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venerdì 26 febbraio 2010

Violazione della privacy: e qui casca Google!


Google condannata per violazione della privacy. Ci stupiamo? Non direi che ci sia molto da stupirsi, direi piuttosto incredibile che succeda solo oggi e con Google.
La famiglia del disabile oggetto di aggressione pubblicata in rete aveva a suo tempo ritirato la denuncia a seguito di chiarimenti con Google, ma la condanna è arrivata lo stesso. Perché?
Perche in Italia – anche se fin troppi sia tecnici del settore giuridico che semplici utenti lo ignorano – la violazione della privacy comporta la procedibilità d’ufficio. L’aspetto non è affatto di sola rilevanza tecnica: trattare illecitamente dei dati non è “riparabile” semplicemente nei confronti del singolo oggetto di illecito, perché viene un po’ considerato come un danno alla società. Quindi denuncia o non denuncia, la Procura può procedere autonomamente. La responsabilità che il Tribunale ha sollevato a Google è quella di aver mancato di controllare i video immessi sulla piattaforma.
E da un punto di vista giuridico non vedo di cosa ci si debba stupire. Per lo meno alla luce dell’attuale normativa. Difatti, se da una parte la normativa europea è più che chiara delineando la non responsabilità di chi mette a disposizione degli spazi web, dall’altra laddove il titolare del medesimo possa esercitare o eserciti comunque un minimo di controllo e di gestione, rientra nella condivisione di responsabilità giuridica di che cosa viene pubblicato e passa su quelle pagine o in quegli spazi. Questo non equivale a responsabilità nel caso di messa a disposizione di un motore di ricerca: nessuna responsabilità può essere mossa in carico a Google che intervenendo snaturerebbe con atto “arbitrario” il senso del motore di ricerca, sul quale peraltro tutto questo controllo non credo possa esercitare. Ma nel caso di disponibilità di uno spazio, di una piattaforma definita non neutrale la responsabilità di consentire l’immissione ma soprattutto il permanere di certi contenuti, può configurarsi. Google dal canto suo ritiene impensabile dover rispondere per condotte di terzi: basandosi su una tesi giuridica simile Google dovrebbe trasformarsi in un vero”sorvegliatore”. Eppure per la legge italiana in effetti potrebbe. Gira e rigira si torna sempre al solito problema: se da una parte in effetti “stona” ritenere Google responsabile, dall’altra il problema non è mai CHI mette a disposizione uno spazio ma L’USO CHE NE VIENE FATTO. E tutto questo perché: chiunque può fare qualsiasi cosa. Che nella logica della rete è un bel concetto che fa respirare libertà, nella posizione di chi subisce certi atteggiamenti, diviene una trappola senza scampo. Sarebbe pensabile che gli stessi ragazzi si fossero messi in una pubblica piazza a prendere a calci e pugni un disabile? No. Se fosse successo qualcuno sarebbe intervenuto, le persone sarebbero state identificate e portate – nel caso di specie – dinnanzi al Tribunale dei Minori. Allora perché può invece succedere di caricare un video simile e lasciare che il mondo ne conosca i contenuti? Perché quelle persone – illudendosi – hanno ritenuto che la rete fosse sinonimo di dispersione ed anonimato.
Forse si dovrebbe ricominciare da questo punto, anche sotto il profilo giuridico. La rete non dà percezione del disvalore di quello che si fa. Per un solo motivo: non si sono limiti. Non li vogliamo? Rete=libertà. Ok, basta non finire dalla parte di chi ha subito, di chi viene diffamato, di chi rimane indicizzato e si porta dietro per una fetta di vita tutto quello che la rete raccoglie. Anche se a metterlo su sono dei delinquenti o semplicemente degli inetti. Non per buttarla sul sociale, ma giuridicamente evidentemente qualcosa non funziona. Carenza di normativa ad hoc, che non diventi proibitiva ma che disciplini e tuteli. Ma questo il legislatore vuole affrontarlo?