto che la rete, apparentemente libera e democratica, sia di fatto diventata proprietà di quattro grandi imprese". Quando lo scrittore Jonathan Franzen diceva queste cose qualche anno fa sembrava un marziano. Il tempo, purtroppo, gli ha dato ragione: l'iperconnessione ha i suoi lati pericolosi. Ma purtroppo se ne parla solo nei momenti drammatici come con il suicidio di Tiziana Cantone. Un caso che rimane da studiare perché è tristemente facile prevedere che ce ne saranno altri. "Si trattava di diffusione illecita di dati personali, la norma permetteva di intervenire. Se avessimo avuto la possibilità dei contenuti in questione immediatamente dopo l'ingresso su Facebook  - ragiona a freddo il Garante della Privacy, Antonello Soro -— saremmo stati nelle condizioni di richiederne l'immediato ritiro. Ma dopo un po' questi contenuti vanno in giro per tutto il mondo, entrano nei server di siti anche piccoli che li possono lasciare silenti e rilanciarli a distanza. E questo è un problema che avremo anche con la nuova legge per il cyber-bullismo: l'intervento tempestivo che la legge ci affida è una cosa molto bella a dirsi, ma poi bisogna essere capaci e avere una struttura per attuarlo. Dopo un periodo di inerzia diventa velleitario rintracciare un video con certezza. Tra sei mesi posso rincorrerlo ma poi ce ne sarà un altro e un altro. Prendiamo anche il caso della portabilità dei dati personali: potrò chiedere al social network di spostare i miei pacchetti di informazioni. È bellissimo da raccontare ma richiederà che i soggetti si attrezzino per rendere facile questo diritto. L'architettura è molto bella, la praticabilità richiederà risorse umane ed energie".
Il governo dei dati personali è ormai chiaramente il dominio di incontro e anche di scontro tra aziende e istituzioni che rappresentano i consumatori. Ma il dibattito sull'esperienza della campagna elettorale di Trump e le grandi elezioni attese in Europa pongono un ulteriore salto di qualità: dal consumatore al cittadino. Quanto è breve il passo?
"Gli over the top, i gestori dei cloud o dei motori di ricerca sono diventati gli intermediari tra produttori e consumatori. Già oggi consumo ciò che solleciti. L'offerta che ho davanti è sempre di più organizzata cercando di cogliere le mie aspettative, ma non è un panel infinito. Questo processo ci influenza molto, dalla scelta del libro fino alla ricerca delle informazioni su chi sei: se ti devo incontrare guardo sulla rete e anche se trovo informazioni irrealistiche non mi viene nemmeno il dubbio che ci siano errori. La rete è fonte di informazione sempre più esclusiva. Questo condizionamento dei comportamenti sociali tende a diventare uno dei caratteri della società digitale e il passaggio dai consumi agli orientamenti politici non è lunghissimo, tende a essere breve".
La sensazione è che il problema sia ormai stato messo a fuoco dagli osservatori più attenti. Chi sollevava dubbi non è più visto come un agitatore o un nemico del progresso. Però allo stesso tempo le armi delle istituzioni appaiono spuntate o, perlomeno, da raffinare.
"Uno dei motivi del ritardo degli interventi, oltre all'inconsapevolezza, è la natura globale di queste aziende laddove gli Stati non sono globali. L'Europa da questo punto di vista ha segnato una avanguardia perché è riuscita a porre almeno le premesse per una disciplina di protezione dei dati. Non so se riuscirà ancora a svolgere questa funzione, ho dei motivi di pessimismo per il futuro, ma l'obiettivo non può che essere di applicare alla società dei dati un diritto globale, largamente accettato e diffuso. Il nuovo regolamento europeo sulla protezione dei dati si sta diffondendo come modello. C'è, per esempio, l'interesse da parte dell'India. Certo, c'è naturalmente in tutto questo la differente velocità della tecnologia rispetto al diritto che ha i tempi della democrazia e della condivisione".
Il tema dei dati si intreccia sempre di più con quello della sicurezza informatica. Nel 2016 uno dei grandi dibattiti è quello sul "trade off" tra libertà e sicurezza, stigmatizzato dal braccio di ferro tra Apple ed Fbi. Un problema che crescerà con la diffusione dell'Internet delle cose.
"Uno dei temi più complicati è appunto l'arrivo dell'Iot e anche quello dell'Intelligenza artificiale perché rendono più lontano dalle persone il problema solo apparentemente laddove invece sono un modo terribilmente più sofisticato di circondare le persone. La bambola spia Cayla fermata in Germania è l'esempio di un oggetto apparentemente ingenuo che si può trasformare in una breccia enorme e diventare un software spia come quelli di hacking team. Anche qui il regolamento europeo Privacy by design è uno strumento efficace perché devi rispettare delle regole. Un altro esempio è la smart city: la devi fare in modo che il processo sia trasparente. I dati sono ormai la chiave per il governo della moderna società digitale".

Nuove norme cybersecurity, tutto ciò che bisogna sapere


Le nuove linee guida Agid appena uscite in Gazzetta. La Direttiva europea NIS e le prescrizioni del nuovo Regolamento europeo per la protezione dei dati personali. L’ultimo decreto di febbraio 2017. Facciamo il punto sullo stato delle norme in tema di sicurezza informatica.


L’uscita delle “Misure minime di sicurezza ICT per le pubbliche amministrazioni” Agid in Gazzetta Ufficiale, pochi giorni fa, conferma che il tema della cybersecurity è stato promosso all’attenzione generale. E’ entrato nelle agende dei manager e dei board aziendali, degli amministratori pubblici e dello stesso Legislatore.
Il rischio cui la società potrebbe andare soggetta è anzi, paradossalmente, quello di sovraesposizione a questi temi: dopo decenni nei quali la questione sicurezza era relegata ai soli tavoli degli addetti ai lavori, infatti, oggigiorno il discorso sulle minacce cyber ha pieno diritto di cittadinanza in ambiti ed eventi nei quali fino a poco tempo fa era impensabile trattare argomenti che, erroneamente, venivano considerati come meramente tecnici. Sappiamo invece che la minaccia cyber è trasversale, e che dunque ogni serio approccio per la prevenzione e la difesa non può che essere che multidisciplinare nella sua struttura, collaborativo nella sua attuazione, e collocato al più alto livello di governance nella sua organizzazione.
Da qui discende la convinzione che vi sia l’oramai imprescindibile necessità dotarsi di una serie di regole e di strutture condivise che disegnino la macchina complessiva della protezione e della reazione alle crescenti minacce cyber per i sistemi nazionali e sovranazionali in un’ottica di partecipazione duale: da un lato ognuno deve fare e garantire la propria sicurezza interna, e dall’altro tutti devono collaborare per mettere a fattor comune risorse, informazioni, capacità ed esperienze.
Ecco quindi perché, in modo apparentemente improvviso ed un lasso di tempo piuttosto ristretto, stanno convergendo diverse iniziative sia nazionali che internazionali finalizzate ad innalzare i livelli di sicurezza e cooperazione in vari settori critici per il regolare funzionamento della società civile, quali la pubblica amministrazione ed i fornitori di servizi essenziali e/o digitali. Il combinato disposto di tali iniziative, le quali purtroppo ma non solo per caso giungono a maturazione quasi contemporaneamente, sarà certamente impattante sul breve periodo per i settori coinvolti, i quali dovranno adottare misure tecniche ed organizzative di protezione talvolta anche non banali; ma sul medio e lungo periodo assicurerà una migliore e più e efficace risposta globale una volta che tutti i tasselli saranno stati correttamente disposti in esercizio.
La più estesa di tali iniziative, in senso non solo temporale e di profondità ma anche meramente geografico, è l’oramai nota Direttiva (UE) 2016/1148 del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 6 luglio 2016, recante misure per un livello comune elevato di sicurezza delle reti e dei sistemi informativi nell’Unione, più brevemente conosciuta come “Direttiva NIS”. Si tratta di una normativa estesa a tutti gli Stati membri dell’UE, ciascuno dei quali dovrà recepirla con una propria legislazione nazionale avendo peraltro tempo fino a maggio 2018 per adottare tutte le misure in essa contenute. Fra le più importanti previsioni della norma comune vi sono: il miglioramento delle capacità di cyber security dei singoli Stati dell’Unione mediante adozione di specifiche misure di sicurezza a carico dei settori interessati; l’aumento del livello di cooperazione tra gli Stati dell’Unione; l’obbligo per gli operatori di servizi essenziali e dei fornitori di servizi digitali di adottare un approccio basato sulla gestione dei rischi, nonché di riportare ad un’apposita autorità (ed in ultima analisi all’Agenzia europea ENISA) tutti gli incidenti di una certa entità. Ciascuno Stato membro dovrà anche designare un’apposita autorità che funga da punto di contatto per gli scambi internazionali, dotarsi di una strategia cyber e costituire uno o più CERT/CSIRT; l’Unione dovrà invece costituire un gruppo di cooperazione al quale parteciperanno tutti gli Stati membri, la Commissione e l’ENISA. Da notare che, mentre alcune altre Nazioni sono praticamente già in regola, lo stato di attuazione della Direttiva nel nostro Paese è alle sue prime fasi: deve infatti ancora essere emanata dal Governo la relativa legge di recepimento che dettaglierà le specifiche azioni da intraprendere.
A livello esclusivamente interno, invece, l’Italia si è già data da fare. Col recente decreto legislativo del 17 febbraio 2017, infatti, il nostro Paese ha riorganizzato la sua architettura di sicurezza per la protezione dello spazio cibernetico nazionale, che era stata stabilita nell’oramai “lontano” 2013, rendendola più snella ed efficace e soprattutto concentrandone la responsabilità di governo all’interno del Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza (DIS). A valle dell’entrata in vigore di tale decreto, che peraltro al momento attuale non è ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, sono attese ulteriori misure di adattamento della capacità difensiva e reattiva nazionale le quali necessitano di una legge per essere emanate: molto probabilmente il Governo le inserirà come pacchetto di misure aggiuntive all’interno della legge di recepimento della Direttiva NIS, cogliendo per così dire l’occasione per proporre un corpus unico di provvedimenti correlati. Tra di essi è prevista almeno la fusione in un’unica struttura degli attuali due CERT che presidiano lo spazio cibernetico nazionale di attinenza non militare, ossia il CERT Nazionale istituito presso il Ministero dello Sviluppo Economico e il CERT della Pubblica Amministrazione istituito presso l’Agenzia per l’Italia digitale.
Sempre a livello interno occorre invece citare la recentissima uscita in Gazzetta Ufficiale  (Serie Generale n. 79 del 4 aprile 2017) della Circolare AgID 17 marzo 2017, n. 1/2017, recante le attese “Misure minime di sicurezza ICT per le pubbliche amministrazioni”. Emesse dall’Agenzia per l’Italia Digitale nei suoi poteri di dettare “indirizzi, regole tecniche e linee  guida  in  materia  di sicurezza informatica”, anche in ottemperanza alla direttiva del 1° agosto 2015 del Presidente  del  Consiglio dei ministri che impone  l’adozione di  standard minimi di prevenzione e reazione ad eventi cibernetici, le Misure minime erano già state anticipate sui siti Web di AgID e del CERT-PA nel settembre 2016, dopo essere state approvate in seguito ad una lunga consultazione con le Pubbliche Amministrazioni ed il Nucleo di Sicurezza Cibernetica. Ora tuttavia, con la pubblicazione in Gazzetta, la loro adozione diviene formalmente obbligatoria per tutte le Pubbliche Amministrazioni, che hanno tempo fino al 31 dicembre per adottarne le prescrizioni. Da notare che le misure prevedono tre livelli di attuazione: quello minimo rappresenta la linea di base alla quale ogni amministrazione, indipendentemente dalla sua natura e dimensione, deve necessariamente essere conforme; quello intermedio o standard rappresenta la situazione di riferimento per la maggior parte della amministrazioni; quello superiore rappresenta un optimum che dovrebbe essere adottato da tutte le amministrazioni maggiormente esposte a rischi (ad esempio per la criticità delle informazioni trattate o dei servizi erogati) ma anche visto come obiettivo di miglioramento da parte di tutte le altre amministrazioni.
Meno rilevante dal punto di vista degli aspetti strettamente legati alla cybersecurity, ma non per questo meno impattante sulle aziende e le organizzazioni, è infine il nuovo Regolamento europeo per la protezione dei dati personali, in breve GDPR. Su di esso sono già stati spesi fiumi di inchiostro perché è il primo caso di norma comune europea sulla privacy. Come è noto, trattandosi di un regolamento e non di una direttiva, esso non richiede una legge nazionale per essere recepito, ed è quindi già in vigore in tutta l’UE sin dal momento della sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione. Sono tuttavia previsti due anni di tempo per consentire a tutti gli Stati membri di adottarne le prescrizioni, termini che scadranno (anche loro!) a maggio del 2018. Per quanto riguarda il nostro Paese, occorre considerare che l’Italia già possiede una normativa nazionale particolarmente stringente e concettualmente assai vicina all’impianto del GDPR, quindi la transizione alle nuove disposizioni non dovrebbe essere troppo onerosa per tutte le organizzazioni “virtuose” che già gestiscono la privacy a regola d’arte. È atteso comunque un pronunciamento ufficiale del Garante che faccia luce su quei (pochi) casi di ambiguità o conflitto tra le due norme, e dia indicazioni chiare in merito alle corrette modalità attuative. Tra le cose da sottolineare, in quanto misura di introduzione completamente nuova, va menzionato l’obbligo, a carico di chi chiunque gestisca dati personali altrui, di notificare alle competenti autorità ogni violazione degli stessi.

domenica 2 aprile 2017

Ventimiglia, presso il Liceo Aprosio incontro conclusivo del progetto bullismo e cyberbullismo

Voluto dal dirigente scolastico Giuseppe Monticone e dalle docenti di diritto Gabriella Briozzo, Diana Meduri e Patrizia Sambuco
incontro liceo ventimiglia

Ventimiglia. E’ giunto a termine presso il Liceo Statale Aprosio di Ventimiglia un intenso ed interessante percorso formativo in tema di bullismo e cyberbullismo, fortemente voluto dal dirigente scolastico profGiuseppe Monticone e dalle docenti di diritto professoresse Gabriella BriozzoDiana Meduri e Patrizia Sambuco, realizzato nel contesto dei progetti alla legalità predisposti per l’anno scolastico 2016/17.
Tale percorso dedicato a tutte le classi prime del Liceo, ha avuto inizio da incontri che le docenti di diritto hanno realizzato nelle singole classi, mediante la proiezione di slides e di video a tema e mediante specifica attività di responsabilizzazione degli studenti circa le eventuali conseguenze giuridiche civili e penali, derivanti da comportamenti rientranti nell’alveo del diffuso fenomento del bullismo ed in particolare del cyberbullismo.
La risposta degli alunni a tali incontri è stata subito positiva, tanto da motivare ancor più le docenti e la dirigenza scolastica a dedicare maggior tempo all’argomento e maggiore attenzione al dilagante e tanto attuale fenomeno del cyberbullismo e dei pericoli che si insidiano nella rete, coinvolgendo altresì figure professionali competenti sia sotto il profilo tecnico informatico che socio psicologico. In tale ottica, quindi, mercoledì 29 marzo 2017 il Liceo Aprosio ha aperto il suo auditorium all’esperto informatico dottor Mauro Ozenda e alla dottoressa Guendalina Donà che, dopo l’introduzione da parte del vice preside prof. Giovanni Perotto, attraverso le loro specifiche competenze, hanno dato il loro consistente contributo nel fornire agli alunni coinvolti un quadro più completo degli strumenti necessari per combattere e cercare di arginare gli atteggiamenti fonte di atti di bullismo e cyberbullismo.
Il dottor Mauro Ozenda, da anni affermato esperto informatico sia a livello regionale che nazionale, nonché formatore di genitori e docenti e da tempo presente nelle scuole per incontri con gli studenti, ha affrontato con puntualità e specificità tutte le possibili implicazioni legate all’uso di internet, social network e applicazioni in rete, fornendo ai ragazzi tutte le informazioni necessarie per il corretto, legale, sano e consapevole uso di internet.
La dottoressa Guendalina Donà, psicologa psicoterapeuta da tempo promotrice di progetti in ambito scolastico attraverso lo sportello di ascolto dell’associazione Zonta4youha, invece, ha coinvolto i ragazzi in una ampia riflessione circa i condizionamenti mentali derivanti dai contesti, soprattutto familiari, vissuti dall’età della pubertà all’adolescenza e della loro influenza sulle scelte comportamentali future tali da determinarne una possibile devianza verso atteggiamenti aggressivi, persecutori e prevaricatori.
L’evento, al quale gli studenti hanno partecipato con particolare interesse ed interagendo con i relatori, si è concluso con le seguenti riflessioni personali da parte degli alunni: “Dopo questo incontro abbiamo capito i veri pericoli che nasconde la rete, quindi, da adesso in poi, prima di postare un qualsiasi contenuto, ci penseremo due volte. Dietro un comportamento c’è sempre una ragione ma questo non è un valido motivo per scagliare le proprie sfrustrazioni sugli altri”.

Fonte: Riviera 24

giovedì 30 marzo 2017

Fake news, disinformazione, cattivo giornalismo. Imparare a informarsi sin da piccoli

Progetti formativi nelle scuole per dare agli studenti le chiavi per informarsi in maniera critica e sapersi orientare in un ecosistema informativo sempre più complesso e articolato. È quanto stanno sperimentando alcuni progetti pilota in diversi paesi per “fare formazione alle informazioni”, come scrive Delphine Rocaute su Le Monde, e dare degli strumenti per saper individuare le false informazioni. È utile comunque specificare che le fake news non sono un fenomeno nato oggi né sono un trabocchetto inventato con i social media. Nelle epoche passate le abbiamo classificate sotto la voce “propaganda”, spiega Rouala Khalaf sul Financial Times. Con l’era digitale si è ampliato il raggio della loro diffusione: possono raggiungerci con molta facilità fin dentro casa nostra e intrufolarsi nella nostra vita quotidiana, contribuendo a generare confusione sui fatti e sulle idee che ci facciamo su quanto accade intorno a noi. Si tratta di una questione complessa che va oltre la natura delle notizie (vere o false) e chiama in causa la qualità del giornalismo (online e offline) e l’intero ecosistema informativo. Al riguardo, in un recente articolo su First Draft, Claire Wardle ha evidenziato sette modi di fare disinformazione per arrivare a conoscere la grammatica delle fake news, avere gli strumenti per poter interpretare quel che leggiamo e osserviamo e conoscere meglio come i contenuti vengono disseminati (e con quali motivazioni) in un ambiente informativo sempre più complesso. Leggi anche >> Facile dire fake news. Guida alla disinformazione Le fake news pongono una sfida educativa su come informarsi con consapevolezza, acquisire coscienza del fatto che ognuno è a propria volta un media e maturare un approccio critico alle informazioni. Come ha dichiarato di recente, Thomas Boll, docente della scuola di giornalismo Newhouse alla Syracuse University, «l’alfabetizzazione ai media dovrebbe diventare parte integrante dei corsi di educazione civica, che ogni cittadino dovrebbe essere chiamato a frequentare. L’obiettivo di questi progetti dovrebbe essere fare della mente e del cervello uno strumento di verifica dei fatti». A tal proposito sta iniziando la sperimentazione di corsi di educazione al digitale che cercano di rendere familiari alcuni strumenti per poter riconoscere le fake news e, aggiunge Khalaf, saper distinguere tra giornalismo responsabile e notizie artefatte. Leggi anche >> Perché dobbiamo insegnare ai bambini come stare online «Saper riconoscere un’informazione vera da una falsa è una competenza fondamentale, oggi», ha dichiarato al Telegraph il direttore dell’area educazione e competenze dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (Ocse), Andreas Schleicher. Chiunque utilizzi i social media o i siti di notizie, ha aggiunto Schleicher, deve essere in grado di valutare, verificare e riflettere sulle informazioni che vengono date. E le scuole sono il luogo dove poter discutere punti di vista e opinioni differenti. Per questo, l’Ocse ha annunciato l’introduzione di una nuova categoria analitica per i suoi test denominata “competenze globali”, che valuterà come gli studenti approcciano criticamente le informazioni disseminate sui social media e se sono in grado di rilevare affermazioni dubbie. I nuovi test, che partiranno nel 2018 e i cui risultati saranno pubblicati nel 2019, riguarderanno i ragazzi entro i 15 anni di 70 paesi. Il progetto di Le Monde in Francia In Francia, Le Monde ha ideato un kit informativo da presentare nelle scuole per rafforzare la consapevolezza del proprio stare in rete e della provenienza delle informazioni. Come, ad esempio, quando un contenuto satirico, decontestualizzato, viene trattato come una notizia, oppure per le informazioni provenienti da siti di parte. Il progetto si rivolge agli studenti delle scuole superiori con interventi in aula e l’utilizzo di contenuti didattici on line sul sito. Un gruppo di giornalisti del quotidiano francese fino alla fine dell’anno scolastico 2016-2017 andrà nelle scuole che ne faranno richiesta per aiutare i docenti nel fare formazione e per spiegare il mestiere di giornalista, in vista di un progetto educativo più ambizioso e strutturato da proporre a partire da settembre 2017. L’obiettivo, racconta Akexandre Pouchard, uno dei responsabili del progetto, è stimolare all’informazione soggetti, come gli studenti, che al tempo stesso “sono tra i più vulnerabili e permeabili alla diffusione delle fake news e non costituiscono i nostri lettori abituali. Si tratta dunque di figure con le quali entrare in contatto e da imparare a conoscere”. La guida preparata da Le Monde è uno strumento per aiutare a verificare le informazioni e individuare manipolazioni di notizie e casi di disinformazione. È un documento – spiegano gli autori – che raccoglie al suo interno illustrazioni, consigli utili, esempi pratici ed esercitazioni, da utilizzare come guida per navigare e cercare informazioni su internet o come base per ogni docente che voglia investire in educazione ai media in classe.
l kit per i docenti fa parte di un progetto più ampio, chiamato Decodex, lanciato nel mese di febbraio (e che ha ricevuto anche alcune critiche sulla sua efficacia), che si propone di verificare le false informazioni in rete, attraverso un motore di ricerca dove inserire l’indirizzo di un sito per controllarne l’attendibilità, un’estensione su Chrome e Firefox, che dice in tempo reale se il sito è affidabile o meno, e un bot che risponde sul messenger di Facebook alle domande degli utenti. Decodex, si legge su Le Monde, è nato per rendere più veloce e facile la verifica delle informazioni e alleviare quella sensazione di “svuotare l’oceano con un cucchiaino” quando “artigianalmente, a mano, si individuano e verificano quelle notizie su cui si ritiene di dover fare luce”. In particolare, l’obiettivo è quello di dare qualche punto di riferimento nei casi di contenuti ingannatori, quando cioè il contenuto viene spacciato come proveniente da fonti realmente esistenti e invece sono false. “Ci è sembrato necessario – proseguono gli autori – indicizzare i maggiori siti, i blog, le pagine di Facebook, gli account Twitter e i canali di YouTube, per certificare a un nostro lettore che se, ad esempio, sta navigando sul sito lemonde.fr, è su un sito fasullo che sta utilizzando il nostro nome. Si tratta di un processo lungo e che necessita di collaborazione, anche grazie alle sollecitazioni e ai dubbi dei lettori”. Le “lezioni” del New York Times in America Da alcuni anni il New York Times dedica molti articoli a esercitazioni e lezioni di media literacy rivolti a studenti, docenti e lettori a partire da contenuti pubblicati sul quotidiano statunitense stesso. Già nell’ottobre 2015, ben prima che l’Oxford Dictionary definisse “post-truth” parola dell’anno per il 2016, Katherine Schulten aveva pubblicato un piano di lezioni dal titolo Fake News vs. Real News. Determinare l’affidabilità delle fonti mostrando strumenti e strategie per distinguere le informazioni false da quelle vere. In un nuovo articolo dello scorso gennaio, Schulten ha presentato nuovi strumenti didattici – distinti in due sezionI: problemi e soluzioni possibili – rivolti ai docenti “per aiutare i loro studenti a muoversi in un paesaggio inospitale”. A cosa ci riferiamo quando parliamo di fake news, come individuare le diverse tipologie di informazioni non attendibili, come mappare la diffusione e l’espansione delle informazioni false, quali sono gli effetti della loro viralità. La prima parte dell’articolo è dedicato a definire i problemi che le fake news pongono e presenta alcune esercitazioni per far sì che gli studenti possano confrontarsi criticamente e capire dove e cosa andare a cercare per poter verificare le informazioni che circolano in rete. La seconda parte, invece, punta ad alcune possibili soluzioni. Come fare a sapere se quel che si legge on line è vero? La soluzione, scrive Schulten, è porre le “domande giuste” ai contenuti o siti che consultiamo. Prima di condividere qualcosa dovremmo chiederci: chi ha scritto la storia che stiamo per condividere? Come, perché e quando è stata scritta? Cosa manca? A cosa mi porta questa storia? Dovremmo quindi accertarci che i contenuti siano attendibili, verificando le immagini o i video, controllando url, account, nome e data della pubblicazione, seguendo i link inseriti negli articoli e leggendo la sezione “chi siamo” dei siti sui quali finiamo. L’articolo poi suggerisce di consultare regolarmente siti che si occupano di fact-checking (come Factcheck.org, Snopes.com e Politifact.com) e di curare il proprio ecostistema informativo. Lo scorso dicembre, Buzzfeed ha ripercorso a ritroso i messaggi su Twitter dell’attuale presidente Donald Trump per ricostruire il suo “ecosistema mediatico”. La giornalista propone un esercizio simile per gli studenti. Si potrebbe chiedere loro di tenere traccia per 48 ore degli articoli di notizie che hanno letto, cliccato o condiviso, annotando la fonte di ognuno. Quindi si potrebbe utilizzare Wordle per creare una rappresentazione visiva delle fonti maggiormente utilizzate. A questo punto si potrebbe chiedere agli studenti di discutere in classe quali sono le loro principali fonti informative e verificare la loro attendibilità attraverso le cosiddette “domande giuste”. Infine, si potrebbe chiedere agli studenti di curare i loro account Facebook e Twitter per assicurarsi che in futuro ottengano notizie da fonti attendibili e riflettano da quanti punti di vista diversi acquisiscono le informazioni. I progetti in Italia Nicola Bruno è un giornalista, specializzato nel fact-checking, tra i fondatori di DataNinja e Factcheckers.it, un'associazione no profit (creata con Gabriela Jacomella e Fulvio Romanin) che si occupa di educazione al fact-checking, nata nel 2016 durante un incontro alla Global Fact, una conferenza internazionale promossa dall’International Fact-Checking Network at Poynter (IFCN) in cui si riuniscono le diverse organizzazioni internazionali specializzate sul tema (come ad esempio Full Fact in Inghilterra, PolitiFact negli Stati Uniti e Chequeado in Argentina). «Quando siamo nati, abbiamo deciso di sondare il contesto educativo, portandovi quindi il tema del fact-checking», racconta Bruno a Valigia Blu. Proprio per questo motivo, i soggetti a cui rivolgersi con questa iniziativa, continua il giornalista, sono stati da subito studenti, genitori e docenti: «il discorso dell’educazione va fatto sempre a questi tre livelli. Non si può pensare di coinvolgere solo gli studenti, quando poi i docenti non sono formati su questo tema, né tanto meno si può pensare di introdurre la cultura della verifica delle fonti, ecc, senza coinvolgere i genitori». Sono così nate alcune iniziative mirate a fornire gli strumenti utili per far nascere una cultura della verifica delle fonti nei contesti divulgativi, quindi scolastici e familiari, anche perché, «a livello culturale, su queste tematiche siamo nel momento peggiore, perché un sacco di gente è arrivata online, passando dal tg a facebook direttamente, e quindi senza avere una serie di strumenti di codifica, partendo dalla basi come che cos’è un url, un account, ecc», spiega Bruno.

Innanzitutto, tra i primi progetti c’è stato il contribuito a creare la giornata del prossimo 2 aprile sul fact-checking, International fact checking day, realizzando il pacchetto educativo sul sito. Si tratta di un kit utilizzabile esclusivamente dai docenti che contiene una lezione basica simulata di un’ora e mezzo: nella prima parte, vengono forniti agli studenti una serie di esempi di articoli in cui devono distinguere cosa è un fatto e cosa è un’opinione, «non in maniera manichea, ma quantomeno per porsi la questione»; nella seconda, poi, si passa a un esercizio pratico, «chiedendo ai ragazzi una ricerca per immagini di un articolo fake, trovando qual è la vera origine di quell’immagine o foto». Infine, viene mostrato un video animato che spiega la differenza tra fatto e opinione e poi è previsto un momento di confronto tra il docente e gli studenti su quanto svolto in classe. Sempre in occasione della giornata del 2 aprile, Bruno poi ci racconta di un altro progetto (che sarà lanciato oggi, 29 marzo), in collaborazione con Sky Academy, cioè una struttura con veri studi televisivi messi a disposizione gratuitamente da Sky alle scuole per lo svolgimento di esperienze di apprendimento nel mondo giornalistico televisivo. Si tratta di un’iniziativa dedicata al tema specifico del fact-checking e delle fonti, indirizzata questa volta però non ai docenti, ma ai ragazzi di 15–18 anni, in cui sarà rilasciato un altro minikit digitale. «All’interno ci sono 10 contenuti informativi, non necessariamente fake news ma anche cose un po’ vere magari, tramite cui stimoliamo a riflettere. Ad esempio, c’è una foto di Paris Hilton con una maglietta con su scritto “Smettila di essere povero” e noi ti chiediamo “È vero?”. Giri questa card e c’è scritto “No, non è vero” e infatti se controlli vedi che Paris Hilton aveva detto in realtà “Smettila di essere disperato”. Ci sarà anche un’infografica in cui vengono elencate le 10 cose da controllare prima di condividere un contenuto online, come “Vedi se c’è la spunta blu sugli account che ne certificano l’ufficialità” o “Leggi bene l’url perché ilfattoquotdaino.it non è ilfattoquotidiano.it”».

Infine, i veri e propri corsi nelle scuole (che accetteranno la collaborazione) dovrebbero iniziare il prossimo anno scolastico. Il giornalista spiega che stanno sviluppando progetti e percorsi con altre persone con esperienze differenti rispetto al mondo del giornalismo come Stefano Moriggi, filosofo della scienza e ricercatore, e Paolo Ferri, professore ordinario di Didattica e pedagogia speciale, entrambi dell’università Bicocca di Milano, che lavorano da tempo sul sistema dell’educazione ai media (media education), sia dal punto di vista della ricerca scientifica che da quello pratico, con iniziative come “Genitori connessi” in cui vengono messi insieme genitori e figli per farli riflettere sui media e come utilizzarli in maniera consapevole. Stefano Moriggi, sentito da Valigia Blu, spiega così che l’obiettivo è di «fare quello che in Italia non ha ancora preso piede che non è tanto il fact-checking in quanto tale, ma progetti calibrati per scuole di diverso ordine di educational fact-checking, quindi facendo dei laboratori che diffondono e condividono delle pratiche di criticità per gradi e livelli». La metodologia utilizzata, spiega Bruno, sarà quella dei due ricercatori della Bicocca già sperimentata sul campo in questi anni nelle strutture scolastiche, come nel Veneto, Umbria, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Lazio e Campania «che prevede 5 blocchi, in cui c’è la parte frontale, teorica, ma anche la parte più pratica, con laboratori. Nel primo blocco, i ragazzi fanno un quiz che serve a valutare le loro conoscenze (tipo saper leggere l’url). Poi, c’è la parte più introduttiva, teorica e metodologica, in cui viene spiegato l’importanza del tema. La terza parte è più pratica con siti web da verificare. La quarte si punto a iniziative laboratoriali dove l’obiettivo non è più rispondere vero o falso, ma proprio ragionare e sviluppare un approccio critico nella lettura di un articolo. Infine il quinto passaggio, quello finale in cui ci si incontra e si discute su quello che si è appreso, per vedere i passi in avanti fatti». Moriggi inoltre precisa che fino a questo momento non ci sono stati rapporti sui loro progetti con il ministero dell’Istruzione: «sono nostri percorsi che conduciamo in maniera “artigianale” con le scuole che di volta in volta vogliono collaborare con noi». Proprio per capire quali sono le iniziative del Miur sul tema della media literacy e in particolare su analisi critica di media e rete a scuola, abbiamo contattato Damien Lanfrey, membro della segreteria tecnica del Ministero, e Donatella Solda, dirigente nell'ufficio di gabinetto del Miur. Solda spiega così che le linee di policy al riguardo si basano principalmente su due bandi in particolare, precisando comunque che quello della media literacy è un tema trasversale a molte delle azioni del ministero: «è evidentemente simbolico e importante avere degli investimenti, bandi, azioni dedicati esplicitamente a questa tematica, ma è anche importante sottolineare che è un approccio trasversale, che aumenta l'impatto e l'efficacia, se questi obiettivi sono realizzati e incoraggiati in tutti i bandi». Il primo bando di circa 80 milioni di euro a cui si fa riferimento, aggiunge Lanfrey, è all’interno del PON (cioè il Programma Operativo Nazionale del Miur), lanciato circa quindici giorni fa e che si divide in due obiettivi: “pensiero computazionale e creatività digitale” (40 milioni di euro) e “cittadinanza digitale” (40 milioni di euro). La prima direttiva si focalizza sul “promuovere gli elementi fondamentali per l’introduzione alle basi della programmazione, anche allo scopo di sviluppare le competenze collegate all’informatica”, mentre con la “cittadinanza digitale”, «(quella che voi chiamate media literacy) che avrà un impatto su circa 4mila/5mila scuole, cioè il il 60%/70% del totale, con l’impegno di renderlo strutturale», si punta tra le altre cose a educare prioritariamente alunni della scuola secondaria di primo e secondo grado “alla valutazione della qualità e della integrità delle informazioni, alla lettura, scrittura e collaborazione in ambienti digitali, alla comprensione e uso dei dati e introduzione all’open government, al monitoraggio civico e al data journalism”. «Ovviamente – spiega Lanfrey – la nostra chiave di lettura non è andare a definire i comportamenti, ma fornire ai ragazzi gli strumenti, le cosiddette strategie comportamentali, per arrivare a fare le cose giuste». Essendo comunque il PON un bando progettuale, bisogna specificare che saranno le scuole a dover presentare progetti e svilupparli, «anche se noi nell’allegato tecnico siamo stati abbastanza chiari nelle tematiche che dovranno ricevere particolare attenzione ed essere sviluppate». Per accompagnare comunque gli istituti scolastici in questi percorsi, il Miur sta immaginando direzioni informative su cui potersi basare e progettando azioni formative per i docenti «perché non possiamo lasciarli da soli», specifica Lanfrey. “Curricoli digitali” è invece il secondo bando (da 5 milioni di euro), lanciato qualche mese fa e inserito nell’ambito del Piano nazionale per la scuola digitale (PNSD), che insieme a quello presente all’interno del PON, definisce la parte più importante di un percorso educativo su media literacy portato avanti del ministero dell’Istruzione. L’obiettivo, si legge nell’avviso pubblico, è “la realizzazione, a favore delle istituzioni scolastiche ed educative statali, di curricoli, ossia formati e strumenti innovativi, per lo sviluppo di competenze digitali, che siano in grado di accompagnare le attività curricolari di apprendimento degli studenti sui temi del digitale e dell’innovazione attraverso percorsi didattici fortemente innovativi”. Le proposte progettuali dovranno inoltre seguire precise aree tematiche, come: diritti in internet, educazione ai media (e ai social) e all’informazione, big e open data ed educazione alla lettura e alla scrittura in ambienti digitali. Lanfrey sottolinea infine che il Ministero ha riscontrato però difficoltà a trovare dei partner per sviluppare questi progetti: «per dire le università ci sono, ma non hanno percorsi strutturati pronti. Abbiamo comunque cercato di mandare un segnale a tutti i possibili soggetti in gioco, anche al mondo giornalistico».


Fonte: Valigia Blu - Autore: Angelo Romano e Andrea Zitelli

domenica 26 marzo 2017

Adolescenti iperconnessi. Like addiction, Vamping e Challenge sono le nuove patologie

Smartphone e internet: qual è l’impatto nella vita dei ragazzi?

Il 98% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni possiede uno smartphone personale a partire dai 10 anni d’età. Più i ragazzi sono piccoli, più hanno avuto precocemente tra le mani i vari strumenti tecnologici.
Il dato rilevante è che oltre 3 adolescenti su 10 hanno avuto modo di utilizzare uno smartphone direttamente nella primissima infanzia, già a partire da 1 anno e mezzo/2, con la possibilità anche di accedere liberamente ad internet e alle applicazioni presenti nel telefono. Il genitore si sente tranquillo se il figlio utilizza il proprio cellulare pensando che non usi tutte le sue funzioni o vada su Internet dimenticandosi che è tutto collegato alla rete, anche le chat. Con il trascorrere degli anni e l’evolversi della tecnologia si abbassa quindi vertiginosamente l’età di utilizzo. Tra i ragazzi della fascia tra gli 11 e i 13 anni, infatti, l’età media è scesa di un anno sia per quanto riguarda l’uso del primo cellulare, l’accesso a internet e l’apertura del primo profilo social, che si aggira intorno ai 9 anni.
Gli adolescenti quindi sono sempre più iperconnessi, circa 5 su 10 dichiarano di trascorrere dalle 3 alle 6 ore extrascolastiche con lo smartphone in mano, il 16% dalle 7 alle 10 ore, mentre il 10% supera abbondantemente la soglia delle 10 ore. Se calcoliamo che il 63% lo utilizza anche a scuola durante le lezioni, significa che la maggior parte di loro vive connesso alla rete.
Le ore trascorse davanti ad uno schermo si abbassano leggermente nel campione dagli 11 ai 13 anni, forse perché c’è più controllo da parte dei genitori e l’importanza della rete social non è ancora la più rilevante. Il 55% dei preadolescenti lo utilizza per un massimo di 2 ore, il 35% dalle 3 alle 6 ore, il 7% dalle 7 alle 10 ore e il 4% supera le 10 ore, e solo il 13% lo usa durante l’orario scolastico, rispetto al 63% dei ragazzi più grandi che non si possono staccare dal cellulare.
Il 95% degli adolescenti ha almeno un profilo sui social network, contro il 77% dei preadolescenti. Il primo è stato aperto intorno ai 12 anni e la maggior parte di loro arriva a gestire in parallelo 5-6 profili, insieme a 2-3 app di messaggistica istantanea. Il 69% ha un profilo su Facebook, il 67% Instagram, il 66% YouTube, il 47% Snapchat, il 22% Ask, il 16% Twitter, e il 15% Tumblr. Il fatto di avere una serie di applicazioni social sconosciute ai genitori gli permette di essere meno controllati e più sicuri di poter anche osare, favorendo comportamenti come il sextingcyberbullismo e diffusione di materiale privato in rete.
Uno dei dati più allarmanti è che il 14% degli adolescenti ha anche un profilo finto, che nessuno conosce o che conoscono solo in pochi, risultando quindi non controllabile dai genitori e nel contempo facile preda della rete del grooming (adescamento di minori online), dato in rilevante aumento rispetto all’11% dello scorso anno.

Whatsapp: la chat insostituibile

I ragazzi trascorrono la maggior parte del loro tempo sulle chat, 6 adolescenti su 10 dichiarano di non poter più fare a meno di WhatsApp, confermandosi l’app più amata tra gli adolescenti visto che il 99% lo utilizza ogni giorno, il 93% si scambia i compiti attraverso il gruppo-classe e il 70% chatta in maniera compulsiva. Per quanto riguarda i preadolescenti, invece, il 96% utilizza WhatsApp, di cui la metà per chattare in maniera sistematica e ripetitiva, l’82% ha il gruppo-classe per scambiarsi i compiti mentre il 40% per condividere i selfie con gli amici.

Le notti insonni degli adolescenti vampiri tra social network e chat: il fenomeno del Vamping

Il Vamping, ossia la moda degli adolescenti di trascorrere numerose ore notturne sui social media, sembra diventata una vera e propria abitudine, tanto che 6 adolescenti su 10 dichiarano di rimanere spesso svegli fino all’alba a chattare, parlare e giocare con gli amici o con la/il fidanzata/o, rispetto ai 4 su 10 nella fascia dei preadolescenti.
La tendenza, invece che accomuna tutti i ragazzi è di tenere a portata di mano il telefono quasi tutto il giorno, notte compresa, fino al 15% che si sveglia quasi tutte le notti per leggere le notifiche e i messaggi che gli arrivano per non essere tagliati fuori, altra patologia emergente legata all’abuso dello smartphone (FOMO – Fear of Missing Out). Questi comportamenti vanno ad influenzare negativamente la qualità e la quantità del sonno, con conseguenze nocive per l’organismo e vanno ad interferire sulle attività quotidiane dei ragazzi, fino a determinare importanti difficoltà di concentrazione e di attenzione che gravano sul rendimento scolastico, favoriscono l’insorgenza di stati ansiosi, intaccando  l’umore e gli impulsi.

Adolescenti alla continua ricerca di approvazione: la likemania e la followermania

Ormai da alcuni anni sembra che si sia completamente annullato il concetto di intimità, infatti per circa 5 adolescenti su 10 è normale condividere tutto quello che fanno, comprese foto personali e private, mettendo tutto in vetrina, sottoponendolo alla severa valutazione della macchina dei “mi piace” o dei “non mi piace”. Infatti, per oltre 3 adolescenti su 10 è importante il numero dei like ricevuti: tanti like e tante approvazioni accrescono l’autostima, la popolarità e quindi la sicurezza personale. Ovviamente, vale anche il contrario, ovvero commenti dispregiativi e pochi like condizionano l’umore e l’autostima in negativo, tanto che il 34% ci rimane molto male e si arrabbia quando non si sente apprezzato.

Adolescenti terrorizzati che si possa scaricare il cellulare: la Nomofobia

La Nomofobia, da No-mobile-phone, è la nuova fobia legata all’eccessiva paura/terrore di rimanere senza telefono o senza connessione ad internet o al 4G: quasi 8 adolescenti su 10 hanno paura che si scarichi il cellulare o che non gli prenda quando sono fuori casa (un dato in forte crescita se si pensa che fino allo scorso anno interessava il 64% degli adolescenti) e tale condizione, nel 46% dei casi genera ansia, rabbia e fastidio.
Questo fenomeno è meno diffuso tra i più piccoli che si fermano ancora al 60% e solo il 32% sperimenta alti livelli di ansia e preoccupazione.

Il bisogno di apparire ad ogni costo

L’aspetto che caratterizza gli adolescenti di oggi sono i selfie, i famosi autoscatti, dove si è disposti a tutto pur di ottenere like, ad esempio il 13% ha seguito addirittura una dieta per piacersi di più nei selfie. È indubbio ormai che le vetrine dei social pennellino il narcisismo degli adolescenti. I ragazzi della fascia 14-19 mediamente ne fanno circa 5 al giorno, con punte massime di 100, contro i 2 selfie al giorno dei più piccoli che preferiscono utilizzare maggiormente i video e i messaggi audio.
Circa 2 adolescenti su 10 condividono tutti i selfie che fanno sui social network e su WhatsApp, andando a ledere completamente il concetto di privacy e di intimità che ormai si è trasformata in un’intimità condivisaQuesto dato è in cresciuto rispetto al 2015 dove il problema riguardava il 15%.
Il dato più grave e allarmante è che circa 1 adolescente su 10 fa selfie pericolosi in cui mette anche a repentaglio la propria vita e oltre il 12% è stato sfidato a fare un selfie estremo per dimostrare il proprio coraggio.

Challenge o sfide social che favoriscono i disturbi alimentari e l’abuso di alcol

Le Challenge o Sfide Social sono uno dei problemi del momento e racchiudono tutte quelle catene che nascono sui social network in cui si viene nominati o chiamati a partecipare da altri attraverso un tag. Lo scopo in genere è di postare un video o un’immagine richiesta, per poi nominare altre persone a fare altrettanto, diffondendosi a macchia d’olio nel Web, anche nell’arco di poche ore.
2 adolescenti su 10 hanno partecipato ad una moda a catena sui social e il 50% ha avuto una nomination.
Circa 1 adolescente su 10 ha preso parte ad una catena alcolica sui social network, con la finalità in genere di bere ingenti quantità di alcol in pochissimo tempo e nei luoghi o posizioni più improbabili, altri hanno fatto selfie mentre vomitavano o in condizioni vicine all’intossicazione alcolica.
A queste si aggiungono le mode in cui il corpo e la magrezza hanno un ruolo centrale, a cui aderiscono 5 ragazze su 100, favorendo lo sviluppo di patologie nella sfera alimentare. Le mode più conosciute legate all’ispirazione al magro sono: Thigh Gap (arco tra le gambe), Bikini Bridge (ponte nel costume da bagno sulla pancia), Sfida della clavicolaBelly Slot (fessura nella pancia) e Belly Button (far girare il braccio dietro la schiena fino a toccarsi l’ombelico).
Fonte: Adolescienza - dati Osservatorio Nazionale Adolescenza - dott.ssa Maura Manca

lunedì 20 marzo 2017

Family Link: la app di Google per gli under 13 e i loro genitori

Google sta aprendo i suoi servizi online ai bambini al di sotto dei 13 anni, grazie a un nuovo strumento chiamato Family Link: un’applicazione che consente ai genitori di gestire i contenuti presenti nei dispositivi dei propri figli.
Si tratta di uno dei primi tentativi da parte di una grande azienda di affrontare direttamente la realtà dei bambini che utilizzano la tecnologia.
Family Link permette ai bambini di utilizzare i veri servizi di Google – come Gmail, Maps, Chrome e altri – e non le versioni riadattate per bambini. Tuttavia, gli account destinati ai bambini saranno direttamente legati a quelli dei genitori, attraverso una serie di controlli granulari i genitori potranno inoltre stabilire ciò che i bambini possano o non possano fare.
Google ha lanciato la versione beta e limitata di Family Link il 15 marzo. L’azienda punta a testare il gradimento e i feedback prima di lanciare la app su scala più ampia già entro la fine dell’anno.
L’apertura dei servizi per i bambini al di sotto dei 13 anni si rifà all’Online Privacy Protection Act, una legge statunitense vecchia quasi di due decenni, nella quale non si vieta ai bambini al di sotto dei 13 anni di usare Internet, ma se ne limitano i servizi e alle società si inibisce la possibilità di raccogliere i dati dagli under 12. Inoltre si ribadisce l’imprescindibilità del consenso dei genitori prima che un bambino condivida informazioni personali, come il loro sesso, la loro posizione o immagini di sé stessi.
C’è sempre la preoccupazione che i bambini possano incappare in qualche vicolo buio di Internet”, dice Amar Gandhi, direttore della gestione del prodotto di Google, ma anche uno dei creatori di Family Link. E prosegue “Noi di Google pensiamo di sapere come risolvere questo problema perché numerosi membri del nostro team sono loro stessi genitori. Non pensiamo che la tecnologia possa in alcun modo sostituirsi alla genitorialità, ma può di certo essere d’aiuto”.
Family Link risponde alle preoccupazioni dei genitori in riferimento agli accessi alla rete dei minori grazie al parental control. Google si trova in un potenziale campo minato con questa iniziativa. Internet può essere un luogo di confusione e pericolo per i bambini e il successo di Family Link dipenderà dalla comprensione dei dettagli tecnici da parte dei genitori, ambito nel quale i genitori non sanno esattamente come destreggiarsi.
La mossa di Google – seppur rischiosa – affronta un problema reale: i bambini accedono a Internet in età sempre più precoce. Una ricerca mostra l’età media per possedere un cellulare tra i bambini sono 10,3 anni e che il 39 % di questi usi i social media. Per i tablet i numeri sono ancora più eclatanti: nel 2016 l’84% dei bambini tra i 6 e i 12 anni usa questi dispositivi su base settimanale.
Spesso i genitori permettono ai figli di prendere in prestito i propri smartphone o tablet e questi dispositivi non hanno un accesso filtrato a Internet. Ci sono applicazioni di terze parti e servizi che possono limitare i dispositivi specifici di accesso, ma spesso si tratta di strumenti che i genitori non sanno utilizzare accuratamente.
Google ha cercato di affrontare questo problema precedendo partner e competitor. Già con Android 4.3 Jelly Bean ha introdotto i profili con limitazioni, lasciando che i bambini utilizzassero i dispositivi con accessi specifici e limitati, ma a queste restrizioni mancavano i controlli granulari, cosa che invece Family Link può vantare.
Family Link infatti punta a risolvere la questione. Anziché limitare gli strumenti dei genitori, vengono limitati gli accessi di un dispositivo specifico, dotando i bambini di un proprio account con tanto di indirizzo Gmail, gestito dai genitori stessi. In questo modo, l’esperienza del bambino viene gestita sulla base della concessione o revoca di autorizzazioni da parte degli adulti.
I genitori gestiranno Family Link tramite una app scaricabile da Google Play. Una app simile sarà installata sul dispositivo del bambino e una volta che il genitore avrà impostato il programma su entrambi i dispositivi, questi saranno collegati tra loro. Per ora entrambi i telefoni devono essere Android, ma Google ha anticipato di essere al lavoro anche per una versione iOS.
I genitori possono così consentire o bloccare l’accesso a qualsiasi applicazione sul dispositivo di un bambino. Poi, una volta che queste applicazioni saranno state approvate, il genitore potrà controllare di tanto in tanto, a seconda delle necessità, le autorizzazioni e i blocchi.
I genitori possono anche impostare un limite di tempo da trascorrere davanti allo schermo, con limiti differenti per ogni giorno della settimana. Si possono impostare momenti di blackout, così i bambini non saranno in grado di accedere ai propri dispositivi durante i pasti o dopo un certo orario di notte, ad esempio.
Ogni volta che un bambino vorrà scaricare un’applicazione o visitare un sito con restrizioni, Family Link invierà al genitore una notifica che loro potranno approvare o rifiutare. I genitori potranno anche fruire della visualizzazione di analisi dettagliate dei contenuti utilizzati dai figli e per quanto tempo lo facciano.
La maggior parte dei servizi di Google sono tutti disponibili per i bambini, con una sola eccezione: YouTube. Potranno però accedere a YouTube Kids che ha di default dei propri controlli e restrizioni.
I più critici vedranno Family Link come un’espediente da parte di Google per coltivare nuovi clienti agganciandoli ai loro servizi sempre più precocemente rispetto ai tempi naturali, ma non si può dimenticare che i ragazzi navigano in Internet e utilizzano sia smartphone che tablet da molto tempo prima che Google creasse dei nuovi strumenti per affrontare questa realtà. E a Google si deve il merito di essere stata la prima società ad affrontare il problema a testa alta, offrendo ai genitori un livello di controllo su misura.
Se Google riuscirà a far sì che i bambini trascorrano del tempo online in modo sicuro, questa iniziativa potrebbe dilagare tra gli altri giganti della tecnologia come Facebook, Apple, Microsoft e tutti gli altri colossi potrebbero muoversi nella stessa direzione.