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lunedì 12 ottobre 2009

IGF Italia, rotta verso Sharm El Sheikh



La rete italiana fa il punto, in vista dell'Internet Governance Forum globale. Un panorama in cui le istanze di cittadini, stato e mercato devono ancora trovare un'armonia. Pisa - Manca una metafora che sappia agevolare l'interpretazione della Rete, manca una vera spinta propulsiva che sappia instradare stato, mercato e società civile verso un più consapevole rapporto con la Rete, in rete. L'Internet Governance Forum Italia organizzato a Pisa presso l'area della Ricerca del CNR, ha proiettato verso il forum globale di Sharm El Sheikh un'Italia che per certi aspetti sembra vagolare in un limbo. Fatto di iniziative che si scontrano con un quadro normativo ereditato dal passato, con l'equilibrio malsicuro fra le istanze che dovrebbero armonizzarsi per sostenere la società civile connessa, con propositi e proposte che devono ancora trovare attuazione.Dalla sessione dedicate alla libertà di espressione online a quella, strettamente connessa, in cui si è dibattuto di identità in Rete, dal confronto sul diritto d'autore alla sessione dedicata alla privacy: convivono i conflitti tra le esigenze e i diritti degli attori della rete e spesso sfociano in sintesi non ottimali, mentre l'integrazione tra Rete e società analogica appare ancora un futuro indistinto. Ad alimentare il clima di instabilità, il contesto di un paese in cui non si possa contare sulla certezza del diritto. L'avvocato Guido Scorza snocciola le iniziative legislative che si sono avvicendate nei mesi scorsi e che rischiano, su piani diversi, di privare il cittadino del diritto di informarsi e informare con la mediazione della rete: l'emendamento D'Alia che si scagliava contro i reati d'opinione, il DDL intercettazioni con le previsioni in materia di rettifica, il DDL Lussana che rischia di riscrivere la storia in rete, il DDL Pecorella Costa che mira a trasformare i netizen in direttori responsabili. Fermenti legislativi che non avrebbero avuto alcun seguito se solo la classe politica potesse incardinare le proprie iniziative in pilastri legislativi solidi e potesse oliare queste articolazioni con la competenza di chi in rete vive quotidianamente. Ma il senatore D'Alia, che raggiunge la platea con una missiva, affonda le radici del proprio intervento alle origini del telegrafo, uno strumento grazie al quale, si spiega nell'intervento, si è iniziato a contare sull'importanza del settore delle comunicazioni a distanza. "Con la soppressione della proposta di cui sono firmatario siamo rimasti fermi in una situazione che ritengo non sia sostenibile a lungo", denuncia il testo composto da D'Alia: non si potranno scongiurare quelli che definisce "utilizzi impropri della rete" e agevolare "il corretto uso delle tecnologie" se non si perseguirà una strategia internazionale nel contrasto alla criminalità mediata dalla rete, se si continuerà a "rinviare il problema", come fatto in occasione del respingimento della sua proposta, e se si rinuncerà ad affidare agli operatori della Rete un più corposo fardello di responsabilità. Ma gli strumenti sarebbero già a portata di mano: a sottolinearlo è Marco Pancini, rappresentante di Google, che ricorda come "un anno su Internet vale sette anni di vita non connessa". Tutto scorre veloce, evolve il mercato, altrettanto fanno le le esigenze e i comportamenti dei cittadini della rete, ma gli strumenti per declinare il quadro legislativo in modo che si concili con l'incedere della vita in rete già sono stati rodati. Cita gli Stati Uniti, Pancini, chiamando in causa il DMCA, che si potrebbe per certi versi considerare l'omologo della direttiva europea sul commercio elettronico: entrambi svincolano gli intermediari dall'impegno di operare controlli preventivi, non costringono a rifugiarsi nell'autocensura coloro che mettono a disposizione le piattaforme. Il controllo preventivo da parte degli operatori non funzionerebbe, checché ne dica il presidente di Univideo Davide Rossi, il quale invita YouTube a consolidare il proprio staff qualcora non riesca ad analizzare le oltre venti ore di materiale video caricato ogni minuto sui server del servizio. Così come gli operatori, anche i fornitori di connettività, investiti da numerose proposte di legge a infondere risorse nel filtraggio, concordano sul fatto che filtrare è inutile, oltre che impossibile. Lo ricorda Paolo Nuti, presidente di AIIP: "è solo un modo per rinviare la soluzione del problema" spiega, "dobbiamo organizzarci per stringere il cerchio a livello internazionale". Concorda Antonio Baldassarre, AD di Seeweb: "quelli che nei testi legislativi vengono definiti appositi strumenti di filtraggio non esistono, esistono strumenti per tentare di mettere sotto il tappeto cose che poi finiscono per uscire da tutte le parti".Anche Antonio Palmieri, deputato PDL impegnato sull'accessibilità e firmatario della proposta di legge Cassinelli cosiddetta salvablog, sostiene che l'attuale quadro normativo sia più che sufficiente per tutelare i cittadini. E ricorda che "Internet non è un luogo a parte, non è Utopia, e nemmeno il luogo dove si realizza il '68": la rete è uno strumento e dovrebbero essere i cittadini in prima persona a mostrare "moderazione", evitando così di alimentare il cortocircuito perverso fra allarmi lanciati dai media e veementi reazioni intimorite da parte del mondo politico. Del fatto che Internet venga visto come un pericolo è convinto anche Marco Pierani, rappresentante di Altroconsumo: il clima di paura nei confronti di una Internet ritratta come incontrollabile serve a giustificare "atteggiamenti legislativi che difendono il passato, posizioni di rendita". "Stiamo perdendo tempo" sentenzia Pierani. La tecnologia non è il male, né lo strumento nel quale si risolvono i conflitti che essa stessa crea: questa l'opinione di Stefano Rodotà. Si tratta di conflitti che si riverberano sui diritti della persona, sulle necessità di garantire sicurezza, sulle esigenze dei mercato e in un equilibrio tra queste istanze dovrebbero trovare soluzione. In questo contesto i partecipanti all'IGF tentano di tracciare una linea di demarcazione tra le sfrangiature tra lo spazio pubblico e dello spazio privato dell'individuo nella sua vita di rete, e di proporre degli strumenti che agevolino la composizione di un bilanciamento. C'è Frieda Brioschi, di Wikimedia Italia, che spiega come Wikipedia, per assicurare la tutela di coloro la cui identità è catturata fra le pagine dell'enciclopedia libera, conti su una combinazione della solidità della community e delle regole trasparenti che la fondano e la connettono con le istituzioni. C'è chi come Pier Luigi Dal Pino, rappresentante di Microsoft Italia, sottolinea la necessità dell'impegno delle aziende affinché diritto alla sicurezza e diritto alla privacy si possano conciliare e siano integrate by design nei servizi offerti. Una soluzione che Rodotà ravvisa in un regime di identità multiple e funzionali: ognuno potrebbe affidare agli operatori della rete solo i dati necessari a garantire lo svolgimento dei compiti di cui questi operatori sono stati investiti. C'è anche chi come Domenico Vulpiani, per anni a capo della PolPost, che cerca questa composizione nella legge: un quadro normativo che avrebbe bisogno di "piccoli aggiustamenti che consentano alla polizia di investigare", e che delimiti con chiarezza le situazioni nelle quali mobilitare le forze dell'ordine. Concorda Stefano Trumpy, rappresentante del governo italiano in ICANN: la questione dell'identificazione non sembra porre particolari problemi per qualora si operi su target precisi, solo su quelli realmente pericolosi. Come discernere? Dovrebbe essere compito della legge, spiega il magistrato Giuseppe Corasaniti, già lo fa ad esempio la Convenzione di Budapest sul cybercrime.La Rete ha altresì assestato uno scossone al quadro del diritto d'autore: il confronto tra le esigenze delle platee e dei diversi attori del mercato, mediato dalle leggi dello stato, non appare agevolmente componibile. Sul palco si affiancano le voci di rappresentanti dell'industria e delle istituzioni. Ettore Bianciardi e Marcello Baraghini di Stampa Alternativa che interpretano quella frangia di editori che denuncia il fatto che il diritto d'autore si circostanzi oggi al "contratto tra autore ed editore", il quale, dopo l'accordo, finisce per "tenere in ostaggio" colui che detiene la paternità dell'opera. I due editori, in netta controtendenza rispetto al resto del mercato, sarebbero per l'abolizione del diritto d'autore e l'evoluzione del mercato editoriale verso logiche fruttuose ma più sostenibili per autori e lettori. C'è chi come l'avvocato Ferdinando Tozzi, parte della Commissione Gambino, ricorda come si fosse tentato di agire per salvare dall'obsolescenza la legge che regola il diritto d'autore e per "disciplinare" la rivoluzione di Internet perseguendo un'"armonia tra la tutela e la circolazione del sapere". Ci sono inoltre proposte, come quella illustrata da Ermanno Pandoli dello studio legale DDA, per avviare un regime sostenuto da una licenza collettiva estesa. Ma la rete, ribadisce in più occasioni Rodotà, non basta: non si sostituisce alla quotidianità analogica, ma innerva il mondo fisico e le abitudini dei cittadini. Impossibile agire come se non esistesse, fondamentale trovare una metafora che ne semplifichi la comprensione a favore di coloro che vivono disconnessi. Juan Carlos De Martin, del centro NEXA del Politecnico di Torino, paragona la rete a una macchina antigravitazionale: capace di amplificare le potenzialità dell'uomo, per fini lodevoli così come per fini deprecabili. Dovrebbe essere la società civile connessa ad imprimere la direzione, e sarà quello che si tenterà di fare a Sharm El Sheikh su scala globale, nel mese di novembre. Tenendo presente, ricorda Rodotà, che la Dichiarazione d'indipendenza del Cyberspazio è stata smentita dai fatti, ma che resta un'ideologia capace di alimentare la partecipazione in Rete.