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mercoledì 2 marzo 2011

Educazione: i device digitali influiscono sullo sviluppo mentale dei ragazzi.


Nativi digitali: Ovvero i nostri figli, prima generazione di una nuova specie

L’accesso precoce a cellulari, rete e videogiochi ha prodotto giovani diversi da tutti quelli che li hanno preceduti. Un libro spiega che cosa dovrebbe fare la scuola per non annoiarli. E insegnare loro che la rapidità non è tutto.

Nel gennaio 2004 Mark Zuckerberg creatore di Facebook, era ancora un anonimo studente di Harvard, e si trovò a dover preparare in 24 ore un esame di storia dell'arte romana, di cui non sapeva nulla. Invece di correre in biblioteca, Zuckerberg creò un sito internet e lo riempì delle immagini del corso, chiedendo ad altri studenti di commentarle. In breve il sito fu pieno di interventi di suoi coetanei, così originali, informati e ben scritti, che Zuckerberg, citandoli all'esame fece un figurone. Don Tapscott, docente di Management all'Università di Toronto, cita l'aneddoto nel suo libro Net Generation (FrancoAngeli) come esempio emblematico del modo di vivere e risolvere problemi dei giovani nati dagli anni Novanta in poi. Per descrivere questa Net Generation, Tapscott usa i risultati di uno studio su comportamenti, aspettative e valori di 1750 giovani americani, dove si scopre, per esempio, che la tv, supermedia della generazione precedente, è diventata solo un rumore di fondo, al quale si rinuncia facilmente. Meglio condividere orizzontalmente le informazioni, ricavando dalla rete tutto quello che serve: intrattenimento, materiali di studio, contatto sociale. È così che, in tutto il mondo, i giovani si stanno anche attivando politicamente, aggirando le organizzazioni precostituite, come hanno dimostrato le rivolte nei Paesi arabi. Ma che ruolo possono e devono avere famiglia e scuola per questa generazione? Paolo Ferri, docente di Teoria e tecniche dei nuovi media all'Università Milano Bicocca, ha dedicato al tema il libro Nativi digitali (Bruno Mondadori, pp. 224, euro 18). «Nativi digitali sono quelli che, avendo vissuto fin dalla nascita immersi nelle tecnologie informatiche, le padroneggiano come una lingua madre, a differenza di noi "immigrati digitali" che, cresciuti per lo più nel mondo gutemberghiano dei libri, balbettiamo appena l’idioma di questa nuova terra. Il saggio si concentra su come andrebbe modificato il luogo chiave dove «nativi» e «immigrati» si incontrano e dove le difficoltà di comprensione reciproca fanno più danni: la scuola.

Perché i nativi digitali soffrono così tanto a scuola?

«In tutte le epoche ci si è annoiati a scuola. Ma oggi c'è un abisso fra il modo in cui i ragazzi ricevono informazioni dagli insegnanti e la loro esperienza extrascolastica. I ragazzi sono cresciuti con YouTube, Google e Wikipedia, in un mondo di informazione immediata, multimediale e aggiornata. Poi entrano in classe e si ritrovano in pieno Ottocento, con il sapere che cala lentamente dall'alto, in forma cartacea e acritica».

Ma è solo un problema di gap tecnologico, o c'è una forma mentale diversa?

«Vivere tutta la vita immersi in un ambiente altamente digitalizzato crea menti diverse da quelle di chi si è formato su libri e immagini statiche. I nativi digitali interagiscono con le tecnologie informatiche con grande naturalezza, sono più bravi a lavorare in grauppo, a compiere più operazioni contemporaneamente, a usare i codici iconografici, e sono molto autonomi e indipendenti, spesso allergici all'autorità. D'altro canto tendono a essere più superficiali, meno riflessivi e perdono facilmente interesse nei compiti che non trovano stimolanti. Si direbbe che si aspettino che le cose si svolgano sempre alla velocità con cui sono abituati a fruirle in rete. Forse erano meno distanti fra loro i padri e i figli che si scontravano nel '68, almeno loro usavano gli stessi media. Oggi fra nativi e immigrati digitali c'è un gap crescente di comunicazione, come dimostrano anche le rivoluzioni dei Paesi arabi, organizzate dalle masse giovanili via Facebook e Twitter, senza che né i vecchi dittatori, né i vecchi oppositori si accorgessero di che cosa stava accadendo».

E come si interessano questi giovani allo studio?

«Attrezzando lo spazio scolastico con le tecnologie che usano a casa e trasformando i libri cartacei in spazi online, organizzati con materiale multimediale, esercitazioni, test di autovalutazione e link ad altri siti. Paradossalmente occorrerà anche recuperare le idee di pedagoghi di un secolo fa, come Maria Montessori, cioè l’«insegnare a imparare», indicando agli studenti metodi per valutare criticamente, confrontare e ordinare le informazioni che possono trovare ormai con tanta facilita in rete. Questi metodi saranno poi utili anche nel mondo del lavoro, che sarà molto più vario e flessibile del nostro. Inoltre, perché l'apprendimento dia frutti, dovrebbe avvenire non più sulla base di esercizi astratti, come il memorizzare, ma con lo stesso metodo con cui i ragazzi imparano a utilizzare smartphone e tablet, cioè "facendo". Ricerche, elaborazioni, scambi di informazioni fra pari e sperimentazioni... E, tasto dolente, bisognerà ridurre all'osso le materie di studio obbligatorie, lasciando agli studenti la scelta fra molte opzionali».

Non ne faremo dei rete‑dipendenti?

Non credo, tutte le ricerche dicono che il tempo online non è sottratto al gioco o allo sport, ma alla televisione.

In tempi dl crisi, è realistico parlare di digitalizzazlone dell'insegnamento?

«L'Inghilterra ha speso tredici miliardi di euro per attrezzare le sue scuole con computer e altri dispositivi digitali. Noi ce la caveremmo con meno della metà. Entro l'anno saranno introdotte nelle classi italiane 32 mila lavagne interattive, dispositivi multimediali in grado di connettersi a internet e dialogare con i computer dell'insegnante e degli studenti. Purtroppo non si è pensato alle connessioni internet delle scuole, che spesso mancano o sono insufficienti per un uso di massa. Oppure i dirigenti scolastici si arrangiano seguendo ognuno una strada diversa e, spesso, compiendo errori, come acquistare dispositivi che non comunicano tra loro.

II vero nodo sono allora gli insegnanti?

«Gli insegnanti italiani hanno un'età media di oltre 50 anni, molti di loro non conoscono queste tecnologie. Ma nei prossimi anni ci sarà un grande ricambio generazionale, e sono sicuro che l'arrivo di molti giovani in cattedra renderà tutto più facile. Le tecnologie non escludono gli insegnanti, anzi, al contrario, potranno far loro recuperare molta autorevolezza e prestigio. Nelle classi sarà più che mai necessaria una figura di adulto esperto, che aiuti i giovani a scoprire le proprie attitudini e svolga il ruolo di critica dei contenuti, spesso pessimi, che si trovano in rete. E che spieghi ai nativi digitali che parte dell'apprendimento, tecnologie o meno, resta comunque una faticosa acquisizione di nozioni».

Fonte: Venerdì di Repubblica del 27.05.2010