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venerdì 11 marzo 2011

I segreti dei nativi digitali ci raccontano come siamo cambiati con la tecnologia

Sono nati in una società multischermo, interagiscono con molti di questi monitor interattivi fin dalla tenera età. Ascoltano musica e si tengono in contatto con gli amici via sms e messenger. Si espongono massicciamente a internet e alle tecnologie. Sono i nativi digitali, quella generazione che è nata dopo il 1996, con la rivoluzione di internet. Sono loro la cartina tornasole che misura l'influenza degli oggetti elettronici sulla nostra vita. E sono sempre loro che ci possono aiutare a capire quale impatto le tecnologie hanno sul nostro comportamento e sul nostro modo di pensare. Ecco perché la "mente" del nativo digitale è costantemente studiata da neuroscienziati, sociologi, massmediologi ed esperti vari. Nei dipartimenti universitari, nei laboratori, sui giornali il comportamenti degli adolescenti viene osservato, analizzato, sezionato. Come comunicano i nativi digitali? Come imparano, come organizzano il loro sapere? Capirli significa prevedere come si trasformerà la nostra società. Ecco perché negli ultimi due anni articoli scientifici, indagini statistiche e fotografie qualitative hanno generato una moltitudine di libri, saggi e pubbicazioni con tesi spesso estreme e contrastanti tra loro. Nel 2008 fece molto discutere l'articolo di Nicholas Carr "Is Google Making Us Stupid?: What the Internet is doing to our brains". Su Nova24 che esce domani (giovedì 10 marzo) in edicola con Il Sole 24 Ore viene intervistato il saggista del Colorado critico nei confronti delle nuove tecnologie. Con internet, sostiene Carr, perdiamo la capacità di concentrazione, di seguire un discorso lungo, l'introspezione, leggere con attenzione un testo o semplicemente riflettere. Al tempo stesso, ammette, la rete esalta alcune abilità come ad esempio lavorare in multitasking. La tesi di Carr come il titolo del libro lancia un allarme. E si confronta idealmente con un altro saggio questa volta di Steven Johnson dal titolo emblematico: "Everything Bad Is Good for You: How Today's Popular Culture Is Actually Making Us Smarter" (Tutto quello che fa male ti fa bene. Perché la televisione, i videogiochi e il cinema ci rendono intelligenti). Anche Johson attinge a studi di neuroscienze ma in questo caso per capire quali effetti le serie tv, i videogame e il cinema hanno sul nostro modo di apprendere. Giungendo a conclusioni meno estreme di Carr. Nel dibattito si inserisce anche Paolo Ferri docente di teoria e tecniche dei nuovi media e tecnologie didattiche all'Università Bicocca di Milano. «Ci sono facoltà che obbiettivamente traggono vantaggi da queste nuove tecnologie come ad esempio la scrittura e la concettualizzazione. La memoria e l'apprendimento riflessivo sono invece sotto stress», sottolinea Ferri autore del libro appena uscito per Mondadori "Nativi digitali". "Sviluppano modelli di apprendimento non lineari e non alfabetici - spiega -. Gli adolescenti sono fortemente orientati all'espressione di sé, alla personalizzazione e alla condivisione delle informazioni. Ma il punto è un altro – sottolinea -. Troppo spesso si cade nell'errore di volere a tutti i costi schierarsi pro o contro i nuovi media, internet e le tecnologia. Occorre invece rassegnarsi e accettare il fatto che i nostri adolescenti vedono e costruiscono il mondo in modo differente da noi. Non sono barbari. Sono nostri figli e sono semplicemente diversi. Hanno bisogno di noi genitori e insegnanti per imparare la pazienza e la fatica della vita. E noi di loro per apprendere la cultura partecipativa". Insomma, quello che abbiamo di fronte non è un normale passaggio generazione ma l'oppurtunità di uno scambio. Il mio intento invece è stato quello di incrociare gli studi di neuroscienze cone le ricerche che fotografano il loro comportamento per capire cosa distingue questa generazione dalle precedenti», spiega Ferri. I nativi digitali, si legge nel libro, sono nati in una società multischermo e interagiscono con molti di questi monitor interattivi fin dalla tenera età. Sono "diversi" perché a scuola, a casa, e con gli amici sono sempre accompagnati dalle loro protesi comunicative ed espressive digitali. Perché "si espongono" su Facebook, «sui blog o su Youtube, vivono sullo schermo allo stesso modo in cui abitano il mondo reale». Ascoltano musica e nello stesso tempo si tengono in contatto con gli amici via sms o messenger. Non usano manuali e non sentono il bisogno di avere strumenti per inquadrare un oggetto di studio prima di affrontarlo.

Fonte: Il Sole 24 Ore