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venerdì 23 settembre 2016

Non è la rete ad essere cattiva

Opera di Ian Cheng
È in corso da mesi un attacco alla rete che manifesta picchi assai evidenti in concomitanza con tragici fatti di cronaca nera. Si allestiscono allora, in tutta fretta, trasmissioni ad hoc sull’“Internet assassina”. Si vergano con cura raffinati editoriali sui “social che uccidono” e sulla “morte che corre nei gruppi di WhatsApp”. Si reclamano a gran voce norme più stringenti contro i bulli, i pedofili, gli stalker, i maniaci e i terroristi, e si glorifica la censura. Si rimpiange pubblicamente la vita in campagna (ovviamente disconnessa). Le forze dell’ordine consigliano di controllare ogni sera i telefonini dei figli, subito dopo il bacio della buonanotte. E il tutto per giungere alla prevedibile conclusione che, alla fine, se proprio vogliamo essere onesti, Internet, nel mondo moderno, non è che sia poi così importante. Anzi, si potrebbe anche chiudere: ha portato solo pornografia, odio e una violenza verbale ormai fuori controllo. 
In un simile assalto alla carovana digitale, i primi a essere felici sono i politici, che non vedono l’ora di regolamentare un ambiente che in realtà (ma non lo ammetteranno mai) non è più quel “Far West giuridico” cui si appellavano negli anni Novanta e che, ormai, è iper-regolamentato. Quasi sempre iper-regolamentato male. 

Non è tutto: in questo ambiente sotto attacco, il diritto sembra non bastare più. Il codice penale è troppo poco. Le garanzie del processo e del sistema giudiziario non sono più sufficienti e, chiaramente, sono molto più lente dello scorrere incessante dei dati digitali. Sarebbe allora opportuno rispolverare la gogna, e rispondere con gli stessi mezzi (e gli stessi toni) a chi semina odio. Per poi, però, recitare, a cadenza regolare, un collettivo mea culpa (per il peccato del clickbaiting) e poi, poco dopo, ricominciare tranquillamente come prima. 
I giudici più influenti, che sono anche gli esecutori della pena (come un nuovo Giudice Dredd digitale), sono oggi coloro che hanno più seguaci, più lettori, più follower, più fan. Hanno potere di vita e di morte. Possono far perdere il lavoro in un attimo, esporre al pubblico ludibrio, magari portare al suicidio. Con un tweet o uno status.

L’attacco in corso si basa su una tecnica molto semplice: il confondere i piani e le priorità. Il mettere a fuoco il dito, e non osservare la luna. 
Il problema non è più uno stupro, o un suicidio, o la mancanza di solidarietà femminile, o l’odio “reale” tra ragazze, o la perversione nel provare piacere vedendo una persona soffrire, o il non reagire in presenza di una situazione degradante e umiliante per altri. No: il problema è il video che circola sui social e che riprende quella scena, la rete che amplifica e non dimentica, la testimonianza ormai incontrollabile del fatto. Non è più un problema di comportamento delle persone (luna), ma è colpa della rete e dei social (dito). Se un bullo dodicenne aggredisce e riprende un coetaneo disabile, il problema non è di educazione e di civiltà ma del video che circola su YouTube e, quindi, di urgenza di regolamentazione della rete e delle piattaforme tutte.
Sono due, in sintesi, i motivi per cui questo attacco è portato oggi con una simile veemenza. 
Il primo è per evitare di affrontare i veri problemi. 
Tutti sono ormai consapevoli della capacità della rete di amplificare il danno, di diffondere su larga scala il pensiero dell’uomo, di far “rimbalzare” le parole, anche le peggiori, ai quattro angoli del mondo. Ma non tutti comprendono come non vi sia neppure lontanamente paragone tra i lati positivi della rete (quanto ha cambiato nell’economia dell’umanità degli ultimi decenni, e il bene che ha portato) e i suoi lati negativi. Lati negativi che, sia chiaro, si trascina dietro proprio come se li trascina dietro ogni ambiente sociale. 
Si tratta, quindi, di un bersaglio facile e suggestivo, soprattutto per chi non la conosce a fondo, ma è un bersaglio facile come lo sarebbero oggi molti genitori, o molti direttori di giornali e giornalisti, o molti politici, o molti educatori. Ci si dimentica che tutta la società, tutto il diritto, tutte le relazioni sociali stanno diventando, oggi, digitali. 

Molto più difficile, a mio avviso, è comprendere e ragionare sullo stato della cultura e della civiltà di chi usa Internet, Twitter e i social network, magari partendo da chi ha una posizione “di garanzia”, in base alla quale dovrebbe dare il buon esempio: si pensi ai politici, ai media, ai genitori. Questi sono temi, però, che è meglio evitare. Molto meglio affibbiare responsabilità alla rete e ai social. 
Eppure, se riflettiamo un attimo, i problemi del bullismo (è in aumento anche quello femminile), della mancanza di educazione, di civiltà e di rispetto altrui nei rapporti e nei dialoghi, della diffusione di toni esasperati mantenuti per ottenere più voti, più lettori o più click, della crisi generalizzata di molti valori, dovrebbero essere risolti ben prima di attaccare la rete, anche perché la rete e i social sono lo specchio delle nostre vite e delle nostre civiltà. Non esistono rete e social quali entità indipendenti dalla nostra cultura, dai nostri valori, dalla nostra civiltà. Sono ormai inscindibili. Questo è forse il motivo per cui non amo sentir parlare di “cultura digitale”, di “rispetto online” o di “educazione informatica”. Cultura, rispetto ed educazione sono gli stessi online e offline. 

Il secondo motivo per cui questo attacco alla rete è in corso è un palese tentativo di controllo: una rete così libera, inarrestabile, dinamica e potente dà fastidio a molti. 
La scusa per il controllo è il sostenere che il male portato dalla rete sia superiore al bene, che il livello di criminalità informatica sia ormai al limite, che la rete sia popolata solamente di bulli, pedofili, stalker, maniaci, terroristi e truffatori. E allora si cercano nuovi reati, o si prospettano nuove aggravanti per far sì che, se è coinvolta la rete, la sanzione debba essere ancora più dura. 
Del resto, la crisi delle norme che, da almeno un ventennio, hanno in Italia un approccio liberticida nei confronti del digitale sono, in realtà, l’evidenza più chiara della crisi dei valori della politica. L’incomprensione che una rete libera, aperta, trasparente è più portata a condurre con sé benefici rispetto a una rete criminalizzata e chiusa, continua a condizionare tutte le norme proposte, compreso il tanto discusso disegno di legge sul cyberbullismo, in approvazione proprio in questi giorni, ricco di aspetti liberticidi.

Tutti siamo consapevoli, ormai, di quale sia il grande potere della rete in contesti tragici (meglio: in ogni contesto). L’amplificazione del danno, facendo circolare le informazioni con modalità così rapide e diffuse che l’umanità non ha mai sperimentato prima, e la persistenza del dato, con un oblio tecnicamente inesistente e l’impossibilità di rincorrere e recuperare l’informazione dopo che la stessa abbia iniziato a circolare. 
Queste due caratteristiche, però, non sono solo aspetti negativi: sono aspetti che richiedono una maggiore cautela non appena si entra in questo ambiente. A contrario, l’indicare la rete e i social come la causa di questi avvenimenti, come tecnologie generatrici di odio o di violenza, altro non fa che allontanare l’attenzione dai problemi veri, e dalla possibilità di risolverli realmente. 

La verità è che risolverli, spesso, non conviene. Non importa. Il risolverli non porta audience, né profitti o click. Il risolverli richiederebbe un dialogo pacato, tanta pazienza, una incrollabile fiducia nel diritto e nel sistema giuridico esistente, oltre a tanta cultura, civiltà e rispetto non solo dell’altro, ma anche dell’ambiente digitale e di un ecosistema tra i più delicati esistenti. 
Tutti questi elementi, peraltro, troverebbero nel mondo digitale, per com’è stato costituito, il veicolo migliore per circolare, e il mezzo ideale per portare effetti benefici alla società tutta.