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lunedì 25 febbraio 2013

L'epopea del wifi pubblico

L’ultimo episodio dell’epopea del wifi pubblico in Italia è ormai noto: la FIPE – la Federazione dei pubblici esercenti – in un comunicato dei giorni scorsi ha annunciato di aver ottenuto dal Garante privacy un parere secondo il quale, mostrando di condividere la propria interpretazione, il Garante, nel rispondere ad un proprio quesito, avrebbe “confermato che gli esercenti pubblici possono mettere liberamente a disposizione degli utenti la connessione wi-fi ed eventualmente Pc e terminali di qualsiasi tipo”.  Apriti cielo!
Quasi si trattasse di benzina lanciata su un cumulo di brace dormiente, il comunicato della FIPE ha riacceso un dibattito, da tempo, sopito. Tanti gli indici puntati contro l’Ufficio del Garante, reo di aver proposto un’interpretazione del quadro normativo sulla condivisione delle risorse wifi da parte degli esercenti i locali pubblici troppo “leggero” e superficiale e di aver diffuso il convincimento che, a seguito dell’abrogazione del famigerato Decreto Pisanu, il gestore di un bar possa davvero mettere a disposizione dei propri clienti internet via wifi senza alcun obbligo di identificazione né responsabiltà.
Secondo molti non sarebbe così ed il Garante avrebbe dovuto essere più cauto e guardare con più attenzione il Codice delle comunicazioni elettroniche e le disposizioni del famoso Decreto Pisanu sopravvissute all’abrogazione.
Il gestore di un bar che condivida risorse di connettività in modalità wifi con la propria clientela andrebbe, infatti, considerato un fornitore di servizi di comunicazione elettronica e, come tale, chiamato a rispettare gli obblighi di identificazione che permangono in capo a chi fornisce professionalmente connettività.
Il dibattito divampa, è una questione che riguarda decine di migliaia di esercizi commerciali in tutto il Paese e di straordinaria rilevanza ma sembra trattarsi di una questione tutta tra privati e addetti ai lavori.
Tace l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e tace il Ministero dell’Interno benché le regole da più parti evocate, quelle che il Garante Privacy avrebbe dovuto – secondo alcuni – approfondire prima di rispondere alla FIPE sono proprio quelle che tali Istituzioni dovrebbero conoscere meglio di chiunque altro e, soprattutto, sul cui rispetto sono chiamati a vigilare.
Niente di niente. Non un comunicato stampa, non una promessa di approfondimento, non delle linee guida sull’applicazione delle norme vigenti per fare chiarezza.
Ma il Garante privacy, l’unico ad essersi pronunciato sulla situazione ha sbagliato davvero?
E’ vero che sussistono in capo ai gestori di un bar o di un ristorante degli obblighi di identificazione sopravvissuti all’abrogazione delle famigerate disposizioni contenute nel Decreto Pisanu?
A ben vedere sembra di no.
Non c’è nessuna norma vigente che vieti al gestore di un bar di condividere le proprie risorse di connettività con la propria clientela né che gli imponga di identificare i propri utenti né, ancora, sembra potersi fondatamente sostenere che chi scelga liberamente di condividere gratuitamente la propria connessione con altri, debba essere qualificato come fornitore di servizi di comunicazione elettronica.
Anzi, a ben vedere ed a leggere una vecchia delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni sembra da escludere che il gestore di un bar che condivida il proprio wifi con la clientela possa essere considerato un fornitore di servizi di comunicazione elettronica.
Scriveva, infatti, AGCOM nella propria delibera 102/2003: “Non si considera fornitore di un servizio pubblico di telecomunicazioni ai sensi dell’art. 6 del d.P.R. n. 318/97, nelle condizioni esposte nelle premesse del presente provvedimento, quell’esercente l’attività commerciale, quale ad esempio gestore di bar, albergo, pizzeria, tabaccheria, che, non avendo come oggetto sociale principale l’ attività di telecomunicazioni, mette a disposizione della propria clientela le apparecchiature terminali di rete.”.
Certo non si parla di condividere risorse di connettività in modalità wifi ma pc connessi alla Rete perché quest’ultima ipotesi, all’epoca, era, probabilmente, la più diffusa sul mercato ma sembra difficile sostenere che possano valere regole diverse per chi mette a disposizione una postazione connessa a internet e per chi mette a disposizione solo risorse di connettività.
Ma se il gestore di un bar che condivida internet via wifi non è assimilabile ad un fornitore di servizi di comunicazione elettronica, allora, ha davvero ragione il garante quando dice che nessun obbligo di identificazione dei propri avventori risiede sui gestori dei bar e che se questi ultimi vogliono saperne di più su cosa i clienti fanno con le risorse di connettività poste a loro disposizione devono acquisire un apposito consenso.
E’ una conclusione che fa’ storcere la bocca a tanti.  Taluni perché preoccupati che i bar ed i ristoranti che aprono i loro wifi senza identificazione possano trasformarsi in ricettacolo di pericolosi cybercriminali con “licenza di delinquere” in Rete in assoluto anonimato e tali altri perché, naturalmente, la diffusione dell’internet gratuito “pubblico” o, meglio, “per il pubblico” potrebbe comprimere il mercato dell’internet mobile.
Francamente, però, né la prima, né la seconda di queste comprensibili preoccupazioni appare sufficiente a giustificare una rinuncia allo straordinario beneficio che Internet libero, gratis e aperto, nelle nostre strade, nei nostri ristoranti e nei nostri bar potrebbe produrre per il sistema Paese.
Mi perdonino gli amici nelle forze dell’ordine ma, nel 2013, non solo è difficile immaginarsi un criminale che abbia bisogno di un bar con il wifi aperto per perpetrare le sue malefatte online ma è quasi impossibile, persino, immaginarsi un adolescente che non sappia realizzare le sue “marachelle telematiche” – piccole o grandi che siano – in forma anonima senza bisogno neppure di spendere i soldi per un caffè.
E’ ovvio, peraltro, che – proprio come ai tempi del famigerato Decreto Pisanu – quella che abbiamo davanti è una tipica scelta politica: si può frenare la diffusione del wifi per tutti inseguendo un illusorio rafforzamento della cybersicurezza o, al contrario lasciare che il wifi si diffonda il più possibile, producendo decine di benefici per la collettività e, forse, in qualche caso isolato rendendo più facile la vita a qualche criminale. Ciascuno ha le proprie idee al riguardo senza – credo – che ve ne sia una giusta ed una sbagliata.
L’attuale situazione di confusione normativa è, però, inaccettabile e rappresenta un errore gravissimo da parte delle Istituzioni. Ma a sbagliare, questa volta, non è stato il Garante privacy – che in modo condivisibile o meno [n.d.r. a mio avviso corretto] – ha detto la sua ma le altre Istituzioni che sono rimaste in silenzio mentre, dinanzi ad una questione di così grande rilevanza economica e sociale avrebbero dovuto chiarire il quadro normativo esistente e dare a cittadini, imprenditori e forze dell’ordine indicazioni chiare ed univoche.
Non serve evocare nuove leggi né pronunce della Corte costituzionale, serve solo che chi ha la responsabilità di vigilare sull’utilizzo delle risorse di connettività lo faccia non in chiave repressiva – come prima o poi rischia di accadere a caccia del caso esemplare – ma in chiave propositiva ed interpretativa.
E’ questa la parte più difficile da accettare di questa incredibile epopea italiana: il tema dell’accesso a internet nelle nostre strade viene affrontato con più superficialità ed indifferenza di quella che si riserva a scegliere se i pali dei semafori devono essere dipinti di giallo o di verde.


Riflessione: 
Da anni ormai si parla di rendere meno farraginoso l'utilizzo delle wi-fi pubbliche in Italia. Se da un lato il decreto Pisanu  "soffocava" la possibilità di un utilizzo positivo delle reti wireless dall'altro consentiva nel caso di verificare l'utilizzo di questa tipologia di reti. Fondamentale fare norme aggiornate con i tempi e con le tecnologie attuali e in questo ahimé siamo indietro. In assenza di normative chiare al riguardo, oggi, il consiglio che darei ai locali pubblici che mettono a disposizione reti wifi aperte è quella di regolamentarne l'accesso sicurizzato quantomeno chiedendone l'iscrizione gratuita mediante attivazione previo ricezione del codice di attivazione mediante un sms sul cellulare del richiedente come già avviene nelle Stazioni ferroviarie, in molti alberghi o nelle reti wifi dei Comuni che le mettono comunque a disposizione gratuitamente.