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mercoledì 20 gennaio 2010

In Rete la libertà non è licenza


Gianni Riotta ha messo il dito nella piaga. È vero, Internet è cresciuta, guadagna milioni di nuovi utenti al giorno, s'impadronisce del nostro tempo quotidiano, ma l'adulto non somiglia più al fanciullo che avevamo conosciuto. Ne ha tradito le promesse, forse le ha addirittura rovesciate. Lo spazio di libertà si è convertito in un'anarchia di massa, l'informazione senza veti né censure moltiplica le notizie false, la discussione cede sempre più spesso all'urlo, se non proprio all'insulto. Il caso di Tartaglia – lo squilibrato che ha ferito Berlusconi e ha raccolto 50mila fan tra i navigatori della Rete – non è che l'ultimo episodio. C'è rimedio a questa deriva becera e plebea? C'è una cura per impedire che la libertà degeneri in licenza? Ed è sul vuoto di regole che ricade la responsabilità di tale situazione? Questo ventaglio di domande chiama in causa i giuristi, i dottori della legge. I quali a loro volta conoscono assai bene il paradosso della libertà che a suo tempo illustrò Karl Popper: la libertà senza regole genera illibertà, autoritarismo, arbitrio. Però non è affatto vero che la Rete descriva una zona franca del diritto. Per esempio il Codice dell'Internet, pubblicato da Cassano nel 2006 per i tipi di Giuffrè, misura 1.318 pagine. Esistono norme sul commercio elettronico, sull'informatica nella pubblica amministrazione, su quella giudiziaria, sull'e-government, sul telelavoro, sui nomi di dominio, sulla firma elettronica, sulle banche dati, sulla tutela del software e del diritto d'autore, sulla posta elettronica, sulla privacy, sulla protezione dei minori rispetto alle insidie della Rete. Esistono cattedre universitarie intestate al diritto dell'Internet così come al diritto privato dell'informatica. Esiste dunque un'intensa attività regolatrice dei governi dietro lo schermo del computer. Non a caso l'ultimo atto del gabinetto Prodi e il primo atto del gabinetto Berlusconi, nel 2008, ebbero un denominatore comune nella Rete: rispettivamente la pubblicazione online dei 740 e delle pagelle scolastiche. Ed esiste infine una copiosa produzione normativa di enti e autorità internazionali, anche perché per sua natura Internet sfugge al principio di territorialità che circoscrive l'efficacia della legge; si può citare a mo' d'esempio la direttiva europea 95/46/CE, fondamentale sul fronte della privacy. Insomma l'anomia – l'assenza di ogni legge nella realtà virtuale a conti fatti non è altro che un miraggio, uno dei tanti che si diffondono sul web. Eppure questa risposta non risponde ancora alla domanda formulata dal direttore del Sole. Può darsi che il diritto telematico sia ancora troppo poco, oppure che sia stato costruito a maglie troppo larghe. Può darsi che occorra un giro di vite per garantire la sopravvivenza medesima del mezzo, per difenderlo da chi lo sta insudiciando. Può darsi che l'accesso libero e gratuito sia in realtà un difetto, come sostiene Jaron Lanier. E può darsi che l'anonimato garantito al popolo dei navigatori garantisca in conclusione le molestie, le parolacce, le diffamazioni.Eppure non è un'altra legge che salverà la Rete. Anzi: se questa legge fosse battezzata all'insegna di un divieto, rischierebbe d'uccidere il malato. Non che manchino infezioni cui gioverebbe qualche dose d'antibiotico normativo: per esempio le copie cache delle pagine web perpetuano ogni fatto e ogni misfatto, azzerando il diritto all'oblio. Google remembers forever, ma prima o poi bisognerà metterci rimedio. Tuttavia senza rinnegare la libertà di connessione e di parola, che è il primo cromosoma della Rete. Senza proibire i messaggi trasmessi in forma anonima, cui si deve in buona parte il suo successo. Dopotutto l'uno e l'altro attributo ricevono una precisa garanzia costituzionale nella vecchia Carta del 1947, redatta quando non c'era ancora nemmeno la tv. Quanto al primo, l'articolo 21 protegge la manifestazione del pensiero scritta e verbale, nonché con «ogni altro mezzo di diffusione». Quanto al secondo, in vari luoghi la segretezza diventa ancella della libertà: per esempio nell'articolo 48, dove il voto alle elezioni è anonimo per scongiurare ricatti e rappresaglie. No, non è una svolta autoritaria la chiave per restituire a Internet la propria autorità. Basta applicarvi la massima coniata nella giurisprudenza americana: il salvacondotto delle parole in Rete non vale quando vi si specchi una specifica intenzione delittuosa, e quando l'intenzione cagioni un pericolo immediato. Basta assecondare i processi d'autoregolazione degli utenti, fra i quali "netiquette" non è che un primo esperimento. E basta infine dar tempo alla creatura di maturare ancora, perfino d'invecchiare. Col tempo le fonti più attendibili s'imporranno sui rumori della piazza, ma a condizione di farlo a loro volta in piazza, e senza l'aiuto di gendarmi.