Pagine

Visualizzazioni totali

giovedì 28 aprile 2011

I tranelli di Facebook


Anche Umberto Eco e Roberto Saviano "vittime" del celebre social network. Come controllare le fonti e la propria riservatezza
Chi non ha un profilo su Facebook? Ormai, in Italia, gli assenti si possono contare sulle dita di una mano. Il suo inventore, Mark Zuckerberg, è stato scelto come uomo dell'anno 2010 dal Time. Oltre mezzo miliardo gli utenti attivi nel mondo. Quasi venti milioni solo in Italia: un italiano su tre. Alcuni personaggi noti vi entrano con una "fan page", altri preferiscono creare un profilo canonico, per avere un'immagine più "alla mano", con il relativo limite di amicizie massime, e poi semmai creano un eventuale "profilo bis". Ma come vi entrerebbero nomi noti della letteratura e del giornalismo? Umberto Eco, per esempio, schivo scrittore e filosofo di fama mondiale che solo a leggerne le qualifiche su Wikipedia ci vuole mezz'ora, cosa farebbe? Alcune "fan page" su di lui già esistono. Mancava, però, un utenza "personale". Questo almeno fino a qualche tempo fa.
Ma vediamo i fatti. Qualche tempo addietro accedevo al mio personale profilo su Facebook. L'avevo creato con una certa riluttanza alcuni anni fa, per poi scoprirne pregi (alcuni) e difetti (vari). In alto a sinistra un piccolo numerino in rosso segnala un paio di richieste di "amicizia" in attesa. Tra queste: Umberto Eco. Un sorriso ironico è stata la prima reazione: "a quando la richiesta da parte di Nelson Mandela?" ho pensato. Beh, come non accettare? Eco lo incontrai di sfuggita una volta, qualche anno fa, ospite di un ospite a una cena universitaria della quale certamente nemmeno si ricorda, tante se ne fanno. Due le possibilità, quindi: o un'improbabile azienda di promozione si stava occupando maldestramente della sua immagine chiedendo casualmente amicizie a giornalisti, professori e persone in genere, o si trattava di un profilo fasullo. La creazione di profili falsi su Facebook è ormai frequentissima. C'è chi lo fa per scoprire i segreti di un conoscente senza essere riconosciuto. Chi si finge un personaggio famoso nella speranza di conoscerne altri. Chi lo fa per pura speculazione. In passato i casi sono stati molti, alcuni finiti anche in tribunale: in Italia e all'estero. Tra le vittime celebri: Angelina Jolie, Monica Bellucci, Michelle Hunziker, ma anche tantissimi cittadini comuni. Tutto ciò senza riflettere sul fatto che teoricamente l'appropriazione di un'identità fasulla è un illecito: nel caso italiano chiaramente definito dall'articolo 494 del codice penale. Al quale se ne possono aggiungere vari altri, se si ledono l'onore o la reputazione del soggetto. Ma torniamo a Umberto Eco. A differenza di altri casi passati, questa volta il profilo era davvero ben strutturato. Scarno. Pulito. Con pochi dati essenziali e corretti: credibili, insomma. Al suo interno anche un link verso un blog personale da poco aperto (umbertoeco.bloog.it), con un paio di messaggi già pubblicati e perfettamente attinenti ai movimenti reali dello scrittore. Molti i messaggi di apprezzamento degli utenti contattati: "onorato", "grazie professore!", e via discorrendo. Chissà poi il tono di quelli privati. Tra i suoi contatti nel profilo, un indirizzo su Gmail (ecoumberto32@gmail.com). Tentando di accedervi fingendo d'aver dimenticato la password, come "domanda di sicurezza" impostata compariva: "il nome del tuo miglior amico d'infanzia". Anche questa una domanda credibile. Specie per un uomo di ottant'anni. Magari nostalgico. Magari certo della riservatezza di un dato così personale. Non solo, tra gli amici di Facebook già un centinaio di persone: giornalisti noti, professori e così via. Ma allora: si trattava del vero Eco oppure no? In fondo personaggi notissimi con un autentico profilo su Facebook ce ne sono a centinaia. Accettata la richiesta, è bastato poco per svelare l'arcano. Qualche verifica, un accorto e gentile contatto all'università di Bologna nella quale Eco è professore emerito, un paio telefonate e nel giro di poche ore sono emersi i fatti. Che dietro a quest'ennesimo scherzo vi fosse la mano di qualche giullare mediatico - come già avvertiva pochi giorni prima Il Fatto Quotidiano - era chiaro. Lo scopo: irridere la creduloneria di personaggi più o meno noti e il loro non controllare le fonti. Se la prassi è quindi abbastanza antica (fingersi un personaggio famoso), questa vicenda mostra una certa evoluzione nei mistificatori: che aumentano in qualità e destrezza. Facendo anche perno sulla fiducia e sul nuovo significato che Facebook ha dato di fatto al termine "amicizia". Gli inventori di Facebook continuano da tempo - con torti e ragioni - a far di tutto acché ciò non accada, ma il senso della parola "amico" su Internet per molte persone è ormai completamente cambiato rispetto a quello originale. Trasformandosi in qualcosa di molto più simile alla stima, alla lontana conoscenza, all'apprezzamento indiretto (torneremo su questo argomento). Quasi tutti noi abbiamo amici che ci hanno contattato perché nostri estimatori o lontani conoscenti o che noi stessi abbiamo contattato per la stessa identica ragione. Ma l'inganno, o la burla, come questa vicenda dimostra, è dietro l'angolo. Ed è bene tenerne conto, se si vuole evitare la figuraccia o di dare accesso a dati che si credevano riservati. La Rete è un'opportunità immensa che le scuole nostrane dovrebbero insegnare di più e meglio: ma ogni opportunità ha un potenziale proporzionale all'uso consapevole che se ne fa. Anche - e forse di più nei social network. Nemmeno il tempo di togliere il mio nuovo amico Umberto Eco dalla lista, che, in alto a sinistra, un piccolo numerino in rosso mi segnalava un paio di richieste in attesa. Tra queste: Roberto Saviano. To be continued?

Fonte: Punto Informatico - Autore: Luca Spinelli