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venerdì 3 giugno 2011

YouTube accoglie Creative Commons


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Il copyright alternativo sbarca sul popolare sito di video streaming.
Da ieri, gli utenti che caricano i propri video su YouTube hanno la possibilità di adottare una licenza di copyright della famiglia Creative Commons. Nel particolare, come spiega Juan Carlos De Martin, co-direttore del Centro Nexa su Internet e Società e responsabile italiano di Creative Commons, si tratta della più semplice: “scegliendola, tu autorizzi gli altri utenti di YouTube a fare ciò che vogliono del tuo video, permettendo sia il remix che l’utilizzo commerciale, a patto che venga sempre attribuita la paternità sull’opera originale”. L’opzione è ben visibile nella pagina “carica video”, quella in cui si inseriscono i dati (titolo, descrizione, tag…) del filmato che si vuole pubblicare. Per YouTube è uno scatto in avanti, che arriva con tempi e modi piuttosto improvvisi, e promette di aggiungere ulteriori elementi di riflessione al grande dibattito sul diritto d’autore, alimentato dalla diffusione dei nuovi media digitali. “Mi sembra una scelta piuttosto coraggiosa”, spiega De Martin, “perché YouTube avrebbe potuto benissimo andare avanti con la propria licenza, che pochi leggono ma che tutti sono automaticamente obbligati a sottoscrivere ogni volta che caricano un video. In questo modo, il portale contribuisce invece a raggiungere quello che è l’obiettivo finale, seppur non esplicito, di Creative Commons: modificare il modo in cui la gente pensa al diritto d’autore, indurre le persone a riflettere e a cambiare mentalità, legittimando gli usi e le copie personali dei contenuti”. Un aspetto chiave delle Creative Commons è il remix. Alcune di queste licenze, tra cui quella disponibile su YouTube, sono studiate per rendere automaticamente legittima la manipolazione di contenuti preesistenti (una possibilità invece negata dal copyright tradizionale, che richiede l’autorizzazione caso per caso). Gli effetti della novità sono già visibili nella sezione “editor”, dove gli utenti possono cercare e remixare i video pubblicati con licenza Creative Commons (selezionando il logo dell'associazione: due C maiuscole racchiuse da un pallino). Complici accordi con PublicResource.org, Voice of America, Al Jazeera e altri media, l’archivio offre già diverse migliaia di video. Il catalogo potrebbe allargarsi in modo esponenziale, qualora gli utenti e i produttori di contenuti che ogni giorno caricano migliaia di video sul sito decidessero di adottare in massa la licenza CC. “Sempre tenendo conto che i video devono essere di assoluta proprietà dell’utente”, ricorda De Martin. “Tu non puoi caricare un filmato che non ti appartiene, per esempio un videoclip musicale di un artista famoso, e metterlo sotto licenza Creative Commons. In quel caso, la decisione non ha effetto perché non sei tu l’autore di quel videoclip”. In casa Creative Commons, la soddisfazione è grande. “E’ già da diversi anni che le licenze CC sono disponibili sul più grande sito di fotografie del mondo, Flickr, dove quasi duecento milioni di immagini sono sotto Creative Commons. Adesso tocca al principale sito di condivisione video. E non dimentichiamo che YouTube è ormai uno dei maggiori canali di distribuzione musicale, quindi questa novità potrebbe avere un impatto significativo anche in quella disciplina. Che poi è proprio quella da cui - ai tempi di Napster - iniziarono a emergere i primi problemi del diritto d'autore su Internet”. Intanto, i lavori dell’associazione proseguono anche in direzioni più nascoste. “La musica e i video sono sexy”, spiega De Martin, “ma per Creative Commons il 2011 è soprattutto l’anno dell’open data, l’informazione pubblica. E’ un settore poco conosciuto, che sta esplodendo e coinvolge una quantità incredibile di archivi di servizi pubblici: dai dati meteorologici a quelli elettorali, dalle cartografie alle informazioni sul traffico. Per questo tipo di dati è stata varata una nuova licenza ad hoc, la CC-0, che si avvicina molto all'idea di pubblico dominio. La collaborazione con gli enti pubblici inizia a essere molto solida anche in Italia: un esempio è dati.piemonte.it, un progetto realizzato in collaborazione con la Regione Piemonte”.

Fonte: La Stampa - Autore: Luca Castelli