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venerdì 18 gennaio 2013

Licenziata, parla male del capo su Fb Condannata a pagare 4000 euro

Livorno, il caso di una ventiseienne riconosciuta colpevole dal tribunale “E’ diffamazione a mezzo stampa”
All’improvviso si è resa conto di detestarlo. Quell’uomo, che fino al giorno prima era semplicemente il suo datore di lavoro, adesso presumibilmente le pareva insulso, ingiusto, in qualche modo cattivo. Così, Rossella Malanima – nome beffardamente evocativo –, ventiseienne livornese, appena licenziata da un centro estetico cittadino, aveva deciso di sfogarsi. Fosse stata negli Anni Novanta avrebbe potuto invitare le amiche a casa per un tea delle cinque. Le avrebbe messe attorno a un tavolo e avrebbe aperto i rubinetti della sua frustrazione. Loro le avrebbero detto: “dai, non te la prendere”, poi l’avrebbero invitata al cinema e la cosa sarebbe finita lì.    In questo secondo decennio del duemila, le cose si fanno in un altro modo. Più rapido, più largo, improvvisamente più pericoloso. Quale? Rossella si è messa a sedere e ha aperto il computer. Si è collegata con Facebook – la sua comunità no? I suoi affetti, non è quello che dovrebbe essere? – e ha cominciato a raccontare a modo suo quello che sentiva. Si è lasciata andare perché non le passava neanche per l’anticamera del cervello che lo scivolo che scarica la nostra rabbia dal mondo virtuale a quello reale, e nel suo caso a un’ aula di tribunale, potesse essere così violentemente inclinato. In ogni caso per restituire il proprio fastidio ha scelto queste selezionate e sentite parole. “Quel centro estetico fa onco ai bai”, ”che in una impossibile traduzione dal livornese significa all’incirca “non è igienicamente consigliabile”. Un amico (un, indistinto, uno di quelli che navigano l’imprendibile labirinto della rete) le ha chiesto: “ma non ci lavoravi fino a ieri?”. “Sì, ma per fortuna non più”. Poi ha allargato l’analisi al suo ex datore di lavoro: “è un albanese di m…”. Ah, che liberazione.    Si è sentita più leggera finché, pochi giorni dopo, le hanno consegnato la querela dell’albanese ai sensi dell’articolo 595 del codice civile, quello che prevede la “diffamazione a mezzo stampa”. A mezzo stampa? Lei è sbiancata e si è cercata un avvocato senza rendersi conto che il suo caso rischiava di diventare il sasso che scatena la valanga sugli internauti, quello che il caso Bosman fu per il pallone. In Tribunale ha scelto il rito abbreviato e si è risparmiata un po’ di grane, ma non la condanna. Mille euro di multa e tremila euro da consegnare all’ex datore di lavoro.. La sua colpa? Nella sentenza emessa il 31 dicembre dal giudice Antonio Pirato del Tribunale di Livorno (e pubblicata dal quotidiano Il Tirreno) tra l’altro si legge: “E’ evidente che gli utenti del social network sono consapevoli - e anzi in genere tale effetto non è solo accettato ma è indubbiamente voluto - del fatto che altre persone possano prendere visione delle informazioni scambiate in rete. Infatti, è nota agli utenti di “Facebook” l’eventualità che altri possano in qualche modo individuare e riconoscere le tracce e le informazioni lasciate in un determinato momento sul sito, anche a prescindere dal loro consenso: trattasi dell’attività cosiddetta di “tagging”, che consente, ad esempio, di copiare messaggi e foto pubblicati in bacheca e nel profilo altrui oppure e-mail e conversazioni in “chat”, che di fatto sottrae questo materiale dalla disponibilità dell’autore e sopravvive alla stessa sua eventuale cancellazione dal social network
 L’uso di espressioni di valenza denigratoria e lesive della reputazione dei profilo professionale della parte Civile integra sicuramente gli estremi della diffamazione alla luce del detto carattere pubblico del contesto in cui quelle espressioni sono manifestate, della sua conoscenza da parte di più persone e della possibile sua incontrollata diffusione tra i partecipanti alla rete del social network. Lo specifico episodio in trattazione va più esattamente qualificato come delitto di diffamazione aggravato dall’avere arrecato l’ offesa con un mezzo di pubblicità (fattispecie considerata al comma terzo dell’articolo 595 del codice civile ed equiparata, sotto il profilo sanzionatorio, alla diffamazione commessa con il mezzo della stampa)”. Facebook come un quotidiano. Una tv. Un media tradizionale. Stesse regole, stesse responsabilità, stessi rischi. Rossella Malanima, pagando, deve avere sentito un male profondo pulsarle lentamente nel corpo e forse ha realizzato, anche questa volta all’improvviso, che la vendetta rischia sempre di trasformarsi in una pigra forma di sofferenza. E che adesso, ufficialmente, esercitarla in rete è come gridare ai giudici: venitemi a prendere.