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sabato 28 novembre 2009

Cittadini di tutto il mondo cliccate



Internet non è un divertimento, ma un diritto umano fondamentale. Come la libertà d'espressione. Dagli Usa alla Scandinavia, nasce una nuova visione del Web. Che potrebbe entrare nelle Costituzioni .
Agli studenti di Shanghai Barack Obama lo ha detto a modo suo e senza girarci troppo intorno: "La libertà di accesso a tutti i contenuti on line ci rende migliori". Una frase semplice, che però nasconde una questione fondamentale per il futuro delle democrazie: il concetto di 'libertà d'impressione', che sta al XXI secolo come all'epoca illuminista stava il principio della 'libertà d'espressione'. A teorizzare la libertà d'impressione, 'rovesciando' l'articolo 19 della Dichiarazione dei Diritti umani dell'Onu, sono da anni due scienziati della politica canadesi, Marshall Conley e Christina Patterson, che hanno introdotto la formula sostenendo che "la Rete, facilitando la diffusione della conoscenza, incrementa la libertà d'espressione e il valore della cittadinanza". La possibilità di avere accesso al Web cioè accresce verticalmente la possibilità di farsi un'opinione e di manifestarla, grazie alla molteplicità di fonti, notizie e punti di vista frequentabili nel Web.Quando arrivò sugli scaffali (nel volume 'Human Rights and The Internet', Macmillan 2000) la visione di Conley e Patterson pareva un po' troppo pionierista, in un periodo in cui gli utenti del Web erano una dozzina di milioni in tutto il mondo. Poi però le cose sono cambiate e oggi i cybernauti sono quasi un miliardo, con previsioni di raddoppio entro il 2013. Negli Stati Uniti sono on line otto persone su dieci, in Italia ci stiamo avvicinando a metà della popolazione. "E quindi si sta cominciando a capire che l'accesso a Internet è un corollario del diritto alla libertà individuale, perché fornisce quegli strumenti critici attraverso i quali ci si forma un'opinione", spiega Sebastiano Maffettone, filosofo e docente di Scienze Politiche alla Luiss. L'accesso alla Rete insomma non è più visto come un lusso o un orpello, ma come una condizione per potere esercitare gli altri diritti, come appunto la libertà di opinione e di espressione.
Così quella che sembrava un'utopia da teste d'uovo ha iniziato a essere discussa nelle sedi istituzionali, come l'Internet Governance Forum, il 'parlamento' mondiale della Rete collegato alle Nazioni Unite che il 18 novembre scorso si è riunito in Egitto proprio per arrivare a definire quello che il giurista Stefano Rodotà chiama un 'Bill of Rights', cioè una carta "che stabilisca gli elementi costitutivi della cittadinanza digitale". Non solo quindi "il basico diritto d'accesso, ma anche i diritti della persona in Rete, come quello all'oblio e alla gestione dei suoi dati personali". L'obiettivo, spiega Rodotà, "è arrivare nell'arco di un paio di anni, attraverso un processo condiviso in Internet, a un riconoscimento formale di questi diritti che poi potrebbero costituire una Convenzione da far firmare agli Stati".Solo teorie? Mica tanto. Basta pensare che, seppur tirata per la giacca, anche la Corte costituzionale francese ha dovuto affrontare pochi mesi fa il problema. Colpa o merito di Nicholas Sarkozy e della sua battaglia contro i 'pirati' di Internet, cioè gli utenti che scaricano musica e film in violazione del diritto d'autore: per contrastare il fenomeno, il governo francese aveva fatto approvare una legge (nota come Hadopi) che prevedeva la sospensione della connessione a Internet per i downloader recidivi. Approvata dal Parlamento di Parigi, la legge è stata cestinata dalla Consulta in base al principio per cui l'accesso alla Rete è "una componente della libertà di espressione" di cui non si può essere privati con un atto amministrativo e senza un regolare processo, altrimenti "si viola la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo del 1789". Così è stato ufficializzato per la prima volta l'accostamento tra diritti umani e accesso al Web. E quest'ultimo è stato accomunato ai diritti sanciti dalla Rivoluzione francese, come quello alla libertà personale e alla proprietà. In modo non dissimile, l'idea è stata fatta propria dal Parlamento europeo, quando nel maggio scorso ha stabilito tra l'altro che "non possono essere imposte limitazioni ai diritti e alle libertà fondamentali degli utenti di Internet". Ma mentre Onu e Ue tentano di stabilire dei principi, qualche paese d'avanguardia sta già andando avanti da solo. Come l'Estonia, che si è data una legge in cui l'accesso alla Rete viene definito 'diritto dei cittadini'. Non essendo in Italia, alle parole sono seguiti i fatti: come la realizzazione del programma d'informatizzazione delle scuole e la digitalizzazione della burocrazia amministrativa, fino all'esperimento del voto on line alle ultime europee. L'idea della Rete come diritto è poi passata dall'altra parte del Baltico e nell'ottobre di quest'anno è stata la Finlandia a stabilire per legge che la connessione dei suoi cittadini (a una velocità minima garantita di 100 Mb) deve essere fornita a tutti, compresi quelli che abitano nei più sperduti villaggi artici. Sottraendo la decisione se cablare o no un'area geografica all'arbitrio dei fornitori di connettività (quindi del mercato), il governo di Helsinki ha fatto suo il principio per cui la Rete non è solo un luogo di entertainment, ma è soprattutto uno strumento grazie al quale ciascun individuo può allargare le sue possibilità sia di conoscenza sia di crescita socio-economica, e quindi lo Stato deve offrire a tutti i cittadini - che vivano nella capitale o tra i licheni - le stesse opportunità di crescita, come previsto dalla Costituzione. Il principio è quello - tutto kennedyano - degli 'school bus' americani: cioè la conoscenza come diritto da distribuire a tutti, anche a spese dello Stato. Del resto anche nel linguaggio comune la Rete è un'autostrada digitale: e se per poterla percorrere è necessario uno 'school bus' (cioè un accesso elettronico decente) la società ha il dovere di fornirlo. In altre parole: il digital divide nel XXI secolo è una forma di 'discriminazione d'opportunità' inaccettabile come nell'America di Kennedy era inaccettabile che i ragazzini più poveri non potessero andare a scuola perché non c'erano gli autobus.Come si vede siamo di fronte a due approcci entrambi moderni, ma un po' diversi per concretizzare quel 'diritto all'impressione' teorizzato dieci anni fa nelle università canadesi: da un lato quello francese e del Parlamento europeo, dall'altro quello estone e finlandese. Cascami, rispettivamente, delle due grandi correnti di pensiero dei secoli scorsi: nel primo caso la visione illuminista-borghese per cui va tutelato il diritto individuale all'accesso di chi ce l'ha e non può esserne privato; nel secondo caso l'impostazione d'ispirazione socialista secondo cui il diritto alla Rete va anche assicurato a chi non ce l'ha in quanto pari opportunità di sviluppo. In altri termini, si è riproposto per Internet il dualismo tra diritti che lo Stato deve garantire passivamente, astenendosi dall'intervenire, e diritti per i quali invece lo Stato si fa parte attiva, sia in termini di spesa pubblica sia assicurando la neutralità della Rete (l'uguale accessibilità di tutti i contenuti del Web senza privilegiare le media company più potenti).Lo stesso dibattito sulla natura di questo 'diritto all'impressione' anima da tempo il Web italiano nei suoi contraddittori rapporti con lo Stato. Da un lato c'è la paura (non infondata) che il Parlamento intervenga con limitazioni alla libertà di navigazione e di espressione on line, attraverso i vari progetti di legge ammazza-Internet succedutisi di recente; d'altro lato si sente sempre di più la necessità che sia lo Stato a farsi parte diligente nell'espansione del diritto alla Rete, eliminando gli ostacoli di tipo tecnico e culturali alla sua diffusione negli strati di popolazione meno avanzati. Così, da noi, la paventata (e poi blandamente smentita) abolizione dei supporti pubblici alla banda larga - dopo anni di generosa spesa per il digitale terrestre televisivo - costituirebbe alla fin fine la negazione di "un diritto sociale e di una conquista dell'umanità", come dice Gianluca Dettori, imprenditore della Rete e fondatore su Facebook di un gruppo chiamato appunto 'Internet come diritto fondamentale': "Le reti digitali (telefonia, dati, broadband) in una società moderna sono altrettanto essenziali dell'acqua in una società rurale. Ma in un paese gerontocratico come il nostro questo concetto fatica a passare".
In seguito a questo articolo sul blog di Guido Scorza sono presenti interessanti commenti al riguardo con una serie di opinioni decisamente interessanti e condivisibili.