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martedì 13 luglio 2010

I cacciatori di teste e la reputazione digitale

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Così, all’improvviso i social network diventano una cosa serissima. Mi arriva un comunicato che titola “Reputazione online e ricerca del lavoro: molte le aziende che consultano i Social Network per le referenze dei candidati” sunto di una ricerca congiunta Adecco, 123People e Digital Reputation. Poi ne arriva un altro: “Social network e business: l’Italia è in ritardo” altro sunto di una ricerca commissionata da Regus. Infine Nòva pubblica un pezzo di Umberto Rapetto: “Divorzi, il web entra in aula” riportando che negli Usa ci si attacca anche ai tag per lasciare in mutande l’ex. E poi, la Polizia che per le sue indagini usa sempre di più questo tipo di servizi per stanare latitanti, connettere complici, studiare abitudini e costumi degli indiziati. Al punto dal farci pensare che il divieto di utilizzare le intercettazioni telefoniche un domani prossimo venturo potrebbe essere aggirato proprio da questo tipo di strategie che, a quanto mi risulta, non vengono considerate paritetiche nel Decreto Legge sulle Intercettazioni. D’altronde ci stupirebbe non poco un’innovazione del genere da parte dei nostri governanti. Lasciando da parte reati e indiziati e tutti i dubbi circa il fatto che, per esempio, un commento specifico a una foto in qualche modo compromettente possa realmente considerata prova legale, l’assunzione automatica: “hai postato, dunque sei” comporta qualche riflessione, soprattutto se a farci lo screening iniziano a essere gli headhunter e soprattutto in questo periodo in cui in tanti vorrebbero cambiare o trovare lavoro. Immagino che tutti gli iscritti della prima ora a Linkedin siano, come me, felici di notare come sempre più spesso le agenzie di ricerca lavoro contattino da lì i potenziali candidati. Lo hanno dovuto fare, si sono dovute adeguare, nonostante spesso dimostrino poca conoscenza del mezzo, soprattutto per ricercare profili nuovi richiesti dalle aziende clienti di cui spesso neanche loro sanno tracciare le linee guida (frase classica: scusi, ma lei che lavoro fa esattamente? Sa, il nostro cliente ci ha chiesto di cercare un certo profilo ma noi non siamo molto esperti). Magari non siamo felici, però, di scoprire che le stesse aziende, grazie ai famigerati connettori, possano fare la radiografia completa di dove, come, quando e con chi sono stato, di che siti ho visitato, di cosa ne pensi di un argomento specifico, per esempio politico o religioso, che poco dovrebbe avere a che fare con un’eventuale assunzione in un’azienda. La ricerca di Adecco e gli altri sostiene che, anche se un responsabile delle Human Resources su tre dichiara di non aver mai scartato a priori un candidato dopo aver scoperto che la notte arrotonda ballando la lap dance in perizoma e parrucca in un locale per scambisti, il 36% dei referenti dice di ricorrere all’online per approfondimenti e verifiche, praticamente lo stesso uno su tre. Lo fanno soprattutto per verificare referenze e contatti professionali, per esempio, ma anche per scoprire informazioni private. Così, se da una parte sembra che i social network diventino uno strumento determinante per le aziende nella scelta dei candidati, dall’altra, lo dice la ricerca di Regus, solo il 22% delle aziende italiane ha stanziato un badget per specifiche attività di marketing sui social network (contro la media del 27% nel mondo), e bisognerebbe anche capire qual è stato il Roi di quell’investimento, ma questa è un’altra storia. Insomma, bisognerebbe mettersi d’accordo: cos’è il social network per un’azienda, e forse anche per una persona? È un divertissement che improvvisamente diventa serissimo? È una fedelissima rappresentazione della realtà di un individuo o potrebbe anche godere del beneficio del dubbio? È uno strumento di marketing potentissimo o un giochetto per 40enni annoiati? Secondo la mia opinione è stupido che la divisione Hr usi i social network come alibi per scartare una persona mentre nella stanza a fianco, il responsabile marketing continui a pensare a brochure da distribuire porta a porta, c’è qualcosa che non quadra. In tutto questo, poi, ci dobbiamo mettere anche noi stessi, le persone, che ancora lasciano i profili su Facebook totalmente aperti, non costruiscono filtri né gruppi, e gli headhunter che ci sguazzano.
(video postato Overexposed, il video vincitore del 2010 Trend Micro Internet Safety Video Competition)