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martedì 11 gennaio 2011

Privacy online: le leggi del 1986 sono superate e vanno riviste


Man mano che i servizi Internet si sono diffusi, permettendo di conservare negli spazi di memoria online email, fotografie, fogli di lavoro ed un numero imprecisato di documenti privati, le compagnie che operano nel campo delle telecomunicazioni hanno cominciato ad essere inondate di richieste indirizzate loro dalle forze dell'ordine e riguardanti i dati degli utenti. Nella prima metà del 2010 Google ne ha contate 4.200 solo negli Stati Uniti, nel 2007 Verizon dichiarava di averne ricevute 90.000 all'anno, nel 2009 ne sono state inoltrate a Facebook una ventina al giorno. Ma il fenomeno si è manifestato con maggior evidenza soprattutto negli ultimi giorni, dopo che una corte federale americana ha intimato a Twitter la consegna dei dati personali relativi a Wikileaks e ad alcuni collaboratori del suo fondatore Julian Assange, suscitando l'interesse della stampa e dell'opinione pubblica. Sebbene l'accesso alle informazioni si sia rivelato d'aiuto nella lotta contri i crimini ed il terrorismo, la preoccupazione per la sicurezza entra sempre più spesso in conflitto con quella per la privacy e le società si domandano se i dati salvati online, come i contenuti delle email, non debbano avere la stessa protezione di quelli sui pc di casa. Regole datate, come quelle stabilite con l'Electronic Communications Privacy Act nel 1986, cioè prima che strumenti quotidiani come cellulari e posta elettronica fossero di uso comune, non sono più in grado di governare adeguatamente le attuali attività informatiche e in molti premono per un aggiornamento legislativo. In particolare, gli avvocati fanno notare che i tribunali dei vari Dipartimenti le hanno interpretate in maniera differente e senza seguire procedure standardizzate. Poichè gli agenti non hanno bisogno di autorizzazioni per leggere email vecchie più di 180 giorni, la posizione di Internet risulta ben diversa dai controlli, come quelli sulla posta tradizionale o sulle telefonate, per i quali è necessario invece un mandato. Inoltre, dopo il dramma dell'11 settembre, sono diventate sempre più frequenti le richieste ai siti da parte dei governi di non informare le persone che sono oggetto di indagine delle ricerche compiute sul loro conto. Mentre Facebook e Google non hanno rilasciato commenti in proposito, Twitter ha ribadito la scelta di una politica di trasparenza ed il caso di Wikileaks darà a molti utenti occasione di riflettere sui limiti delle leggi in vigore. Sembra chiaro, però, che una revisione è ormai indispensabile.
Fonte: La Stampa